giovedì 24 marzo 2016

"Gli Anni della Leggerezza" di Elizabeth J. Howard


"Five o' Clock Tea", Edward Cucuel 

La lettura di questo lungo romanzo è stata dipesa dai passaparola di alcune persone che seguo e alle loro buone opinioni espresse nelle loro recensioni.
Eppure ancor più dei consigli è stato quel titolo evocativo e lungimirante ad accattivarmi a darmi l'immagine di un mondo lontano e suggestivo, chissà in quali terre o anni.
E quell'illusione lontana non è stata smentita o sminuita nella successione delle pagine di questo libro voluto fortemente dalla casa editrice Fazi, che ha pubblicato e continua a puntare sulla sua poco conosciuta autrice inglese. Un successo gradito e un tam-tam letterario che a pochi giorni di distanza dall'uscita del secondo volume promette un numero ancora più alto di lettori.
Di questa misconosciuta scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014), figlia di un ricco mercante di legname, dalla vita dalla vita tumultuosa fatta da un passato come attrice e modella in gioventù, tre mariti e molti amanti sempre sulla scena mondana e negli ultimi anni passati nell'esercizio della scrittura, la sua lunga esistenza ha inoltre cavalcato tutti gli scenari importanti della seconda metà del Novecento.
Proprio verso gli ultimi anni del secolo scorso furono pubblicati i suoi capolavori, composti nella cosiddetta "Saga dei Cazalet", un'affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
"Gli Anni della Leggerezza" sono il primo dei cinque volumi della saga, pubblicato in Gran Bretagna nel 1988.


A Home Place nel Sussex, casa padronale dei ricchi commercianti di legname, i Cazalet, trascorrono le ultime due estati 1937-38, prima dell'inizio del secondo conflitto, ben quattro famiglie con al seguito i loro domestici e camerieri, insieme ai due capostipiti, vetusti personaggi di un epoca passata e lontana soprannominati il Generale e la Duchessa.
Tra ciò che resta della vecchia società vittoriana scorrono ordinarie e convenzionali le esistenze private dei singoli componenti, compleanni, ricorrenze, riunioni, ma che interiormente ognuno di loro nasconde o vive un rancore, una delusione, un sogno o una speranza. Vengono mostrate le figure maschili, a volte vili, perversi ed incapaci di guardare la realtà, quelle femminili chiuse nel proprio ruoli di madri e mogli, con i loro dolori quotidiani eppur sofferti nel silenzio.
Drammatiche vicende si intersecano anche nei bambini e nelle splendide figure di Louise, Polly e Clary, determinate e fragili, diverse immagini della giovinezza della scrittrice.
Ogni ritratto è scandagliato e smosso con l'abilità e la maestria che solo un inglese sa apportare, fuori la campagna inglese e Londra nell'incessante e abitudinario fluire della quotidianità snobistica e indaffarata. Macro e microcosmo che si combinano, fuori la normalità, dentro il caos.
E in tutte queste concatenazioni ad aleggiare un po' in lontananza, l'ombra dell'uomo che potrebbe cambiare l'ordine della vecchia e confusa Europa, Adolf Hitler.

Con questo romanzo Elizabeth Jane Howard voleva analizzare i fattori sociali ed umani che avrebbero cambiato la vecchia Inghilterra allo scoppio del conflitto e la posizione che avrebbe determinato il futuro destino della donna. Un'opera narrativa dallo stile imponente e fluido, fatto di piccole intimità che ricordano da vicino la psicologia e le individualità dei "Buddenbrook" e delle grandi saghe familiari di fine ottocento.
Gli anni della leggerezza di cui parla l'autrice non sono altro che l'ultimo periodo all'apparenza spensierato, eppur carico di incertezze e presentimenti del vecchio mondo. Un punto di domanda sull'avvenire, celato da una effimera sicurezza.



M.P.




Libro :

"Gli Anni della Leggerezza", E. J. Howard, Fazi Editore.

giovedì 17 marzo 2016

Processo agli autori : sei casi giudiziari nel mondo letterario


Era da molto tempo che volevo comporre un articolo riguardante processi famosi nel corso della storia contro alcuni scrittori. Inizialmente la volontà era quella di scrivere sulle tristi e ignobili vicende del processo contro lo scrittore Oscar Wilde, ma ho pensato a quanti altri uomini di cultura avevano subito lo stesso trattamento, di qui la scelta di selezionare e approfondire i più conosciuti.
Ciò anche davanti alle recenti denunce del Pen International, l'associazione inglese che si occupa di difendere tutti gli intellettuali del mondo. Attualmente l'organizzazione segue novecento casi di intellettuali e scrittori imprigionati, torturati ed uccisi per il fatto di dare libero sfogo alle loro opinioni, idee o contrasti contro un regime o una società.
Tante voci di donne e uomini messe a silenzio, per perpetrare un'idea di falsa democrazia, di falsi valori civili e morali, dando l'immagine di una libertà o giustizia inarrivabile o illusoria.
Non sentiamoci quindi con la coscienza a posto oggi, noi del ventunesimo secolo, poiché nulla purtroppo è cambiato.


"Ero certo e sicuro, o Claudio Massimo, e voi tutti consiglieri, che un vecchio famigerato come Sicinio Emiliano sarebbe ricorso, in mancanza di fatti criminosi, a una valanga di ingiurie per sostenere l'accusa contro di me. Si può accusare benissimo un innocente qualsiasi, ma non lo si può condannare se non è colpevole... Mi assalirono all'improvviso tutti insieme e mi ricoprirono di ingiurie, accusandomi di praticare malefici magici, nonché della morte di Ponziano, mio figliastro."
("Apologia", Apuleio)
Di cause intentate a scrittori ve ne sono molte, ma vi è una antica da cui scaturì un vero monumento letterario. Questo è ciò che ne fece Apuleio.
Il celebre scrittore e filosofo latino si trovò intorno al 158 d.C. (sotto il regno di Antonino Pio), a dover risolvere una questione molto delicata, di cui mai si sarebbe aspettato. Mentre si trovava ad Oea (oggi Tripoli), ospite del suo compagno di studi Ponziano, si unì in matrimonio con la madre di lui, la ricca Emilia Pudentilla, vedova da quindici anni.
Ma alla morte di Ponziano, il fratello minore Sicinio Pudente istigato dal suocero di Ponziano, accusò Apuleio di aver adescato Pudentilla per la sua ricchezza, attraverso le arti magiche e ucciso lo stesso Ponziano. Le paure della famiglia erano chiaramente di poter perdere il ricco patrimonio nelle mani di Apuleio.
L'accusa di magia era nell'impero romano tra le più temute, visto che l'imputato poteva incorrere nella massima sentenza, ossia la pena capitale, questa secondo la legge emanata da Silla nell'81 a.C., la lex Cornelia de sicariis et veneficis.
Davanti al proconsole romano Claudio Maasimo, i parenti di Pudentilla accusarono lo scrittore di possedere oggetti inconsueti come dentifrici o specchi, Apuleio da grande e carismatico oratore, si difese con abilità ed energia e fu prosciolto (non si sa però se con formula piena), mostrando il testamento che includeva come erede non lui, bensì Pudente.
Da questa esperienza nacque l'opera "Apologia o Pro se de Magia Liber", in cui l'autore ricostruì le sue vicissitudini in tono beffardo e scherzoso, mediante episodi e digressioni.
L'"Apologia" risulta tutt'ora l'unico testo di arringa giudiziaria di quel periodo giunto fino a noi.

Tra i più atroci processi addebitati ad un intellettuale che la storia ricordi, va sicuramente menzionato quello contro lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881).
Dopo i moti rivoluzionari borghesi che imperversarono nell'Europa del 1848, la Russia sotto la guida  Nicola I (1825-1855), approntò una feroce repressione contro qualsiasi forma di ribellione politica o sociale, tale da rovesciare lo status quo dell'imperialismo russo volto al nazionalismo e alla censura di qualsiasi forma di pensiero e di libertà.
A tal proposito il ventitré aprile del 1849 venne arrestato, insieme ad una ventina di persone, Dostoeskij, accusato di aver aderito a circoli intellettuali socialisti con scopi sovversivi. Lo scrittore, già famoso nel suo ambiente per aver dato alle stampe romanzi come "Povera Gente", "Il Sosia" (1846), "Le Notti Bianche" (1848), si era reso inoltre colpevole, di possedere la famosa lettera a Gogol, dove l'autore Vissarion Belinskij (1811-1848), denunciava lo scrittore Gogol di essere passato al servizio dell'imperatore, rinnegando il proprio dovere di letterato. La lettera era stata dichiarata pericolosa ai fini politici e quindi censurata.
Nei mesi che seguirono il processo, Dostoevskij imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo, si difese vanamente, asserendo di non aver partecipato mai ad una cospirazione e di aver letto la lettera esclusivamente per il suo monumento letterario. Tutto inutile.
Il sei novembre dello stesso anno venne condannato a morte. Il ventidue dicembre mentre aspettava la morte sullo spiazzo di Semënovskij, venne graziato all'ultimo momento, commutando la pena in lavori forzati in Siberia. Il governo russo usava infatti la mancata esecuzione come una atroce messa in scena punitiva, concordata giorni prima.
Iniziava quindi il periodo più drammatico per lo scrittore russo : il ventiquattro dicembre venne deportato in Siberia e rinchiuso nella fortezza di Omsk. Ritenuto tra i criminali più pericolosi, gli vennero legati mani e piedi, trascorrendo i giorni e le notti nella visione di un completo abbandono della dignità umana, le cui poche consolazioni arrivavano attraverso le letture dei suoi amati libri.

"La nostra casa di pena stava all'estremità della cittadella, proprio sotto le fortificazioni. Se a caso guardi dalle fessure della palizzata il mondo di Dio, per scoprire almeno qualcosa, vedrai soltanto un pezzettino di cielo e un alto rincalzo di di terra dove crescono le erbe della steppa e le sentinelle che ivi passeggiavano notte e giorno; e pensi che là tu dovrai passare anni interi e potrai soltanto guardare  attraverso le fessure della palizzata e vedrai sempre quel rincalzo di terra, quelle sentinelle e quel pezzettino di cielo, non del cielo che è sopra alla casa di pena, ma di un altro cielo lontano e libero."
("Memorie della Casa dei Morti")

Dopo nove anni, il 18 marzo 1859 ritornò a San Pietroburgo.


Mentre approfondivo la storia sui processi agli autori nel corso della storia, non potevo dimenticarmi di quello avvenuto a Oscar Wilde. La commozione davanti alle sue tristi vicissitudini è tutt'ora molto forte ed attuale. Questo perché ancora oggi, che si fa un gran parlare su che cosa sia l'amore e quali siano le sue limitazioni, se ce ne sono, la storia di Wilde è diventata un simbolo per tanti.
Nel 1891 lo scrittore irlandese Oscar Wilde (1854-1900), poeta, brillante commediografo e idolo dell'aristocrazia e della classe dirigente, conobbe e si innamorò un giorno d'estate, di un aristocratico rampollo scozzese, Lord Alfred Douglas (1870-1945), detto Bosie, poeta e studente ad Oxford.

Oscar Wilde

La loro relazione fu tenuta pressoché nascosta, non soltanto perché Wilde era sposato, ma soprattutto per non temere ritorsioni, visto che l'omosessualità era perseguibile nella società vittoriana.
Ma i continui litigi tra i due e il carattere capriccioso di Bosie, misero allo scoperto la relazione.  In particolare il padre di quest'ultimo, il marchese di Queensberry, cercò in tutti i modi di ostacolare il rapporto e salvare la reputazione della famiglia.
Il diciotto febbraio 1895, a quattro giorni dal debutto della commedia "L'Importanza di chiamarsi Ernest" di Wilde, il marchese di Queensberry lasciò presso l'Albermale Club un biglietto in cui accusava lo scrittore di "atteggiarsi a sodomita".
Wilde consigliatosi con Bosie, querelò per diffamazione Queensberry, che venne arrestato il primo marzo. Ma avvenne allora l'inaspettabile. Oscar Wilde si trovò da accusante a accusato.
Attraverso dei testimoni fu confermata la veridicità circa la natura sentimentale dello scrittore, vennero letti anche stralci del suo "Ritratto di Dorian Gray" per avvalorare i suoi contenuti "spiccatamente omosessuali.".
Edward Clarke, avvocato di Wilde, ritirò la querela contro Lord Queensberry, mentre quest'ultimo venne rinchiuso il cinque aprile nel carcere di Holloway, deciso a non fuggire dall'Inghilterra come alcuni amici gli consigliarono.
Nel frattempo fuori dal tribunale l'immagine dello scrittore diventò fonte di derisione e cattiverie proprio da quel pubblico che anni prima lo aveva idolatrato. Tutte le sue rappresentazioni teatrali furono sospese, per pagare il tribunale vendette la sua libreria e perse la custodia dei figli tanto amati.
Il secondo processo fu ancora peggiore : nonostante la fermezza e la dignità di Wilde, oltre all'umorismo, il giudice comminò il massimo della pena con due anni di carcere duro. I giornali accolsero il verdetto con entusiasmo. Oscar Wilde passò definitivamente i due anni nel carcere di Reading, sottoposto ai lavori più duri e dove gli venne tolto persino il diritto d'autore. Tanti intellettuali dell'epoca, capeggiati dall'amico e scrittore francese André Gide (1869-1951), firmarono una petizione contro la sentenza ( alcuni come Zola non accolsero la petizione*), ma nulla valse a ciò.
Quel che seguì furono anni di disperazione, solitudine e amarezza per Wilde che morì di meningite contratta nel carcere, il trenta novembre 1900, nella stanza dell'Hotel de Alsace a Parigi, circondato da pochi amici.

"Il nostro amore è sempre stato bello e nobile, se sono stato la vittima di una terribile tragedia, è perché la natura di questo amore non è stata compresa." Lettera di Wilde a Bosie.


"Il più grande atto rivoluzionario del secolo." Così disse il politico francese Jules Guesde (1845-1922), riguardo all'intervento di Emile Zola (1840-1902), sull'affaire Dreyfus; quando una mattina del tredici gennaio 1898, il romanziere pubblicò sulla rivista dell'"Aurore", il celebre "J'Accuse", dove accusava i maggiori capi dell'esercito, lo Stato e il presidente della repubblica di corruzione, di nascondere le prove dell'innocenza del capitano Alfred Dreyfus (1859-1935) e di prendere le difese del vero colpevole di spionaggio, il maggiore Walsin Estherazy (1847-1923).
Ma di quello di cui parleremo non sarà del processo del capitano ebreo, ma di quello sostenuto contro Zola, perché soltanto grazie a lui l'affaire, nato come un semplice episodio di spionaggio e banale errore giudiziario, finì di coinvolgere tutta la vita politica e d intellettuale francese, oltrepassando perfino i suoi confini.
Zola coinvolto da altri intellettuali, si offrì come esca per poter far piena luce su caso di atroce ingiustizia, mosso solamente dalle prime correnti di antisemitismo che cominciavano ad affacciarsi.
"La mia intenzione è stata di sacrificarmi, di provocare un processo civile, in assise, dove la verità potrebbe finalmente venir fuori. Mi offrivo come una semplice occasione, un terreno sul quale potersi spiegare alla luce del giorno."
Lo scrittore francese non intervenne quindi guidato da un impulso di malanimo, ma seguendo una precisa strategia volta ad ampliare il fenomeno. E aveva fatto centro.
Dopo la pubblicazione della lettera, Albert de Mun (1841-1914), uno dei leader della destra nazionalista, la definì come una vera aggressione alla Francia e alle sue istituzioni, chiedendo un'immediata azione giudiziaria contro Zola. Fuori l'immagine della grande Francia crollò, portando perfino altre città europee a boicottare l'Esposizione Universale. A Londra, Milano, Bruxelles si bruciavano bandiere francesi.
Il sette febbraio iniziò l'apertura del processo contro lo scrittore. Fu diffamata anche la sua persona : in molti vedevano nel suo gesto una rivalsa narcisistica o un tornaconto economico, non sapendo che Zola avesse tutto da perdere. Spese infatti quasi tutto il suo patrimonio per fronteggiare il costo dei suoi ben quattro processi e solo la generosità del suo editore lo salvò da un'asta pubblica. Ancor peggio gli vennero chiuse definitivamente le porte dell'Accademia di Francia e il dieci aprile subì un'attentato presso la sua residenza a Médan**

Vignetta satirica sull'affaire Dreyfus
Dopo continui rimpalli tra la cassazione e il tribunale militare, il romanziere venne infine giudicato colpevole il diciotto luglio, causa le prime tre righe della lettera. Fu applicata la massima sentenza; un anno di prigione e tremila franchi di ammenda. Zola non sconterà mai la pena visto che esiliò subito in Inghilterra. Ritornerà solo tre anni dopo a seguito dell'amnistia generale, benché non vide mai l'assoluzione completa di Dreyfus nel 1906. Morirà assassinato nel 1902 proprio da quella destra nazionalista che non gli perdonò il suo atto.
Emile Zola forse più di tutti gli altri, fu il simbolo di un'intera generazione di uomini di cultura che cominciò a porsi delle domande sul proprio ruolo di intellettuale e della sua funzione nella società, scomodando le comodità e il rigore del borghese della Belle Epoque. Una grande lezione ideologica, letteraria e storica e di libertà.

Se per anni e anni tanti scrittori si sono dovuti difendere da una gravosa accusa, vi sono stati anche tanti libri messi inopinatamente sul banco degli imputati. Questo fu il caso e le traversie che dovette affrontare "L'Amante di Lady Chatterly"
Nel 1926 lo scrittore americano David Herbert Lawrence (1885-1930), si trovava a Firenze, nella splendida villa Mirenda a Scandicci. Qui scrisse il suo più grande capolavoro, pubblicato
privatamente presso la casa editrice Orioli nel 1928. Ma ben presto aspri dibattiti e violente polemiche piovvero su quello che era considerato il romanzo più osceno del momento; messo al bando in tutta Europa, e in particolar modo in Gran Bretagna, dove vigeva ancora la morale vittoriana,  Lawrence non vide mai la sua fortuna futura, morendo povero e malato in sanatorio di Vence.
Eppure non finì qui. Trent'anni dopo, nel 1960, la casa editrice inglese Penguin Book, decise di pubblicare il testo completo dell'"Amante di Lady Chatterly", la Corona gli intentò un processo.
Quel che seguì fu una sceneggiata che oggi diremo alquanto ridicola : le ire del Parlamento inglese non erano tanto rivolte per le scene amorose, per altro ben dettagliate di Lady Chatterly, né per la volgare relazione di una donna nobile per un insulso guardiacaccia, bensì per le dure riflessioni politiche e sociali sulla società industriale.


La Penguin si affidò ad un gruppo di avvocati in grado di convocare eminenti testimoni per confermare il valore letterario del romanzo, di contro l'accusa sembrava non trovare contagiosa la depravazione del libro. Dopo sei sedute "Lady Chatterly" ottenne il visto per la pubblicazione, la Penguin assolta. La vittoria segnava la fine della censura letteraria nel Regno Unito.

"Non voglio sconti. Potranno condannare me, ma le mie parole resteranno libere."
Erri de Luca 
Se l'affaire Wilde turbò il mondo vittoriano di fine Ottocento, creando polemiche e mobilitazioni da parte di tanti scrittori, intellettuali e gente comune, soltanto cinque mesi fa si è conclusa l'ultima sentenza contro un romanziere tale da suscitare lo stesso scalpore e per di più in casa nostra.
L'Italia dopo essersi fregiata di tante vergogne nel campo della cultura, mancava della più grave : il divieto della libertà di espressione, ma se ne è presto affrettata.
Tutto cominciò nel settembre 2013, quando lo scrittore e giornalista Erri de Luca, classe 1950, rilasciò un'intervista all'Huffington Post, dove dichiarava di essere favorevole ai continui sabotaggi contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, per difenderne il suolo, l'acqua e l'aria.
La ditta costruttrice della TAV,  LTF querelò lo scrittore, imputandogli nientemeno l'accusa di istigazione a delinquere, volta a incitare a commettere reati.
Il tribunale di Torino mise nel registro degli indagati l'esterrefatto de Luca, il processo iniziò il ventotto gennaio 2015. Quel che rischiava era una pena di otto mesi di reclusione. Uscita la notizia
gran parte del mondo si indignò : voci importanti si levarono contro quel che iniziò a definirsi l'ultimo smacco alla libertà di pensiero e parola, da Paul Auster al presidente Hollande, furono intraprese petizioni, firme, messaggi solidali a favore dello scrittore, il quale non venne mai meno alle sue convinzioni, tanto che sempre nello stesso anno pubblicò un intelligente pamphlet incentrato sulle sue vicende e sulla libertà di dire, "La Parola Contraria".
Soltanto lo scorso ottobre Erri de Luca venne assolto perché il fatto non sussisteva. Evidentemente incarcerare uno tra gli scrittori più letti e conosciuti, aveva frenato le motivazioni dei giudici e non solo.

"Non sono il primo scrittore incriminato, desidero essere l'ultimo." Erri de Luca.




M.P.




*Sulla querelle Wilde-Zola si potrebbe scriverne un libro, e sarebbe uno scontro fra titani. I fatti all'origine erano questi : alla pubblicazione del primo capolavoro di Zola, "Thérèse Raquin" nel 1867, lo scrittore Wilde definì il romanzo "il capolavoro dell'orrido". Zola permaloso si ricordò anni dopo del perfido scherzo, non firmando la petizione di Gide. A sua volta Wilde, quando scoppio l'affare Dreyfus, si fece vedere amico del vero colpevole, il maggiore Estherazy.
** Riguardo a ciò non possiedo altre fonti.









giovedì 3 marzo 2016

"Aspettando Godot" di Samuel Beckett


"Estragone :  E adesso che facciamo?
Vladimiro :  Non lo so.
Estragone :  Andiamocene.
Vladimiro :  Non si può.
Estragone :  Perché?
Vladimiro : Aspettiamo Godot.
Estragone : Già è vero."




Alla lettura di questo grande assodato classico della letteratura, tutto mi ero aspettata ma mai la sua velata complessità, quell'umorismo di cui tanto si parla entro cui si celano tante inquietudini e miserie umane, che fanno di "Aspettando Godot" un riflesso non troppo surreale dell'esistenza dell'uomo moderno.


Nel 1938 Samuel Beckett (1906-1989), si trovava a Parigi, e durante la sua solita passeggiata, un mendicante gli si avvicinò e senza una ragione lo accoltellò al petto. L'amico James Joyce* intervenne prontamente in suo aiuto portandolo in un ospedale. Poco mancò che Beckett ne morisse.
Alcuni mesi più tardi, al processo, Beckett chiese con animosa curiosità al mendicante il motivo di quell'attentato. Il signore guardandolo disse semplicemente : "Mi dispiace, non lo so."
Davanti a cotanta assurdità, ritirò la sua denuncia.
Si racconta che sia stato proprio questo fatto, la causa della nascita del grande capolavoro che affermò lo scrittore irlandese in tutto il mondo.
Oggi "Aspettando Godot" è tra le commedie più rappresentate in tutti i teatri. Il suo titolo è diventato simpaticamente allegoria dell'attesa vana e utopistica della vita.
Pubblicato nel 1952, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale (e non è un caso che i temi ne siano influenzati), la prima rappresentazione avvenne a Parigi, un anno dopo al Théatre de Babylone, accolto con scetticismo dalla critica e dal pubblico.
E c'era da crederci vista l'anomalia di quest'opera che andava a scardinare tutte le convenzioni teatrali e segnava l'inizio dell'inappropriato termine del "teatro dell'assurdo".

Un paesaggio scarno, ove si presenta sulla scena solo un albero, in un posto indefinito, in un'epoca se possibile contemporanea, due mendicanti Estragone e Vladimiro, personaggi curiosi e strampalati, aspettano un certo signor Godot che venga ad offrire loro un pasto caldo e dove dormire.
Eppure essi non sanno bene se l'orario, il giorno e il luogo corrispondano all'appuntamento.
Iniziano un dialogo di pensieri sconclusionati, battute, fino all'arrivo di altri due personaggi, il ricco castellano Pozzo con al guinzaglio il fido servitore Lucky carico di bagagli.
Si instaura un quartetto con frasi ripetute e niente altro, ma al calare della sera Estragone e Vladimiro rimangono soli. Entra un ragazzo portante un messaggio da parte del signor Godot, che si scusa per l'assenza, certo che tornerà domani. I due pensano di andare via, ma non si muovono.
Il giorno dopo Estragone e Vladimiro si ripresentano nello stesso luogo o pensano sia quello. Ancora scambi di confuse parole e il ritorno di Pozzo, questa volta cieco e Lucky muto. Non si riconoscono e al comparir della luna, un ragazzo, forse già visto, rivela la stessa frase del giorno prima su Godot, "ma verrà domani sicuramente."
Estragone e Vladimiro si apprestano a partire, ma non si muovono.

Samuel Beckett

"Aspettando Godot" risulta tra le opere più originali e di rottura di inizio Novecento. Si presenta in due atti, con la particolarità dell'assenza non solo della trama, ma di qualsiasi senso logico.
Leggendone le pagine ci si trova disorientati per le poche informazioni che ne ricaviamo, la lentezza e la monotonia dei due atti. Tutto è sospeso, indefinito, Estragone e Vladimiro, Pozzo e Lucky, presenze inquietanti, non danno risoluzione alla vicenda; il cui vero protagonista, quello che potrebbe muovere i fili è invece l'assente Godot.
Battute e pause si alternano, surreale e quotidiano si mescolano, in un motivo non così semplice come la sua fama fa talora sembrare.
Dramma dell'attesa e della staticità, i personaggi rimangono immobili sulla scena; incapaci della pur minima azione, ricordano l'inerzia di Amleto; tuttavia se nell'opera shakespeariana veniva contrapposto il pensiero, in Beckett la crisi e l'angoscia umana viene portata all'esasperazione.
L'uomo contemporaneo, frutto della seconda guerra mondiale, viene visto attraverso una potente concentrazione metaforica, che nasconde solitudine, alienazione, impossibilità di comunicazione e confronto con gli altri esseri viventi. Per questo Estragone e Vladimiro non riescono a instaurare un rapporto pur di familiarità con Pozzo e Lucky.
Lo stile è essenziale, il linguaggio didascalico e mimico con aggiunte joyciane, come nel lungo sermone di Lucky privo di punteggiatura.
Ma niente e nessuno potrà mai arrivare al significato irraggiungibile dell'opera, dove è insita la sua vera grandezza, che nemmeno il suo autore svelò mai. Nel 1969 Samuel Beckett vinse il suo Nobel.


"Vladimiro : Non siamo più soli ad aspettare la notte, ad aspettare Godot, ad aspettare...ad aspettare. Per tutta la serata abbiamo lottato senza aiuto. Ora è finito. Siamo già a domani."




M.P.



*Samuel Beckett ebbe una breve relazione con Lucia Joyce (1907-1982), figlia dello scrittore.





Libro :

"Aspettando Godot", S. Beckett, Einaudi 2016
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