venerdì 29 aprile 2016

C'era una volta Lesbo...


"Grande e bella città di Lesbo è Metellino : il suo sito è in su la marina, posta fra i canali di mare e strisce di terra. Nella terra sono d'ambe le sponde edifici bellissimi, e per mezzo strade popolatissime.  A pie' degli edifici corrono i canali, e sopra ciascun canale, dall'una striscia di terra all'altra, sono ponti di finissimo marmo e d'artificiosa scultura; laonde, a vederla ti parrebbe più tosto un'isola che una città."
("Gli Amori Pastorali di Dafni e Cloe", Longo Sofista)



"Saffo e Alceo" (1881), L. Alma-Tadema


Forse è nella natura o nella cultura retrospettiva dell'isola accogliere. Lenire per un momento lamenti e pensieri di chi rifugiato o esiliato arriva nelle sue belle coste, bagnandosi con l'acqua salata di uno sconosciuto braccio di mare e scottandosi la pelle sotto un sole nuovo.
L'isola di Lesbo vive una drammatica cronaca odierna di continui sbarchi di migranti senza identità e a volte senza vita, straziati per un passato alle spalle e un futuro inesistente, dove solo un presente scorre senza sosta, e dove ora si odono lamenti di disperazione, una volta si udivano solo canti melodiosi.
Questa era Lesbo anni prima, perla del mare Egeo settentrionale, presso le coste dell'Asia Minore, nella sua fierezza di bacino culturale dell'antica Grecia.
Natura lussureggiante di limoni, aranceti, olivi, rigogliosa di folta vegetazione; per gli antichi miraggio di vita bucolica e poetica.
Patria di molti filosofi e poeti, le origini poetiche dell'isola si perdono nel mito, quando la testa del cantore Orfeo, lanciata dalle invasate Menadi, fu gettata in mare ed essa fu trasportata dalle onde fino alle spiagge di Lesbo, insieme alla sua lira che continuò ad emettere suoni prima di mutarsi in costellazione.
Nella realtà storica Lesbo era inizialmente una colonia eolica, con uno spirito ed un sistema oligarchico, dove una piccola cerchia aristocratica ne coltivava l'armonia e la bellezza del paesaggio e le velleità artistiche della comunità.
Dopo quest'era di splendore, Lesbo conobbe una serie travagliata di continue lotte intestine dovute al rovesciamento oligarchico : fu sotto il dominio persiano, per poi riconquistare la libertà, nel 334 si mise sotto la protezione di Alessandro Magno, passando nella metà del III secolo alla dinastia tolemaica e in seguito romana.
Tra il 1941-44 vi si insediarono anche le truppe italiane durante il secondo conflitto mondiale.
Nel 802 d.C. l'isola ospitò inoltre la deposta l'imperatrice di Bisanzio Irene (752-803), costretta per sopravvivere a filare la lana.
Ma la fama dell'isola di Lesbo risiedeva e tutt'ora permane nell'immaginario collettivo, nelle figure dei suoi principali esponenti : Alceo e Saffo.
Il primo (630-550), poeta lirico si distinse con i suoi versi in cui alternava la poesia amorosa a versi polemici, la seconda Saffo (VII-VI), anche lei poetessa di grande fascino e dall'arte poetica sublime, era a capo di un tiaso, un'istituzione religiosa e pedagogica che si occupava dell'educazione delle giovani donne aristocratiche greche, attraverso la musica, la danza e la poesia.
Ovunque si potevano avvertire l'elevazione di canti rivolti ad Afrodite o veder volteggiare leggiadre fanciulle. Le donne in particolare godevano di una forte indipendenza.
Gli stessi isolani erano amanti del fasto e dei piaceri della vita. Nelle principali città si era instaurato un modo di vivere libero e spensierato, in cui l'amore rientrava come valore nell'ambito della religione, anche per l'influsso della raffinata civiltà orientale.



Non per questo il luogo fu fonte di grande ispirazione per scrittori come Longo Sofista (II-III secolo d.C.), che vi ambientò gli amori dei pastori Dafni e Cloe, nei stessi componimenti di Saffo o pittori come Tamara de Lempicka (1898-1980), con il dipinto "Mirto" (1929), ritrae due donne nell'ipotetica
isola dell'Egeo estasiate da quell'amore che si accomunerà a quello dell'isola stessa.
Il pittore Lawrence Alma- Tadema (1836-1912), raffigurò nel 1881 i due maggiori poeti nella terra natia, uno di fronte all'altra, Alceo mentre suona la lira, Saffo rapita nei suoi versi in una terrazza marmorea contro un cielo e il mare azzurrissimo del Mediterraneo.
Lesbo rappresenta tutt'ora un passaggio che va dall'Oriente all'Occidente, ma non più celebre per quei valori di cui  era decantata, oggi esiste solo il dolore di milioni di uomini e donne e della gloria del suo passato rimane solo qualche passo nei libri.




M.P.

giovedì 21 aprile 2016

"Jane Eyre" e il bicentenario della nascita di Charlotte Brontë.


"Non sono stata calpestata. Non sono stata avvilita e paralizzata. Non sono stata seppellita insieme a menti inferiori, esclusa anche dal più piccolo bagliore di comunione con l'intelligenza, l'energia, la nobiltà. Ho discusso, da pari a pari, con una realtà che mi ispira profondo rispetto; la cui presenza è una gioia per me : con una mente originale, vigorosa, vasta. Ho conosciuto voi, signor Rochester; e mi sento vincere dal terrore e dall'angoscia al pensiero che devo venire strappata per sempre dalla vostra presenza."


Charlotte Brontë ritratta da J. H. Thompson


Il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901), vide caratterizzarsi nello stato inglese quell'egemonia industriale, politica e sociale unita a quei valori e principi morali e filantropici che ne nascondevano invece tutti quegli elementi di ipocrisia, cinismo, censura.
Questa forte dualità tra l'aspetto esteriore ed interiore della classe borghese in Inghilterra, si rifletté anche nella sua letteratura.
Con le prime ampie tirature, la diffusione di massa e un pubblico più vasto, il romanzo diventò il genere incontrastato di quest'epoca.
All'affermarsi di grandi scrittori, si formò un ristretto gruppo di giovani donne scrittrici, capaci di ribaltare i motivi e le funzioni tradizionali del romanzo e sondare gli animi e le coscienze del mondo femminile in particolare : Elizabeth Gaskell (1810-1865), George Eliot (1819-1880) e le sorelle Brontë si inoltravano nel fitto groviglio dell'epoca vittoriana.
Nel 1847 si assisté ad un fenomeno senza precedenti, dovuto alla pubblicazione di un romanzo che oltre a riscuotere un gran successo di vendite, mise a dura prova i valori e i principi dell'impero.
A scriverlo era stata la maggiore delle sorelle Brontë, Charlotte (1816-1855), conosciuta inizialmente al pubblico con lo pseudonimo maschile di Currer Bell. 
Nata il ventuno aprile nel villaggio di Haworth nella contea del Yorkshire, la vita di questa scrittrice trascorreva tra le lunghe passeggiate nella brughiera insieme alle sorelle, le faccende domestiche e la passione per la lettura e la scrittura.
L'uscita di "Jane Eyre", il suo capolavoro più noto tratto dalle sue esperienze e aspirazioni, rese famosa per sempre la sua piccola figura al di là degli apprezzamenti e delle critiche.


Scritto sotto forma di memoriale, è la stessa protagosta a ricostruire le sue vicende personali nell'Inghilterra della prima metà dell'Ottocento. Orfana e povera da piccola, Jane Eyre viene cresciuta senza amore e cure da una zia a G fino all'età di dieci anni. Allontanata da casa, dove la zia vede in lei un essere ribelle e quindi da punire, giunge nel severo e triste collegio di Lowood e tra patimenti e ambizoni vi trascorre altri otto anni della sua esistenza. Ne esce per diventare l'istitutrice della presunta figlia naturale del signor Rochester di Thornfield Hall. Tra i due si i che instaura una forte attrazione che sembra sfidare età, sessi e posizione sociale diversi.
Ma saranno l'indipendenza, la passione e la parità intellettuale il lungo processo di formazione a cui si attenuerà la giovane protagonista.

Lo scandalo verificatosi nella Londra letteraria per il "caso Jane Eyre" derivò da spunti che nell'opera andavano a rompere gli equilibri del periodo. Una donna di umili origini che mediante un matrimonio poteva elevarsi di ceto, già era stata vista al momento della pubblicazione della "Pamela" (1740) del Richardson, ma una donna che provasse dei desideri verso un uomo, come nel romanzo della Brontë, fu il vero sgomento.
La figura femminile era trattata alla stregua di un essere asessuato e non poteva manifestare sentimenti di affetto e quanto mai di desiderio sessuale verso qualcuno; ogni suo gesto o pensiero doveva risultare misurato.
La sensualità e la passione che pervadono le pagine del romanzo si scontrano quantunque con i doveri morali della protagonista, ove non possono trovare sicurezza né nell'amore libertino di Rochester né nel fervore religioso di St. John Rivers.
Si assiste ad un profluvio di grande vigore emotivo e psicologico, seguendo i pensieri e le diverse sfumature del carattere di Jane Eyre.
L'indipendenza femminile si concretizza attraverso l'indipendenza intellettuale e poi finanziaria della protagonista, soverchiando di conseguenza la società patriarcale vittoriana e analizzando il ruolo delle donne rispetto alla classe maschile nel capitolo XII.
Anche la religione mostra la sua ambivalenza del periodo, rappresentata sia nella figura arcigna e deplorevole del pastore Brocklehurst, in quella ferma ma fredda del Rivers e quella più dolce, compassionevole e vicina ai veri ideali del Vangelo, di Helen Burns.
"Jane Eyre" riproduce meglio di qualsiasi altra opera del periodo, scritto da una penna femminile, il paradossale e vetusto mondo inglese.

"Jane Eyre" film di Zeffirelli del 1996

Oggi, a duecento anni di distanza dalla nascita della sua autrice, "Jane Eyre" trova il giusto posto nella storia della letteratura; a lungo ridimensionato dai critici e studiato dalla scrittrice Virginia Woolf (1882-1941), che ne preferiva il più completo "Villette" (1853), non si esime da certe controversie e ambiguità tematiche come il dissenso verso la cultura francese, i confusi rapporti sociali* e oscure esposizioni della protagonista di non facile interpretazione.
La sua stessa indipendenza rimane comunque entro certi canoni che non sfiorano la modernità della donna completamente libera.
Seppur sia una figura appena abbozzata di nuovo personaggio, "Jane Eyre" non è altro che un ulteriore tassello alla ancor lontana emancipazione dell'universo femminile.

"Non sono un uccello; e non c'è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà [...]."



M.P.





*Jane Eyre pur credendo nella propria autonomia, non manca di prendere una fanciulla come sua cameriera personale.





Libro :

"Jane Eyre", C. Brontë, Oscar Mondadori 2006


giovedì 14 aprile 2016

"Il Tempo dell'Attesa" di Elizabeth Jane Howard


"Avevano spento la radio e, sebbene la stanza fosse piena di gente, il silenzio era completo al punto che Polly percepiva, quasi sentiva, il battito del proprio cuore. Finché nessuno parlò, finché nessuno si mosse, vi fu un ultimo scampolo di pace..."

"Reflection" (1929), W. Beach Humphrey

Nella vita di un lettore, tra i dilemmi che vi si possono creare alla preparazione della recensione di un libro, vi è, quando scrivere? Finita la lettura e quindi sulla scia del momento estatico e folgorante delle prime impressioni, o giorni dopo quando l'emozione si è affievolita e la riflessione e l'oggettività ne prende il posto?
Una domanda che non mi sono posta dopo la lettura de "Il Tempo dell'Attesa", visto il fascino prepotente e suggestivo di questa grande e bella opera storica, nascosta troppo a lungo; certa che le ore piacevoli passate tra le sue pagine non potranno attenuare il ricordo negli anni.
Pubblicato nel 1991 in Inghilterra, successivo capitolo agli "Anni della Leggerezza" della bella e anticonformista Elizabeth Jane Howard (1923-2014), ci riporta alla famiglia alto-borghese, imprenditrice di legname, dei Cazalet, le cui vite private dei suoi componenti si dipanano nell'arco di dieci anni, nei cinque volumi della Howard.
Riportati alla luce a distanza di anni "La Saga dei Cazalet" ritrovano insieme alla sua autrice il dovuto posto nella letteratura.


Ad un anno dalle vicende accadute ne "Gli Anni della Leggerezza", i presagi e i timori di un imminente secondo conflitto, si realizzano nel settembre del 1939, quando dopo l'invasione della Germania di Hitler nella Polonia, richiama in Inghilterra, da parte del suo primo ministro Neville Chamberlain, l'entrata in guerra.
Ad Home Place, nel Sussex, casa padronale dei Cazalet, gli anni passati nell'entusiasmo e nell'apparente serenità sono lontani, vengono oscurati i vetri della casa, per evitare possibili bombardamenti, razionati il cibo, il carburante e le prospettive di vita. Sui cieli delle campagne e della capitale inglese sorvolano aerei in fase di continuo attacco.
Seppur alla paura iniziale, presto nella famiglia Cazalet subentra la noia e monotonia della vita quotidiana : gli uomini partono per combattere, e chi non può continua a lavorare.
Le donne e i bambini sono i più coinvolti dalla situazione. Le une dirigono la casa preoccupandosi di cibo e vestiario, gli altri soffrendo per la mancanza dei pochi riguardi verso loro.
La guerra buttando all'aria i falsi valori dell'epoca vittoriana sconvolge e divide le famiglie, mostrando vaghe illusioni, sogni infranti, libertà anelate.
Il romanzo per lo più narrato attraverso i diari e le memorie di Luoise, Polly e Clary, ora adolescenti, alle prese con i primi amori, le perdite e le ambizioni, colte nel crudele e avventato momento del diventare adulte in un'epoca di istanze e insicurezze.
Con l'attacco del Giappone alla flotta americana di Pearl Harbor si conclude il libro, in un clima di pausa di ogni suo singolo personaggio, in attesa di un possibile cambiamento e speranze rincorse.



Se negli "Anni della Leggerezza" Jane Howard aveva scrutato negli animi e nel passato dei suoi personaggi, in questo secondo romanzo, li pone davanti a dei subbugli interiori ed ostacoli pratici, come nel caso della guerra precludendo qualsiasi atto di scelta e libertà.
Si scoprono alleanze e contrasti, dolori, gioie inattese, si vengono affrontati temi politico-sociali, l'istruzione, il sesso coniugale e non;  l'epoca vittoriana cede il passo ad un'epoca moderna, soprattutto per la figura femminile, ancora lontana, ma espressa mediante la convivenza di giovani di ambo i sessi, le sigarette, i pantaloni e le prime ribellioni.
Come nel primo, anche in questo la Howard da ampia voce ai bambini, relegati sempre nella letteratura ad un ruolo secondario, o se principale arrivando quasi mai nei loro pensieri più intimi, nelle paure nel bisogno di diventare presto grandi.
Il risultato della lettura è stato un testo di maggiore profondità, completezza nella narrazione, una minuziosa finezza nello stile dove il tempo come visione storica e dimensionale è il  vero protagonista, incisivo e lento nel suo scorrere.
La brillantezza e il talento della scrittrice inglese si caratterizza invece nella limpida trasparenza e genuinità con cui cura ogni ritratto, azione od oggetto, svelando ogni sua crepa e scalfittura e tradendo così la fragilità dell'esistenza umana.



M.P.




Libro:

"Il Tempo dell'Attesa", E. Jane Howard.

giovedì 7 aprile 2016

"Frankestein ovvero il Prometeo Moderno", di Mary Shelley


"Era una cupa notte di novembre quando vidi il coronamento delle mie fatiche. Con un'ansia che assomigliava all'angoscia, raccolsi attorno a me gli strumenti atti a infondere la scintilla di vita nell'essere inanimato che giaceva ai miei piedi. Era quasi l'una del mattino, la pioggia batteva monotona contro le imposte e la candela avrebbe presto dato i suoi ultimi guizzi quando, alla luce che stava per spegnersi, vidi aprirsi i foschi occhi gialli della creatura; respirò a fatica, e un moto convulso le agitò le membra."


"Ritratto di Mary Shelley" (1840), Richard Rothwell

Mettete lo scenario di una notte cupa e tempestosa nell'estate del 1816, sulle rive del lago di Ginevra, nella grande e maestosa villa Diodati, cinque personaggi, o meglio cinque scrittori, Mary e Percy B. Shelley (1792-1822), Claire Clairmont (1798-1879), sorellastra della prima, Lord Byron (1788-1824) e il suo medico e futuro autore John Polidori (1795-1821), riuniti alla sala padronale intorno al fuoco : quel che ne uscirebbe e uscì in realtà dal quel convegno furono storie dell'orrore appena abbozzate di cui soltanto quella di Mary Shelley fu condotta termine e pubblicata.
Di Mary Shelley ( 1797-1851), autrice inglese figlia del filosofo William Godwin e della scrittrice Mary Wollstonecraft,non si conosce molto a parte la sua vita errabonda e disordinata accanto all'uomo della sua vita, il poeta Percy Shelley.
Strana posteriorità quella della Shelley  la cui fama fu sempre sovrastata e adombrata prima dalla madre*, poi dal marito e dal suo stesso capolavoro indiscusso il "Frankestein", scaturito dalla mente proprio quella notte del 1816.
"Frankestein ovvero il Prometeo Moderno"è ancora oggi nell'immaginario collettivo simbolo di paura e irrazionalità, prestato a numerose trasposizioni letterarie e cinematografiche non senza confusione di nomi e date imprecise.
Uno di quei pochi casi dove dal romanzo nasce quella gloria immortale che rifugge da qualsiasi motivo o creatore.


A metà strada tra la forma epistolare e un memoriale, ambientato in Svizzera nel XVIII secolo, il racconto viene introdotto attraverso una cornice narrativa, dove il capitano inglese Robert Walton intraprendendo un lungo viaggio nel Polo Nord in cerca del famoso passaggio al Nord-Ovest, salva dal congelamento un uomo che si fa riconoscere come Victor Frankestein.
Questi racconta con abbattimento quel che è stata la sua vita fino ad ora. Inizia il romanzo vero e proprio.
Frankestein figlio di una ricca famiglia ginevrina, appassionato di scienze naturali e delle dottrine obsolete di Paracelso, Cornelio Agrippa e Alberto Magno, consegue i suoi studi presso l'università di Ingolstadt, in Germania, dove eccelle in chimica ed altre materie scientifiche, ma mosso da un'ambizione interiore, si fa strada in lui la possibilità e volontà di impartire la vita ad una materia non vivente. Per questo preso da una strana follia, Frankestein sfidando le leggi che regolano Dio e la natura, compie un esperimento poco ortodosso, assemblando pezzi di cadavere, riesce a dare vita ad una creatura in una notte di novembre.
Ma quel che doveva sembrare un essere somigliante alla bellezza della razza umana si rivela un mostro, orribile e pauroso da cui il novello scienziato, spaventato, fugge.
Sarà una fuga ininterrotta, caratterizzata dalla vendetta del Mostro, irato per l'abbandono e il rifiuto del suo creatore.

L'originalità del romanzo, pubblicato l'undici marzo del 1818, si trova soprattutto nelle false apparenze tra protagonista-antagonista. Frankestein sopraffatto dai dolori della sua esistenza, non può esimersi dalla sua colpa di aver cercato di sovvertire le leggi della natura, come nel Mostro colpevole di atti crudeli, troviamo nonostante tutto compassione e pietà per la sua figura di reietto ed escluso non solo dalla società, solo per il suo non rassicurante aspetto, ma da ogni possibile forma di esistenza felice.
Il romanzo, invero, non era nelle mie corde e non ha trovato in me quell'interesse forte che mi aspettavo, riflessioni lunghe ed estatiche visioni naturaliste, mi apparivano noiose e disturbanti nel corso della lettura perché erano proprio quelle che riguardavano il giovane scienziato ginevrino, inerte, troppo assorto e poco passionale.
Quanta bellezza c'era invece nelle pagine riguardanti la Creatura : il suo bisogno disperato di calore e contatto umano, il suo parlare più dolce e poetico di Frankestein, l'amore per i libri e il creato, il diritto di essere felice, ne fanno il simbolo moderno dell'uomo emarginato, immigrato, perseguitato o intellettuale che sia, inascoltato e sottomesso in un mondo apatico, conformista e pregiudizievole.
La giovane scrittrice Mary Shelley lo scrisse in un'epoca non sospetta, quando le teorie di Darwin, Galvani circolavano in gran parte dell'Europa, facendo strada alle prime paure e insicurezze davanti allo sviluppo tecnologico.

"Non vedrò più il sole e le stelle, non sentirò più il vento alitare sulle mie guancie. Luce, passioni, sensi scompariranno, e allora può darsi che trovi la felicità."



M.P.



*Mary Wollstonecraft (1759-1797), filosofa e scrittrice inglese fu la prima donna cronista della storia, ai tempi della rivoluzione francese.




Libro :

"Frankestein ovvero il Prometeo Moderno", M. Shelley, Corriere della Sera RCS Libri, 2002.





venerdì 1 aprile 2016

Il Giardino di Ninfa, monumento naturale italiano.




Neppur una uggiosa giornata di fine marzo è riuscita a rovinare l'incanto di ritrovarsi in un posto paradisiaco, incontaminato, dove la natura ha qui il predominio su tutto, dove la sua potenza può dare libero sfogo nella creazione di vera arte naturale, a cui l'uomo per millenni si è sempre ispirato, e ha cercato vanamente di riprodurre.
Neppure quest'umile premessa può dare una siffatta immagine di quel che si mostra agli occhi del visitatore come il giardino di Ninfa posto presso il comune laziale di Cisterna di Latina (LT).
Monumento nazionale dal 2000, di fama internazionale da oltre cinquantamila visitatori l'anno, Ninfa fu un borgo medioevale al cui interno delle mura furono realizzati giardini di grande bellezza e rarità.
Le origini della città risalgono alla notte dei tempi, quando nell'VIII secolo l'imperatore Costantino donò questa terra fertile al Papa Zaccaria (679-752), da allora divenne proprietà dello stato pontificio.
Ninfa crebbe come una ricca città patrizia, avvantaggiandosi della sua posizione strategica che le permetteva la riscossione dei tributi doganali, trovandosi sulla via Pedemontana, importante collegamento verso Roma insieme a Sermoneta.
Essa comprendeva un castello baronale, il municipio, centocinquanta case, sette chiese, i cui abitanti vivevano per lo più di agricoltura.
Vide inoltre nel 1159, nella chiesa di Santa Maria Maggiore (di cui oggi rimane solo l'abside), l'incoronazione al soglio pontificio di Papa Alessandro III (1159-1181), in fuga dall'imperatore Federico Barbarossa.
Dal 1294 si impadronirono dei suoi territori la famiglia dei Caetani, originaria di Gaeta, ma che già dal XVI secolo cominciarono ad abbandonare la loro dimora.
Per anni il posto visse anni di solitudine e degrado e soltanto verso la fine dell'Ottocento con il ritorno dei Caetani, Ninfa diventò secondo la loro supervisione un giardino romantico di stile inglese. 
Essi si resero conto della salubrità dell'aria, della fertilità delle terre e presto bonificarono la palude, ristrutturarono alcune rovine, come il municipio (oggi sede degli uffici della fondazione), e cominciarono a piantarvi alberi e fiori di ogni specie.
Ma furono le donne della casata ad occuparsi con passione della cura del giardino, Ada Bootle Wilbraham (1846-1934), Marguerite Chapin (1880-1963), e la principessa Lelia Caetani (1913-1977), raffinata e delicata pittrice che come su una bella tela improntò nel luogo colori vivaci; seguì una policromia precisa lasciando libera la crescita naturale delle piante, caratterizzando ancor di più l'elemento romantico.
Prima della sua morte, come unica superstite della famiglia, fondò una onlus intitolata al padre, che doveva salvaguardare negli anni a venire il giardino e il castello di Sermoneta.

Questo posto lussureggiante e rigoglioso si presenta come un giardino giovane, infatti nessun albero, per ora, si avvicina ai cento anni di età. Negli otto ettari piante e fiori crescono secondo il loro piacimento e non è impossibile trovare arbusti o fiori aggrapparsi alle antiche rovine medioevali.
Un giardino dai colori e forme diverse a seconda delle stagioni e la naturalità del caso.
Ma è la vicinanza di tante varietà di generi a stupire chi lo attraversa :  faggi, cipressi, lecci mediterranei, cedri atlantici, pioppi neri, duecentocinquanta tipi di rose, e poi magnolie, ciliegi, peonie e camelie.







Acero giapponese


Il clima particolarmente mite di Ninfa permette lo sviluppo di banani, le gunnere amazzoniche, dalla caratteristica ignifuga, il pino montezuma e gli stupefacenti bambù, gli alberi più alti del mondo, e l'acero giapponese che nel 1994 fu sulla copertina del National Geografic.
A rendere ancora più affascinate il nostro cammino lungo Ninfa, si presenta il suo fiume omonimo, le cui acque limpide e freddi ( si aggirano intorno ai 10-12 gradi), rimandano a quelle rese famose dal pittore John Millais e scorrono nel suo interno mille litri al secondo.
E seppur basterebbe la bellezza a rendere questo giardino impareggiabile, Ninfa acclude un ecosistema perfetto. Coccinelle e l'avifauna del posto svolgono un ruolo fondamentale per la sua protezione e sopravvivenza, laddove addetti e giardinieri si limitano a passare solamente del verderame.
Suggestivo e surreale, quello di Ninfa rimane uno degli ultimi prodotti della natura, capace di rinnovarsi, trasformarsi, dando vita ad opere d'arte eterne, lontano dalla mano dell'uomo, solo col perdurare degli anni.


M.P.



Sito del giardino di Ninfa.



Le foto di Alessandro Tommasi sono riservate.
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