giovedì 24 novembre 2016

"Novembre" di Gustave Flaubert


"Amo l'autunno, triste stagione che si addice ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo serba ancora al crepuscolo il color rosso che indora l'erba appassita, è dolce guardare spegnersi ciò che prima brillava in noi."


"A Wooded Pathin Autumn", H. Anderson Brendekilde


Opera essenzialmente autobiografica, "Novembre" di Gustave Flaubert (1821-1888), è un brevissimo racconto scritto nel 1841 e pubblicato postumo in Francia solo nel 1910.
In tutta la sua vita Flaubert si vergognò enormemente dell'opera, per la semplicità e maggiormente per il suo eccessivo romanticismo. Tuttavia questa segnò il primo importante componimento dell'autore : l'ultimo richiamo alle sue memorie giovanili e ad uno stile ancora denso di lirismo e riflessione.


Ambientato nella Parigi di Luigi Filippo (1830-1848), un giovane collegiale di buona borghesia, vive la sua adolescenza e giovinezza tra sogni, romanticherie e soprattutto di desideri carnali e d'amore.
Addentratosi in un sobborgo, conosce la prostituta Marie, con la quale si abbandona per due giorni.
Non sarà solo appagamento del corpo; insieme scopriranno che le loro vite non differiscono poi di tanto, essendo cresciuti nell'illusione e nella mancanza d'amore.
Non si rivedranno mai più.

Diviso in tre parti, nella prima seguiamo i pensieri volitivi e adoranti del giovane, in un mese votato alla malinconia e al ricordo. Nella seconda parte, la più bella e godibile dell'intero racconto, la bella Marie racconta quel che è stata la sua storia, da fanciulla avida d'amore e sensualità fino alla trasformazione di ricca cortigiana. Le sue manchevolezze, il suo folle inseguimento verso dorate visioni e la sua caduta più degradante ritorneranno nelle fattezze di un'altra donna, Emma Bovary.
Marie corrotta nel corpo, nei suoi sogni e nel suo cuore si sente ancora vergine perché mai ha amato davvero. Ne esce una figura provocante e contemporaneamente innocente.
Nella parte finale l'autore usa il cliché del ritrovamento del manoscritto per continuare a narrare le ultime vicende del giovane.
Al momento della stesura, Flaubert ripercorse due fatti principali della sua vita : agli anni tristi e solitari al Collège Royal di Rouen e all'incontro con Eulalie Foucaud.
Gustave Flaubert ebbe sempre un ossessione particolare : le donne.
Ossessione particolare che si ripercuoteva naturalmente nei suoi scritti; l'amata Elisa Schlesinger (1810-1888), fu ritratta meravigliosamente nel personaggio di Madame Arnoux nell'"Educazione Sentimentale", in questo Eulalie conosciuta a Marsiglia nel 1840, prende il personaggio di Marie.
"Novembre" è un libro denso di autobiografismo, d'aspirazioni e bramosie tipiche della gioventù, ma anche il complesso passaggio dello scrittore dal romanticismo al realismo e quindi alla definitiva età matura.
Un ricordo che si consuma nel breve attimo di una stagione, per non ritornare mai più.



M.P.





Libro :

"Novembre", G. Flaubert, Bit Edizioni 1995

sabato 12 novembre 2016

"Da un Mondo che non c'è Più" di Israel J. Singer


"In casa nostra tutto era considerato un peccato. Dire che il mio insegnante, Reb Mayer, era pazzo era peccato. Acchiappare le mosche a Shabbat era peccato. Disegnare era peccato. Anche correre era peccato perché non si confaceva agli ebrei ma solo ai gentili. Qualsiasi cosa uno facesse o non facesse, c'erano buone probabilità che fosse peccato. Non fare completamente niente era peccato. «Perché perdi tempo?» mi diceva mio padre ogni volta che mi beccava a guardare fuori dalla finestra. «Un ebreo non deve mai restare indolente. Deve sempre studiare.»"


"La Boutique gouache sur Papier" (1911), Marc Chagall

Ci sono civiltà lontane nella storia le cui credenze, superstizioni e culture oggi non conosciamo più nulla : sono state spazzate via dalle guerre o da qualche evento tragico o più semplicemente dal progredire umano.
I fratelli Singer sono i testimoni più rappresentativi di quel popolo ebraico che si era stanziato in Polonia e altre regioni limitrofe, così ricco di motivi folkloristici e sacrali, e mirabili narratori del filone yiddish¹.
Isaac Bashevis Singer (1904-1991), vinse addirittura il Premio Nobel per la letteratura nel 1978, la sorella Esther (1891-1954), scrisse notevoli opere sulla condizione delle donne di origine ashkenazita, ma il primato di cantore spetta, a mio dire, a Israel Joshua Singer.
Proprio come Joseph Roth, Israel Singer fu il partecipe spettatore di un mondo in declino.

Israel Joshua Singer (1893-1944), figlio di un rabbino della provincia di Varsavia, imbevuto fin dall'infanzia di dottrine ebraiche, arrivò tardi alla scrittura. Adombrato poi dalla figura del fratello minore, è stato nel lungo Novecento sconosciuto ai più, come tutti gli autori non sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Oggi la sua narrativa è stata rivalutata e i suoi romanzi come "I Fratelli Ashkenazi" e "La Famiglia Karnowski", celebrati degnamente come opere di rara e unica bellezza.
Scritto nel 1933 e pubblicato postumo nel 1946 "Da un Mondo che non c'è Più" è il primo volume di quell'autobiografia voluta e mai portata a termine dal suo autore.
Un memoriale dall'infanzia sino alla prima adolescenza, della famiglia ma soprattutto un ritratto collettivo di una comunità rurale e remota, nell'impero zarista del XX secolo.


L'opera si apre con l'incoronazione a zar di tutte le Russie di Nicola II (1894). Israel Joshua allora ha appena un anno, figlio di Pinchas Mendl Singer, rabbino dello shtetl² di Leoncin, provincia polacco-galiziana nei pressi della Vistola, uomo devoto a Dio e alla Torah ma credulone e poco pratico e di Basheva Zylberman, donna colta, intellettuale e più assennata del marito.
Israel cresce in un ambiente osservante e domestico, tra ore passate allo cheder (scuola primaria ebraica), lunghe preghiere in sinagoga e sere passate a studiare la Torah.
Il suo è un clan chiuso, culturalmente di livello basso e votato completamente a rigide regole religiose che governano i suoi abitanti.
Israel rifugge da questo mondo di precetti, credenze popolari e divieti, correndo fino allo sfinimento con i suoi amici, ascoltando i pettegolezzi degli adulti, mangiando con colpevole piacere e ridendo alle goffaggini di eminenti personaggi. Il suo corpo come i suoi pensieri maturano un senso di sofferenza e ribellione ed aspirazione verso una vita più libera e moderna.

"Ma tutte le punizioni non sporcavano la gioia delle giornate soleggiate nel frutteto e delle buie e tenere serate, quando il cielo era pieno di milioni di stelle e mi sentivo al corrente di tutti i misteri della vita e dell'esistenza."



La sua grandezza tuttavia non risiede nella vita del giovane protagonista, bensì nelle altre vite di Leoncin. La provincia ebraica pur immobile nel suo status è fermente di drammi.
Un romanzo corale di voci e odori che scaturiscono dalla storia di una società patriarcale, dove gli uomini siedono studiando le "dolci preghiere", per poi rivoltarsi nella rabbia, nell'invidia, nell'avidità e perversioni, chiedendo infine aiuto al Cielo e nell'arrivo di un Messia che non arriverà mai.
Le donne chiuse nei loro angoli di casa a cucinare, tenere in piedi la famiglia e servire : negli occhi il rancore della loro solitudine, nelle guance il rossore mentre parlano di rapporti coniugali.
Quando una persona di ammala non si chiamano dottori ma santoni, si crede nel malocchio e leggende lontane nel tempo.
Un villaggio quello di Leoncin dove il progresso non è stato ancora conquistato, ma già ne viene pronosticato il futuro avvento e il declino di quel vecchio mondo.
Ho dovuto più volte interrompere la lettura per cercare il significato di molti dei termini ebraici di cui non ero a conoscenza, eppure il testo si è rivelato scorrevole e le sue vicende racchiudono le memorie di un tempo che fu.
Questo è quel mondo raccontato da Israel Joshua Singer che sarebbe stato infine annientato dalla furia nazista.



M.P.



¹In origine dialetto alto-tedesco, scritto in caratteri ebraici.
² Villaggio ebraico dell'Europa Orientale.




Libro :

"Da un Mondo che non c'è Più", I. J. Singer, Newton Compton.


venerdì 4 novembre 2016

"La Mia Vita" di Agatha Christie


"Tra me e quella ragazzina solenne con i boccoli biondo-chiaro non c'è nessuna differenza. La dimora in cui risiede lo spirito cresce sviluppando istinti e propensioni, emozioni, e capacità intellettive, ma io, la vera Agatha, sono sempre la stessa."



De "La Mia Vita" di Agatha Christie ne avevo già parlato in un post di luglio come consiglio di lettura durante l'estate. Ho adempiuto al mio stesso consiglio, seppur non durante la bella stagione, ma in quella più emozionale e colorata.
Conosco la Christie. Non esagero quando scrivo che mia sorella dovrebbe risultare tra i pochi italiani a possedere una sterminata collezione dei suoi libri, tra polizieschi, drammi teatrali, sentimentali e d'epoca. Approfittavo delle sue letture mentre si faceva viva in me l'immagine di una scrittrice geniale, brillante; una mente fine ed acuta.
Non esagero nemmeno scrivendo che non leggo nessun altro giallo al di fuori dei suoi. I gialli moderni hanno sempre dei risvolti riguardanti la mafia, lo Stato, intrighi internazionali; io credo molto di più "nella natura umana" : nei rapporti personali, negli odi covati, nelle gelosie ataviche.


Al momento della stesura Agatha Christie (1890-1976), era tra le più popolari scrittrici mondiali.
I suoi libri venivano venduti dalle regioni più lontane e fredde oltreoceano fino all'Estremo Oriente, riprodotti nei vari teatri, cinema, e la sua persona di dama inglese stimata nei circoli letterari come nei mondani.
Scritta tra il 1950 e il 1965, "La Mia Vita" (pubblicata postuma nel 1977), è il suo romanzo di ricordi e memorie che abbraccia il lungo Novecento, dalla fine dell'età vittoriana, l'inizio dell'epoca eduardiana, le due guerre mondiali, fino alla sicura e accomodante vita negli anni '50-'60.
La sua non è la semplice storia di una scrittrice famosa, ma il resoconto di epoche, mode, passioni, conflitti, sguardi e riflessioni di un mondo lontano, in continuo cambiamento, le cui rievocazioni giungono all'atto finale di una matura consapevolezza di aver vissuto una vita piena e soddisfatta.

Una giovane Christie

Nata nella medio-alta borghesia anglo-americana, nella riviera turistica di Torquay; Agatha cresce in un clima di generoso benessere, secondo gli usi e convenzioni dell'età post-vittoriana.
Tra banchetti mondani, numerose tate, filastrocche da imparare, una creatività e immaginazione fervida fin da piccola.
I capitoli sull'infanzia prendono buona parte del libro : "una delle cose più belle che possono capitare a una persona è un'infanzia felice. La mia lo è stata molto."
Un ambiente di sogni, fate, libri, cene con regine, dove ancora la scrittura non contava nulla.
La morte del padre oberato di affanni, quindi il ridimensionamento economico, una giovinezza libera, nei bagni al mare, visite, balli e lunghi flirts. L'incontro con Archibald Christie (1889-1962), ufficiale dell'aeronautica e il lavoro in un dispensatorio durante la Grande Guerra e il giro del mondo nel 1923 per opera del British Museum.
Armeggiando tra farmaci e veleni le si era presentata l'idea di creare dei romanzi polizieschi, passione che non tarderà a diventare una vera e propria professione.
La dolorosa morte della madre accompagna il divorzio imposto dal marito; una seconda primavera le apre un nuovo matrimonio e nuove visioni e colori dall'Oriente che si arrestano solo con l'avvento del secondo conflitto.

Non bisogna immaginarsi la Christie come una vecchia dama, seduta in un angolo vintage a scrivere.
Era una donna moderna : cavalcava all'amazzone, surfava sulle onde australiane, guidava l'automobile (allora una rarità per una donna), ballava il tango, viaggiava sull'Orient-Express, facendo spola fra Occidente e Oriente, passeggiando nel deserto alle prime luci dell'alba e poi occupandosi di scavi archeologici in città perdute.
Le sue opere rivivono nella lunga vita ripercorrendo aneddoti, fatti storici e privati con modestia e sincerità, spoglie di vanesie elucubrazioni e attraverso i suoi personaggi più celebri, da Hercule Poirot a Miss Marple, dal signor Quin a Tommy e Tuppence.
In questo che ritengo tra i più bei testamenti letterari del Novecento, ricorre nel lungo flusso di pensieri e ricordi, l'amore.

Agatha Christie in Egitto

L'amore per il Medio Oriente. Mi sono commossa per le suggestive descrizioni di città fiabesche con le loro torri alte e tramonti rosati, popolazioni e culture diverse, scenari netti e chiari di Aleppo, Mosul, Bagdad, Esfahan (detta la metà del mondo); oggi mondi persi per sempre, le cui bellezze nessuno più scriverà.
Io che di quei paesi mi sento così ignorante, vi ho lasciato le lacrime fra quelle pagine.

"Quanto ho amato quella parte di mondo.
L'amo ancora e l'amerò per sempre."

L'amore per la vita. Qui si ritrova la Christie delle sue opere : il senso della continuità della vita a dispetto di tutto, dei nostri affanni, delle nostre delusioni come della morte.

"Mi piace vivere. E' capitato anche a me di essere in balìa di una profonda disperazione, di un'infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria."

Una vita che seppur resa straordinaria dalla sua autrice, essa magnifica il suo vero fondamento, la gratitudine.



M.P.





Libro :

"La Mia Vita", A. Christie, Oscar Mondadori, 2007
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