venerdì 26 febbraio 2016

Jeanne Hébuterne, la pittrice mancata


"Jeanne Hébuterne, nata a Parigi il 6 aprile 1898, morta a Parigi il 25 gennaio 1920, compagna di Amedeo Modigliani, devota fino all'estremo sacrifizio." (Epitaffio).


"Jeanne Hébuterne con Capello" (1918), A. Modigliani

Raramente nel corso della storia le donne hanno saputo e potuto liberamente seguire il loro corpo e la loro anima contemporaneamente. Alcune ne hanno seguito unicamente la loro anima, tralasciando gli affetti e la loro identità. Altre come Jeanne Hébuterne si sono lasciate andare in balia del proprio corpo, trascurando la fame della loro anima ed intelletto.
Nessuno saprebbe dire cosa sarebbe diventata Jeanne Hébuterne, se avesse assecondato la musa dell'arte.


Jeanne Hébuterne proveniva da una famiglia francese cattolica e conservatrice. Soprattutto votata all'arte.
Il fratello maggiore André era uno stimato e conosciuto pittore di paesaggi. Jeanne minuta, dai capelli castani con riflessi rossi e un incarnato etereo, era una ragazza intelligente, forte, seria, con grandi doti da pittrice e conoscitrice sensibile dell'arte.
Era stata allieva dell'Académie Colarossi, una scuola, centro importante della Belle Epoque che accettava studentesse e permetteva loro di dipingere modelli maschili nudi.
Ad un ballo mascherato di carnevale del 1917, conobbe Amedeo Modigliani (1884-1920), che la prese come compagna e musa fino alla morte.
Modigliani si trovava nell'ultima fase della sua vita e carriera artistica : era da poco uscito da una turbolenta relazione con la poetessa inglese Beatrice Hastings, malato e poco apprezzato nella scena artistica parigina.
Nonostante l'opposizione familiare, nel luglio dello stesso anno, Jeanne andò a vivere con Modigliani, affittando uno studio a Montparnasse.
Qui condussero un'esistenza bohémienne, in ristrettezze economiche, mangiando nei café degli artisti, frequentando le mostre. Dipingevano insieme o per lo più era Modigliani che dipingeva Jeanne mentre lei suonava il violino. L'artista italiano ne riconosceva lo spiccato talento ma la giovane donna sottometteva il suo genio a quello più rivoluzionario del compagno. Soprattutto credeva nelle sue opere.
Nel marzo del 1919 scoprì di essere incinta e durante le ultime fasi della Grande Guerra, si rifugiarono nel sud della Francia.
Modigliani ritrasse innumerevoli volte la donna durante le fasi della gravidanza, con il volto pieno di dolcezza e il ventre che aumentava.
Eppure l'esistenza dei due peggiorava di giorno in giorno, dopo la nascita della piccola Jeanne*, il pittore era ritornato alle sue sregolatezze, intrattenendo relazioni con altre donne, perdendosi nelle viziose strade di Parigi, dipingendo sempre con forsennatezza.
Jeanne di nuovo incinta nell'aprile del 1919, era un dipinto sbiadito, imparagonabile ai ritratti dei primi anni della loro collaborazione. Si era data tutta a Modigliani, per la sopravvivenza sua e della sua arte.
Ma lei continuava a disegnare, a dipingere nei pochi momenti di quiete, a riprendere i colori e dare sfogo ad una molteplicità di opere dalle tante interpretazioni.


La Hébuterne amava ritrarre le figure femminili e in particolare la sua. Diversamente dai dolci dipinti dai toni scuri e linee allungate che le faceva Modigliani, Jeanne si ritraeva nel suo spirito più deciso, forte, gli occhi maliziosi e fermi, lo chignon alto o con due trecce abbandonate sulle spalle, una vasta gamma di colori accesi di gusto orientaleggiante. Pur influenzata dal pittore italiano, si notano nelle sue opere divagazioni gauguiniane e post-impressioniste.
Nella "Natura Morta" in un ambiente disadorno e minimale, si intravedono un pianoforte chiuso con sopra uno spartito lasciato aperto. Di fronte un mazzo di fiori ancora incartato e a rendere ancora più angoscioso il tema, la presenza di candelieri vuoti. Tutto eseguito con una grande qualità espressiva.
Ma è nella "Sucida", tra gli ultimi lavori della donna, si scorge tutto il suo dramma intimo. Jeanne si dipinge nella sua camera, in un letto di un bianco disturbante, il corpo reclinato in una posa sgraziata.
Si è appena pugnalata mentre nel petto sgorgano le prime gocce di sangue, il ventre gonfio (era alla seconda gravidanza); il colore rosso dei capelli, del sangue, della gonna e il bordo del letto dominano la scena.

"Natura Morta"

"La Suicida"

"Natura Morta"

Ma un triste inizio vuole una fine ancora più tragica.
Amedeo Modigliani consumato dalla tubercolosi e dall'alcol, fu trovato una mattina di gennaio del 1920 inerme nel proprio letto. Accanto a lui la compagna al nono mese di gravidanza.
Il ventiquattro, Modigliani morì nel letto di un ospedale, circondato dagli amici.
Jeanne rimase calma ed impassibile alla sua morte, guardando a lungo il suo uomo.
Due giorni dopo, però, alle quattro del mattino, si gettò dal quinto piano della casa, "questa ragazza, così piena di talento, così assoluta nel suo amore per Modigliani morì sul colpo."**

Quella di Jeanne Hébuterne è ancora oggi una storia che si può raccontare attraverso i capolavori di Modigliani : il volto a forma di cuore, gli occhi azzurri, l'aria pensosa; l'anima invece è nei suoi autoritratti.
Ventiquattro anni dopo un operaio trovandosi nell'atelier di André Hébuterne, reperì inaspettatamente alcune tele di Jeanne, volutamente abbandonate prima della morte.



M.P.



*Jeanne Modigliani (1918-1984), divenne in seguito una storica dell'arte.
** Cit. "Modigliani", Rizzoli Editore.



Fonti :

"Storia delle Altre", Elizabeth Abbott, Mondadori 2011
"Modigliani", Rizzoli 2004

lunedì 22 febbraio 2016

"Amleto" di William Shakespeare


"Se sei un uomo, dammi la coppa.
Lasciala. Per il cielo, la prendo io!
O Dio, Orazio, quale nome ferito,
Se le cose rimangono sconosciute, lascerò
Dietro di me. Se mai mi tenesti
Nel cuore, rinuncia per un poco alla felicità,
E in questo mondo feroce respira con dolore
Per dire la mia storia."
(Atto V, scena II)


Il ventitré aprile di questo anno si ricorderanno in tutto il mondo, e in particolare in Inghilterra, il quattrocentenario dalla morte di uno dei maggiori autori della letteratura, colui a cui tanti successivi scrittori si sono ispirati, preso a modello, cavalcato la sua fantasia inarrestabile e surreale : William Shakespeare, morto nel 1616.
Tra le tante commemorazioni sui vari social, la più lodevole e interessante è quella creata da Scratchbook, proponente una rilettura di gruppo, ogni mese, su un capolavoro del più famoso rappresentante di Stratford-upon-Avon.
Mancando al primo appuntamento nel mese di gennaio, la rilettura, questa volta dell'"Amleto", non poteva sfuggirmi a lungo.
L'"Amleto" non ha bisogno di presentazioni; essa rappresenta l'opera più lunga, influente, moderna di Shakespeare, nonché quella più riprodotta in tutto il mondo,e allo stesso tempo enigmatica e pregna di significati ancora oscuri.
Parlare dell'"Amleto" è come interpretare "La Gioconda" di Da Vinci, possibile ma irraggiungibile visto il suo mondo lontano che oggi non capiamo più.
Scriverne una recensione non è impresa facile, ed è giusto affidarsi alle poche fonti, alle nostre opinioni e la nostra visione moderna.

Scritta tra il 1599 e il 1600, si colloca in un periodo determinante della storia inglese : l'approssimarsi della fine del regno di Elisabetta I (morta nel 1603), comporta grave instabilità politica, apprensione e lotte per il potere;non molto lontano avverrà la feroce ribellione del conte di Essex (1601), respinta con non poca fatica dalla regina vergine. L'avvento del nuovo secolo segnerà l'uscita dall'Inghilterra dal suo Medioevo e l'entrata nel Rinascimento.
L'opera risente ineffabilmente da queste due posizioni, da una parte l'Inghilterra ancorata alle sue tradizioni storiche, dall'altra le prime teorie rinascimentali che dall'Italia si affacciavano per la prima volta nello stato inglese. Se l'Italia diede il meglio di sé nell'arte e nella letteratura, l'Inghilterra sceglierà la sua manifestazione migliore, il teatro.
Per l'"Amleto" Shakespeare si ispirò alla mitica figura di Amleth principe dello Jutland, la cui storia  era già stata scritta dal cronista medioevale Saxo Grammaticus (1150-1220), nella sua opera "Gesta dei Danesi" e in seguito rielaborata da Francois de Belleforest (1530-1583), nel 1570, Shakespeare ampliò e ne caratterizzò meglio la trama.

Ad Elsinore, la capitale del regno danese, il principe Amleto è straziato dal dolore per la morte del proprio padre, lo zio ne ha preso la corona sposando la vedova regina. Ma quando al principe appare lo spettro del padre defunto che rivela di essere stato ucciso dal nuovo re e chiede di essere vendicato, Amleto pur comprendendo l'orrore e la corruzione del mondo intorno a lui, tentenna, rimane attanagliato dal dubbio, prima sulla veridicità dello spettro, poi sulla colpevolezza dello zio, si finge pazzo, escogita un piano per scoprire la verità arrivando a perdere anche l'amore della bella Ofelia, eppure seguita nelle sue incertezze nella sua staticità, fino all'epilogo terrificante.

Jean Simmons è Ofelia in "Hamlet" (1948), regia L. Oliver

Nessun personaggio shakespeariano ha lo stesso ruolo centrale del romantico, pallido principe danese. Mentre nelle altre opere si dipanano vicende secondarie alternate a quella principale, in "Amleto" se ne segue una sola, il cui fulcro ritorna sempre al suo protagonista.
Rispetto alle altre figure che si muovono e fanno dell'azione la loro caratterizzazione, Amleto pur nel dubbio è una autorità statica, sconvolto dalla dualità di essere (vivere) o non essere (morire), invidioso della forza che fa muovere il principe Fortebraccio per una piccola causa, lui che non osa farlo per vendicare il padre.
Nel Medioevo inglese i personaggi letterari accettavano qualsiasi cosa capitasse loro con pacata rassegnazione,perché veniva dal cielo, Amleto scardina questa concezione, si lamenta, impreca contro se stesso, gli uomini, la sorte. Una filosofia evoluta che si faceva strada in quell'epoca.
Per questo di non facile presa, poco incline all'affezione del lettore, il protagonista appare nonostante ciò il più moderno e vicino a noi nelle sue inquietudini, nella sua inerzia e finta follia lucida.
L'"Amleto" meglio simboleggia il dramma nel teatro o teatro della vita con le sue passioni forti, tragedie, casualità. Il resto è silenzio.


"Un nobile cuore si spezza. Buona notte,
Dolce principe, e voli di angeli
Ti portino contento al tuo riposo."
(Atto V, scena II )




M.P.





Libro :

"Amleto", W. Shakespeare, Feltrinelli 2001





venerdì 12 febbraio 2016

"La Gioia di Vivere" Emile Zola


"Quando sbucarono a piedi della scogliera rimasero impressionati dallo spettacolo che li attendeva. La marea, una delle grandi maree di settembre, saliva con un fragore pauroso. Non l'avevano annunciata come pericolosa; ma la burrasca che fin dal giorno innanzi soffiava da nord la gonfiava così smisuratamente che all'orizzonte si innalzavano montagne di acqua e rotolavano vorticose e si schiantavano sulle rocce. In lontananza il mare era nero, sotto l'ombra delle nubi galoppanti nel cielo livido."


"Mare Agitato ad Etretat" (1883), C. Monet


E' da ottobre dello scorso anno che non dedico tempo alla lettura delle opere dello scrittore francese Emile Zola (1840-1902), e nella ricerca spasmodica dei suoi romanzi, da appassionata, mi sono imbattuta in uno dei meno noti.

"La Gioia di Vivere" uscì a Parigi nel Febbraio del 1884, dodicesimo romanzo appartenente ciclo dei Rougon-Macquart, subito dopo "Il Paradiso delle Signore".
Il romanzo non ebbe il successo dei precedenti, visto la debolezza della sua narrativa, la poca potenza del messaggio con l'aggiunta di una trama statica e poco sorprendente.
"La Gioia di Vivere" fu più un romanzo personale dello scrittore, nato più da un particolare momento della sua vita che offerto al pubblico dal suo genio creativo.
Il 1880 fu un anno molto doloroso : vide morire i suoi punti di riferimento che erano in quegli anni la madre Emilie Aubert e lo scrittore Gustave Flaubert (nato nel 1821).
Quest'ultima opera corrispondeva al suo stato d'animo di dolore e rassegnazione, come accettazione del destino che riserva ognuno alla propria esistenza.

Ambientato nel 1863 nel borgo marinaro di Bonneville, a pochi chilometri da Arromaches-Les- Bains in Normandia, la storia si dipana in dieci anni.
Pauline figlia dei coniugi Quenu (protagonisti nel "Ventre di Parigi"), rimane orfana e presto adottata da alcuni parenti paterni, gli Chanteau.
Questi, famiglia borghese in rovina, è orgogliosa di poter crescere questa ragazza dalla ricca rendita futura.  Ma l'onestà che pervade inizialmente la surrogata famiglia, si guasta. Gli Chanteau approfittano della semplicità e della bontà di Pauline per sottrarle i soldi per ogni futilità quotidiana e le imprese fallimentari del cugino Lazare. A ciò si aggiunge anche il loro risentimento e l'odio per l'impossibilità di risarcirle il denaro. Pauline resiste agli insulti e alle malevolenze con spirito di sacrificio.
In una cornice impressionista, dove il mare burrascoso e violento, mangia poco alla volta il villaggio di pescatori votati alla rozzezza e al vizio, di cui la fanciulla si fa carico con la solita positività e disinteresse, cresce il suo amore per il cugino, infiammato dalle opere del filosofo Schopenhauer e dedito al pessimismo e al nichilismo.
Nonostante l'impegno con la cugina, Lazare sposa per capriccio una ragazza di alto ceto Louise. Il matrimonio fallisce dopo pochi mesi per le loro nature nervose e depresse, ma l'unione con i suoi contrasti prosegue.
Pauline rimarrà ad allevare il loro figlio Paul, sempre con la stessa resistenza e fiducia nella vita.


Fulcro dell'intero romanzo è Pauline, figura diversa dalle altre donne presenti nei romanzi di Zola, in forte antitesi con la cugina Nana*, come quest'ultima era il prodotto del vizio, la prima diviene frutto dell'onestà, della bontà d'animo, del sacrificio di se stessi per gli altri, che raggiungono iperbole utopistiche.Non si può non rivedere nella protagonista, la buona Félicité di "Un Cuore Semplice" dei "Trois Contes" di Flaubert.
Tracce distintive di Emile Zola si ritrovano invece negli abitanti del borgo marinaro, ebeti spettatori, affascinati dalla potenza del mare, ignoranti ed increduli di fronte alla catastrofe, nella corruzione degli Chanteau e nel parto terribile di Louise, scena centrale del libro.
A contrastare la cupezza del romanzo, ci imbattiamo sempre in Pauline, unico, vero personaggio schopenhaueriano, simbolo della teoria della pietà universale che equilibra la filosofia del dolore e del nulla.




M.P.




*Pauline figlia di Lisa Macqurt, a sua volta sorella di Gervaise madre di Nana.





Libro :
"La Gioia di Vivere", E. Zola, Bur 2015

venerdì 5 febbraio 2016

La Toeletta della Duchessa di Parma, vestigia ed eclettismo


La bellezza e la funzionalità dell'arte si manifestano sempre in un ventaglio di infinite variazioni : dalla pittura alla scultura, la moda, il cinema, il cibo, la musica, gli arredi.
Anche un semplice accessorio, benché frivolo, può trasformarsi in un'opera d'arte, come abbiamo visto con la casa delle bambole di Petronella Oortman e racchiudere nel suo interno la storia di chi lo ha posseduto e contemporaneamente trasmettere la cultura e il costume di un'epoca passata.


Alla prima esposizione universale del 1851, così a lungo voluta dal Principe Alberto, avvenuta nella ambiziosa Londra vittoriana; una folla innumerevole di visitatori nell'incredibile edificio in vetro del Crystal Palace, tra mille meraviglie, si attardò con particolare riguardo davanti ad un mobilio di estrema eleganza e ricercatezza, che si distingueva per la presenza di affascinanti stili diversi : la toeletta della duchessa di Parma.
Questo mobile-gioiello in legno dorato e specchi rappresentava un capolavoro nelle arti figurative, la cui fabbricazione era conosciuta in gran parte da molti all'epoca, come era conosciuta la persona che attendeva di utilizzarlo.
Nella Francia politicamente instabile degli anni '30- '40 dell'Ottocento, sedeva allora sul trono Luigi Filippo (1830-1848), che quindici anni primi grazie alla Rivoluzione di Luglio, si era dichiarato re dei Francesi estromettendo così dalla successione Enrico di Borbone, figlio del detronizzato Carlo X ( 1778-1820).
Nondimeno, nel 1845 si celebrò il matrimonio tra Luisa Maria di Borbone (1819-1864), nipote dell'ex re Carlo X, e del futuro duca di Parma e Piacenza Carlo III (1823-1854).
Le nozze ebbero luogo nel Castello di Frohsdorf, nella Bassa Baviera e dovevano rispolverare e mostrare al mondo la magnificenza mai dimenticata dell'Ancien Régime sotto i Borboni, guardando con occhi malevoli gli "usurpatori".
In quel lieto evento le dame legittimiste di Francia si unirono e mediante una sottoscrizione, commissionarono questo tavolo con accessori per toeletta per la "piccola figlia di Francia".
Nacque come una delle creazioni più lussuose del tempo, iniziata nel 1845 e conclusa sei anni dopo.
Come il pittore greco Zeusi per ritrarre la bellissima Elena, scelse le fanciulle più belle, ritraendone le loro parti più perfette, questa volta era l'opera che richiedeva i migliori artisti del tempo, ognuno specializzato nella propria maestria.
Il brillante orafo francese Francois-Désiré Froment-Meurice (1802-1855), si avvalse della collaborazione di un architetto, due scultori, un ornatista e due smaltatori.
La struttura fu realizzata in legno di quercia, usando nella composizione oro, argento, rame, bronzo, ferro, vetri blu, smeraldi e granati,  tutto rifinito con estrema puntigliosità e un colpo d'occhio di esuberanza e maestosità.
Il filo conduttore dell'opera stessa era l'esaltazione della Francia tradizionale, della dinastia dei Borboni con i suoi valori e diritti, con i suoi principi di monarchia assolutista, di governare non tramite il volere del popolo, ma il consenso di Dio.
I gigli e le rose simboli della nazione si uniscono all'edera, da sempre accostata alla fedeltà matrimoniale, quattro cupidi reggono il prestigioso mobile, mentre in alto troneggia lo specchio monumentale. La brocca e il catino richiamano insieme la cultura islamica e rinascimentale, i portagioie convertiti in reliquari medioevali, raffigurano venti nomi importanti di Francia e al contempo tutto prorompe in rievocazioni dell'arte dal XII al XVII secolo.
Questo lavoro di propaganda rientrava nella corrente degli ecclettismi, una combinazione di elementi tratti dai vari stili storici, che si impose intorno alla seconda metà del XIX secolo, dove gli artisti credevano nello studio del passato, cercando di omaggiarlo nelle loro reinterpretazioni.
Nella toeletta della duchessa di Parma collimano le due diverse culture di Oriente e Occidente.

Non si conoscono le reazioni di Luisa Maria di Borbone davanti a tale manufatto, certo è che lo adoperò solo per otto anni. Nel 1854 il marito Carlo III rimase ucciso in un attentato, la duchessa rimase reggente per il figlio fino al 1859, quando il ducato di Parma venne annesso al Regno di Sardegna.
Le ultime vestigia era cadute.
Sic transit gloria mundi.



M.P.





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