sabato 30 gennaio 2016

"La Leggenda del Trombettista Bianco" di Dorothy Baker


"Questa è la sua storia, che non può certo dirsi una tragedia, qui non si parla della caduta di un grande eroe, dal cielo alla terra : Rick Martin non arrivò mai così in alto, anche se per qualche tempo guadagnò un bel po'. Ma la sua è una storia in cui risuona la verità, insieme a un paio di armonie nascoste."


Ho iniziato la lettura di questo breve romanzo per due motivi : dalla prorompente campagna pubblicitaria della Fazi Editori, che negli ultimi tempi si sta rivelando un re Mida dell'editoria, con pubblicazioni di romanzi poco conosciuti, ma dalla facile attrattiva; grazie anche a dalle accurate e belle copertine. Per il secondo motivo, dalle atmosfere fitzgeraldiane che mi ispiravano.
Di Dorothy Baker non conoscevo nulla.
Nondimeno si hanno poche notizie su questa scrittrice americana, nata in una città del Montana nel 1907 e morta nel 1968. Tranne che fosse una professoressa datasi alla scrittura e molto addolorata, negli anni della maturità, per non essere stata annoverata, dato il suo talento, nell'Olimpo dei gradi scrittori.
"La Leggenda del Trombettista Bianco" fu il suo romanzo d'esordio, pubblicato nel 1938 all'età di trentuno anni. Il libro ebbe un riscontro di medio successo, pur vincendo un premio e si ispirava alla memoria di un celebre trombettista jazz, morto per alcol e polmonite, Leon ( Bix ) Beiderbecke ( 1903- 1931 ).


Negli anni Venti del Novecento, di una New York non mondana e festaiola, come si potrebbe immaginare, ma nei suoi bassifondi più oscuri, divisa tra bianchi e neri, nel pieno della bellezza della musica jazz, si staglia la figura di Richard Martin, stella nascente della musica.
Rick Martin, orfano di padre e madre dalla nascita, cresciuto con due zii, si accosta fin da piccolo alla musica, attraverso un piano che nota un giorno in una aula.
Grazie all'amicizia di un  ragazzo di colore, l'unico a dimostrargli vero affetto, viene introdotto in un complesso di musicisti jazz, dove lo indottrinano alle armonie e al ritmo dei negri. In particolare si specializza con la tromba.
Col tempo Rick ne diventa un virtuoso, passa da una band all'altra, stupefacendo manager, musicisti, spettatori, con i suoi assoli sincopati e geniali unici del genere. Ricco e ricercato, diviene una macchina per far soldi.
Ma l'arte tende a volte a sopraffare la vita; e il trombettista sottomette alla sua musica ogni necessità, bisogno. Sposa una donna di alto ceto, ma il matrimonio si rivela un fallimento.
Rick Martin si da al'alcol, la musica che suona non gli basta più. Perde la rispettabilità, il lavoro, i contatti, fino alle estreme conseguenze.

Dorothy Baker
Quella di Rick Martin è come dice fin dalle prime pagine la Baker, una vita destinata inevitabilmente a spezzarsi, perché questa, quando viene a scontrarsi con l'arte, quella vera, capita che la prima soccomba insieme a "quel duro fardello che è l'anima di un artista."
L'autrice americana analizza con grande maestria la vita di un personaggio schiacciato dal suo stesso genio, chiuso in un corpo incontrollabile, incapace di essere gestito, che cerca vanamente di estendere oltre i limiti la sua esistenza per superarsi.
Il romanzo presenta poca corposità, poche vicende, ma l'esiguità dell'intreccio rende più convincente la parabola del protagonista.
Le atmosfere fitzgeraldiane sono centellinate nella vita smodata e dissipata di Rick e della moglie Amy North, che richiamano quelle di Anthony Patch e Gloria Gilbert di "Belli e Dannati"  e lo stesso trombettista ricorda, non molto da lontano, Jay Gatsby, figura chiamata alla fatalità.
Quest'ultimi, insieme,  hanno seguito un sogno con tanta immolazione, che la fine era già prevista nella loro breve ascesa.


"Solo che non possiede l'altra qualità che dovrebbe accompagnare un'anima simile - e che raramente, immagino, l'accompagna : la capacità di tenere il corpo sotto controllo, mentre lo spirito segue la sua strada. Tant'è che va in mille pezzi, ma non in maniera lieve. Lo fa così completamente che alla fine si uccide."




M.P.





Libro :

"La Leggenda del Trombettista Bianco", D. Baker, Fazi Editori 2015

mercoledì 27 gennaio 2016

"La Novella degli Scacchi" di Stefan Zweig

 " ...ogni volta, dopo un interrogatorio della Gestapo, era come se i miei stessi pensieri si assumessero l'incarico di portare avanti quella sevizia del chiedere, indagare e tormentare, in maniera forse persino più crudele : poiché quegli interrogatori finivano pur sempre dopo un'ora, e i miei mai, grazie all'insidiosa tortura di quella solitudine. E intanto intorno a me c'erano sempre e soltanto il tavolo, 
l'armadio, la tappezzeria, la finestra, nessuna distrazione, niente libri, né giornali, nessun volto nuovo, neppure una matita per annotare qualcosa o un fiammifero con cui giocare
niente, niente, niente.
Solo allora mi accorsi di quant'era diabolicamente ingegnoso, quanto agghiacciante  da un punto di vista psicologico il sistema della camera d'albergo.
Forse in un campo di concentramento sarei stato costretto a trascinare pietre sino a che le mani non avessero sanguinato e i piedi non mi fossero diventati due pezzi di ghiaccio dentro le scarpe, e mi avrebbero stipato in una baracca assieme ad altri venti, in mezzo al gelo, al tanfo.
Ma avrei potuto vedere delle facce,guardare un campo, una carriola, un albero, una stella, qualcosa,
qualsiasi cosa, mentre lì, intorno a me, c'erano sempre e solo le stesse cose - tutto uguale,
spaventosamente uguale."

Elke Rehder


Nella notte tra il ventidue e il ventitré febbraio 1942, Stefan Zweig si uccise con una forte dose di barbiturici, insieme alla moglie Lotte Altmann. Furono trovati sul letto, lui supino con le mani giunte, lei al suo fianco.
Stefan Zweig, fino a poco tempo prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, era un apprezzato scrittore e biografo, amato dal pubblico e dalla critica, le sue opere venivano rappresentate nei migliori teatri del mondo, con ottimi riscontri; era amico di molti suoi colleghi, intellettuali, artisti, scienziati, con i quali aveva stretti rapporti di amicizia. Era un autore di successo e possiamo ben dirlo, di smaccato successo.
Non poteva pensare a quello che poi sarebbe avvenuto : il rogo dei suoi libri, le persecuzioni, la guerra, le violenze, la ferocia, la fine della dignità dell'uomo...dell'amore...
Strappato dalle sue radici e trasportato da un turbine errabondo senza meta, si era rifugiato, non senza rischi, nella cittadina di Petropolis, in Brasile.
Non aveva nulla : niente libri, niente omaggi, niente contatti. Solo una scacchiera per distrarlo dalla tempesta nazista che ancora fuori dalla sua finestra infuriava.
Eppure prima di decidersi a compiere l'ultimo disperato gesto, egli ci lasciò le sue opere più belle, i suoi testamenti : "Il Mondo di Ieri. Ricordi di un Europeo" e la "Novella degli Scacchi."
Pubblicato agli inizi del 1942, "La Novella degli Scacchi" è l'ultimo racconto dello scrittore austriaco Stefan Zweig, nato nel 1881.


Ambientato in epoca contemporanea, su un grande piroscafo che va da New York a Buenos Aires, un anonimo viaggiatore ( il Narratore ), si ritrova come compagno di viaggio Mirko Czentovic, il grande campione di scacchi, in partenza per nuovi trionfi.
Mirko Czentovic, figlio di un barcaiolo slavo, è un uomo gretto  e volgare, senza cultura e privo di forza immaginativa; gioca per il puro bisogno di accaparrare soldi e non per passione, ma indubbiamente è diventato famoso in tutto il mondo per il suo talento di scacchista.
Il Narratore, che vorrebbe soddisfare la sua curiosità di conoscere nel profondo Czentovic, lo sfida ad una partita a scacchi con altri viaggiatori a bordo, in una partita simultanea.
Il campione vince diverse sfide con arroganza e freddezza, lasciando gli altri giocatori increduli e adirati per la vergogna, quando inaspettatamente compare uno strano signore sui quarantacinque anni, che venuto in soccorso, consiglia loro le mosse da fare, e con sbalordimento di tutti Czentovic diminuisce la sua arroganza e dichiara pari la partita. Ma non dandosi tuttavia per vinto, chiede una rivincita, in particolar modo rivolgendosi allo sconosciuto passeggero.
Il narratore convince il dottor B. ad accettare la sfida, ma questi allontana da se qualsiasi conseguenza possa verificarsi e racconta con sofferenza la sua esperienza con gli scacchi.
Da giovane, prima dell'ascesa al potere di Hitler, egli possedeva uno studio legale dove si preoccupava di gestire dei fondi patrimoniali di importanti clienti. Con l'avvento dell' Anschluss, egli si ritrovò, a tradimento, arrestato dalle SS. La Gestapo voleva estorcergli prove contro i nemici e denaro, ma in quanto appartenente ad un'alta categoria non fu mandato nei campi di concentramento, ma venne recluso in un albergo, divenuto quartier generale nazista.
Il trattamento poteva sembrare generoso, ma non era così. Alla tortura fisica era stata sostituita quella mentale. Rinchiuso in una stanza senza possibilità di uscirne, non aveva nulla. Non una matita e foglio pere scrivere, non un orologio, non un libro, né sigarette né contatti umani, "il vuoto più totale senza spazio e senza tempo."
A questo si aggiungevano interrogatori sempre più pressanti e maliziosi e presto il suo corpo si stava indebolendo, come le sue facoltà mentali. Sicché un giorno, dopo un ulteriore interrogatorio, vide dentro una  giacca appesa al muro un libro, lo prese con avidità. Scoprì che era un compendio di scacchi e dopo la prima delusione cominciò a giocare delle fantomatiche partite contro se stesso, grazie a dei pezzettini di carta che si era procurato. Nonostante quel che poteva essere una distrazione, un motivo per non annullare il cervello, si rivelò una compulsiva malattia del gioco.
In preda ad una follia svenne, ma venne aiutato da bravo medico che ottenne il suo completo rilascio e con l'attenzione di allontanarsi dagli scacchi.
Finito il racconto, il dottor B. lascia trasparire tutta la sua angoscia e paura nel ritrovarsi ancora a confronto con la sua malattia.
Sarà il suo passato ad affiorare e a decidere la partita.

Elke Rehder

Alla pubblicazione del racconto, seguì un trionfo senza uguali nella vita dello scrittore : venne tradotto in molte lingue e furono vendute milioni di copie.
Il successo non era dato solamente dal tema scottante e contemporaneo, ma più di ogni altra cosa dal virtuosismo dello scrittore austriaco nel padroneggiare una trama così complessa, veloce e riempita di profondità interiori e psicologiche che rimandavano alle teorie di Freud, attraverso l'espediente narrativo del gioco degli scacchi.
A onor del vero, per molti critici e lettori, questo rappresentò l'apice dell'arte di Stefan Zweig, il suo capolavoro.
Non è difficile trovare in questo breve racconto un forte simbolismo : Mirko Czentovic non rappresenta altro che quella politica volgare, prepotente e distruttiva del Nazismo contro la cultura, l'Europa aperta e libera, raffigurata nel personaggio del dottor B. schiacciata nella sua integrità. La scacchiera diventa quindi emblema della forza intellettuale, del non sottomettersi, della libertà.
Ma qui non c'è speranza, non c'è aiuto, quel che era una cura si trasforma in follia e porta il giocare contro se stesso a uno sdoppiamento della personalità, a una grave nevrosi.
Con finezza stilistica, Zweig ci mostra un qualcosa che vale ancor di più delle nostre, pur importanti facoltà mentali, ovvero l'umanità.
Il dottor B. non viene sconfitto dal gioco degli scacchi, altresì dall'annientamento di quei valori umani, quali la propria integrità e l'amore verso prossimo.
Proprio contro quei valori impone la sua potenza ogni dittatura.

La morte di Stefan Zweig provocò un gran clamore tra gli intellettuali e gli scrittori del tempo. Zweig rappresentava l'ultimo baluardo di una Europa colta ed elegante.
Anche a lui dopo il nulla, era seguita una forte contraddizione con se stesso che lo aveva portato alla disperazione, al nichilismo.



M.P.




Ebook :

"La Novella degli Scacchi", S.Zweig", Newton Compton.

venerdì 22 gennaio 2016

"Shakespeare and Company" di Sylvia Beach


"E venne finalmente il giorno in cui tutti i libri che potevo comprare furono allineati sugli scaffali, e fu possibile camminare per il negozio senza inciampare in scale a pioli e barattoli di pittura. Shakespeare and Company aperse dunque i battenti : era il 19 novembre 1919."




Tra le cose più belle che possono capitare ad un lettore appassionato, esiste quella di incontrare un altro lettore appassionato. Se vive nella vostra stessa casa è meglio.
Questa è la mia esperienza con mia sorella : insieme parliamo di letteratura, autori, scambiandoci libri, quasi fossimo un piccolo circolo. Ebbene questo libro è il suo.
Non potevo perdermi la lettura di questa autobiografia, scritta da quella donna che fondò la storica libreria parigina "Shakespeare and Company".
Avevo già scritto un post sulla suddetta, ma conoscevo ben poco la figura di Sylvia Beach, se non attraverso il ricordo di Ernest Hemingway, che la immortalò in un capitolo del suo postumo romanzo "Festa Mobile".
Ciò che mi ha colpito di questo libro è stato la caparbietà, il coraggio della Beach, il suo amore per i libri e il suo negozio, dove abbracciava le diverse culture nel mondo, in quegli anni liberi e fiorenti degli anni '20 del Novecento.


Scritto nel 1952, più che un'autobiografia, è un memoriale di fatti e personaggi che contribuirono alla nascita e allo sviluppo della libreria.
Sylvia Beach ( 1887-1962 ), figlia di un pastore presbiteriano di Princeton, cresce in un ambiente devoto alla cultura francese, dove nel 1917 si stabilì nella sua capitale.
Dopo la conoscenza della libraia Adrienne Monnier* ( 1892-1955 ), decise di fondare, prima, una libreria francese in America, tuttavia, visto l'alto costo di una impresa del genere nel paese d'origine, scelse invece di creare una libreria americana a Parigi sulla Rive Gauche.
La libreria "Shakespeare and Company" con i suoi scaffali colmi di libri di prosa e poesia, le sue novità letterarie, le fotografie di scrittori appese alle pareti, diventò un luogo di ritrovo di appassionati lettori e scrittori emergenti e non; un club culturale dove si leggeva e si faceva musica e letteratura.
Il riscontro favorevole inglobava via via testate giornalistiche e case editrici.
Ma le testimonianze più importanti e concrete si hanno attraverso le frequentazioni quotidiane e affettuose degli scrittori più famosi del tempo, tutti raccontati con aneddotica particolarità della Beach, pronta a coglierne le loro personalità forti e deboli.
Si hanno così i ritratti di Paul Valéry ( 1871-1945 ), del fedele André Gide ( 1869- 1951 ), "alto e bello", Ezra Pound ( 1885-1972 ), con "il suo linguaggio alla Huckleberry Finn", delle due inquiline di rue de Fleurus, Gertrude Stein ( 1874-1946 ) e Alice B. Toklas ( 1877-1967 ), Sherwood Anderson ( 1876-1941 ), padre della moderna letteratura americana e Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald :

"Devo dire che non mi sono mai preoccupata di sapere da chi sia stato influenzato il tale o il talaltro scrittore, e neanche gli scrittori giunti alla maggiore età si preoccupano molto di chi li abbia influenzati; ma per una volta tanto penso che i lettori di Hemingway debbano sapere chi gli ha insegnato a scrivere : Ernest Hemingway."

[Fitzgerald] "Gli volevamo un gran bene; come tutti quelli che lo conoscevano, del resto. Con quei suoi occhi azzurri, quella sua generosa e folle imprevidenza, quel suo fascino di bellissimo angelo caduto passò come una visione luminosa e troppo fugace per rue de l'Odeon, abbagliandoci per un momento."


Sylvia Beach fotografata da Man Ray



Al centro la Beach, con a fianco la Monnier e seduto Joyce nella libreria

Ma la grande personalità a far da padrona al libro è certamente ( e naturalmente ), quella di James Joyce ( 1882-1941 ).
La Beach dedicò tutte le sue energie e la sua ferrea volontà, per rendere glorioso il nome dello scrittore irlandese, pubblicando con rischiosi sforzi l'"Ulysses".
E' qui vengono descritte tutte le fasi e le curiosità sulla pubblicazione del romanzo più promettente dell'epoca e che doveva portare alla storia la figura della Beach e della sua libreria.
Ma quest'ultima non ne guadagnò in termini di denaro, vista l'ingordigia di Joyce, sempre bisognoso di soldi.

"Era sorprendente la quantità di cose che Joyce riusciva a vedere, con quei occhi sempre più deboli. Ma credo che di pari passo con il diminuire della vista si sviluppava in lui il senso dell'udito e sempre più egli viveva in un mondo di suoni [...] tutta l'opera di Joyce aveva ricamato sui suoni."

Il darsi esclusivamente ad un solo scrittore, la portò a rifiutare la pubblicazione di capolavori quali "L'Amante di Lady Chatterly" di David H. Lawrence ( 1885-1930 ), e "Tropico del Cancro" "Tropico del Capricorno" di Henry Miller.
Con l'avvento della Seconda Guerra Mondiale, la "Shakespeare and Company" chiuse i battenti per sempre, dopo che la Beach, durante l'occupazione tedesca in Francia, si era rifiutata di vendere "Finnegans Wake" di Joyce, ad un ufficiale tedesco.
Fu internata in un campo di concentramento per sei mesi, ma presto liberata, si nascose presso due amiche. I suoi preziosi libri furono anch'essi nascosti.

La "Shakespeare and Company", vive tuttora, in un'altra ubicazione; e chissà se ancora porta avanti il sogno della sua fondatrice : una cultura finalmente libera, da qualsiasi limitazione di età, sesso, religione o nazionalità. Un posto dove tutti cooperavano insieme per una buona cultura e un mondo migliore.




M.P.


* A lei è dedicato il libro.


Libro :

"Shakespeare and Company", Sylvia Beach, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2004

venerdì 15 gennaio 2016

"I Buddenbrook", decadenza di una famiglia, di Thomas Mann


"Non mancava nessun particolare del suo breve passato. La sua nascita, le malattie infantili, il primo giorno di scuola, l'ingresso nel pensionato di Mademoiselle Weichbrodt, la confermazione : tutto era registrato con cura e con rispetto quasi religioso dei fatti, con la minuta e corrente scrittura commerciale del console : poiché non era forse anche il più insignificante di quei fatti opera e volontà di Dio, il quale aveva meravigliosamente guidato i destini della famiglia? Che cosa ci sarebbe stato da aggiungere in avvenire sotto quel nome che lei aveva ereditato dalla nonna Antoniette? Certo tutto ciò sarebbe stato letto dai futuri membri della famiglia con la stessa devozione con cui ella seguiva ora gli avvenimenti passati."


"Buddenbrooks" ( 2009 ), Heinrich Breloer


Adoro le saghe familiari. Poter sapere quel che succederà dopo, dopo e ancora dopo, soddisfa le mie curiosità posteriori su una intera vicenda e ho trovato nei "Buddenbrook" di Thomas Mann, la saga familiare per eccellenza, la rappresentazione più riuscita di un dramma borghese di fine Ottocento.
"I Buddenbrook" hanno segnato la più bella lettura tra la fine dell'anno ormai passato e il nuovo.


Non ci si può apprestare alla lettura senza conoscere un  poco la vita del suo autore e la genesi che lo portò al compimento del romanzo.
Thomas Mann ( 1875-1955 ), nacque nella città meclemburghese di Lubecca, figlio di un importante senatore, proprietario di una florida ditta di granaglie e di un magnifico palazzo sulla Mengstrasse.
La ricchezza accumulata negli anni dai Mann, decadde alla morte del senatore e ciò coincise con le prime velleità letterarie del giovane scrittore.
Dopo aver pubblicato solo qualche novella, Thomas Mann concepì l'idea di un romanzo di più ampio respiro, come richiesto dallo stesso editore e nel 1897, nel suo soggiorno romano, cominciò la stesura della sua prima e famosa opera importante, "I Buddenbrook".
L'ispirazione di documentare lo splendore e il declino di una famiglia, gli venne dalle sue trascorse vicende familiari e il materiale gli fu fornito dalle memorie del fratello maggiore Heinrich* e per il personaggio di Tony, da un resoconto offertogli dalla sorella Julia, sulla vita di una loro zia.
Nel 1900 l'opera era terminata e l'anno seguente fu pubblicata inizialmente in due volumi e in seguito in uno solo, con un successo di pubblico effettivo in tutto il mondo.
Nel 1929 ricevette il premio Nobel per la letteratura a riscontro del suo trionfo con l'opera, entrata di diritto nella storia.

La storia inizia nell'ottobre del 1835, a Lubecca, dove il senatore e direttore di una ditta di granaglie, Johann Buddenbrook senjor, offre per parenti ed amici una lussuosa cena, per inaugurare la sua nuova e maestosa residenza sulla Mengstrasse.
Nella città, i Buddenbrook sono i massimi rappresentanti della solida e fiera borghesia tedesca con i suoi principi di dignità, rispetto e apparenza. Commercianti da secoli, essi riescono a prosperare e a superare le prime difficoltà finanziarie con ottimismo.
Alla morte del vecchio Buddenbrook, prende le redini della famiglia e della ditta il figlio Jean, già sposato e padre di quattro ragazzi : il maggiore Thomas, detto Tom, in quanto erede avviato alla carriera di commerciante, Christian, scapestrato dandy, la bella Antonie, detta Tony e la più piccola Clara.
Il romanzo si sofferma sui loro tratti psicologici e sull'infanzia ed adolescenza dei quattro, ma la morte improvvisa anche di Jean e l'ascesa di Thomas, i Buddenbrook raggiungono l'apice della fortuna. Eppure i germi della decadenza già cominciano a manifestare i loro effetti : Tom sposa la bella e malinconica olandese Gerda, che trasmette con la sua figura un'aria di inquietudine e fatalità all'interno della famiglia, Christian sfugge alle responsabilità della vita, Clara sposa un infido pastore luterano e la dignitosa Tony passa miserevolmente da un matrimonio all'altro.
Di contro vedono arricchirsi i rivali Hagenström e comprare la vecchia casa sulla Mengstrasse.
Nonostante l'elezione a senatore di Thomas e una nuova residenza nella Fischergrube, l'ultimo dei Buddenbrook, Hanno figlio di Thomas, farà calare per sempre il sipario sulla drammatica storia della famiglia.
Thomas Mann

Con questo romanzo, Thomas Mann, imprime la definita svolta nella letteratura mondiale. Il romanzo naturalista cede il passo ad un romanzo improntato per una indagine psicologica, l'ambiente e le tare ereditarie che influenzavano i personaggi, scompaiono per far posto ad una dimensione più individuale, la narrazione si fa più corposa, lo stile più fine e lo scrittore tedesco lo evidenzia attraverso il ritratto della società borghese d'anteguerra.
Mirabili le scene descrittive come la cena di Johann Buddenbrook, le riunioni della famiglia nella ospitale stanza dei paesaggi, l'ultimo giorno di Hanno, raccontato con quella viva sofferenza di speranze ormai infrante.
Grandezza e tragicità nei protagonisti, tutti osservati mediante le loro nascite, compleanni, carriere, matrimoni. E in particolare nelle figure di Thomas, Hanno, Tony.
Il primo incarnazione dei principi della borghesia, il secondo del confronto tra arte e vita, e della sopraffazione della vita sull'arte. Ambedue ritratti delle personalità dello scrittore.
Ma è Tony Buddenbrook a catalizzare l'attenzione del lettore ( buona parte del libro è dedicata a lei ), per la sua fierezza e vivacità, il suo andare avanti nonostante tutto, per la sua evoluzione; conscia del proprio ruolo si sacrifica per il bene della ditta e della famiglia.
Colpisce subito da quando giovinetta, scoprendo le carte di famiglia e l'albero genealogico, prende la penna in mano e scrive con decisione il suo destino.
Soltanto le ultime dolorose vicende mineranno il suo animo combattivo.
Ma il mondo dei Buddenbrook ruota attorno ad altre figure che fanno da sfondo corale al romanzo : le zitelle Buddenbrook della via Larga, sempre pronte a malignare, gli Hagenström, di idee più liberali, che passano sulle rovine dei loro antichi rivali.
La decadenza si compie dopo aver raggiunto l'apice della gloria e non come si vorrebbe con il dissolvimento del denaro o con le morti, ma semplicemente con l'esaurirsi delle energie della famiglia, seguendo il pessimismo schopehaueriano.
In una scena profetica, Hanno, guardando l'albero genealogico, traccia due righe parallele sotto il suo nome, e scusandosi col padre mormora : "Credevo...credevo... che non dovesse seguire altro..."

Una grande epopea sul crollo del mondo borghese che merita di essere letta e studiata, assistendo con inesorabile fatalità alle scrollate di spalle di Thomas, il mento premuto sul petto di Tony, le ombre azzurrine sul viso di Hanno...
Basi e percorsi stilistici del romanzo imperverseranno nel corso del Novecento.


"Già, così si dice...ma ci sono momenti, Friederike, in cui non c'è conforto e, Dio mi perdoni, si comincia a dubitare della giustizia, della bontà... di tutto. La vita, voi sapete, frantuma tante cose nel nostro cuore, delude tante la nostra fede...
Rivedersi?... Fosse vero!..."




M.P.



*Heinrich Mann ( 1871-1950 ), anche lui scrittore.


Libro :

"I Buddenbrook", T. Mann, Oscar Mondadori 1970

lunedì 11 gennaio 2016

Quando la cultura latita e muore la parola.


Il sette gennaio di questo anno, l'Istat ha individuato l'andamento culturale italiano dell'anno 2015 appena passato. Niente sorprese o sconcerti : l'Italia è un paese che va verso un imbarbarimento intellettuale nelle sue varie fasce generazionali, da quelle più giovani alle più anziane.
Oltre la metà della popolazione non ha mai sfogliato un quotidiano o si è poco informata su eventi o fatti del giorno, sei persone su dieci non hanno mai letto un libro, solo il 45.5 % riesce a leggere almeno tre libri all'anno e dato ancora più turbante, vengono ignorati perfino mostre, musei, concerti, teatri.
Si potrebbe trovare come capro espiatorio questa maledetta e perpetua crisi, che blocca ogni settore dell'economia; gli italiani fanno fatica a sopravvivere degnamente, figurarsi a migliorare la propria cultura o emozionarsi davanti al bello; "La disoccupazione, scriveva Emile Zola, non si accontenta di vuotare il cassetto dei risparmi, esaurisce il coraggio, abitua all'accidia."
Ma ecco viene svelato l'inganno, ogni premura si dissolve davanti a dati riassumenti che nonostante tutto siamo un paese avanzato in fatto di tecnologie, passiamo più tempo al computer tra social e applicazioni di messaggistica varie. Insomma siamo connessi con quante più persone possibili, eppure solitari nelle nostre case e poco inclini alla condivisione, agli scambi di opinione,all'ascolto, alla parola.
Non mi permetterei mai di demonizzare con ciò la potenza di internet o dei cellulari, visto che anche io ne faccio uso e inoltre, come blogger, mi si ritorcerebbe contro, ma vorrei far notare come la poca cultura stia influenzando immancabilmente le nostre vite.

Corey R.Tabor

Lavoro da poco o più di dieci anni a stretto contatto con il pubblico e chi come me si trova a confrontarsi giornalmente con le persone avrà certo constatato il difficile sforzo di interagire verbalmente con le suddette.
A volte dopo aver inutilmente pronunciato il mio "Buongiorno!" senza cortesia di  risposta, debbo cacciare le parole di bocca al cliente, ricevendo solo poche parole smorzate e non sempre comprensibili, a volte penso di non farmi capire o non essere capita, ma tra italiani non dovrebbe essere arduo. Capita che la persona in questione articoli perfino suoni indeterminati.
Le cose non vanno bene nemmeno nella forma scritta. Nell'androne del mio condominio, l'amministratore da anni propina avvisi in bacheca che devo leggere e rileggere, vista la mancanza di punteggiatura e un profluvio di frasi non chiare.
Non scrivendo più lettere siamo abituati a comporre testi sempre più stringati e abbreviati con lettere come la k e numeri. Nelle nostre ricerche il computer ha sostituito le care enciclopedie, ove rintracciando il nostro personaggio storico o un vocabolo, trovavamo altri personaggi da scoprire, altre parole da imparare.
Anche per quanto riguarda la scuola nutro una forte diffidenza per i nuovi metodi : vedo la mia cuginetta di nove anni riscrivere frasi banali e con poco senso quando, la mia generazione doveva scrivere pagine e pagine delle lettere dell'alfabeto, riproducendole in maniera impeccabile, oltre ad imparare a memoria poesie e filastrocche di Rodari.
E questo è solo ben poco rispetto a ciò che accade oggi e di cui non ci accorgiamo nemmeno.
Si sta assistendo, in definitiva, ad un imbruttimento della nostra lingua, così dolce nella sua pronuncia e bella per le sue molteplicità e di conseguenza ad un impoverimento nella comunicazione, e la colpa dove la si può trovare se non nella latitanza della cultura?
In un paese dove le biblioteche chiudono, le scuole cadono a pezzi non solo nella struttura fisica bensì pure morale, dove i luoghi di interesse giacciono sepolti da muschi e erbacce, proprietà di avidi politicanti, dove si impostano insulsi e abominevoli processi alla libertà di parola, come avvenuto allo scrittore Erri De Luca, e per ristrutturare patrimoni mondiali come il Colosseo o Pompei si avviano palleggiamenti tra enti, regione e provincia. Quale esempio si può dare al nostro popolo? Dove ci vogliono imbavagliati, chiusi di mente e conformisti, perché la cultura fa paura, perché la cultura è espressione di sopravvivenza; il pensiero, le idee, la parola smuovono barriere, confini, ottusità, maschere, dittature, omertà, corruzione, terrorismo, pregiudizi, egoismo.
Il silenzio è chiusura, la parola apertura e libertà.




M.P.

mercoledì 6 gennaio 2016

Elizabeth Ratcliff : la cameriera artista.


Come lo scorso anno, anche questo voglio inaugurarlo con post sull'arte o meglio su una figura poco conosciuta e lontana dal nostro paese e dalle nostre tradizioni eppure degna di essere appresa come io stessa ne venni a conoscenza.

Ad Erddig, nel Galles, una tranquilla e rigogliosa cittadina fuori Londra, si trova una dimora storica da sempre ritenuta dagli inglesi una delle più belle.
Essa apparteneva ad una importante famiglia del posto, gli Yorke, che portarono avanti la ricca tenuta fino al 1973, quando la National Trust, una organizzazione che ancora oggi si occupa del patrimonio artistico del paese, la rilevò.
La casa oltre presentare un arredamento lussuoso con mobili d'epoca, vanta una collezione unica e magnifica di oggettistica, tessuti, ricami e quadri di raro valore.
Caratteristica curiosa è invece la galleria dei ritratti, ma non dei signori, bensì degli inservienti che si avvicendarono nella casa, ognuno con sotto una frase o poesia a ricordarne la memoria; una tradizione che rimarcava la benevolenza e il rispetto degli Yorke verso i propri domestici.
Ma tra i vari ritratti che si susseguono, manca quello di una donna. Questa non fu per la famiglia solo una cameriera, come si potrebbe credere, altresì una artista di grande talento quanto mai se ne sarebbe trovato in una umile donna di servizio : Elizabeth Ratcliff.


Poco si conosce della vita di Elizabeth Ratcliff : nacque nel 1735 da un orologiaio e divenne ben presto cameriera personale di Dorothy Yorke, nata Hutton, sposa di Simon Yorke I di Erdigg.
Sotto la dinastia degli Hannover, le donne non avevano il potere o il diritto di realizzarsi in un campo letterario o artistico, tanto più di umili origini. Essa poteva esprimersi con tacita sottomissione solamente all'interno della propria casa.
Nonostante ciò, gli Yorke capirono il valore della loro cameriera attraverso le sue creazioni di ritratti, disegni, modelli, ricami e copie di lavori di Van Dyke e Drouais.
Pagarono per fornirle una educazione più completa e "Betty la piccola", come veniva chiamata, ringraziava la veneranda famiglia esprimendo il suo genio artistico nelle lavorazioni di oggetti preziosi e di difficile e complicata realizzazione. Nel corso degli anni le commissionarono numerose opere, che ne andavano poi vantando nella cerchia di amici e familiari. Le sue abilità divennero fonte di discussione e apprezzamento nella zona.
Nel 1767 completò nientemeno che una pagoda cinese di cinque piani, con campanellini agli angoli, pietre colorate e vetro come decorazioni e mica e madreperla per la base; tutto su modello di quello a Kew Gardens.



Quantunque il progetto più ambizioso e scenografico fu compiuto nel 1773, quando riuscì a ricreare le rovine del tempio del Sole a Palmira. 
In una atmosfera decadente e romantica, si stagliano le rovine del sito di Palmira : il tempio di Bel, qua e là resti di colonne, tutto rappresentato in modo realistico e al tempo stesso sognante. Anche questo in mica e madreperla. Impressionante fu l'accuratezza dei dettagli e della lavorazione.
Elizabeth si ispirò ai disegni, allora molto conosciuti, del disegnatore Robert Woods e alle prime scoperte del sito archeologico.



Gli Yorke furono fieri dell'opera tanto che chiamarono un famoso artigiano per costruire una teca tale da proteggerne il prezioso modello.
In molti a Erddig vennero ad ammirarlo. Per "Betty la piccola" fu l'apice del suo successo.
Ma la storia di Elizabeth non si concluderà in una sfolgorante carriera : pur occupando una posizione considerevole per l'epoca, rimase sottomessa al proprio ruolo.
In una lettera di Lady Yorke al figlio, risalente al 1768, lamentava la sfrontata superbia di Betty ( pur comprendendo le sue doti ), e gli innumerevoli lavori domestici di cui non sapeva più occuparsi, senza l'aiuto costante di lei, troppo immersa nell'arte.
Alla morte di Lady Yorke, nel 1787, ricevette una generosa rendita e di lei non si seppe più nulla.
Se ne andò in un angolo dimenticato della storia come altre donne artiste del passato.





M.P.



Erddig National Trust