lunedì 30 maggio 2016

La falsa promozione della lettura : nel sottosuolo di case editrici, bloggers, pubblicità.


Ho sempre creduto che un esempio conciso di esperienza affrontata valga più di mille parole, ma se osassi farlo, ora, sarei sicuramente portata in tribunale a post pubblicato. Mi limiterò quindi a riflettere su un fenomeno in espansione e di proporzioni inaspettate : la cultura.
O meglio i soldi che si fanno con la cultura.
Nei miei primi anni di blogging, guardavo lo scenario letterario come l'unico possibile e trasparente territorio a cui rivolgersi; come una novella Alice nel Paese delle Meraviglie, tutto mi era nuovo, partecipavo di buona voglia ad iniziative, promozioni, scambi d'opinioni, mi si aprivano panorami di democrazia, libertà di pensiero, nessuno sopraffaceva l'altro qualunque fosse il titolo o il ruolo della persona. Eppure addentrandosi ancor di più in questi sistemi e osservando con un occhio sospettoso il motore di queste attività, la realtà si presenta, purtroppo, ben diversa.


In Italia, seppur di nicchia, non mancano propagande a favore della letteratura e della lettura, lo stato propina pubblicità, manifestazioni; aziende e riviste chiedono a lettori ben disposti di fotografare libri in una certa posizione, scrivere quattro righe del perché si legge, che si rivelano il più delle volte, bieche scuse per ottenere maggior visibilità e quindi pubblicità e allora introiti.
Il giro d'affari seppur di piccole proporzioni è altissimo e le case editrici che avrebbero motivo di proteggere questa specie in estinzione, quale il lettore, certo non sono da meno.
Se il prezzo dei libri, nel giro di pochi anni è cresciuto notevolmente, oggi si è arrivati a dover pagare quindici o venti euro per un libro di nemmeno cento pagine, e se questo potrebbe essere giustificato per uno scrittore emergente o ancora in vita, questo non può essere capito per autori che hanno perso i loro diritti anni e anni fa.
Sta di fatto che il mercato del libro sia diventato più selettivo, i gusti letterari dei lettori incentrati su un particolare target, femminili, sensational novel, saghe famigliari e il lettore appassionato disposto comperare a qualsiasi cifra.
I lettori nel nostro paese sono sempre pochi e si legge sempre di meno, eppure la richiesta è molto alta grazie proprio ai lettori forti.
Alcune case editrici sfruttano il momento, l'uscita di un libro, rimpolpando la campagna pubblicitaria di eventi, flash mob, regalando anteprime, dimenticando prezzi avvicinabili e mascherandoli con una bella copertina, corredandoli di minime (se ci sono), e fugaci introduzioni e note biografiche sull'autore.
Forse perché si pensa di dare più importanza al testo? Forse portando i libri a prezzi accessibili, questo venga svalutato? Ma come si può non contestualizzare un romanzo e approfondirlo di correlazioni, studi, per permettere alla conoscenza il lettore e un libro potrà essere svalutato solo se non letto.
Questa cultura diventata un lusso privilegiato per chi può permetterselo o a volte permettere.
Mi viene in mente uno spettacolo che l'attore Alessandro Siani doveva presentare agli scavi archeologici di Pompei qualche mese fa. Il ricavato dei biglietti veniva devoluto a tutti i dipendenti del sito, finché si è scoperto che la maggior parte dei biglietti era stata venduta gratis a politici e personaggi eminenti. Se il gesto da parte di Siani di annullare lo spettacolo, è stato da ammirare, quello che è avvenuto rispecchia probabilmente quello che avviene in ogni campo.
Un circolo vizioso che comprende pubblicità, case editrici e blogger, perché pare quest'ultimo sia divenuto come quello della moda, superficiale e con poca sostanza, se si va incontro ai primi due, se si piega a dettami e all'idolatria delle immagini.
Ma se in qualche modo il blogger entra ne entra in contrasto, queste mostrano tutta la loro prepotenza e ignoranza.
E le librerie, tramiti tra questi mondi, stanno scomparendo. Vedo commessi insoddisfatti e dagli occhi tristi, aggirarsi sempre di più tra scaffali vuoti, libri dell'usato sovrastare gli altri nuovi, clienti poco interessati.
Con ciò non voglio demonizzare tutto quel che c'è dietro il mondo letterario, ma aprire una finestra su di esso, un motivo di riflessione, perché stanno uccidendo lentamente la cultura.
Auspico che case editrici e chi promuova la lettura, di non ingannare o deludere i lettori. Non ne vale esclusivamente per la sopravvivenza di entrambi, bensì di sogni più grandi.
Poco tempo fa, una lettrice conscia di questi problemi, mi ha scritto di pensare solo ai libri, perché al di là delle loro qualità, sono ancora qualcosa a cui aggrapparsi.



M.P.

venerdì 20 maggio 2016

"Il Velo Dipinto" di William Somerset Maugham.


"Era come se per un attimo si sollevasse l'angolo di una tenda facendole intravedere un mondo ricco di colori e valori da lei mai sognati."



"Il Velo Dipinto" (2006), John Curran

Il mio primo incontro con William Somerset Maugham (1874-1965), risale a sei anni fa, quando rimasi affascinata da questo gentlemen inglese dalla scrittura brillante e fluida, attraverso le letture de "La Giostra" e il romanzo d'esordio "Liza di Lambeth". Poi più nulla, il tempo mi aveva cancellato la sua figura, almeno fino ad una quindicina di giorni fa, quando una buona promozione della casa editrice Adelphi mi ha rammentato e con esso tutta la freschezza di sei anni prima.
Nato in Francia, ma inglese d'adozione, Maugham si impone negli anni 1910-40 tra i più letti e conosciuti scrittori; i suoi romanzi tradotti in tutte le lingue, a cui seguivano trasposizioni cinematografiche di successo che ne acuivano la fama.

"Il Velo Dipinto" fu tra questi. Scritto a puntante nel 1924 sulla rivista "Cosmopolitan", uscì in volume l'anno seguente per una casa editrice britannica. Ma la sua genesi è tutta italiana.
Negli studi giovanili che lo scrittore intraprese su Dante Alighieri, si appassionò alla figura della Pia de' Tolomei (XIII secolo), la donna senese che nel V canto del "Purgatorio", sospettata di adulterio, viene portata prima dal marito in Maremma, allora zona metifica, per farla ammalare e liberarsi quindi di lei, conseguentemente vista la non riuscita del piano la uccide.
Questa triste storia impressionò a tal punto Maugham da volerla trasportare in una possibile rivisitazione contemporanea, in una diversa chiave metaforica. Ne nacque un capolavoro.


Nella Hong Kong degli anni venti, sotto il dominio dell'impero britannico, nell'elitaria ed elegante classe alto-borghese, Kitty Garstin, bella e superficiale ragazza inglese, trascorre la vita annoiata e libera, tra feste mondane, circoli sportivi e balli. Sposata a Walter Fane, batteriologo alle dipendenze del governo, uomo austero e anticonformista, lo tradisce col più vivace e belloccio Charles Towsend, vicesegretario di Hong Kong.
Ma alla scoperta dell'adulterio, Kitty abbandonata dall'amante è costretta a seguire il marito, partito in missione per la città di Mei-tan-fu, devastata dal colera.
In questo inferno di strade polverose e sporche, dove uomini e donne vengono seppelliti in fosse comuni e dove su tutto regna l'anarchia generale, la giovane donna, debole di costituzione, pensa ad una vendetta del marito. Eppure i giorni passano e dopo gli iniziali turbamenti, Kitty trova una certa stabilità fisica e interiore, attraverso l'amicizia di Waddington, strambo deputato inglese che convive con una donna manciù e le suore cattoliche del convento, ove comincia a prestare servizio.
Mentre la morsa del colera si allenta, la giovane non rammenta quasi più nulla dell'amante e guarda invece con occhi diversi il marito, colpita dalla sua generosità e passione verso gli altri.
La realtà le si presenta davanti come una folgorazione e quell'illusione che la celava cade definitivamente ai suoi piedi.
Sarà l'inizio di un percorso all'interno del suo animo ed inconscio.


Potrei descrivere questo libro come il romanzo della possibilità, o delle tante possibilità. Ma vorrei riservare questo tema alle ultime battute finali della recensione.
Maugham è riuscito con un motivo così semplice e consueto come quello dell'adulterio, a trarre le fila di un intreccio complesso e dai risvolti inaspettati.
L'occidentale Hong Kong che dopo la "guerra dell'oppio" era divenuta colonia dello stato inglese, è ritratta come una società moderna e attiva e comunque legata alle convenzioni e agli usi dell'epoca post-edoardiana. Cinica ed egocentrica, ruota intorno alla collettività più che al singolo, agli antipodi dell'immaginaria città di Mei-tan-fu, con i suoi colori, visioni; lo scrittore riassume l'Oriente adoperando simbolismi, superstizioni e trasfigurazioni, rendendo più significativa la catarsi della protagonista.
Kitty domina praticamente tutta l'opera, con le sfumature del suo personaggio, il coraggio e le ricadute analizzate con peculiare istinto nei meandri della psicologia femminile.
Ma l'immedesimazione è in agguato : si perché come Kitty anche noi inciampiamo e ci rialziamo, brancolando nel buio e proprio come lei ci viene dato il permesso di vedere la luce solo a conclusione della storia.
Maugham sembra giocare con il lettore, disseminando indizi; a partire dal titolo del romanzo, verso del poeta P. B. Shelley e un verso della ballata di Oliver Goldsmith (1730-1774), che racchiude il significato della trama.
E questo per risolvere un mistero in cui tutti sono impegnati a cercare, Kitty, il dottor Fane, Towsend, Waddington, la donna manciù, le suore del convento : il senso della vita.
Lo scrittore inglese che in vita fu sempre accusato di misoginia per come tracciava i profili femminili dei suoi romanzi, smentisce qui questa tesi.
Kitty incarna l'umanità intera e l'opera diviene un inno alla vita, alla bellezza, alle possibilità.
Forse il senso della vita risiede proprio in queste ultime, poiché nulla è vano; ogni errore, colpa, infelicità di poco conto, non sono altro che un tassello fondamentale per intravedere, anche se da lontano, un'esistenza migliore.

"Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano dal caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono. Fra tutte, la cosa più ricca di bellezza è una vita bella. E' questa l'opera d'arte più perfetta."




M.P.




Ebook :

"Il Velo Dipinto", W. S. Maugham, Adelphi 2013

venerdì 13 maggio 2016

Johanna Bonger, l'altro Van Gogh.


"Devo conoscere tutto su Vincent e poi mi accingerò a scrivere la sua vita." J. Bonger.



"Due Girasoli Appassiti" (1887), V. Van Gogh

Il ventinove luglio del 1890 moriva colui che tra i grandi della pittura aveva rivoluzionato l'arte, con il suo stile e con il suo vivere l'arte come dramma e passione. Vincent Van Gogh (nato nel 1853), moriva malato, povero e per di più sconosciuto come artista, lasciando la sua eredità al generoso fratello Theodorus (1857-1891), mercante d'arte che per tutta la vita si era battuto per farne riconoscere la grandezza e lo avrebbe ancora fatto se non fosse subentrata una malattia che lo portò nella tomba sei mesi dopo l'amato fratello.
Pochi sanno che in quel preciso momento, dopo la morte di Theo, la figura di Vincent Van Gogh poteva o cadere per sempre nell'oblio o innalzata nell'Olimpo dei grandi artisti.
In quello stallo tutto poteva fare la differenza, e la differenza la fece una donna.


Nel gennaio del 1891 una giovane donna di ventinove anni, timida ma dalla mentalità aperta e intelligente si ritrovò vedova con un bambino di appena un anno. Il marito Theodorus Van Gogh le aveva lasciato un appartamento nella capitale francese.
Johanna Bonger era nata nel 1862 da una famiglia benestante di Amsterdam. Aveva ricevuto un'educazione superiore alle altre giovani della sua età, eppure non eccellente.
Dopo aver lavorato nella biblioteca del British Museum, aveva incontrato a Parigi Theo con il quale si era sposata un mattino dell'aprile 1889.
Tra varie difficoltà economiche il marito si era votato completamente alla cura e all'arte del fratello e Johanna lo aveva seguito per amore.
Alla morte dei due si era ritrovata sola, con pochi mezzi, attorniata da oltre duecento opere del cognato, lasciatole da Theo, tra dipinti, disegni e schizzi, il che equivaleva ad essere comunque in ristrettezze, dato che in vita Vincent non aveva venduto molto.
Ma non andò a vivere nella Parigi della Belle Epoque, si cercò piuttosto un posto tranquillo nella natia Olanda, portandosi dietro tutto, mobili, dipinti, disegni, schizzi e bambino. Molti le consigliarono di non portarsi quella inutile cianfrusaglia, piuttosto di distruggerla, tanto poco valeva.
Ma Johanna non lo fece.
Le attendeva un futuro diverso, per sé e per suo figlio e non si sarebbe mai sottratta per nulla al mondo al compito che aveva assorbito così interamente il marito e che lei voleva continuare.
Sarebbe riuscita dove Theo non avrebbe potuto : dare valore e fama ai lavori di Vincent, nella sua arte vedeva di riflesso il ricordo dell'amato sposo.
Non era una intenditrice di arte, era stata educata per diventare una buona moglie e madre, le sue prospettive erano limitate, ma era avveduta e aveva riconosciuto nei lavori del cognato un originale talento d'espressione e aveva contatti importanti.
A Bossum, quindici chilometri da Amsterdam, sotto il regno dell'amabile regina Guglielmina, Johanna ammobiliò la sua villetta di fine secolo più come un museo.
Al suo interno si potevano trovare dipinti di Gauguin, Guillaumin, stampe giapponesi e le opere di Vincent. Sopra la mensola del camino troneggiava ad esempio "I Mangiatori di Patate", sopra la porta di casa "Boulevard de Clichy".
La villa aveva un motivo funzionale, serviva da esposizione, una galleria casalinga dove la donna invitava artisti, collezionisti e mercanti, vendeva quel che voleva vendere e presto trovò la sua abitazione piena di visitatori.
Il nome del pittore cominciava a farsi strada in Olanda. Pur vendendone i quadri, Johanna si tenne gelosamente i capolavori, con una strategia ben precisa : esponendoli nelle varie mostre avrebbero portato più popolarità.
Nel 1905 ad Amsterdam organizzò una mostra finanziata da lei stessa, dove fece arrivare ben quattrocentosettantaquattro dipinti. L'evento fu accolto con grande clamore.
L'impegno della Bonger non si limitava esclusivamente a catalogare, esporre, vendere quadri e finanziare le prime mostre; nel 1914 pubblicò l'epistolario tra il marito e Vincent, un corpus di novecento lettere, testamento prezioso per critici e gli appassionati moderni, che vedono attraverso quelle righe non solo l'affettuoso rapporto tra i fratelli, ma l'animo messo a nudo dell'artista e la nascita e il senso delle opere.

Johanna Bonger

Nonostante tutto la donna non ebbe una vita facile e riconosciuta. Aveva pur sempre un figlio da crescere e il mondo artistico in cui si muoveva escludeva a priori le donne dal mondo degli affari, non riconoscendole talento e intelligenza. Dovette affrontare derisioni, sospetti di avidità, e pregiudizi sociali.
L'insperato e definitivo riconoscimento dell'arte di Van Gogh si ebbe nell'anno 1924.
La National Gallery di Londra era intenzionata a comprare uno dei quadri più celebri "Il Vaso di Girasoli".
Il dipinto era il preferito di Johanna, quello che secondo lei meglio riassumeva l'essenza dell'artista e non avrebbe voluto privarsene.
Indugiò per diversi giorni, ma la vendita avrebbe sancito la consacrazione di Vincent e alla fine cedette. Con l'acquisto il nome di Van Gogh si estese internazionalmente.
L'anno dopo Johanna Bonger moriva anche lei lasciando ciò che rimaneva al figlio Vincent Willem (1890-1978), che donò allo stato olandese i quadri che avrebbero formato il Museo Van Gogh ad Amsterdam.
Se la grandezza di Van Gogh andava consolidandosi e il mondo cominciava a scoprire la bellezza e la poesia nelle sue opere, questo non si poteva dire di Johanna Bonger.
Morte anche quelle persone che la conoscevano, Johanna venne dimenticata dalla storia e il suo nome messo all'ombra dall'accecante immagine di Vincent Van Gogh. Eppure tutto il mondo le deve molto; senza di lei quel nome sarebbe durato un attimo.
Si disse che tutto questo lei lo aveva fatto per il figlio, affinché il passato non fosse sepolto con loro; per tramandare la memoria di quegli uomini e mostrarla agli occhi delle future generazioni.





M.P.

giovedì 5 maggio 2016

"Il Giardino dei Ciliegi" di Ĉechov


"E' l'alba, tra poco spunta il sole. E' già maggio, i ciliegi sono in fiore, ma il giardino è freddo, coperto di brina."

"Blossom Time" (1900), Charles Edward Georges


La lettura di questo testo è stato molto dipeso da un'altra lettura. Dopo i "Buddenbrook" (1901) di Thomas Mann, mi era rimasto a cuore il tema della casa o dei beni che da un proprietario decaduto passavano ad un altro in ascesa. Come nella Mengstrasse della famiglia tedesca, il tema ricorre anche nell'opera teatrale di Ĉechov, "Il Giardino dei Ciliegi", che mi sono prontamente procurata pur non avendo affabilità con la letteratura russa.
Questa alternanza sociale tra caste e poteri diversi diventa il motore dell'intera vicenda, raffronto tra il vecchio e il nuovo mondo.
Ultimo lavoro del poeta e drammaturgo ucraino Anton Pavloviĉ Ĉechov (1860-1904), fu composto nel 1903 e portato in scena un anno dopo, nel "Teatro dell'Arte" di Mosca.
Scritto come una commedia in quattro atti, esso in realtà venne rappresentato come un dramma. Sei mesi dopo il suo autore morì di tubercolosi, malattia che si era trascinato nel corso degli anni.

In una antica dimora della provincia russa del XX secolo, la bella e sentimentale aristocratica Liubov Andrieievna Ranievskaia, torna dalla Francia, dove ha avuto una tempestosa relazione con un uomo, nella sua casa natia. Ma la casa, a causa dei debiti protratti dalla famiglia, è messa all'asta insieme al suo celebre e stupendo giardino dei ciliegi.
Lopachin, mercante del posto, offre alla donna la possibilità di tenersi la proprietà non vendendola, per saldare il debito, ma di abbattere gli alberi per lottizzare il terreno, creandone un luogo di villeggiatura.
Liubov attaccata ai ricordi e ai principi della sua antica posizione, rifiuta. Si assiste quindi ad una serie di discorsi e banchetti futili che non servono a dare una soluzione al caso, a cui non si impegnano né il pigro fratello Gaiev, né la figlia adottiva Varja, persa in un amore non dichiarato, né la piccola figlia Ania, innamorata e pronta per un nuovo futuro.
Con astuzia Lopachin che da tempo bramava la residenza, riesce ad acquistarla all'asta.
Così mentre l'antica famiglia parte, il mercante non nasconde l'orgoglio di essere riuscito ad avere la proprietà nella quale i suoi genitori furono servi.
Nella casa vuota rimane solo il vecchio servitore Firs, malato e dimenticato da tutti, ultimo relitto del passato. Fuori si odono i primi colpi di scure che abbatteranno i ciliegi.

Il dramma non avvince né per la sua vicenda, né tanto meno per i personaggi; tutto è vuoto e superficiale. Lo svolgimento della trama che ci si era presupposto, manca alla aspettative e la soluzione, pur nella sua semplicità non viene volutamente trovata.
Alla base dell'opera c'è un fatto storico che l'autore mette in luce : l'abolizione della servitù della gleba in Russia.


Ĉechov con la moglie Ol'ga Knipper
Nella seconda metà dell'Ottocento il progresso economico della chiusa e agraria società russa, stentava a decollare a causa del sistema feudale su cui era improntato. Nel 1816 lo zar Alessandro II (1855-81), abolì la servitù della gleba, portando così alla decadenza il ceto aristocratico (che trovava sostentamento proprio in quel servizio), e vide l'ascesa della nuova classe borghese.
Una situazione che Ĉechov capiva benissimo, visto che i suoi nonni era stati servi della gleba.
Lopachin rappresenta proprio la baldanzosa borghesia resa libera, di contro la vana Liubov riassume tutta la vanità e futilità culturale di quel mondo retrogrado.
Eppure lo scrittore ucraino non giustifica né l'uno né l'altra.
Ĉechov cominciò a scrivere in un momento in cui, dopo l'assassinio di Alessandro II, il ceto intellettuale subì un periodo di letargo culturale, la sua arte era un atto d'accusa contro la società del suo tempo.
La sua prosa asciutta, la staticità del suo teatro sembrano alludere all'estraneità e all'incomunicabilità dell'uomo moderno, l'attesa di un qualcosa di imminente, l'incapacità di agire nelle avversità della vita, troveranno sfogo nel teatro beckettiano.
Lo stesso giardino dei ciliegi diviene emblema del decadimento di una classe sociale, peraltro molto di più : dell'ineluttabile e indefinibile incomprensione che minano i rapporti del mondo umano.

"Io non ci ho pensato...Gioventù scriteriata! La vita è passata, e io è come se non l'ho vissuta."



M.P.






Libro :

"Il Giardino dei Ciliegi", A. P. Ĉechov, Bur Rizzoli 2013
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