martedì 23 aprile 2019

"La Sovrana Lettrice" di Alan Bennett


<<La letteratura>>, scrisse, <<mi pare come un vasto paese dai confini remoti, verso i quali mi sono diretta ma che non mi sarà mai dato raggiungere>>.


@Appuntario


Oltre alla passione per la letteratura, i miei interessi si sono spesso rivolti all'arte, alla biografia, alla storia e alle storie e al costume delle famiglie reali, scomparse o ancora attuali.
Naturalmente quella inglese ha un posto di prim'ordine, per via del suo imponente e affascinante retaggio di anticaglie e usi, bizzarrie e formalità di un mondo distante da noi ma non abbastanza per perderne l'immaginario, tutto unito per un prodotto che sa ancora vendere bene dopo svariati secoli.
Questo a poco a che vedere con la mia ultima lettura, se non per l'ambientazione stessa, la Corte inglese e nel piccolo la stessa regina Elisabetta.
Elisabetta II è oggi conosciuta per essere la sovrana più longeva nella storia dell'Inghilterra, l'ultimo baluardo della grande monarchia britannica, celebre per i suoi amati corgi, cappellini, borsette, una famiglia non proprio modello, ma cosa succederebbe se la regina, per un puro accidente, lasciasse perdere cani, cappellini, borsette e famiglia per dedicarsi totalmente alla lettura?
Pubblicato nel 2007 "La Sovrana Lettrice" è un breve racconto che attraverso l'espediente letterario della regina Elisabetta e un irriverente umorismo e una profondità inaspettata, analizza quell'amore potente e pericoloso che è la lettura. Il suo fortunato autore Alan Bennett (1934) è un famoso scrittore, drammaturgo, sceneggiatore inglese, noto nel panorama letterario come difensore dell'educazione e del sistema scolastico pubblico britannico.


In libera uscita con i suoi amatissimi e pestiferi cagnolini, la regina Elisabetta, si imbatte per caso in una biblioteca circolante davanti al palazzo di Buckingham; più per curiosità che per interesse, chiede in prestito un libro di Ivy Compton-Burnett e fa la conoscenza di Norman, un lavapiatti alle dipendenze delle reali cucine e soprattutto appassionato lettore.
La regina ha sempre letto ma per dovere, quasi mai per diletto e proprio ora intende recuperare il tempo perduto ma la lettura della Compton-Burnett si rivela troppo ostica e noiosa, pur avendo omaggiato la celebre scrittrice col titolo di "dame" anni prima. Pertanto riportando indietro il libro, trova finalmente nel testo della Mitford "Inseguendo l'Amore" il libro adatto per incominciare.
La sovrana, iniziata alla lettura, diventa accanita lettrice: non manca infatti di portare con sé nelle cerimonie, più o meno ufficiali, nelle feste, nei banchetti e perfino fra i cuscini della carrozza reale, un libro, come sul suo scrittoio o nel proprio letto e non perde tempo a fare di Norman il suo consigliere "letterario"; intanto sempre con più rapidità e fervore accumula libri su libri.
Se questa "mania" nuova veniva vista inizialmente dai suoi attendenti, cameriere personali  nobili della corte, come un innocente "passatempo", col tempo si accorgono del totale cambiamento della regina, la cui proverbiale puntualità sembra venire meno, così come il suo "stile", l'austerità e, cosa inaudita, non ricorre più alle solite domande ripetute ormai da decenni ma si informa sulle letture in corso delle persone, non solo, si prodiga nel procurare alla corte libri appropriati secondo interessi e professioni. Questa ostinazione improvvisa comincia a provocare dei malumori e irritazioni, per giunta anche al Primo Ministro che cerca con ogni mezzo di bloccare questo effluvio di libri e riportare sua Maestà alla realtà. Ma nulla sembra fermarla o almeno distrarla, tranne che, dopo qualche periodo, viene veramente vista leggere di meno.

Il racconto di Bennett si muove intorno al tipico umorismo inglese, canzonatorio dei molteplici drammi della vita umana e proprio ciò rende piacevole e divertente la sua lettura: è impossibile non sorridere davanti a tanta sottile ed innocente comicità.
Eppure esaurire l'originalità del libro esclusivamente nell'umorismo equivale a chiudere gli occhi di fronte allo spessore del suo messaggio. Il personaggio della regina Elisabetta diventa non tanto un inno alla lettura ma un omaggio al lettore, a noi lettori. Il suo viaggio verso la lettura racchiude tutti quei motivi che sono comuni a noi lettori: la nostra assiduità, i compromessi, i momenti rubati che si inventano per leggere, il grande potere che diamo alla parola e al pensiero libero, la delusione per aver incominciato troppo tardi o per quella lunga lista che non finiremo mai di completare, per le emozioni che ci provocano, smuovendo qualcosa nel nostro intimo, la voglia che abbiamo di trasmettere agli altri la nostra passione, anche se questa non viene sempre compresa.

<<Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre>>.

Da un'altra parte la protagonista incarna un secondo profilo, quel meccanismo politico e sociale non trincerato nel servilismo di salamelecchi e litanie anacronistiche, nel falso perbenismo e nell'ipocrisia di menti ottuse: significativi sono i colloqui tra la regina, astuta e caparbia, e un Primo Ministro che non vede più in là del suo naso.
Lo scrittore inglese condanna l'immobilismo delle vecchie cariatidi, una cultura povera che reca una società priva di valori, troppo presa dalla costanza di un moto lento e perpetuo.
Elisabetta II invece apporta un cambiamento attraverso la lettura e leggendo scopre il suo lato umano, quello più sensibile e ricettivo alle sofferenze e alle difficoltà del mondo; si spoglia della corona e dei privilegi per indossare i panni non dell'intellettuale ma di una più ampia coscienza.
L'ultimo muro da abbattere è quello per cui si crede la lettura una partecipazione puramente "passiva", che non abbia nulla che la leghi all'azione e sia quindi vana a se stessa.
Con un finale lontano dall'immaginario e perciò strepitoso, l'anziana monarca regala uno dei passi più belli dell'opera: la commuovente rivelazione che la lettura scuote la natura migliore in noi e quella parte attiva (il nostro modo di pensare e agire), a volte dimenticata dalla frenesia moderna, che se compresa, riesce ad insinuarsi perfino nelle nostre vite.
Alan Bennett, da talentuoso scrittore ed esperto di letteratura, mette in scena questa commedia di coraggio e umanità.

<<Non si mette la vita nei libri. La si trova>>.



M.P.





Libro:

"La Sovrana Lettrice", A. Bennett, Adelphi

giovedì 11 aprile 2019

"Revolutionary Road" di Richard Yates


Con la bocca arida, respingendolo a stento, la testa penzoloni, le membra tremanti, ripresero posto in macchina, come due persone molto vecchie e stanche. Frank avviò il motore e si rimise in viaggio con precauzione, giù fino alla curva alla base di Revolutionary Hill e poi su per la salita di asfalto nero tutta tornanti di Revolutionary Road.

"Revolutionary Road" (2009), Sam Mendes

In un articolo del "Fatto Quotidiano", apparso lo scorso mese nella sezione "Cultura", veniva approfondita (questa volta finalmente senza edulcorazioni), quella frenetica e quasi idiota mania dell'editoria italiana di stampare all'anno quanti più libri possibili.
Stando alla ultime statistiche, questa "follia" non apporterebbe ad un numero crescente di lettori, quanto, alla morte più veloce del libro. Si stima che un libro appena pubblicato abbia novanta giorni di vita, dopo di che, di esso si perdono completamente le tracce. Tutto ciò sembra non importare alle case editrici che continuano a stampare, a rigurgitare libri su libri, ad ingrassare il proprio catalogo, come quel calderone delle barzellette, ove ingredienti di buona qualità si mischiano con elementi di dubbia provenienza.
Per fortuna ci sono libri che rimangono, magari che rimangono accomodati su di uno scaffale in attesa di essere letti, che forse non verranno mai letti, ma fisicamente rimangono, come "Revolutionary Road".
Definire questo romanzo è un po' come tentare di definire "I Promessi Sposi" o "Anna Karenina", "Il Conte di Montecristo", "Cent'Anni di Solitudine", scritti eterni a cui è difficile adattare una parola, una frase sintetica che possa spiegare la loro grandezza.
"Revolutionary Road" viene indicato come il più grande capolavoro, dopo "Il Grande Gatsby", della letteratura americana, tra i pochi che accostandosi all'opera di Fitzgerald, ritrae le utopie e il disincanto del "sogno americano" nel XX secolo.
Pubblicato nel 1961 dall'allora semi-conosciuto scrittore americano Richard Yates (1926-1992), questo suo primo romanzo venne accolto con fervore dalla critica, tanto da apporre alla copertina del libro l'elogio del critico letterario Alfred Kazin : <<l'eccellente romanzo è un potente commento sul modo in cui viviamo ora. Individua la tragedia americana direttamente sul campo del matrimonio>> e risultare tra i finalisti del National Book Award. Il successo di critica non trovò comunque riscontro nelle vendite, dove il contenuto considerato fin troppo "nero", non attecchì presso il pubblico e rimase per lo più dimenticato.
Solamente negli anni duemila grazie ad una nuova pubblicazione del "The New Yorker" e alla trasposizione cinematografica (2009) del suo capolavoro da parte di Sam Mendes, "Revolutionary Road" è rientrato tra i libri più letti, amati ed emblematici della letteratura mondiale.
Immaginando un possibile dramma muoversi all'interno di una giovane coppia, Yates scopre, dietro la bella facciata della comoda e rassicurante vita americana, tutto l'inganno e la disillusione di cui la società si cullava dopo il secondo conflitto mondiale.


La vicenda si apre nella calda primavera del 1955, nel Connecticut, dove in una bella villetta a due piani, con tanto di giardino e finestra panoramica sulla collina di Revolutionary Road, vivono i Wheeler, Frank, April con i loro due bambini.
Le loro giornate sono scandite da abituali quotidianità : l'erba del giardino da tagliare, intrattenere cortesie con la logorroica signora Givens, il lavoro da pendolare di Frank, cenette a base di alcool e chiacchiere con i coniugi Campbell.
Tuttavia i Wheeler non si sentono adatti a questo stile troppo borghese, troppo conformista e legato ad una frenetica società consumista: si trovano diversi rispetto a tutti gli abitanti del complesso Revolutionary Hill, aspirano ad una vita migliore ed intellettualmente più vivace, lei come novella attrice, lui come artista.
Ma le velleità non coincidono con il loro volere e mentre Frank si perde in una umiliante relazione extra-coniugale, April sfoga le tensioni nell'immagine di una casa in apparenza ordinata e pulita.
Il germe dell'ipocrisia e dell'insoddisfazione si insinua nel complicato rapporto, nelle liti furibonde o represse, lasciando intravedere una coppia vuota, lacerata da malesseri passati, che non sia ama e che non si è mai amata.
Una terribile fine non può essere altrimenti.

Come in "Easter Parade" (1976) (e in realtà in gran parte delle opere di Yates), il romanzo è basato su una vicenda famigliare, e nel particolare sulla disintegrazione del rapporto di coppia e il successivo fallimento del matrimonio.
Esiste un mondo interno, quello dei Wheeler, una coppia che ha fondato la sua relazione sulla base di ipocrisie, inganni, turbe e mancanze individuali, pertanto sono per lo scrittore ambedue irresponsabili e sconsiderati, divisi tra desiderio e realtà, tra volere e la noia della sua attuazione.
Quello di April è il personaggio più complicato ed esistenziale; racchiude in sé le aspirazioni deluse, l' "io" frammentato, l'Identità perduta: <<E anche se lo sapessi>>, disse April, <<temo proprio che non servirebbe a nulla, perché, vedi, non so neppure io chi sono>>; l'unica a percepire il baratro su cui si poggia la loro vita e l'unica tratteggiata con un poco di pietà dallo scrittore. Frank, su cui si concentra gran parte del libro, è la figura più disgustosa finora incontrata nelle mie letture, e al contempo modernamente semplice, perfettamente riuscito  nel suo apparente anticonformismo e vederlo cadere poi nella bassezza, nella mediocrità di due vite parallele, vittima e insieme complice di quel sottosuolo borghese maschilista mai epurato.


Lo seguiamo nei suoi dialoghi immaginari, in scene che crede di ipotizzare, per giustificare o dare un vacuo vanto alle proprie azioni, per poi non aver più nulla da dire e non sapere più il perché del proprio comportamento.
Solo nell'ultima scena straziante dei due, egli perderà la facoltà dell'immaginazione trovandosi in un assordante silenzio.
Neppure la collettività, il gruppo che circonda la famiglia dei Wheeler, può salvarsi dalle colpe. I Givens, i Campbell, ogni figura porta con sé il putridume nascosto sotto un falso perbenismo e non stupisce il fatto che sia dato ad un "pazzo" la possibilità di rivelare la verità.
Questo mondo interno, dell'ambiente suburbano visto attraverso il cannocchiale di Yates, richiama un mondo esterno, quello più ampio della società degli anni Cinquanta.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale seguì negli Stati Uniti un periodo di stabilità e prosperità per la classe media bianca, una crescita dell'economia, del consumismo, innovazione e sviluppo delle periferie, dovuto al governo del presidente Dweight Eisenhower (1953-1961). Richard Yates denuncia questa pseudo stabilità e sicurezza, scoprendo dietro le rassicuranti villette dei complessi suburbani, gli inganni del sistema conformistico, il vuoto della cultura consumistica e il conseguente smarrimento di quella strada rivoluzionaria insita nei valori americani.
Come "Il Grande Gatsby", "Revolutionary Road" ha il pregio di rendere evidente il disinganno del "sogno americano", pur non essendo poetico quanto il primo, è accomunato a questo da simili simbologie: la "luce verde", "gli occhi del dottor Eckleburg" del romanzo di Fitzgerald, diventano qui la "statale 12", "i riflessi della luce al neon", "le villette", "i grattacieli", "le finestre" della casa dei Wheeler, che non riflettono ma anticipano le azioni e i pensieri dei personaggi, la solitudine e la mancanza di comunicazione dell'esistenza umana unita ad uno humor nero che distende ma non reca alcun conforto.
E con un colpo da maestro, nell'ultima scena, Yates chiude il romanzo con quella stessa cruda e pigra indifferenza che cade, ogni volta e come sempre dopo un po' di tempo, sui fatti più o meno infelici.


M.P.






Libro:

"Revolutionary Road", R. Yates, Minimum Fax.

venerdì 5 aprile 2019

"Parthenope" di Rebecca West


Mentre andava in cucina, mio zio si sedette nel salone e notò che, nonostante il mobilio squisito e l'abbondanza di spazio e di luce, la sensazione era quella di uno spazio polveroso, la stessa che aveva provato nella casa dell'Ammiraglio tanto tempo prima.
È polvere che proviene da un altro pianeta, pensò con orrore, e le domestiche di questo mondo sono impotenti contro di essa.
Si deposita ovunque queste donne vivano, e Parthenope è costretta a vivere con loro.

Rebecca West

La Columbia Encyclopedia definì Rebecca West (1892-1983) "una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo". Virginia Woolf la descrisse come un "mastino" per la sua figura imperiosa mentre Katherine Mansfield la lodò molto come scrittrice.
Ciò può rendere un poco l'idea di come Rebecca West, di nazionalità britannica, rappresentasse lungo gran parte del Novecento una talentuosa e fortunata scrittrice come poche della sua epoca.
Dopo la sua morte, la sua figura si è affievolita fino a scomparire quasi del tutto; solamente lo scorso anno grazie ad una nuova pubblicazione della sua opera più conosciuta, la trilogia incompiuta della famiglia Aubrey, la West è ritornata agli onori della letteratura, ma ad un triste prezzo.
La West viene vista, oggi, quasi esclusivamente come l'autrice di una saga famigliare, immagine limitante per una figura eclettica e versatile, nella persona quanto nella scrittura.
Suffragetta, giornalista, viaggiatrice, esperta di architettura e appassionata soprattutto dell'arte romana e nel tramonto di quel mondo antico ne intravedeva l'imminente declino dell'impero britannico.
Autrice di romanzi, racconti, articoli, saggi, excursus come quello sulla regione balcanica, considerato attualmente come il testo più bello scritto a proposito.
Nonostante la varietà del suo bagaglio letterario, non è comunque riuscita a sfuggire all'odierno concetto per cui la trama di un'opera debba avere un impatto maggiore del suo contenuto, delle tematiche, del suo messaggio e si preferisce, per pure questioni di marketing, di accostarla imprudentemente alla più giovane Elizabeth Jane Howard (1923-2014).
"Parthenope", questo libricino di cinquantasei pagine prestatomi da mia sorella, fu pubblicato nel 1959 per il periodico "The New Yorker" ma pur nella sua brevità il racconto fornisce un variopinto sunto del mondo della West e dove tra fiaba e mistero si arriva alla crudezza e al realismo di una questione femminile mai superata.


Una anonima narratrice, ricordando l'amato e stravagante zio Arthur, prende a raccontare una storia dai contorni tristi quanto inverosimili, ascoltata molti anni prima proprio da questo stesso zio che ne fu pure l'accidentale testimone.
Cento anni prima, in uno squallido sobborgo dell'Est End di Londra, un giovane Arthur, di bassa estrazione sociale, trascorre parte delle vacanze a casa di una zia; qui da una finestra scorge nella casa del giardino accanto sette fanciulle giocare insieme come bambine: queste sono le sette figlie di un celebre ammiraglio del posto. Le fanciulle, tutte bellissime e vestite di vari colori, hanno la particolarità di avere nomi di personaggi femminili della mitologia. Incantato dalla loro leggiadria e dai loro sorrisi, nel frattempo scopre che alcune di queste sono già sposate e madri, sfrutta l'occasione di una commissione per conoscerle. Durante la visita rimane però turbato dai loro occhi color dell'acqua, tranne una, la più alta, dagli occhi grigi, Parthenope.
Tra di loro si instaura un rapporto di reciproca confidenza e si scambiano la promessa di un nuovo incontro per l'anno successivo ma di fatto questo non avverrà mai.
Solamente qualche anno dopo Arthur scoprirà dell'improvvisa morte di quest'ultima.

Senza rivelare troppo della trama, data l'intensità del mistero che l'avvolge, il punto focale del racconto si raccoglie intorno al concetto della condizione della donna in una società patriarcale. In poche pagine la West riesce a raffigurare la precaria figura del soggetto femminile condensata sotto vari aspetti, tipicamente maschilisti.
Oltre alla sua sottomissione, all'obbedienza dovuta, si aggiunge la mera visione di un'immagine ininfluente, poco intelligente, remissiva e gratificata unicamente se provvista di bellezza, dolcezza, serenità, denaro.

 Avrebbero potuto riflettere sul fatto che donne che ridono facilmente altrettanto facilmente possono urlare [...]

Le "zone d'ombra" quali possono essere la ribellione, la sensibilità o le fragilità, non trovano considerazione nella mente dell'uomo, perché attraverso il suo egoismo, ieri come oggi, si continua a credere nell'inadeguatezza delle donne a provvedersi da sole.
Questo pensiero ha comportato in esse l'incapacità di realizzarsi, di amare e di scegliere la propria vita al di fuori di un sistema e di una società.
La lettura di questo libricino viene oggi portata avanti in molti centri di antiviolenza; lettura necessaria non solo per una problematica attualmente pressante e così modernamente descritta dalla West con tanto realismo ma soprattutto per quelle simbologie annidate nella narrazione, come quella polvere, impossibile da togliere, in cui Parthenope è costretta a vivere, dimenticata insieme a quella libertà negatagli.



M.P.





Libro:

"Parthenope", R. West, Mattioli 1885

giovedì 21 marzo 2019

"La Diva Julia" di William Somerset Maugham


Scrisse l'indirizzo sulla busta, gettò il biglietto da visita nel cestino e infilò il vestito per il primo atto. Passò il buttafuori bussando ai camerini.
<<Pronti a andare in scena>>.
Quelle parole, udite sa il cielo quante volte, le davano ancora un brivido. La rinvigorivano come un tonico. La vita acquistava significato. Stava per lasciare il mondo della finzione per entrare nel mondo della realtà.

Tallulah Bankhead

La prima cosa che mi piace di William Somerset Mugham (1874-1965), scrittore  e commediografo britannico, è che non si sa mai dove ti trascinerà.
Le sue storie iniziano in modo semplice, divertente, oserei dire pure riposante.
Ma dopo una ventina di pagine, o poco più, la trama riposante prende una piega insolita, sempre divertente ma incrinata da improvvise spaccature e la sicurezza che si credeva di avere all'inizio scompare, venendo così portati in balia dello scrittore, attraverso vicissitudini inspiegabili che trovano la risoluzione solo a fine lettura.
La seconda cosa che mi piace è il suo scavare nella psiche umana.
Maugham non fa differenze di genere, pertanto le debolezze, i tabù più disonorevoli, erompono inconsapevolmente da uomini e donne su toni dissacranti quanto cinici.
Questo è ciò che avviene anche nel romanzo "La Diva Julia".
Pubblicato nel 1937 sotto il titolo originale di "Teatro", Maugham era allora un affermato e ricco scrittore di sessantatré anni, già famoso per "Schiavo d' Amore" (1915) e "Il Velo Dipinto" (1925), riscosse un buon seguito di critica e di lettori, se si vogliono escludere i malumori e i rimbrotti nell'ambiente teatrale.
"La Diva Julia" non era un'opera per il teatro ma sul teatro, visto che la protagonista assume le fattezze di una scafata e talentuosa attrice inglese, le cui azioni non certo esemplari, suscitarono la disapprovazione di tante attrici, questa volte vere degli anni '30, che allontanarono da loro quell'immagine che definivano irreale.
In realtà il personaggio femminile, uscendo dal mondo artistico, andava a incarnare il simbolo della società del tempo; quel sottile confine tra persona e personaggio che sotto la spinta di Freud esplorava nelle lacune dell'identità umana e in quel limite indefinibile che esiste tra realtà e finzione.


Julia Lambert, quarantasei anni, è la più grande attrice d'Inghilterra, figlia della provincia londinese, non è bellissima ma nessuna indossa gli abiti aderenti meglio di lei, il suo geniale istinto artistico la porta a calarsi subito nei panni del personaggio da interpretare senza troppa fatica perché Julia ha fatto della sua professione, ma anche della sua vita, il motto  : <<non bisogna essere naturali ma sembrare naturali>>.
Osannata dal pubblico e negli ambienti aristocratici e alto-borghesi, usa i suoi mille volti per compiacere i suoi interlocutori e attirare l'attenzione sui personali ruoli di grande attrice, signora del bel mondo, moglie e madre esemplare. Solo il lettore conosce i suoi veri pensieri, i suoi sentimenti, punti deboli, chiusi nell'intimo perché nascosti all'ombra di Julia Lambert, l'attrice.
Potrebbe sembrare un modello di perfetto adattamento alla vita ma quando all'improvviso compare nella sua routine il giovane e bel ragioniere Tom Fennell, uomo vanesio ed intrigante, Julia se ne innamora perdutamente, tanto da tralasciare la carriera e le amicizie fruttuose; l'aura su cui ha ammantato la sua persona e personaggio cade e qualcosa si rompe nel suo ménage. Pur nella rottura alla donna si apre la scoperta di una verità imprescindibile.

"La Diva Julia" è un'opera brillante, eccentrica, dallo stile fluido, pervasa da un umorismo arguto e rivelatore dei prodotti della coscienza umana.
Nella società londinese degli anni Trenta si innestano tematiche tipiche della letteratura del primo Novecento, la crisi d'identità, la maschera, i mille volti della personalità.
Tutto è concentrato in Julia Lambert, attrice la cui teatralità non si esaurisce nella professione bensì continua invadendone anche la sfera privata: la persona si fonde con il suo personaggio, e anzi è la vita a diventare finzione mentre il teatro la sua realtà, perfino più dominante. Da questo paradosso psicologico ne nasce una donna unica, multi sfaccettata, convincente nell'interpretazione dei suoi ruoli, che possono o non possono essere parti integranti della sua personalità ma che denotano una profonda conoscenza dell'animo umano.
In questo perenne metateatro, Julia Lmbert, di cui seguiamo con partecipazione le vicissitudini, non può considerarsi comunque un modello; Maugham ne tratteggia l'incostanza, la malignità, gli eccessi eppure la società mondana che la circonda, che sia quella aristocratica, borghese o di campagna, possiede il suo medesimo vivere, semmai inconsapevolmente più cinico e profittatore. Gli stessi personaggi maschili non hanno carattere, sono immobilizzati nelle loro vanità, egoismi che arrivano all'idiozia e alla vacuità delle loro azioni.
La scissione tra persona e personaggio avviene quando Julia, innamorandosi, trasporta la sua vita nel teatro, la finzione nel teatro, e di colpo la sua carriera subisce una frattura.
In una scena dove si raggiunge l'apice della narrazione, il figlio Roger, in un aspro dialogo con la madre, denuncia la sua falsità, la perpetua recitazione e togliendole la maschera, o le maschere, scopre, a suo dire, il vuoto, nessuno.
Si allontanerà in seguito dalla famiglia per ricercare una possibile verità.
Ma questa verità verrà trovata da Julia Lambert, in un appartato tavolino di un hotel lussuoso, guardando su una pista da ballo, uomini, donne, giovani, vecchi animarsi come attori su un palcoscenico: in fondo <<Tutto il mondo è teatro, e uomini e donne solo commedianti. Ma l'illusione sono loro, oltre quegli archi; la realtà siamo noi, gli attori>>.
E sono sicura che Maugham vedesse in questo mondo anche il proprio, di scrittore.



M.P.





Libro:

"La Diva Julia", W. S. Maugham, la biblioteca di Repubblica-Adelphi

mercoledì 13 marzo 2019

"Mandami tanta Vita" di Paolo Di Paolo


Era il tempo delle lettere. Planavano come stormi sopra le città di mattina presto. Le buste si bagnavano di pioggia e poi si gonfiavano, fino a diventare scrigni. [...] La vita era anche questo - scrivere lettere, aspettarle.




Con la lettura, lo scorso anno, di "Vite che sono latua. Il bello dei romanzi in 27 storie", posso dire di essermi ritrovata nello stile e nel modo di raccontare di Paolo Di Paolo; ho apprezzato il suo porsi davanti a tanti romanzi citati nell'antologia esponendo la sua persona, il suo "io lettore" prima ancora "dell'io scrittore", con un amore per la letteratura e le parole, tali che ho acquistato alcune delle opere nominate e comprato questo libro, a detta di molti, il più stimato dello scrittore.
"Mandami tanta Vita" è stato pubblicato nel 2013 e successivamente candidato al Premio Strega.
L'impianto narrativo del testo non ha nulla di usuale ma possiede l'originalità di presentare due vite, fra di loro sconosciute, che procedono parallelamente, per poi scontrarsi accidentalmente per pochi istanti, e riprendere infine il proprio cammino ma non più uguale a prima.
Una di queste vite, che di Paolo prende in prestito dalla nostra storia, è quella di Piero Gobetti (1901-1926), giovane intellettuale ed editore, oppositore al fascismo in cui vedeva l'incarnazione di tutte le insufficienze della nazione e lo combatté  nelle sue radici, con un'intransigenza che gli costò vessazioni morali e fisiche, in seguito alle quali andò esule in Francia, dove morì dopo pochi giorni a nemmeno venticinque anni.
Il libro è per questo ambientato nel 1926, tra Torino e Parigi, a metà tra racconto e romanzo psicologico.


Moraldo, studente universitario della Facoltà di Lettere, è un giovane schivo ed introverso, che arrivato ai ventiquattro anni d'età sente di non aver concluso nulla di veramente importante nella sua vita; pur nella sua ancora giovinezza, avverte un senso di insicurezza e inadeguatezza nella propria persona, in un mondo dove, apparentemente, gli altri sono sicuri e coerenti.
Nella Facoltà conosce un ragazzo pallido dai capelli ricci, Piero, scrittore ed editore di una piccola rivista; lui è il suo esatto contrario: spavaldo, ribelle ed intellettualmente attivo.
Moraldo comincia ad ammirare il giovane e ripetutamente gli scrive alcune lettere per poter collaborare come illustratore nella rivista ma nessuna di queste trova risposta.
Nel frattempo parte per Torino per una sessione di esami ma con uno scambio di valigie incontra Carlotta, una fotografa.
Si infatua perdutamente di lei tanto che il pensiero di Piero viene nascosto dall'immagine della ragazza e arriva a seguirla a Parigi.
Anche Piero intanto è giunto nella capitale francese, lasciando in patria l'amata Ada e il figlio appena nato. È in cerca di una nuova casa e una sede per rifondare la rivista; in fuga dal caos di un'Italia soggiogata dalla dittatura, violenze, censure e silenzi che egli squarcia nelle sue lettere e pensieri con il potere delle idee, delle parole e dell'amore profondo per Ada.
In una calda mattina di febbraio, i due si incontrano casualmente in un parco: Piero malato e Moraldo da poco piantata in asso da Carlotta.
Pur riconoscendolo, quest'ultimo non può far altro che scambiare qualche battuta di cortesia ma ormai libero da altri pensieri tornerà a cercarlo.

La lettura di "Mandami tanta vita" è stata tra le più belle che ho intrapreso di uno scrittore italiano contemporaneo; vi ho trovato molta sensibilità ed accuratezza nella narrazione, molta profondità nelle riflessioni espresse da Piero.
Piero Gobetti era una figura che conoscevo in relazione a Matteotti e Gramsci ma non interamente la sua vicenda, oggi andata completamente persa. Di Paolo presenta l'intellettuale, lo scrittore, il ribelle, l'idealista eppure il ritratto più convincente è quello umano, di un giovane uomo con le sue debolezze, i crolli emotivi, il dolore per l'ineluttabilità del tempo che vince sulle miserie umane, così che l'autore rende un Piero più vicino a noi, moderno.
Il passato, in fondo, è un po' come lo descriveva Anna Banti, non dalle barbe lunghe e pensieri astrusi bensì giovane e chimerico.
Il personaggio di Piero è qui posto maggiormente per "ridestare" il protagonista Moraldo, volgergli la coscienza all'importanza del momento storico, renderlo partecipe di un qualcosa di più grande della quotidianità, anche dei fallimenti, dei dubbi, degli amori sfortunati: è la vita che si affaccia a Moraldo, quando persa la giovinezza ne scopriamo l'inevitabilità delle cose, l'inafferrabilità di altre, ben consci che ciò che perdiamo è anche nostro.

Adesso che l'impiegato batte forte il timbro sull'affrancatura, vorrebbe dirgli Mi scusi, devo fermarla, avrei una frase da aggiungere, è una frase che mi è tornata in mente adesso, l'ho scritta una volta sola, è passato qualche anno, ma l'ho pensata spesso, l'ho pensata sempre, era per la mia fidanzata, che adesso è mia moglie e la madre di mio figlio, se ricordo bene diceva così: Una lettera di Didì è la vita sai?Quindi mandami tanta vita.



M.P.







Libro:

"Mandami tanta vita", P. Di Paolo, Feltrinelli

venerdì 8 marzo 2019

Quando l'arte diventa il corpo delle donne


Come la letteratura anche l'arte ha le sue misconosciute, donne che posseggono una menzione, qualche trafiletto sulla propria professione, o donne, più fortunate, che detengono qualche paragrafo in più, e ad altre, malaugurate, non rimane che l'oscurità.
Ma dalla notte dei tempi le donne hanno lasciato tracce della loro vita sul proprio corpo, paure, silenzi, contraddizioni, pensieri nascosti e stretti sotto strati di tessuti. Le artiste, pazze e ribelli per la società, ne hanno mostrato i loro dolori ed impulsi, che sono gli stessi, ieri come sempre.


"Donna davanti alla toilette", B. Morisot

Ci è voluto gran parte del Novecento per riconoscere alle pittrici impressioniste il loro giusto valore e la loro posizione preminente all'interno del gruppo, eppure ancora oggi un quadro di Monet o Renoir viene stimato molto di più rispetto ad un Morisot o a un Cassatt, e il motivo non è dipeso dal maggior talento dei primi ma alla solita e ricorrente discriminazione di genere.
A Berthe Morisot (1841-1895), fra le prime artiste ad essere incluse nel gruppo, il suo stile è sempre stato assimilato con quello del padre dell'Impressionismo, come se una donna non potesse identificarsi con un proprio: in realtà la sua arte così nebulosa e intangibile, come quando sogniamo, rappresenta l'unicità del suo lavoro.
"Donna davanti alla Toilette" (1875-1880) rientra pienamente fra queste visioni.
In una camera da letto una giovane donna si sta sistemando i capelli davanti allo specchio. Il suo abito di raso è alla moda e una spallina è scesa mostrando la bianchezza delle sue spalle ma il suo volto non è rivelato. Intorno alla sua bella figura si notano alcuni oggetti, una rosa, una finestra e forse una parte del letto alla sua destra ma nulla è abbastanza nitido; le pennellate veloci, le sfumature ricorrenti di rosa, bianco e blu danno l'effetto di un turbinio incantato e la luce, i colori e la leggerezza sono i veri protagonisti.
Potrebbe apparire un dipinto dalla tematica consueta e banale, affrontata numerose volte da Degas, Renoir o Manet, ma se in loro si denotano sottili connotazioni erotiche nella composizione, nella Morisot non esiste né curiosità né malizia. In un fugace momento, l'artista ha espresso quella femminilità silenziosa chiusa in un attimo privato, lontano dall'universo maschile.

Suzanne Valandon (1865-1938) fu tra le modelle più amate dai pittori impressionisti francesi, forse anche la più amata, grazie al suo fascino particolare e uno sguardo moderno e imperscrutabile, ma pochi, allora come oggi, hanno considerato adeguatamente il suo lavoro di artista.
Suzanne Valandon ha per così dire subito una fine ancora più anonima rispetto alle colleghe Morisot o Cassatt, e ingiustamente visto che la sua ricerca artistica si è spinta in territori poco consoni ad una donna dell'epoca, per tematiche e stili. Legata al gruppo di Renoir e Degas, l'artista con tempo aveva abbracciato il post-impressionismo.
"La Bambola Abbandonata"  realizzata nel 1921 rappresenta una delle sue opere più coraggiose ed originali e che meglio rientrano nel suo pensiero di donna e di artista insieme.



"La Bambola Abbandonata", S. Valandon
 Nel dipinto appare una parte di una camera disadorna, un letto su cui sono sedute due figure femminili, una più matura che tenta di asciugare il corpo di una graziosa fanciulla, nuda, forse la figlia, dopo il bagno. La ragazza si mostra indifferente alle cure della madre mentre è completamente assorbita dalla sua immagine riflessa in un piccolo specchio chiuso nella sua mano sinistra. Sul pavimento si nota il particolare di una bambola, chiaramente dimenticata.
Il dipinto potrebbe ritrarre una scena di vita domestica, come quelle intraprese dalla Cassatt ma non è così. La sua forte simbologia, celata in alcuni dettagli, raffigura l'intimo e delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza.
Il nudo era un genere  per lo più riservato al mondo maschile, che presentava le donne, dee o reali che fossero, come oggetti sessuali o comunque cariche di tensione erotica. La Valandon porta invece questo genere a suo vantaggio, incarnando nelle nudità della ragazza, l'approssimarsi della pubertà e della sua scoperta.
La bambola abbandonata dabbasso simboleggia il distacco ormai effettivo dai giochi, dall'infanzia, e il nastro rosa sul capo richiama quello della ragazza, ultimo rimasuglio d'innocenza: presto, come la madre, abbandonerà anche quello.
Lo specchio interpreta la fascinazione di questo improvviso cambiamento: la giovane guardando rapita la propria immagine scopre un mondo al quale prima non era interessata, la propria identità, il suo io, la  femminilità; tutta la luce è riversata sul suo campo. La madre, dietro, non può che rimanere estranea a questo silenzioso mistero che si sta compiendo.

"La donna d'oro" come venne chiamata da D'Annunzio e in seguito dai suoi contemporanei, Tamara de Lempicka (1898-1980) divenne emblema di quella nuova visione della donna libera ed emancipata che si stava diffondendo nella società e nelle cultura della seconda metà del XX secolo: intraprendente, svincolata dal giogo maschile e non più oggetto sessuale dello stesso. I suoi dipinti hanno attraversato varie volte la questione femminile (la posizione sociale, il sesso, il rapporto con l'uomo e la modernità), laddove la situazione era ancora stagnate.

"Andromeda", T. de Lempicka

Con "Andromeda" del 1929 l'artista rimanda al mito greco della bella principessa etiope incatenata ad uno scoglio e pronta per essere uccisa da un mostro e infine salvata da Perseo; qui però la giovane donna in catene sembra non la vittima sacrificale di un mostro ma dello scenario accanto: una città cubo-futuristica che grava alle sue spalle.
La donna è ritratta nuda, carnosa, gli occhi languidi, la sua prorompente femminilità imprigionata, come la sua incapacità di esprimersi in un contesto sfavorevole, tra conflitti interni ed esterni.

"Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. È l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto provocatorio, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso". Alda Merini



"Le Alienate", E. M. Boglino

Elisa Maria Boglino (1905-2002) è stata una delle tante pittrici inghiottite dall'oblio di un tempo maschilista e mai recuperata da un mondo che non ha cambiato tempo. Danese di nascita, italiana d'adozione, la Boglino divenne una pittrice molto conosciuta e apprezzata nel panorama artistico della prima metà nel Novecento italiano, arrivando a partecipare nel 1930 alla Biennale di Venezia. Di lei oggi si sa troppo poco eppure guardando questo dipinto, che fu a detta di molti il suo capolavoro, "Le Alienate" (1933), sono rimasta così affascinata da volere comunque includerlo in questa sequenza.
Su di un alto edificio appaiono un gruppo di figure femminili, senza vesti, contro un muro di mattoni rossi ma più che donne, esse sembrano più un groviglio di corpi deformi e contorti. Alcune di queste portano le loro mani sui volti, altre sulla bocca, mentre altre ancora bisbigliano tra loro; i loro visi emaciati sono più delle caricature. Dal titolo capiamo che queste non sono prigioniere o schiave ma donne la cui mente è stata fuorviata dalla follia.
Siamo nel pieno del fascismo, dove il modello femminile promosso dallo Stato era quello di una donna sana, capace di generare figli e sottomessa al volere e al diritto di una società patriarcale. La Boglino, con audacia, ritrae invece quelle che per la dittatura erano le reiette, le escluse: le "pazze".
Mediante i colori scuri, le linee disarmoniche e mostrando senza vergogna anche la bruttezza e l'oscenità dei loro gesti, la pittrice aggiunge una cupa drammaticità a queste infelici, la cui unica colpa potrebbe rientrare nel non essere state all'altezza di un sistema.

Frida Kahlo (1907-1954) è l'artista donna più conosciuta del nostro tempo. La sua immagine è diventata un'icona di coraggio e di indipendenza, per la sua vita singolare e controcorrente e per l'aver raffigurato nei quadri una sofferenza, un dolore propri dell'universo femminile.
"La Colonna Rotta" (1944) è tra le migliori interpretazioni di questa visione, dove si riversa un sentimento forte e penetrante, di tormento fisico e psicologico e di empatia.
In un paesaggio, forse marino, si staglia la figura eretta ma dolorosa della stessa pittrice, ritrattasi come una martire. La parte inferiore del suo busto nudo è coperto da un lenzuolo bianco (che ricorda quello delle Deposizioni di Gesù Cristo), gran parte della sue pelle, fino al viso, presenta dei chiodi di varie dimensioni piantati come spilli. L'interno del suo petto è squarciato malamente da una colonna ionica, spezzata in più punti, che la divide in due e che funge per lei come una colonna vertebrale. Dai suoi occhi cadono lacrime mentre le sue sopracciglia unite sembrano dare forma ad uccello ed insieme simboleggiano l'estremo patimento sopportato.

"La Colonna Rotta", F. Kahlo


"Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere". Frida Kahlo

L'ambiente arido e scosceso aumenta l'isolamento del personaggio e il busto che sorregge la parte alta del suo corpo allude alle restrizioni fisiche subite dopo l'intervento chirurgico alla colonna vertebrale ma pur nella sofferenza e nel dolore che ne recepiamo, la Kahlo ci guarda mostrandoci la sua dignità e la sua femminilità che nonostante le avversità del momento sono ancora intatte e presenti: il suo sguardo provato ma fermo mette a nudo la sua anima che richiama quella di tante altre donne.





M.P.

giovedì 21 febbraio 2019

"La Casa sul Bosforo" di Pinar Selek


Bostanci, il suo mare, la sua schiuma, i suoi giovani spensierati, i suoi innamorati, i suoi poeti bohémien, i suoi passanti brilli e i suoi rivoluzionari. Il nostro Bostanci capitolava davanti all'odore dell'uniforme, della plastica, del metallo e degli insulti.

Foto di Appuntario


Dopo un periodo di assenza forzata, dovuta ad una "cattività" insorta all'improvviso, tento di ripartire da dove avevo lasciato.

Ci sono storie che meritano di essere conosciute e di cui, per qualche istante della nostra vita, è doveroso soffermarsi, e se è impossibile ascoltare ogni singola voce del mondo, anche un pensiero su alcune di queste basterebbe per riflettere e smuovere le coscienze.
Pinar Selek è una donna energica, molto comunicativa nei suoi sguardi, nei suoi gesti assidui ma coinvolgenti, quasi volesse racchiudere, nelle sue braccia sempre aperte, l'attenzione e la comprensione dell'interlocutore.
Nella passata edizione di Più Libri Più Liberi, fiera della piccola e media editoria italiana tenuta ogni anno nella capitale, ho potuto conoscere questa scrittrice in un incontro sulla promozione del suo primo romanzo "La Casa Sul Bosforo".
Pinar Selek, classe 1971, è una sociologa turca e attivista per i diritti umani e le minoranze oppresse nel suo paese. Nei suoi occhi c'è più amore e speranza che tutto il dolore passato, quando nel 1998 venne incarcerata ingiustamente, torturata, processata e condannata in contumacia all'ergastolo perché ritenuta terrorista, dopo aver svolto una ricerca sulla guerra civile in Turchia; dal 2009 vive in esilio, come un'altra sfortunata collega ancora sotto processo Asli Erdoğan.
Della sua storia, delle sue voci da lei raccontate, mi ha colpito la grande solidarietà femminile, da lei ricevuta negli anni del carcere dalle altre prigioniere e che lei ha continuato a dare di rimando e l'importanza di una cultura più aperta e accogliente per ogni essere umano.
"La Casa sul Bosforo" è stato pubblicato nel 2013 e scritto prima e durante il suo esilio, e di questo passaggio il romanzo diventa il simbolo di nuove strade percorribili, di accettazione e di pace con il mondo e noi stessi, nonostante politiche e le società avverse.


Il libro si apre un mese dopo il colpo di stato in Turchia nel 1980, percorrendo poi un arco di tempo lungo vent'anni.
A Yedikule, il quartiere più antico di Istanbul, scorrono le vite di quattro giovani, due coppie in cerca ognuna di un posto nel mondo: c'è Hasan che con il suo duduk vagabonda tra Oriente e Occidente, c'è Elif una ragazza che crede nella rivoluzione sociale, Salih povero falegname che confida nel mistero dell'attesa e Sema, dagli occhi color miele, vivace ragazza persa tra i suoi desideri.
Le loro esistenze si incontrano e si scontrano in una Istabul dura e ostile, piegata dalla dittatura, dal silenzio e dalla paura ma non per questo meno bella e sognante: c'è tutto il quartiere di Yedikule da cui si ergono voci di mondi, culture diverse, curde, armene, greche che diventano la voce della stessa città, cuore di un'antica multietnicità nostalgica, divisa dall'eterno dissidio europeo-asiatico, sorpresa tra una vecchia generazione intessuta di ricordi e una nuova in cerca di cambiamento, un gruppo di donne solidali che fanno la forza di un territorio, una piccola collettività di abitanti che, dietro la confusione e le miserie, riescono a costruire una comunità di asilo fisico e mentale.

L'autrice espone le varie vicende utilizzando il genere fiabesco, con uno stile leggero, breve, le cui parole sembrano non toccare la pagina; un eco lontano nel tempo, eppure questo è presentato come un espediente narrativo, (come solo gli scrittori turchi sanno fare) per raccontare la storia del proprio paese.
La Selek sceglie un periodo storico che lei stessa ha vissuto da bambina: il colpo di stato del 1980 che ha portato la Turchia a tutte quelle trasformazioni di cui la politica odierna di Recep Erdoğan è il risultato.


Pinar Selek a PLPL
Foto di Appuntario
 Attraverso queste "voci" vengono accennate (ma tanta è la profondità da svelarcele con forza e incisività) l'oppressione politica, le sofferenze, il terrorismo subito per anni dai curdi, armeni, greci, fatti che ancora oggi vengono commentati come mai avvenuti, mentre le persecuzioni continuano e si espandono. Viene mostrata la posizione delle donne, chiuse in un ruolo marginale, schiave di condizionamenti sociali retrogradi ma capaci di organizzare riunioni solidali e dare protezione a chi chieda aiuto. Esiste per cui questa forte spinta femminista che fuoriesce dai quartieri più poveri e degradanti della città, vincitrice di pregiudizi e paure e carica di dolcezza umana.
Il momento storico, pur incidendo sulle vite dei protagonisti, non ne lede in alcun modo la loro ricerca di libertà e felicità, mai riposta comunque in una resistenza violenta; da qui parte il messaggio di Pinar Selek (che riprende sensibilmente quello del "Candido" di Voltaire): se è impossibile guarire il mondo da tutti i suoi mali, certo ognuno può, nel suo piccolo, coltivare la bellezza della giustizia, come gli abitanti di Yedikule fanno, costruendo "la casa sul Bosforo", un luogo di condivisione e incontro tra popoli.
Anche per ciò "La Casa sul Bosforo" rappresenta un importante romanzo, omaggio di amore per la Turchia e di quella "mezza speranza" che ancora rimane.
La lettura non può essere solo uno svago, un momento per poter rilassare le nostre menti e il nostro corpo dal dispendio quotidiano. La lettura deve essere "attiva", dare prospettive diverse, inseguire la verità e quest'opera di Pinar Selek toglie il velo dipinto che occulta, ai nostri occhi, tragedie, dittature, libertà e diritti negati.

Il tempo è una strana cosa, nulla gli resiste.
E noi? Il tempo ci ha tolto qualcosa? O al contrario ci ha arricchiti, papà?
Che cosa lasceremo? Appunti, foto, ricordi?
Voglio una cosa diversa.
Una cosa che il tempo non porterà via.
La troverò, stanne certo.



M.P.



Libro:

"La Casa sul Bosforo", P. Selek, Fandango Libri