giovedì 20 settembre 2018

"Il Grande Mare dei Sargassi" di Jean Rhys


Lei diceva di amare questo posto. Sarà l'ultima volta che lo vede. Starò all'erta per scorgere una lacrima, una lacrima umana. Non quella faccia chiusa e piena d'odio, da pazza.
Ascolterò per sentire... se dice addio, forse adieu - Adieu - come quelle antiche canzoni che cantava. Sempre adieu (e tutte le canzoni lo dicono). Se lo dice anche lei, o se piange, la prenderò tra le mie braccia, la mia pazza. È pazza ma è mia, mia.
Che me ne importerà degli dèi o dei diavoli o del Destino! Se lei sorride o piange o tutt'e due le cose.
Per me. 
Antonietta - anch'io so essere gentile. Nascondi il viso. Nasconditi, ma nelle mie braccia. Vedrai presto che sono gentile. Mia povera folle. Mia pazza fanciulla.
Ecco un giorno di nuvole per aiutarti. Non c'è quel sole sfrontato.
Non c'è sole. Niente sole. Il tempo è cambiato.


"Jean Rhys", Eleanor Taylor

Innegabilmente "Jane Eyre" di Charlotte Brontë è tra i romanzi più letti e riletti di tutta la letteratura occidentale. È incredibile come l'opera di questa minuta scrittrice inglese abbia influenzato la seguente letteratura, altri romanzi, film, milioni di lettori e quell'ideale  romantico che va oltre mondi e classi di nascita diversi che dura tutt'ora.
Quella della protagonista è una figura immortale, che a distanza di più di centosettanta anni rientra nell'immaginario delle "eroine" più amate.
La prima volta che lessi "Jane Eyre", da ragazza, rimasi affascinata dalla ribellione e dall'indipendenza portate avanti dal personaggio omonimo, che andava scontrandosi contro il bigottismo e il pregiudizio dell'età vittoriana.
Ma ad una rilettura intrapresa qualche anno fa, mi sorprese qualche ambiguità nel romanzo e la figura stessa del gentiluomo Mr Rochester venne cancellata per rivelarmi, invece, una personalità legata ad un passato oscuro, forse travagliato di denaro e lussuria.
Comunque in nessuna delle due volte mi soffermai sulla moglie, la pazza, Bertha Mason, troppo schiacciata dall'ampia presenza di Jane Eyre. Di lei non sappiamo quasi nulla e di quel poco che conosciamo non abbiamo testimonianze sicure, solo la parola di Rochester. Ma questa non riuscì a sfuggire a Jean Rhys.
Jean Rhys (1890-1979), creola come la creola Bertha Mason, fu l'autrice poco nota di un grande best-seller del secondo Novecento: "Il Grande Mare dei Sargassi".
Figlia di un medico gallese e di madre creola bianca, nacque a Roseau capitale dell'isola caraibica di Dominica; visse gli ultimi giorni dell'età dell'oro del periodo coloniale.
Trasferitasi giovanissima a Londra e in seguito a Parigi negli anni Venti, voleva fare l'attrice ma sostenne un'esistenza di eccessi ed emarginazione dovuta alla sua provenienza e al difficile adattamento in una società patriarcale.
Introdotta nel vivace panorama letterario di quel tempo, si dedicò alla scrittura, divenendo allieva-amante dello scrittore britannico Ford Madox Ford. Ma le sue opere non riuscirono a procurarle né fortuna né il sostentamento per sopravvivere, fino al 1966.
Dopo anni di silenzio e alla matura età di settantasei anni pubblicò "Il Grande Mare dei Sargassi", ottenendo un tardivo successo ma quell'opera, seppur oggi quasi dimenticata, fu la risposta più efficace alle ambivalenze del testo della Brontë.
Prequel di quest'ultimo, la Rhys recuperò i ricordi della sua infanzia per riscattare l'immagine del possibile alter ego Bertha Mason, raccontandone la difficile vita nella selvaggia Giamaica, il matrimonio con un uomo inglese e la fine disgraziata.
La sua è una potente denuncia al post colonialismo inglese, alla visione limitata dell'uomo ottocentesco per tutto ciò che gli era ignoto e alla figura sottomessa della donna.


Il romanzo ha una struttura narrativa elaborata: diviso in tre parti (le prime due ambientate nei Caraibi, l'ultima in Inghilterra), alterna tre voci narranti differenti (Antoinette, Mr Rochester, Grace Pool), come pure si alternano i tempi dell'azione a seconda della prospettiva del narratore.
Il dramma si apre nelle Indie Occidentali, nel XIX secolo.
A Coulibri vive la piccola Antoinette Cosway insieme alla madre Annette e al fratello menomato Pierre. Con l'abolizione della schiavitù voluta dal governo inglese¹, la famiglia Cosway si è ritrovata in pessime condizioni economiche che si sono aggravate ulteriormente con la morte del capofamiglia.
La grande casa in rovina è ghermita dalla folta vegetazione esotica, sopraffatta da un clima di disordine e in incuria, anche dai pochi domestici che sono rimasti fedeli, visto che i nativi dell'isola nutrono forti rancori per gli ex schiavisti.
Antoinette, trascurata dalla madre, trascorre la sua infanzia senza educazione, insicura ed umiliata dalla gente del posto. Ma quando Annette si risposa con un ricco inglese, tale Richard Mason,  il nuovo nucleo famigliare sembra riacquisire l'antica stabilità e benessere.
Eppure Annette non è riuscita a convincere il marito a fuggire dall'isola, dato il pericoloso odio crescente della popolazione e non può impedire l'incendio che viene appiccato alla casa: l'evento è devastante, il piccolo Pierre muore.
Impazzita dal dolore, viene allontanata dal marito e anche Antoinette portata in un convento dove viene educata per diventare una buona moglie.
A diciassette anni compiuti, morto il patrigno, il figlio Mr Mason (suo nuovo tutore), la dà in sposa ad un inglese², figlio secondogenito di famiglia nobile ma pieno di debiti. Insieme stringono un patto vantaggioso ad entrambi: Mason si libera della fanciulla e l'inglese riceve una ricca dote.
Dopo il matrimonio Antoinette e il marito partono in luna di miele per le isole caraibiche ma un primo, illusorio idillio viene subito spazzato via dal carattere arrogante e superbo dell'uomo.
Comincia, infatti, a provare astio verso il posto che non conosce, dove i colori sono tutti troppo accesi, troppo vividi, dove il sole regna imperioso. Non comprende le abitudini, le usanze, la fedeltà dei domestici e anche verso la giovane sposa sente solo lussuria e non amore, mentre quest'ultima non può più vivere senza di lui. A ciò si aggiungono le maldicenze di un figlio illegittimo di Cosway che cerca di infangare l'innocenza di Antoinette.
L'odio silenzioso per la moglie lo porta a tradirla con la sua domestica di colore, a cambiarle nome (usando quello di Bertha), a crederla pazza quando lei si strugge per lui, quando prova inutilmente ad essere capita ed amata.
In un'ultima risoluzione l'uomo decide di ritornare nella sua Inghilterra, dopo l'avvenuta notizia della morte del padre e del fratello primogenito, portando via con sé anche la moglie per rinchiuderla nella soffitta della sua dimora, nascondendola quindi e strappandola dalla sua terra e da un sole che non avrebbe più rivisto.

È un romanzo doloroso e per questo potente nei suoi temi e nella sua prosa incisiva e musicale grazie ad un linguaggio in cui sono presenti inflessioni caraibiche. In molti riconosceranno i momenti, le assonanze al famoso romanzo della Brontë .
Il periodo storico (pur tornando molto indietro rispetto a questo) offre una visione di quel mondo coloniale differente dal pensiero dell'uomo vittoriano.
La Brontë lo tinge a tinte fosche, di riti magici, di usanze e miti folli quanto immorali. La Rhys lo ridimensiona ad una terra oppressa dalla dominazione francese prima, inglese poi, e in seguito abbandonata ai rovi di un post colonialismo schiacciato dal razzismo e dalle lotte di classe di ex schiavi negri con creoli bianchi, davanti agli occhi indifferenti e incapaci degli inglesi ex colonizzatori.

J. Rhys

E il peso più grave cade sulla figura della donna, sottomessa dall'uomo, dalla collettività, dal tempo; intrappolata in una società patriarcale dove il denaro smuove personaggi ed azioni.
La donna vive nell'alienazione e nell'emarginazione di una comunità di cui non è parte integrante.
Nemmeno il matrimonio contribuisce a darle il proprio ruolo e la libertà sperata che anzi tende a soffocare ogni sua manifestazione di slancio e desiderio (Jane Eyre pur credendo nella propria autonomia non manca di prendere una fanciulla come sua cameriera personale e imporle ordini).
Forse coma mai in nessun romanzo, qui ho trovato la più tangibile dimostrazione del nefasto e crudele dominio maschile che tende a prosciugare la figura femminile del suo misterioso significato, a ridurla ad un oggetto inanimato, da profanare e quindi tale da chiamarlo con un altro nome.

- Non mi chiamo Bertha. Stai cercando di trasformarmi in un'altra, chiamandomi con un altro nome.

In questa lotta dei sessi quel che mi ha scioccato è la passione negata ad Antoinette.
La Brontë definisce "pazza" Bertha perché avida di lussuria; come crede lo stesso marito ma ad Antoniette le è impossibile vivere la sua passione, che non è sesso bensì fame d'amore. E la passione negata e la vita negata è uno dei motivi più commuoventi dell'opera.
Ma il libro è anche una denuncia verso quell'epoca (che la Rhys rivedeva negli anni Venti) e verso quella limitatezza dell'uomo vittoriano chiuso nelle sue incrollabili sicurezze, nella convinzione della sua progredita civiltà e perciò incapace di comprendere quello che andava oltre il proprio raziocinio.
"Il Grande Mare dei Sargassi" è una sensibile, grande opera di valore letterario e umano, traboccante di visioni, simboli, immagini rapide e penetranti; di pappagalli dalle ali tarpate, di fiori e innocenze calpestate, di canti di galli improvvisi e tempeste cariche di sinistre sciagure.
Se è vero che Jean Rhys ha ridimensionato "l'effetto Jane Eyre" e provato a spiegare alcune incongruenze lasciate insolute, è anche vero che non per ciò "Jane Eyre" debba essere sottostimato o schernito il pensiero della sua autrice che era una donna della sua epoca.
In fondo la Giamaica della Rhys e l'Inghilterra di Charlotte Brontë non sono due "sistemi" contrastanti tra di loro: sono lo stesso cielo, sotto cui di profilano sofferenze e inquietudini vecchie quanto il mondo.



M.P.



¹ Lo Slavery Abolition Act del 1833 abolì di fatto la schiavitù in tutto l'Impero britannico (fatta eccezione alcuni territori della Compagnia delle Indie Occidentali.
² Nel romanzo Mr Rochester viene chiamato solo con l'appellativo di inglese.




Libro:

"Il Grande Mare dei Sargassi", J. Rhys, Adelphi Editore

mercoledì 12 settembre 2018

"The Scrapbook, Quaderno d'Appunti" di Katherine Mansfield


Che cosa bella è la notte. Voglio ricordarmi di questo preciso momento. Voglio sempre ricordarmi di quello che mi piace e dimenticarmi di quello che non mi piace.


Katherine Mansfield

Nella seconda parte dell'estate mi sono immersa ancora una volta nella lettura di Katherine Mansfield (1888-1923), un'autrice che negli ultimi due anni mi ha preso molto, per la sua vita, seppur breve, vissuta nella fiamma di un genio furioso ed instancabile nonostante la malattia e molte privazioni fisiche ed interiori.
Mi sono così ripromessa di procurarmi alcuni dei libri che la riguardano.
Katherine Mansfield è la più bella figura, insieme a Virginia Woolf, della letteratura inglese del primo Novecento. Una donna che attraverso una scrittura unica ed originale è riuscita a captare le paure e le tristezze più intime di una generazione uscita dalla Prima Guerra Mondiale e il ruolo delle donne che in quegli anni stava evolvendosi verso il cambiamento moderno.
Una scrittrice lodevole, il cui nome meriterebbe di essere citato maggiormente e usato con la stessa dignità, già ottenuta, dai suoi contemporanei colleghi.
Dopo aver letto i suoi "Racconti" e una biografia poetica scritta da Pietro Citati, ho incominciato a leggere il suo "Quaderno d'Appunti", un diario personale multi sfaccettato che percorre gli ultimi diciotto anni della su breve esistenza; dagli esordi letterari fino a pochi mesi prima della morte.
Il Diario venne pubblicato ad opera del marito, il critico e giornalista inglese John Middleton Murry (1889-1957), nel 1939, sedici anni dopo la dipartita della scrittrice.
In Italia arrivò per conto della casa editrice Rizzoli nel 1945, tradotto mirabilmente da Elsa Morante, alle prese con i suoi primi lavori letterari; rimanendo affascinata dalle evocazioni ed immagini dell'autrice neozelandese a cui si ispirerà nelle sue future opere.


"Quaderno d'Appunti" racchiude gli anni che vanno dal 1905-1913 al 1922.
È un caleidoscopio di racconti mai portati a termine e rimasti occasionalmente nella sua mente; di alcuni abbiamo addirittura solo lo scheletro, e pensieri, citazioni, riflessioni sui libri, autori, lettere mai impostate, poesie.
Pugni di parole sparse nella brevità di un momento, di istanti di sole rubati nella malinconia di cieli grigi; di amore, di vita, di scrittura, ove si consumò la vita stessa di Katherine Mansfield.
Ne scorgiamo la sua dimensione più riservata attraverso i ricordi lasciati in Nuova Zelanda, la sua lotta contro la solitudine e l'abbandono di un compagno lontano troppo a lungo, gli anni della malattia passati a scacciare la costante ombra della morte.
Il conforto della scrittura che doveva essere stato per lei una catarsi ogni giorno, per sottrarsi alla violenza del morbo.

Non mi sento mai così comoda e a mio agio come quando stringo in mano una matita.

"Ritratto di K. M." (1920), Anne E. Rice
Sono presenti sprazzi delle lettere dell'amato Keats a Fanny Brawne e quelle di Čechov, padre letterario della Mansfield che condivise, proprio come lui, la sofferenza di una tremenda malattia, le privazioni interiori, lo smacco della fuga del tempo, una cornucopia di immagini e visioni repentine.
Ma andando oltre le semplici note autobiografiche, questo "Quaderno d'Appunti" custodisce il pensiero intellettuale di una scrittrice che non fu meno della Woolf e il suo metodo di scrittura.
In alcune lettere di Coleridge sulle opere di Shakespeare trascritte qui, Katherine Mansfield contesta morbidamente le affermazioni del poeta e filosofo inglese sulla rigidità fisica di Amleto insieme al "suo continuo decidersi a fare, e dal fare nient'altro che decidersi", constatando invece nelle qualità del personaggio shakespeariano la modernità dell'uomo contemporaneo, poiché come la stessa autrice scrive "abbiamo camminato molto dai giorni di Coleridge".
Diversamente sembra dare un grande valore al "Diario" di Dorothy Wordsworth, mentre pur apprezzando "Ulysses" di Joyce (caso letterario in quegli anni), ci dichiara quanto questo sia comunque lontano dalle istanze del suo fare letteratura.
Katherine Mansfield scriveva di getto; di tutti i suoi racconti compiuti non esistono di solito bozze, false partenze o brutte copie ma soltanto manoscritti originali svolti con "rapidità sempre crescente, al punto che verso la fine è poco più comprensibile che un geroglifico", segno dell'immediatezza delle sue visioni, la paura di vedersele sfuggire prima di imprimerle sulla carta.
Nelle ultime righe concludenti riemergono, con dolore, gli ultimi istanti della sua esistenza, nelle stanze poco accoglienti del suo ricovero a Fontainebleau.
Poche parole da cui si scorgono sì i tormenti fisici della scrittrice ma ancor di più l'elevatezza del suo spirito che non fu mai libero di passioni.


M.P.




Libro:

"Quaderno d'Appunti", K. Mansfield, Feltrinelli


lunedì 3 settembre 2018

"La Signora Craddock" di William S. Maugham


Si domandò se fosse stato a causa della sua lunga assenza che l'amore di Edward era aumentato, o se invece non era lei a cambiare. Infatti sapeva che lui era immutabile come la roccia, mentre lei era instabile come l'acqua e variabile come il venticello estivo.


"Interior", Carl Holsøe

Con la morte di Philip Roth a maggio, il suo mancato Nobel per la letteratura (nonostante la grandezza riconosciuta da anni), ha aperto quest'anno una lunga polemica sulla sopravvivenza o meno di questo ambito premio che negli ultimi tempi ha perso agli occhi del pubblico quel suo fascino e quella trasparenza affermata nelle passate edizioni.
Già nel post scritto prima della pausa del blog, avevo espresso il mio pensiero su come (malgrado questi eventi rientrino in molte bufere politico-sociali), davano comunque il pieno riconoscimento del ruolo dello scrittore, del poeta, dell'intellettuale.
Chissà per quale motivo si è sempre creduto che il denaro non potesse essere accostato a queste figure, che a maggior ragione del loro alto compito, tutto ciò rientrasse nella volgarità del mondo.
Ma non può essere così.
Molti uomini e donne nel corso della storia hanno tentato di fare della propria arte un mestiere e di questo viverne; per aumentare il prestigio personale, la propria realizzazione, soprattutto per smuovere le menti ottuse dell'epoca sul concetto che "di cultura si poteva mangiare".
William Somerset Maugham (1874-1965) fu tra gli autori del Novecento più accesi e tenaci a favore di quest'ultima idea, trovando ostacoli e scontri più dalla critica che dal pubblico.
Celebre scrittore inglese di testi teatrali e romanzi, animò la scena intellettuale con le sue provocazioni, andando a scardinare le certezze dell'uomo ottocentesco e pungolandolo nelle stanze più intoccabili del privato.
Oggi il fin troppo dimenticato Maugham è conosciuto per lo più per "Il Velo Dipinto" e un poco per il romanzo "Schiavo d'Amore" ; comunque è rientrato in quella categoria di autori condannati, a torto, ad essere affermati per alcune citazioni sparse qua e là nei siti web che per la lettura effettiva delle opere.
"La Signora Craddock" romanzo che ha accompagnato una parte dei miei giorni estivi con tanta piacevolezza, umorismo ma anche tanta riflessione, risulta fra i primi testi elaborati da Maugham; cinque anni dopo il suo esordio con "Liza di Lambeth".
Pubblicato nel 1902 dopo un lungo peregrinare in varie case editrici londinesi che ne rifiutavano la stampa per il contenuto considerato "immorale", trovò fortuna alla fine (con i dovuti tagli) presso il grande pubblico.
"La Signora Craddock" affrontava la tematica del matrimonio, istituzione ineluttabile nella vita di ogni buon inglese e trappola e disillusione per la donna.
Accostandosi alla maniera francese (vedi "Madame Bovary"), Maugham esaminava i diversi andamenti dell'uomo e della donna all'interno del rapporto coniugale; dalla nascita della passione dirompente fino al suo affievolirsi.


A Blackstable, sulla costa del Kent grigia e spazzata dai venti del Mare del Nord, Bertha Ley, giovane e bella ragazza figlia di nobiltà decaduta, orfana di padre e madre, vive insieme alla cara zia Mary Ley nella sua grande tenuta a Court Leys.
Bertha, colta e romantica, si innamora del suo fattore Edward Craddock, di umile estrazione contadina, ma è presa più da un forte impulso sensuale che la rende vittima del fascino virile di Edward che dal buon senso.
Non trovando nessun impedimento, libera e indipendente, sposa l'uomo che ama contrariamente alle convezioni.
Dopo una luna di miele a Londra, riprendono insieme possesso di Court Leys ma la vita semplice e superficiale di Craddock mal si accorda a quella raffinata e vivace di Bertha, e dopo un primo tempo in cui questa, rinnegando il proprio passato, la propria identità, si sottomette al volere del marito per amore, in seguito, scoprendo della sua passione non corrisposta non ampiamente come si sarebbe aspettata, cade nella depressione e nell'estinzione di quel desiderio che prima l'aveva sostenuta.
Mentre il marito, diventato uno stimabile signorotto di campagna conquistando la falsa società di Blackstable, Bertha affronterà un lungo viaggio interiore, per avvicinarsi, vinta, alla realtà.

Mugham ambienta questo dramma nella provincia di fine Ottocento, usufruendo di questo tempo e spazio per imprimere nella letteratura oltre manica tutti i turbamenti e le angosce nascoste nel perfetto matrimonio inglese, sotto strati di cinismo, bigottismo e potere delle classi sociali più elevate.
Ma qui quello raccontato non è visto attraverso i consueti estremismi di violenza e passione bensì nella rivelazione di quella disillusione che precede il baratro della comune, e forse più tragica, indifferenza, vissuta nel rapporto coniugale.


Trascinata da un fatale darwinismo che la porta ad unire l'antico ramo spoglio dei Ley a quello vigoroso di Edward Craddock, Bertha compromette la propria vita, non come presupporrebbero le convenzioni sociali, mortificandola per la differenza di ceto; lo scrittore indica la causa nella differenza di cultura e temperamento: rinnegando l'antico passato, i propri principi, l'educazione raffinata, Bertha si assoggetta al volere del marito.
Di rimando è chiaro il quadro in cui si rappresenta la condizione della donna,  non libera neppure nell'avvenuta, desiderata libertà, perché Bertha che ha già potuto sposare chi voleva, trovando solo una timida opposizione, non può ulteriormente sfidare i rigori dell'età vittoriana. Non si adatta alla società ed è per questo sconfitta.
Lo stesso raffronto tra l'uomo e la donna è messo in dubbio, come due rette parallele mai destinate ad incontrarsi, pur affrontando lo stesso percorso.
Bisogna riconoscere a Maugham il coraggio di aver aggiunto nel romanzo pagine inusuali per l'epoca, in cui si insinuano istinti particolari come il masochismo o sottili perversioni ma che non hanno nulla a che vedere con il mero erotismo, rientrando più che altro nella sfera psicologica.
Non manca comunque uno spassoso umorismo, personificato dalla zia Mary (personaggio che ricorrerà anche ne "La Giostra") le cui mordaci battute offrono al lettore spaccati di vita dove la mondanità e l'apparenza hanno la meglio sulla vera profondità dell'animo umano.
Il testo per i vari argomenti mi ha ricordato "Washington Square" (1880) di James e quello che sarebbe poi arrivato con "L'Amante di Lady Chatterley" (1928) di Lawrence.
Godibilissimo, seppur poco maturo nella prosa rispetto a quella dei capolavori, mi trova in ogni caso discorde verso alcuni critici che hanno ravvisato nelle sue opere una crudele misoginia.
Penso invece che Somerset Maugham abbia, con i suoi personaggi femminili, esaltato la figura della donna donandole l'audacia di vivere la propria vita nel bene e nel male.



M.P.







Libro:

"La Signora Craddock", W. S. Maugham, Newton Compton Editori