venerdì 21 ottobre 2016

May Nieriker, "la Alcott che incantò Parigi"


"Una fanciulla piena di sogni elevati. Slanciata, regale, alta." ("Our Madonna", Louisa May Alcott)

"May Alcott Nieriker" (1877) Rose Peckham


Per Louisa May Alcott (1832-1888), ho una devozione spassionata. A lei devo il mio amore per la lettura ed avermi addentrata verso la letteratura classica ed il gusto ottocentesco.
Ma qui non voglio parlare di lei, bensì di sua sorella May, il cui talento artistico non rimase, in realtà, chiuso fra le pagine di "Piccole Donne", ma arrivò oltreoceano.
Nella seconda metà dell'Ottocento, la più giovane delle sorelle Alcott, mise in mostra le sue doti, venendo apprezzata e riconosciuta da quelli che in seguito divennero i più grandi pittori. Un successo adombrato solo dalla onnipresente figura della sorella scrittrice.
Louisa May Alcott mise la figura di May in Amy March. Un personaggio le cui "maniere altezzose" hanno reso antipatico ai più. Eppure bisognerebbe ricordarsi che insieme a Jo e  Nan Harding ("Piccoli Uomini" "I Ragazzi di Jo"), Amy diventa nella saga famigliare, il simbolo delle donne che possono realizzarsi pienamente nella vita, e soltanto con l'aiuto di se stesse.

Abigail May Alcott nacque nel 1840 ad Orchard House, nel Massachusetts. Figlia del filosofo trascendentale Amos Bronson (1799-1888), non ebbe una fornita educazione, seguendo più che altro i liberi pensieri e vagabondaggi dell'eccentrico padre.
Aveva occhi azzurri, capelli biondissimi e l'amore per l'arte. Fin da piccola soleva trascorrere le giornate disegnando e dipingendo quadri affascinanti che poi andavano a decorare con fierezza le pareti di Orchard House. Il suo non era diletto, ma puro talento, tanto da essere soprannominata in famiglia "the little Raffaello".
La propensione all'arte circondava anche la sua immagine : pur non essendo propriamente bella, possedeva un aspetto classico per gli standard dell'epoca. Graziosa, gaia, intelligente, creativa, era a detta di tutti "una delle creature più belle del mondo".
Amava la vita, la bellezza, le persone e la natura, qualità che ben si accordavano alla sua persona elegante e perfezionista.
Dopo i primi rudimentali studi artistici in varie scuole, nel 1859 si iscrisse alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, dove studiò insieme al futuro pittore William Morris Hunt (1824-1879).
Nel 1868, al momento della pubblicazione di "Piccole Donne", di cui fu l'illustratrice, Louisa con i proventi sostenne i suoi studi, portandola nel 1870 in tour all'estero.
Nell'America puritana del XIX secolo le donne non avevano possibilità di ampliare le loro conoscenze artistiche come nella vecchia Europa, sebbene in quest'ultima veniva negato loro di recarsi nelle accademie a dipingere nudi dal vivo per questioni morali.
La pittrice Berthe Morisot, nelle prime mostre degli Impressionisti, fu ogniqualvolta tacciata come "poca di buono".
May compì tre viaggi all'estero con la sorella, l'ultimo da sola.
In Europa affinò e maturò il suo talento studiando scultura, disegno, pittura nelle accademie inglesi, come alle rovine romane e nei sobborghi parigini.
Si innamorò di Turner, dei suoi cieli mutevoli, delle atmosfere velate, diventando un'ottima copista, tanto da essere considerata la migliore del suo tempo.
Ma è a Parigi che visse il suo periodo d'oro. Parigi era veramente la città dell'arte e degli artisti a tal punto che "i nuovi arrivati avevano l'impressione che la città fosse un unico atelier", come lei stessa scriveva. Qui entrò in contatto con figure eminenti che sarebbero diventate famosi : divenne infatti amica e confidente di Mary Cassatt (1844-1926). Le legava entrambe la provenienza.
Nel 1877 la sua "Natura Morta" fu esposta al Salon di Parigi, entrando così nella storia come la prima donna americana negli annali della mostra. May informò la famiglia della consacrazione con la frase : "Chi avrebbe mai immaginato tale fortuna?"


"Natura Morta" (1877)
In seguito a ciò, la giovane pittrice conobbe fama nei circoli come in altre mostre, in Francia e varie parti del mondo. La sua ostinazione era stata ricompensata e univa a questa anche la sua ribellione a restare in Europa per continuare la sua professione, lontana dalla famiglia.
La sua maestria si rivelava soprattutto negli acquarelli e nelle nature morte.
I suoi dipinti accarezzavano punte di romanticismo con ispirazioni alla Turner, arrivando ai colori scuri e forti del realismo¹. Il suo tocco era delicato quanto espressivo.
Ma non visse solo d'arte. Nel 1876 incontrò a Londra l'imprenditore e violinista svizzero Ernest Nieriker, con il quale nonostante la differenza di età, si sposò l'anno successivo, ritirandosi nel sobborgo di Meudon.

"Westmister Abbay" (1879)

"Baby Owl"

"Orchard House"

Fu un unione felice : insieme ricrearono quel clima di eleganza e bellezza che li caratterizzava.
May continuò a dipingere anche da sposata. Il capolavoro "La Négresse" ne da la prova.
Dipinto nel 1879 e anch'esso esposto al Salon, ritrae una giovane afro-americana dal petto scoperto.
L'artista si è voluta rifare al movimento dell'Orientalismo, allora molto in voga grazie alle conquiste francesi in Africa nel XVIII secolo. La figura della donna è dettagliata e realistica, senza alcuna velatura erotica, ma comunicativa attraverso la posa e gli occhi.
Una concausa ulteriore delle poche testimonianze su May, è dovuta purtroppo alla sua morte prematura. Infatti ella morì di febbre puerperale, nello stesso anno del suo capolavoro e sei settimane dopo aver dato alla luce la sua creatura, Louisa May².
Si potrebbe aprire un capitolo su quante donne nella storia abbiano perso la vita e le più belle aspirazioni, morendo semplicemente di parto. Erano secoli quelli in cui il coraggio del sesso femminile si misurava anche nel vivere.
Diversamente dalle sorelle, May Nieriker, la donna che entusiasmò Parigi per un breve periodo, riposa oggi nella città che la rese famosa, la cui fermezza e valore meritano di essere conosciuti.


"Floral Panel" (1879), nella camera di Louisa ad Orchard House




M.P.




¹ Ringrazio Cristian di Artesporando per avermelo confermato.
² Detta "Lulu" (1879-1975), dopo la morte della madre venne accudita con amore dalla zia Louisa, in seguito tornò a vivere in Svizzera. Nel 1903 si sposò con Emil Rasim, resiedendo in Germania fino alla sua morte.

venerdì 14 ottobre 2016

"Bagheria" di Dacia Maraini


"Il nome Bagheria pare venga da Ba Bel Gherib che in arabo significa porta del vento. [...] ma è nata, nel suo splendore architettonico, come villeggiatura di campagna dei signori palermitani del Settecento e ha conservato quell'aria da giardino d'estate circondata da limoni e ulivi, sospesa in alto sopra le colline, rinfrescata da venti salsi che vengono dalle parti del Capo Zafferano."

Villa Valguarnera

Ci sono ricordi che per qualche motivo lasciamo volutamente fuggire dalla nostra memoria, ma la vita è imprevedibile, e capita che questi riaffiorino molto più tardi, attirandoci con una malia perversa, soprattutto se ci parlano delle nostre radici.
Questo è il tema della scrittrice Dacia Maraini nel suo libro "Bagheria" (1993), piccolo memoriale sulla sua vita trascorsa nella terra d'origine, l'entroterra siciliano.
Di Dacia Maraini questo è il terzo romanzo che leggo, a confermare il suo talento di narratrice, come di generosa dispensatrice di sensazioni, immagini e figure, femminili in particolare.
Quanto ho amato la libera e vagabonda Chiara d'Assisi e come ho sofferto per le vicende della silenziosa e attiva Marianna Ucrìa; eppure anche Bagheria è una donna, bellissima nei primi fasti, "sporcata" poi dagli uomini mentre rivive le glorie di un passato duro a morire.
Non sembrerà vero ma la Maraini appartiene, per ramo materno, alla più nobile delle famiglie siciliane, gli Alliata di Salaparuta, che già nel Settecento ebbero importanti ruoli alla corte del Regno di Napoli.
La madre, la pittrice Topazia Alliata aveva sposato contro il volere dei genitori, l'etnologo Fosco Maraini. Tra il 1938 e il 1947 la famiglia risiedette in Giappone, dove nel 1943 al 1946 fu confinata in un campo di concentramento per essersi rifiutata di firmare l'adesione alla Repubblica di Salò.
E proprio dopo la liberazione, rientrati in un'Italia povera e devastata dalla guerra, vennero accolti dai nonni materni di Dacia, nella splendida villa di proprietà, la Valguarnera¹ a Bagheria.

"Case e tetti di Bagheria", Renato Guttuso

Fra continui flash-back e reminiscenze, la scrittrice rievoca il suo periodo di iniziazione alla vita : dalle amate figure genitoriali, simbolo di quella cultura finalmente libera e moderna, contro i nobili parenti chiusi in un immobilismo atavico e gretto, non privo a volte di vergogne.
L'allontanamento dell'adorato padre, doloroso e silenzioso, all'incontro con la sessualità, offerta ma non voluta, non sono che un aprirsi e negarsi alla terra arida e selvaggia di Bagheria.
Non quella mitizzata dai Fenici e dai Greci, ai tempi di Polibio, dal profumo del mare e dei limoni, bensì quella delle speculazioni edilizie, a quelle case addossate le une alle altre che hanno distrutto interi "polmoni verdi" nelle zone vantaggiose intorno alla Valguarnera negli anni cinquanta.
"Bagheria è una città mafiosa, lo sanno tutti." La Maraini ripercorre, senza remore, la mascolina e primitiva crudeltà "del coltello e del fucile" "delle violenze, intimidazioni, soprusi, prepotenze, abusi, feriti, morti" operate dai maggiorenti del paese, favoriti da silenzio e corruzione.
Un ambiente colpevole di non aver favorito l'emancipazione femminile e ha continuato anzi lo sfruttamento delle donne con maltrattamenti, stupri, all'interno dei nuclei familiari all'apparenza dabbene.
Il corpo delle donne è un oggetto "preso" dal sesso maschile, dove la volontà delle proprietarie nulla conta "un corpo munito di utero deve nascondersi e negarsi [...] ogni abbandono è una rovina."
Ma la penna ritorna infine alla Valguarnera, con un adagio monotono sui mobili settecenteschi impolverati, fontane dormienti, stanze depredate, nei calici colmi di té freddo; odori, suoni e visioni di un lontano ancien régime, imposto dagli uomini e subìto dalle donne dagli abiti troppo ricchi e troppo pesanti e desideri sacrificati.
Dacia Maraini porterà scorci di questi piccoli scenari in molte delle sue opere.
Una scrittura che serve da catarsi ad un mondo a lungo asserragliato in memorie oscure.

"E' lei, Marianna, a grandezza naturale, chiusa in un vestito rigido [...] che tiene fra le dita un foglietto in cui è scritto una parte sconosciuta e persa del mio passato bagariota."



M.P.



¹ Sito ufficiale della Villa a Bagheria.




Libro :

"Bagheria", D. Maraini, KK edizioni.

giovedì 6 ottobre 2016

"Dalla Parte delle Bambine" di Elena Gianini Belotti


"Questo libro ha avuto la fortuna di essere stato molto regalato : da una figlia a sua madre, da una madre a sua figlia, da una donna ad un amico, da un uomo ad una donna, da un giovane alla sua ragazza e viceversa, da amici e amiche ad innumerevoli madri e padri di bambine. Ognuno dei donatori ha affidato al libro un'intenzione, un augurio, una sollecitazione : leggilo e capirai il mio passato; leggilo e riconoscerai la tua storia; leggilo e non ripeterai la mia storia; leggilo e potrai cambiare il tuo destino; leggilo e il destino della tua bambina sarà diverso dai nostri."


"Girl with Baloon" (2004), Banksy


Quando ero bambina e passavo le estati dai nonni in Abruzzo, mi ricordo che passavo i pomeriggi davanti alla libreria di una delle cugine più grandi. Lei frequentava le Magistrali e i suoi testi erano per lo più saggi di psicologia e pedagogia. Prendevo un volume alla volta e mi mettevo a leggere sull'educazione dei bambini, la loro vita come poteva cambiare a seconda di un gesto negato od offerto da un adulto.
La prima volta, invece che lessi il nome di Elena Gianini Belotti fu in una introduzione ad un libro della scrittrice americana Louisa May Alcott (1832-1888), e il collegamento non aveva nulla di strano : la Alcott nei suoi romanzi non proponeva modelli di ragazze esemplari, ma possibili varianti a quelle della propria generazione. Ma chi è la Belotti?


Negli ultimi fatti di cronaca sugli abusi alle donne e allo sfruttamento della loro immagine, il suo nome è rimbalzato da una parte all'altra tra giornalisti e scrittori.
Elena Gianini Belotti è una luminosa e riconosciuta pedagogista italiana. Nata e vissuta a Roma, insegnante montessoriana, ha diretto dal 1960 al 1980 il Centro Nascita Montessori, unico nel suo genere in Italia, dove si preparano le future madri al proprio ruolo.
Prolifica scrittrice, nel 1973, in un periodo di continue rivendicazioni femminili, pubblicò il saggio-indagine "Dalle Parte delle Bambine".
Fu uno strepitoso successo di vendite e durevole nel tempo che solo l'illusorio raggiungimento di una certa indipendenza femminile ha riposto in un angolo.

La Belotti poneva grande attenzione sull'infanzia e alla tradizionale differenza di carattere tra maschi e femmine che non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che i bambini subiscono nei primi anni di vita e questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile.
Diviso in quattro capitoli, il libro si sviluppa dalle aspettative genitoriali dopo il concepimento fino all'entrata del bambino nella società e nelle istituzioni scolastiche.
Pur essendo un testo per alcuni versi superato, resistono ancor oggi certi pregiudizi "profondamente radicati nel costume : sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un'utilità sociale" al momento dell'attesa di un figlio : i periodi di luna, i chicchi di grano, maschio se sono dispari pari femmina, ventri appuntiti o piatti, gravidanza faticosa nascerà una bambina, più rilassata nascerà maschio; tutto è volto ad esprimere emozioni positive per il maschio, negative per la femmina, a ricordare, ancora prima di venire al mondo, la supremazia maschile.
Nel secondo capitolo si analizzano i primi condizionamenti da parte degli adulti, si mette in luce, in particolare, la normale "giustificazione" che si da all'irruenza dei maschi mentre si reprime la vivacità femminile, non capendo che la vivacità è l'inizio di una fervida creatività. Così le bambine hanno già in mente le predisposizioni "giuste" da prendere e falsi modelli in cui immedesimarsi.
Non è raro che siano proprio quest'ultime a doversi conquistare fin da piccoline l'affetto e l'accettazione dal mondo adulto, attraverso la bellezza, la civetteria, dove i bambini maschi nulla hanno da ottenere perché basta l'essere appartenenti al sesso dominante.

"A Little Girl Reading" (1900), J. Gudmundsen

Questo non cambierà nella crescita e nel mondo del lavoro dove una donna dovrà impiegare maggiori energie per arrivare ad un risultato laddove un uomo potrà sacrificarsi con meno dispendio di fatica.
L'intelligenza e il valore intellettuale non vengono quasi mai menzionate per il sesso femminile, non rappresentano le prime qualità a cui si pensa.
L'"invidia del pene" tanto conclamata da Sigmund Freud non è che il rimpianto della sua insubordinazione.
Se nel caso di "Gioco, giocattoli e letteratura infantile" non esiste più come nel passato una netta differenza tra giochi maschili e femminili, non è altrettanto vero nell'ambito delle immagini e della pubblicità.
Non è da molto il ritiro dello spot di una nota marca di pannolini, ritenuto discriminante per le bambine, a cui si attribuivano solo ruoli passivi.
Un ambiente che potrebbe contribuire ad un miglioramento dell'infanzia femminile è la letteratura. 
Pochi giorni fa c'è stata la sentenza di un tribunale che ha risarcito una minorenne incappata nel giro della prostituzione, con trenta libri di autrici simbolo dell'indipendenza femminile.
Nell'ultimo capitolo viene affrontato il compito delle scuole sull'educazione e sullo sviluppo delle loro persone in base alle individualità, nature e sentimenti, non alla caratterizzazione del sesso, al fine di realizzare i propri bisogni ed assicurare aspettative di vita migliori per ogni singolo per raggiungere una possibile, armoniosa convivenza tra le future donne e i futuri uomini.

"Nessuno può dire quante energie, quante qualità vadano distrutte nel processo di immissione forzata dei bambini d'ambo i sessi negli schemi maschile-femminile così come sono dalla nostra cultura, nessuno ci saprà mai dire che cosa avrebbe potuto diventare una bambina se non avesse trovato sul cammino del suo sviluppo tanti insormontabili ostacoli posti lì esclusivamente a causa del suo sesso."



M.P.



Libro :

"Dalla Parte delle Bambine", E. G. Belotti, Feltrinelli 1983


sabato 1 ottobre 2016

Odilon Redon e l'invisibile manifesto


"Principe dei sogni misteriosi, paesaggista delle acque sotterranee e dei deserti sconvolti dalla lava."
(Joris-Karl Huysmans "Controcorrente" su Odilon Redon)


"Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann"



Quando ho da cercare informazioni su un'epoca o un personaggio storico, mi rivolgo, prima che alla rete, a quella che io chiamo con affetto "la mia eredità", ovvero la mia enciclopedia. Non potrei mai privarmi di essa per nulla al mondo, perché fin dall'infanzia mi ha cullata con le sue storie.Un mese fa mi capitò, mentre sfogliavo un volume, di trovarmi davanti, per caso, una foto di un dipinto a cui sono rimasta colpita per l'intensità e vivacità di cromie e movimenti quasi danzanti in uno sfondo fantastico. Pochi secondi incantata per poi ritornare alla realtà scorgendo il nome del suo autore, un artista francese di fine Ottocento, poco conosciuto dai coevi ma amatissimo e fonte d'ispirazione per tutte le future generazioni di artisti.

Nel 1890 un pittore francese decise che fosse arrivato il momento di abbandonare definitivamente il nero, per votarsi finalmente ad un ventaglio di colori e luci.
La Francia si preparava allora a vivere gli ultimi splendori di fin de siècle.
L'anno prima Parigi aveva festeggiato l'Esposizione Universale con la costruzione della Torre Eiffel e non ultimo il centenario della Rivoluzione. L'arte francese stava dando al mondo il suo periodo di
-ismi e un incisore e litografo maturo di Bordeaux si stava avvicinando ad una nuova forma artistica.
Jean-Bertrnad Redon (1840-1916), meglio conosciuto come Odilon Redon fu un pittore diverso dalla sua epoca; appassionato di scienze naturali, imbevuto di musica e poesia e da una infanzia difficile caratterizzata dall'epilessia.
Il momento del suo approdo al pastello, alla pittura a olio coincise con la nascita del secondogenito Arï, dopo la morte del primo figlio Jean (1886).
Eppure non al colore ma l'invenzione di una nuova iconografia basata sul bizzarro, chimerico e romantico si deve a Redon. Le sue composizioni non sono rivolte al mondo esteriore, a quello che possiamo vedere, bensì ad un ambito interiore, intangibile e invisibile. I suoi temi si intrecciano nei miti classici ed orientali, dalla cui tecnica scaturisce l'irrazionale e il mistero, un'esplosione nell'immaginario ed indeterminato, nei nostri pensieri e nel nostro inconscio, ben cinque anni prima della nascita della psicanalisi.
Il sogno, il fantastico si fondono con l'interpretazione del soggetto che talvolta non è che un pretesto per esprimere un sentimento : tristezza, disperazione, malinconia, vedranno in Odilon Redon un precoce visionario delle inquietudini e paure del primo Novecento, anticipando il Simbolismo e dando motivo di ammirazione ai Surrealisti.
Non è un caso che il protagonista insofferente di "Controcorrente", Des Essintes venga turbamente attratto dalle sue opere.

"Gli Occhi Chiusi"

In una delle prime opere acquistate dallo Stato francese "Gli Occhi Chiusi", realizzato nel 1890, appare un volto evanescente e indefinibile, dai capelli lunghi ma senza ombra di decorazioni, la bocca muta e le palpebre chiuse. Sembra stia sognare o forse e colto in un attimo di introspezione su uno sfondo calmo e sereno mentre tutto il corpo scompare nella nebbia. Eppure questo vago sogno potrebbe assomigliare anche ad una morte vicina. Verosimilmente è anche il ritratto della moglie dell'artista la creola Camille Antoniette Falte (1852-1923), sposata a Parigi nel 1888.
Legati alla mitologia greca sono i seguenti due quadri. "Il Ciclope" (1895-1900), dove un mostro con un solo occhio, che solo dal titolo riusciremo a capire che si tratta proprio del ciclope Polifemo, si affaccia da una montagna mentre guarda con il suo occhio vigile l'oggetto del suo amore, Galatea la bella ninfa marina, dormire serenamente nel bosco.

"Il Ciclope"

Ma il Polifemo qui raffigurato non è la crudele creatura omerica né il mostro geloso che uccise il rivale in amore, il pastore Aci, per possedere la ninfa. E' invece un essere gentile, dallo sguardo benevolo, come si evince anche dai toni caldi usati da Redon, che sembra si stia accertando del riposo pacifico dell'amata che è giusto abbozzata insieme al paesaggio circostante. Il tutto sempre ricreato in uno spazio di mistero e d'indefinito.
In uno scenario che da più l'idea di un sogno che di un panorama greco ("Orfeo" 1903), riconosciamo, attraverso il soggetto esposto, la testa del poeta e cantore Orfeo distesa sulla sua lira, trasportata verso un mondo fantastico.
Orfeo dopo aver perduto la moglie Euridice, fu ucciso nel delirio di un baccanale dalle Menadi e fatto a pezzi; la testa venne gettata dalle invasate nel fiume Ebro dove continuò a cantare (simbolo dell'immortalità dell'arte), arrivando fino alle spiagge dell'isola di Lesbo.
Il volto del poeta non ha quasi nulla della morte e anzi sembra stia pensando o in uno stato di beatitudine rivelata anche dai colori tenui e sfumati del dipinto.
Di grande bellezza e impatto visivo è invece l'"Ofelia tra i Fiori" (1905-1908). In questo capolavoro Redon ritrasse il personaggio femminile di Ofelia, la dolce fanciulla amata dal principe Amleto nell' omonima tragedia di Shakespeare.

"Ofelia tra i Fiori"


La giovane è rappresentata nel suo atto conclusivo, poco prima di suicidarsi. Ha sopra il capo una ghirlanda di fiori, il corpo sommerso dalle acque, mentre guarda rapita una cascata di fiori sopraggiungere insieme ad una folata di blu.
L'artista francese fornisce una versione nuova di Ofelia, non folle e debole, al contrario, cosciente e in lotta con se stessa. Una lotta interiore che proviene dalla ribellione alla classe maschile e a tutte le circostanze di un mondo in rovina; ritroviamo in lei un personaggio positivo e finalmente in armonia e in pace con la natura e la sua anima.

"Le sue vesti si allagarono e per un poco
La sostennero come una sirena, e lei
Cantava brani di vecchie melodie
Come una inconsapevole del proprio rischio
O come una creatura nativa cresciuta
In quell'elemento." ("Amleto" IV. 7)


Di simile composizione è "Il Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann" del 1910. Anche qui una giovane fanciulla, ma questa contemporanea al pittore, si trova seduta, appoggiata allo schienale della sedia, i capelli neri sciolti, il vestito poco delineato e lo sguardo inafferrabile. Davanti a lei una esplosione di fiori non definiti e dai colori prettamente blu e viola.
A captare l'attenzione dello spettatore è il corpo rilassato di Violette (una posa non certo aggraziata per una signorina), e gli occhi persi verso un pensiero astratto, interiore e terribilmente moderno. Un dipinto da cui traspare tanta intensità e riflessione.

"Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann"

L'apice e la sintesi della carriera artistica di Odilon Redon si trovano in una delle sue più importanti ed ultime opere. Nel 1908 il ricco collezionista d'arte Gustave Fayet (1865-1925), comprò come residenza personale l'abbazia di Fontfroide (XI secolo), ad una decina di chilometri da Narbona; amico di Redon, chiese al pittore di decorargli la sala che doveva fungere da biblioteca.
Il pittore realizzò due pannelli, uno di fronte all'altro : nel 1910 fu portato a compimento il primo "Il Giorno", dove sotto un cielo luminoso, ricco di fiori, spunta dalla foresta il dio Apollo che con il suo carro è pronto per portare in alto il Sole; tutto in gioco di colore e movimento volti a trasmettere un senso di onirico.

"Il Giorno"

L'anno seguente portò a termine anche il secondo pannello "La Notte" con un ritorno al nero ma meno inquietante e più dolce. In bosco dai colori prettamente nero/blu, prendono forma esseri bizzarri, persone alate, donne velate, fiori, occhi chiusi e i componenti della famiglia Fayet e l'amata moglie Camille vaganti in un mondo di sogni e allucinazioni.

"La Notte"

Il carattere oscuro e surreale dei dipinti andava ad accordarsi bene con le tematiche della libreria di Fayet che presentavano per lo più testi trattanti occultismo ed esoterismo.
Quasi come a indurre al silenzio e alla meditazione, Odilon Redon concluse il lavoro con un terzo pannello, posto sopra la porta all'uscita dalla libreria : un angelo.



"Far vivere umanamente degli esseri inverosimili secondo le leggi del verosimile mettendo per quanto è possibile, la logica del visibile al servizio dell'invisibile." Odilon Redon



M.P.