giovedì 7 novembre 2019

"Conversazione su Tiresia" di Andrea Camilleri


<<Noi tutti siamo il teatro, il pubblico, gli attori, la trama, le parole che udiamo>>.
Questo è vero per tutti ma, credetemi, ancor di più per un cieco, da quando non vedo più, io vedo meglio, vedo con più chiarezza.

Andrea Camilleri al Teatro Greco di Siracusa

Quest'anno siamo diventati tutti un poco orfani di un altro padre intellettuale andato via.
Si sta facendo sempre più allarmante e pericolosa questa società dove i grandi, vecchi maestri muoiono e ai giovani coraggiosi viene spenta la voce ancora prima di emergere e il mondo culturale soffoca di corruzione e censura.
Non ho letto nessuno scritto di Andrea Camilleri (1925-2019), questa è la mia prima volta, forse perché sono legata ad un genere giallo ancora "classico" (stile Christie e Doyle) ma non è detto che non possa ora incominciare.
Eppure ogni qual volta si presentava in televisione non mancavo mai di seguirlo perché vedevo in lui un ultimo testimone di quella onestà intellettuale italiana che alla fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe voluto costituire una nuova società culturale, scoprendo infine che dopo quel dopoguerra niente poteva cambiare.
"Conversazione su Tiresia" rientra nella sua ultima fase narrativa e difatti rappresenta il testamento poetico.
Pubblicato in edizione speciale per la messa in scena al Teatro Greco di Siracusa l'undici giugno del 2018, è stato portato alle stampe l'anno successivo per poi riportarlo sul piccolo schermo, sotto la direzione e l'interpretazione dello stesso Camilleri, due volte nello stesso anno (la seconda al momento della sua morte).
Con il sopraggiungere della cecità lo scrittore siciliano si era trovato ad identificarsi con la figura di Tiresia, l'indovino tebano superstite di tante vite, reso cieco dall'ira di Era e compensato dall'infermità con il dono di leggere il futuro. Ma in questo libricino, che si apre con un breve ma profondo excursus raccontato in prima persona da Camilleri/Tiresia intorno al suo mito e alle sue svariate ispirazioni attraverso la storia e la letteratura, il celebre veggente si spoglia della sua natura fantasiosa e stoica (e marginale), per ricoprire il ruolo tormentato dell'intellettuale.


Partendo dalle origini vengono narrate le note vicende vissute di persona dal protagonista fino a proseguire con le altrettante consumate come personaggio fra i componimenti di tanti scrittori: dalla letteratura latina a quella cristiana, a Dante, Poliziano (che lo descriveva come una creatura poetica), Foscolo, Apollinaire, Woolf (attraverso la "metamorfosi" di "Orlando"), Pavese, Pound, Eliot, Pasolini e Primo Levi (con il racconto "Tiresia" del romanzo "La Chiave a Stella").
L'opera si riveste di una moderna rivisitazione di Tiresia, visto nel suo isolamento dalla civiltà, dovuto al suo stato di intellettuale non creduto, denigrato dai palazzi del potere per la verità delle sue parole, l'amore per l'essere umano: povero uomo costretto a guardare la decadenza del mondo; qui Tiresia più che predire il futuro sente su di sé tutto lo straziante dolore dell'umanità: lo rende poesia, lo canta, lo recita, lo sdrammatizza, lo esaspera.
I secoli passano e su di essi i governi, le guerre, i costumi ma la sua voce sopravvive inalterata nel tempo e nello spazio, sempre pura, potente ed eterna.
In vita Camilleri è stato a volte portato come modello a favore di uno o più partiti politici, tuttavia è rimasto un uomo libero e questo testo rimane la sua più bella testimonianza di amore per la letteratura e bisogno di una identità libera e incontaminata.

<<Da quando Zeus, o chi ne fa la veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant'anni, ho sentito l'urgenza di riuscire a capire cosa sia l'eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne. [...]
Può darsi che ci rivediamo tra cent'anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.>>




 M.P.





Libro:

"Conversazione su Tiresia", A. Camilleri, Sellerio Editore





martedì 29 ottobre 2019

"Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro


<<L'intera questione è molto simile a quella che nel corso degli anni ha provocato un acceso dibattito all'interno della nostra categoria professionale: che cos'è che fa grande un maggiordomo?>>

"Quel che resta del giorno" (1993), James Ivory

Questo romanzo è rimasto per almeno due anni relegato in quella parte di libreria dove sono collocati tutti quei libri in attesa di essere letti.
Due anni in cui mi sono bloccata nell'intraprendere la sua lettura a causa di quel nome, dell'autore, che poco si confaceva a me, tremendamente ignorante di cultura orientale, e solamente una curiosità più pressante e il mio disaccordo verso le recenti assegnazioni degli ultimi premi Nobel per la letteratura, mi hanno riportato a questo libro.
Fra le cose belle che possono capitare ad un lettore c'è anche quello di ricredersi su una tale opera, e questa lettura è stata fra le più toccanti a cui mi sono dedicata. Ho apprezzato la prosa "pazientemente" elegante di Ishiguro e la sua storia narrata con tanta singolarità.
Kazuo Ishiguro (1954) è fra gli scrittori più influenti sullo scenario culturale inglese: nato in Giappone ma cresciuto in Inghilterra, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti; una carriera notevole coronata nel 2017 con il Nobel.
"Quel che resta del giorno" (insieme a "Non lasciarmi mai andare" del 2005) è il capolavoro della sua narrativa, pubblicato nel 1989 e che gli valse lo stesso anno il "Man Booker Prize" mentre nel 2007 il Guardian lo incluse  nell'elenco dei "libri senza i quali non puoi vivere". Nel 1993 il regista James Ivory ne trasse una trasposizione cinematografica con Anthony Hopkins e Emma Thompson.
Ambientato nell'Inghilterra del 1956, quest'opera di grande successo, è scritta sotto forma di un diario di viaggio dal suo narratore e protagonista Mr Stevens, un vecchio maggiordomo ultimo sopravvissuto di un'era di grandezza e gloria ormai persa. Attraverso le vicissitudini incontrate durante il viaggio e una libertà prima d'ora mai provata, avrà modo di rivolgere, un'ultima volta, uno sguardo al passato, fra soddisfazioni e nostalgie, ricercandone gli effetti sul suo presente.


Mr Stevens, maggiordomo vecchio stile, presta il suo servizio presso una grande ex tenuta nobiliare inglese, Darlington Hall. Il nuovo proprietario, Mr Ferraday, è un ricco e vivace imprenditore americano che ha acquistato la casa dopo la morte del precedente inquilino, Lord Darlington, quest'ultimo datore di lavoro per ben trentaquattro anni di Mr Stevens.
Il passaggio di proprietà crea al maggiordomo qualche imbarazzo, sia per l'aperta confidenza che Mr Ferraday gli concede (a cui non è abituato), sia per la modernità dei tempi, a cui il suo corpo non più agile non riesce a stare al passo.
Un pomeriggio Ferraday offre al maggiordomo una settimana di vacanza, la prima che può godere. Stevens è ben contento di accettare, soprattutto per l'eventualità di poter incontrare di nuovo un'amica, miss Kenton, governante di Darlington Hall che ha lasciato l'occupazione vent'anni prima per potersi sposare e andare a vivere con il marito in Cornovaglia.
Anzi Stevens vede questo viaggio come una missione: infatti nell'ultima lettera inviatagli proprio da miss Kenton (ora Mrs Benn), tracce di malinconia gli suggeriscono che la donna sarebbe disposta a ritornare a riprendere il suo posto, vista anche l'infelicità che rivela del suo matrimonio.
Con in mano una guida turistica d'annata e a bordo della Ford di Ferraday, Mr Stevens visita alcuni villaggi che si affacciano lungo la costa occidentale del paese, raccogliendo nel suo diario impressioni e pensieri su panorami e volti, chiacchiere con la gente del posto e nel frattempo gli si presenta davanti una realtà che prima si era sempre negato.
Il diario si arricchisce di riflessioni sulla vita, la sua carriera, su cosa rende davvero grande un maggiordomo e dove possa risiedere la dignità.
Eppure sono i ricordi a smuovere la sua coscienza: la sua vita interamente  spesa nell'osservanza dei principi di onore e fedeltà verso Lord Darlington, (un gentiluomo con tutte le qualità possibili, vittima di vili pettegolezzi sulla sua ambigua amicizia con rappresentanti nazisti), il rapporto gentile con miss Kenton, i suoi trionfi, quando Darlington Hall era la più celebre dimora in tutta l'Inghilterra, dove l'alta società amava radunarsi. Ma il tempo ha portato via con sé il meglio di quel mondo e dei suoi anni migliori.

"Quel che resta del giorno" è sempre presentato come il romanzo "più inglese" di Ishiguro eppure  a parte il contesto e l'ambientazione che indicano la sua profonda conoscenza della cultura britannica, il suo stile narrativo non ha nulla di inglese. La verbosità e l'accuratezza dei primi capitoli possono mettere a disagio un primo lettore ma la qualità della prosa, come la storia, nello scorrere delle pagine lo ripagano.
Perno del romanzo è la figura di Mr Stevens (personaggio non propriamente positivo ma umano), che ha basato tutto il suo modo di vivere sull'estremo adempimento del suo lavoro, tale da farlo divenire un tutt'uno con il suo vestito ed una maschera sul viso da cui non traspare né calore né affetto.
Ha unicamente seguito gli alti principi di grandezza e dignità, riflessi del prestigio di Lord Darlington, a cui è stato fedelmente cieco, peccando di non aver mai guardato oltre la semplice facciata.
Anche il convegno segreto che avviene di notte tra Lord Darlington, il Primo Ministro inglese e l'ambasciatore tedesco Ribbentrop (che segna il trionfo della sua carriera), Stevens pur informato non riesce (e non vuole) intravedere la prossima allarmante fine del Lord.

@Appuntario

Lo stesso diario-racconto è un intreccio di verità e reticenze volte a difendere l'operato di Darlington, di se stesso e delle sue ormai deboli illusioni.
Il viaggio si evolve in una catarsi smontando opinioni e principi: Stevens è un uomo che ha perso tutto, compreso un possibile amore. Come potrà trascorrere la breve esistenza che ancora rimane?
L'Inghilterra è un secondo protagonista all'interno dell'opera. L'autore ne raffigura la bellezza della campagna che il maggiordomo ama perché immutabile, le convenzioni, la banale pudicizia, la superficialità del periodo tra le due guerre, la complessa gerarchia delle classi sociali: uomini e donne chiusi nel ristretto campo delle loro competenze, ossequiano le volontà dei potenti che muovono, senza giusta causa, i fili del destino del mondo.
La frattura storica entra con la comparsa dell'antisemitismo, il nazismo, con la simpatia filo-germanica da parte di una élite di inglesi. Pur vittoriosa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la grande Inghilterra guarda il triste declino del suo impero, la deposizione degli onori da un ceto privilegiato ad un altro in ascesa.
Il senso di perdita e il disincanto di Mr Stevens si identifica con il tramonto di un'epoca, tuttavia il messaggio di Ishiguro non si coglie nel passaggio da una società all'altra ma nella spinta alla presenza e alla partecipazione del "nostro momento storico", non cadendo nel dilettantismo e nell'indifferenza comuni ma ricercare una conoscenza personale e una più completezza umana.
Il testo non si sofferma nel suo tempo e presenta le drammatiche istanze del presente, una politica più equa, il valore della democrazia, l'impegno intellettuale; nondimeno nelle ultime pagine il maggiordomo si rivolge ai lettori (come se anche loro facessero parte della stessa categoria professionale) invitandoli a raggiungere con le loro esistenze qualcosa di veramente vero e degno.
La conclusione è un finale che Mr Stevens apre più fiducioso e possibile per il giorno dopo.

<<Come ho detto, la felicità con la quale i cacciatori-di-divertimenti radunatisi su questo molo hanno salutato questo piccolo evento tenderebbe a farsi garante della esattezza delle affermazioni del mio compagno; per moltissime persone la sera è la parte più bella della giornata. E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata>>.




M.P.







Libro:

"Quel che resta del giorno", K. Ishiguro, Einaudi





venerdì 18 ottobre 2019

"La Fuga di Benjamin Lerner" di Israel J. Singer


<<Benjamin Lerner, un soldato alto e ben piantato con una cicatrice che correva irregolare dal sopracciglio alla tempia, ed equipaggiato di tutto punto da fante dell'esercito imperiale russo, camminava svelto per le strade di Varsavia, diretto al ponte Praga. Alle quattro in punto avrebbe dovuto presentarsi al Centro di Deposito del quartiere Praga, ed era in ritardo>>.


"La salva dell'<<Aurora>>" ( part.1917), Vitali Lentschin


Ogni anno (è diventata quasi una abitudine per me) leggo un Singer.
Dopo "Da un mondo che non c'è piu", "La Famiglia Karnowski", passando per "I Fratelli Ashkenazi", Israel Joshua Singer (1893-1944) è entrato nella schiera dei miei scrittori preferiti o fra quelli che amo più circondarmi ed avere vicino.
La sua scrittura (yiddish) poderosa ed epica, affastellata di miriadi di figure pietose ed ambigue, la diaspora del popolo ebraico che diventa il fatale ritratto di tutte le civiltà e dell'umanità intera sparpagliata e messa sotto il giogo di ideali illusori e crudeli giustificazioni, fanno dell'autore polacco degno di essere citato fra i grandi della letteratura e non , come oggi, in quanto fratello del Premio Nobel Isaac Bashevis (1902-1991).
"La Fuga di Benjamin Lerner" è il primo romanzo dello scrittore, pubblicato a New York, in yiddish, nel 1927 sotto il titolo di  "Acciaio e Ferro", successivamente nel 1935 in inglese come "Blood Harvest", nel 1969 come "Steel and Iron". L'edizione della Bollati Boringhieri compare qui con il titolo di "La Fuga di Benjamin Lerner".
L'opera è incentrata sulle vicende di un giovane soldato ebreo polacco dell'esercito imperiale russo sotto la Prima Guerra Mondiale; della sua diserzione e della incessante ricerca di un posto migliore.


Nella Varsavia russa del 1915, Benjamin Lerner, dopo nove mesi sul fronte galiziano e in allarmante ritardo presso il centro dove deve accodarsi agli altri soldati, decide all'improvviso di disertare, di abbandonare definitivamente la guerra, e questo non per viltà ma per rottura con un ambiente gretto e saturo di sopprusi.
Lerner è un uomo di cultura, cresciuto con degli ideali, che crede ancora nella libertà e nella speranza di una vita adeguata e umana.
Per sfuggire ad un probabile arresto, si rifugia presso la casa dello zio reb Barush Joseph, profugo da uno shtetl occupato dai cosacchi. Qui ritrova anche l'amata cugina Gitta, ma dopo qualche giorno di vaga gioia, l'ambiente chiuso e prepotente tenuto dallo zio tende a soffocarlo; fugge quindi ancora.
Così, per diverse volte, è prima artista, poi operaio in un cantiere, impiegato in una comunità, prigioniero a Pietrogrado e infine partecipe della grande rivoluzione che sta albeggiando nel 1917.

La lettura di questo primo romanzo non è sta particolarmente soddisfacente ed agevole e questo a causa di una approssimata narrazione, una evidente discontinuità logica tra i fatti che via via si avvicendavano.
Lo stesso protagonista, pur possedendo una forte personalità, non aveva una connessione certa con le sue azioni e appariva più in balia degli eventi, senza l'ausilio di una vera spiegazione o approfondimento del suo profilo.
Avrei scritto che i motivi di ciò potevano ricercarsi probabilmente nell'immaturità e nell'ingenuità di una prima opera ma una pignola ricerca di mia sorella mi ha aiutato a risolvere il mio dubbio.
L'edizione a cui la Bollati Boringhieri fa riferimento non è quella del 1927 né quella del '35 (quando Singer era ancora in vita) ma quella del 1969, tradotta in inglese dal figlio dello scrittore, Joseph, che rimaneggiò e tagliò alcune sue parti.
Per ciò, a mio avviso, il romanzo risulta più che altro danneggiato da questi interventi che spiegano la difficoltà della sua lettura e la poca comprensione (non capisco come la casa editrice italiana non abbia scritto una nota per i lettori)¹.
Comunque al momento della originaria pubblicazione il romanzo venne aspramente criticato, soprattutto nei circoli yiddish, generando discussioni su quanto spazio fosse opportuno lasciare ai temi politici in letteratura.
Singer ne rimase scosso a tal punto di abbandonare la letteratura e il dialetto yiddish per alcuni anni.
Il motivo di tanta denigrazione era da ricercarsi nella storia raccontata, dove, sotto le cruente descrizioni della Polonia occupata dai tedeschi, Singer rievocava l'epopea degli ebrei verso l'illusione del socialismo al momento della Rivoluzione Russa; socialismo che lo scrittore aveva in gioventù anche lui accolto e poi ripudiato (come narrerà poi nel romanzo "I Fratelli Ashkenazi").
Ma intanto quella di Benjamin Lerner diventa la storia di un uomo e del suo controbattere colpo su colpo alle sventure e alle crudeltà della vita.



 M.P.






¹L'edizione della Adeplhi, sotto il titolo di "Acciaio contro Acciaio" ha ripristinato ed integrato almeno una parte dei tagli apportati da Joseph Singer.











Libro:

"La Fuga di Benjamin Lerner", I. J. Singer, Bollati Boringhieri.




venerdì 4 ottobre 2019

"Il Cavaliere Inesistente" di Italo Calvino


<<Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra inguantata d'una ferrea e ben connessa manopola si serrò più forte all'arcione, mentre l'altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido.
- Dico a voi, ehi paladino! - insisté Carlomagno.
- Com'è che non mostrate la faccia al vostro re?
La voce uscì netta dal barbazzale. - Perché io non esisto sire>>.


@Appuntario

Così, alla mia ragguardevole età, mi trovo ad iniziare un libro di Italo Calvino (1923-1985). Non che non mi sia mai imbattuta in un suo testo, anzi, devo ammettere che gli ho sempre girato intorno.
Da piccola avevo leggiucchiato Marcovaldo, non rimanendone comunque entusiasta, poi lungo il percorso scolastico è rimasto per me solo un grande nome della letteratura mai affrontato veramente, fino ad un soggiorno passato qualche anno fa nella residenza al Circeo che fu dell'attrice e scrittrice pesarese Elsa de' Giorgi (1914-1997) con la quale l'autore ebbe una intensa relazione nella seconda metà degli anni Cinquanta. Incuriosita dalla loro storia, risaputa dai più e anche per questo ancora celata dalle cronache come il loro carteggio, ho letto il libro di memorie dell'attrice, e attraverso questo scritto mi sono affacciata per la prima volta sul mondo di Calvino.
Questo è un inizio e come tale presento una recensione prettamente personale, senza una conoscenza o uno studio approfondito, senza aver ripescato vecchi libri di letteratura, ma da semplice lettrice.
"Il Cavaliere Inesistente" (trovato su una bancarella di Ariccia in questa bella edizione del 1960), fu pubblicato nel 1956, ed è il terzo ed ultimo capitolo della trilogia araldica che l'anno successivo rientrerà nella raccolta "I Nostri Antenati", insieme al "Il Visconte Dimezzato" e "Il Barone Rampante".
Diversamente da questi, ambientati nel Settecento, con "Il Cavaliere Inesistente" Calvino torna ancora più indietro nel tempo, collocando le vicende del cavaliere dalla vuota armatura ai tempi di Carlomagno e delle crociate, dove questo errando per l'Europa alla fine di riscattare l'onore e un nome, diventa il simbolo dell'alienazione e di una ricerca d'identità dell'essere umano contemporaneo.


Nell'esercito del potente re dei Franchi, l'imperatore Carlomagno, schierato per combattere gli infedeli, oltre ai nomi altisonanti di Orlando, Astolfo, Rinaldo, compare con la sua bianca e splendente armatura Agilulfo, un cavaliere che non esiste.
Agilulfo, non esistendo, invidia e al tempo stesso disprezza le debolezze che trova negli sciatti accampamenti dei paladini: il sonno, la gola, la lussuria, l'amicizia, sopperendo a questi stati con il suo rigore di logica,precisione sistematica, l'adempimento letterale al più stretto senso del dovere e della morale, che raggiungono una condotta formale e pedante agli occhi degli altri cavalieri.
Sicuro e forte dei suoi alti e sacri principi, Agilulfo viene infine costretto a ritornare sul suo passato per confermare ancora una volta davanti all'imperatore la veridicità del suo nobile stato di paladino.
Parte in missione insieme al fedele e incosciente scudiero Gurdulù, e inseguito dalla bellissima Bradamante, cavaliere donna a sua volta seguita dal giovane ed ardente Rambaldo innamorato di lei.
A queste tre storie si incrociano quelle avventurose del nobile Torrismondo, in cerca delle sue vere origini.

Durante la lettura sono stata attraversata da diversi stati d'animo, pensieri, e al piacere della lettura si è aggiunta la sorpresa o meglio il continuo sorprendermi fra le sue pagine. È come se avessi avuto davanti un planisfero infinito e atemporale, poggiato unicamente sull'essere umano.
Nel romanzo si manifestano chiari echi dei poemi cavallereschi che forse l'autore amava tanto: Ariosto, Tasso, Cervantes, che configurano l'ambientazione, i motivi dell'opera, ma tutto il restante (sentimenti, azioni, dialoghi) vanno ad affluire nell'esistenza dell'uomo contemporaneo.
Agilulfo, il cavaliere che non esiste, diventa il riconoscimento della condizione dell'uomo di oggi, la sua alienazione, mancanza di comunicazione, burocrazia, snobismo intellettuale, ma non è un personaggio totalmente negativo perché il confine tra l'esistenza e l'inesistenza (il confronto tra Agilulfo e gli altri personaggi) è labile: si può esistere e scegliere di non esistere, abbandonarsi o sentire il bisogno di aggrapparsi a delle realtà concrete, come quando Agilulfo crea con ciò che trova forme geometriche per scacciare l'incertezza e l'incoerenza di un momento.


 Forse la forma più riprovevole (e pericolosa) è nella rappresentazione dei Cavalieri del Sacro Ordine del Gral, uomini che uniformandosi col tutto perdono la capacità di prendere una coscienza, dissolvendo la propria individualità, e sottomettendosi a violenze e insensatezze inumane.
Inversamente il popolo dei Curvaldi, dapprima assoggettato ai cavalieri del Gral, riesce a comprendere che dal coraggio può nascere una libertà interiore e fisica imparando anche "a essere".
In tutto il libro, tra le metaforiche peripezie di Agilulfo, Rambaldo e Torrismondo, ho trovato una incessante e profonda ricerca di identità e ancor di più di umanità che commuove e fa riflettere.
A renderla pienamente vi è la spinta del desiderio e della giovinezza (mai ridicolizzata) che caratterizzano i personaggi di Rambaldo e Bradamante, che seguono un cammino di maturità e consapevolezza.
L'espressione del loro amore è il passo più bello e confortante, il cui apice si coglie "nello struggimento, nel dolore di ritrovare l'amato, nel combattere l'assenza, la distanza".
La narrazione esposta mediante la penna di una suor Teodora, è immagine della futile importanza di chi scrive, perché ciò che permane e quel sottile parallelismo esistente tra il libro e la vita, la scrittura come salvezza del futuro.




M.P.






Libro:

"Il Cavaliere Inesistente", I. Calvino, Einaudi



venerdì 20 settembre 2019

"Rebecca" di Daphne du Maurier


<<La notte scorsa ho sognato che ritornavo a Manderley. Ero davanti al cancello che si apre sul viale d'ingresso e non riuscivo a entrare. Il cancello era serrato da una catena con un lucchetto. Nel sogno chiamavo il guardiano, ma lui non rispondeva e, mi accorgevo che il casotto era disabitato.
[...] Ecco Manderley, la nostra Manderley, intima e silenziosa come era sempre stata: la pietra grigia splendeva nella luce lunare del sogno, le finestre riflettevano i prati verdi e la terrazza. Il tempo non era riuscito a distruggere la simmetria perfetta di quelle mura, né il luogo in sé, un gioiello nel cavo di una mano. [...] Non avremmo parlato di Manderley, non avrei raccontato il mio sogno. Perché Manderley non era più nostra. 
Manderley non era più>>.


Joan Fontaine e Judith Anderson in "Rebecca" (1940), A. Hitchcock

Chissà perché nei romanzi scritti dalle donne , incentrati su una coppia mediamente giovane ed eterosessuale, vogliamo vederne per forza di cose una storia d'amore che immancabilmente si conclude con una felicità eterna e piena.
Elizabeth e Darcy o Jane Eyre e Mr Rochester, attraverso le loro vicende abbiamo idealizzato forse un po' troppo il loro amore, non comprendendo o o non volendo comprendere tutte le ambiguità e le macchie disseminate lungo gli intrecci, forse per posare le nostre coscienze su delle certezze, ma le scrittrici del passato furono più profonde e moderne di quello che crediamo.
"Rebecca" di Daphne du Maurier non è una storia d'amore.
Sul finire dell'estate, quando i raggi del sole sono ancora caldi ma l'aria già più fresca anticipa l'arrivo delle piogge, mi sono persa nella lettura di questo romanzo, con i suoi contorni soprannaturali e gotici cari alle sorelle Brontë, quel tanto che basta per renderlo drammaticamente reale. L'amore qui è un'immagine che si riduce ad un lumicino.
Daphne du Maurier (1907-1989) nacque in una nota famiglia inglese di attori e scrittori: suo padre sir Gerald, celebre attore bello ed istrionico del primo Novecento, venne addirittura citato sia da Agatha Christie nel giallo "Tragedia in Tre Atti" (1934) sia da Nancy Mitford in "L'Amore in un Clima Freddo" (1949).
Daphne, secondogenita di tre sorelle, cominciò a scrivere già da giovanissima. Nel 1932 sposò il tenente colonnello Frederick Browning dal quale ebbe tre figli.
Gran parte della sua vita (dal 1943 al 1969) fu trascorsa nell'amata residenza di Menabilly, in Cornovaglia, che le ispirerà in seguito la "Manderley" di "Rebecca".
Morì insignita del titolo onorifico di "Dama dell'Ordine dell'Impero Britannico".
"Rebecca", suo quinto libro e il più conosciuto, è considerato il capolavoro della carriera, che le valse il "National Book Award" e nel 1940 la trasposizione cinematografica diretta da Alfred Hitchcock con Laurence Oliver e Joan Fontaine, film che vinse l'Oscar l'anno successivo.
Tanta popolarità e successo del romanzo derivarono da una trama singolare, riportata in prima persona da una giovane Narratrice (di cui non si saprà mai il nome e che verrà chiamata esclusivamente come seconda signora de Winter) che attraverso un lungo flashback racconta le traversie subite nella sua vita matrimoniale con un uomo di ceto sociale più elevato, più vecchio, precedentemente già sposato e turbato dal potere, ancora vivo, della sua defunta moglie.


L'opera si apre sul presente: i primi due capitoli sono la conclusione della storia.
Una giovane inglese vive in esilio con il marito vagabondando da uno stato europeo all'altro. Durante un sogno notturno le appare Manderley, la sua villa sul mare della Cornovaglia, la dimora che ha amato e che avrebbe potuto amare ancora.
Nel sogno Manderley è ormai stata conquistata da una folta ed intricata vegetazione di piante altissime e sconosciute che avviluppano una casa disabitata e spettrale a cui loro non è più dato entrare.
I ricordi vanno molto indietro col tempo.
Intorno agli anni Trenta del Novecento, la Narratrice, donna di umili condizioni,
trascorre un periodo di vacanza a Montecarlo, come dama di compagnia di una eccentrica signora americana.
In albergo conosce Maximilian de Winter, ricco, vedovo e famoso per possedere la più bella e antica residenza della Cornovaglia.
De Winter è un uomo misterioso, schivo, a tratti brutale, provato dalla morte della moglie, la bella e sofisticata Rebecca, morta per annegamento nella baia di Manderley.
Nonostante tutto attira a sé l'ingenua Narratrice chiedendole di sposarlo.
Questa già avverte un temibile presentimento, aggiunto ad una angosciosa visione di Rebecca che sembra prendere forma nel suo inconscio; ma innamorata accetta.
Dopo un matrimonio e una luna di miele sbrigative, la seconda signora de Winter prende possesso della splendida Manderley, circondata da rossi rododendri, la baia e la Valle Felice: tutto sembra emanare il presupposto di una bella fiaba, eppure, timida e inesperta, la seconda signora de Winter  non riesce ad ambientarsi nel mondo del suo nuovo status sociale, lo stesso Maxim si mostra ancora più crudele nei suoi confronti e la signora Danvers, la governante della casa, ogni giorno ritiene di ricordarle chi sia la vera padrona di Manderley : la bellissima, elegante, amata da tutti, Rebecca.
Ogni oggetto, ogni arredo, ogni rituale appartiene a Rebecca; i suoi abiti ancora intatti, la sua firma con la R aguzza e reclinata apposta sui cassetti, il fragore minaccioso del mare che si ode unicamente dalla sua camera: tutta Manderley pare sprigionare la forza vitale di Rebecca e ossessionare i suoi abitanti.

<<Le rose erano le sue, e io le recidevo. Anche lei era piena di risentimento e paura nei miei confronti, come io lo ero nei suoi? Forse desiderava che, Maxim restasse di nuovo solo, in questa casa? Io potevo combattere con i vivi, ma non contro una morta. Se Maxim avesse avuto una donna a Londra, una con cui passare le notti... con quella avrei potuto lottare. Avremmo combattuto ad armi pari. Non avrei avuto paura. La rabbia e la gelosia erano sentimenti che si potevano vincere. Un giorno quella donna sarebbe invecchiata, o si sarebbe stufata o sarebbe cambiata, e Maxim avrebbe smesso di amarla. Ma Rebecca non sarebbe mai invecchiata, sarebbe rimasta sempre uguale. E io non potevo combattere. Era troppo forte, lei>>.

Considerare "Rebecca" come un romanzo sentimentale e romantico, come oggi viene definito, equivale a sminuirne i suoi tanti (e non scontati) significati, motivi e riflessioni che sorgono ad ogni punto. Tutta l'opera si erge con i suoi enigmi, misteri, atmosfere di angosciosa attesa, incontri quasi possibili tra i vivi e i morti, l'oscillazione tra il reale e l'irreale.

Daphne du Maurier

Cornici della vicenda che non possono comunque determinare le fitte trame che uniscono i singoli personaggi di Maxim de Winter, la Narratrice e Rebecca.
Rebecca è il personaggio più emblematico per la sua assenza/presenza.
Ci viene raccontata come una donna capace <<di navigare da sola>>, ribelle, forte, indipendente, descritta dalla du Maurier attraverso i simboli del rododendro, dal color rosso vivo, e del mare, espressione della libertà sessuale.
Eppure, per il lettore, Rebecca rimarrà sempre e solo un rebus, come tutte le donne che non possono più parlare.
La Narratrice/seconda signora de Winter concentra le sue azioni e pensieri sulla gelosia nei confronti della perfetta ex moglie del marito e sull'inesperienza della sua giovane età. Solamente quando scoprirà il terribile segreto, questa diventerà sicura e matura ma pagando la sua formazione a caro prezzo e abbandonando l'innocenza che l'aveva protetta.
De Winter è una figura cupa, fosca e complessa, perseguitata dalla Erinni della sua coscienza e uomo legato alle apparenze, alle formalità e al buon nome di Manderley.
Quello della du Maurier è un chiaro richiamo alla condizione femminile del suo tempo; di quelle donne sottomesse dalle costrizioni vittoriane e dagli stereotipi sociali (la Narratrice) e a quelle conseguenze che sarebbero potute accorrere a chi avesse trasgredito (Rebecca).
Per questo i due personaggi femminili, pur diversissimi, risultano quasi complementari, possibili facce della stessa medaglia.
È facile trovare similitudini con "Jane Eyre" di Charlotte Brontë (1816-1855), ma se il titolo di quest'ultimo romanzo riprende il nome della protagonista del secondo matrimonio, in quello della du Maurier è la prima ad avere più profondità, lasciando alla giovane Narratrice, simbolicamente, nemmeno un nome.
Oltre alla rappresentazione del chiuso e retrogrado ambiente femminile, vengono rievocate anche le conflittualità e i privilegi di classe che dopo la Grande Guerra erano riuscite a sopravvivere con le loro ritualità antiquate, l'affannosa ricerca dei fasti del passato e la stessa Manderley, la villa custode di segreti e colpe e vera protagonista del libro, impersona con i suoi ultimi splendori e feste la fine di un'epoca.
Metaforicamente, nell'ultimo capitolo, quello che i protagonisti credono sia il bagliore dell'alba è in realtà il fiammeggiare dell'ultimo tramonto.
E chissà con quali circostanziali presagi, "Rebecca" fu pubblicato nel 1938, proprio un anno prima che la Seconda Guerra Mondiale si affacciasse, travolgendo quel vecchio mondo che si era già sostenuto a stento.
Penso sia doveroso menzionare la splendida prosa figurativa di Daphne du Maurier: ogni parola non è mai posta casualmente ma ha il suo preciso incastro tra le altre, ogni sfumatura o dettaglio è colto; la narrazione si apre a scenari ricchi visioni e suoni palpabili e il fondersi tra l'opera e il lettore è un dato di fatto; il primo capitolo condensa in sé la sintesi dell'intera trama; il suo messaggio pesa tutt'ora.
Mentre oltre Manica la du Maurier gode ancora di un certo rilievo nella letteratura, qui in Italia la pubblicazione delle sue opere procede molto a rilento e spesso il loro costo è sempre eccessivo. Non abbastanza viene fatto per conoscere questa grande scrittrice moderna "non romantica".

 <<Già>> disse l'uomo del garage <<l'estate è proprio finita>>.



 M.P.







Libro:

"Rebecca", D. du Maurier, Il Saggiatore

giovedì 12 settembre 2019

"Miss Marple al Bertram Hotel" di Agatha Christie




La fine di luglio e i primi di agosto mi hanno portata alla lettura di un giallo della nota Agatha Christie (1890-1976), "Miss Marple al Bertam Hotel".
Meno conosciuto e meno ingegnoso rispetto a tante opere della scrittrice inglese, la scelta di questo romanzo è ricaduta sul semplice fatto di aver già letto i più celebri e altri ancora.
Complice la passione di mia sorella per i suoi libri, ho sempre rubacchiato un po' dalla sua collezione e in questo caso vista l'afa ammorbante di questa estate, un giallo poteva ben distrarmi la mente.
Pubblicato nel 1965 "Miss Marple al Bertram Hotel" è preceduto da "Miss Marple nei Caraibi" (del 1964 e dove al primo si ricollega a livello temporale) e risulta il terzultimo della serie di libri dove compare il personaggio immaginario di Jane Marple, intrepida e acuta vecchietta del piccolo villaggio di St. Mary Mead; signora con la passione del lavoro a maglia e di drammi umani, che funge paziente al ruolo di spettatrice e risolutrice di casi inspiegabili.
Nel particolare "Miss Marple al Bertram Hotel", ambientato nella Londra degli anni Cinquanta del Novecento, si ripiega nell'ultima fase della carriera di questa ancora sottovalutata scrittrice.


<<Il Bertram Hotel esiste da molti anni. Durante la guerra le case alla sua destra e parte di quelle, un po' più in giù, alla sua sinistra, andarono distrutte, ma l'albergo rimase in piedi.
Naturalmente aveva subito, come direbbe un agente immobiliare, qualche lesione e presentava qualche crepa o screpolatura, ma con la spesa di una ragionevole somma era stato restituito alla condizione identica a quello che aveva nel 1939: dignitoso, privo di ostentazione e quietamente costoso>>. 

Grazie ad un generoso regalo dei suoi nipoti, Miss Marple, ormai un poco più anziana rispetto alle sue prime avventure, può realizzare il desiderio di soggiornare, ancora una volta, nell'albergo londinese dove trascorreva le vacanze nella sua infanzia, il Bertram Hotel.
Molto noto e amato fra gli ambienti della buona società inglese prima della guerra, dove il bel mondo si ritirava anche solo per conversare e sorseggiare un buon tè, è stato rimesso a nuovo mantenendone comunque gli arredi, lo stile, l'atmosfera e gli stessi rituali del tempo che fu.
Frequentato ultimamente dalle ultime cariatidi, tutti sembrano ritrovarsi e riconoscersi, tra contesse, ecclesiastici e ufficiali; tutti intenti a gustarsi le spoglie di un passato che al Bertram Hotel non è ancora morto.
Eppure Miss Marple dopo un primo entusiasmo comincia ad intravedere dietro formalismi e anticaglie, la solita drammaticità dell'essere umano, il male che si accumula su oggetti e persone a prescindere dallo spazio e dal tempo.

La storia si sviluppa su un campo non inusuale per la Christie, cioè quello di accorpare al "classico omicidio" elementi caratteristicamente moderni, come misteriose scomparse, rapine, traffici illeciti e criminali legati al mondo della finanza. Pur così riccamente articolata, questa non riesce ad avere quella brillantezza e vivacità delle opere precedenti, la stessa soluzione del caso benché singolare contiene talune ambiguità che rimangono poco chiare; poco allettamento sembra trascinare la lettura.
Se alcune aspettative vengono disilluse, due importanti piani reggono la narrazione, tali da rendere questo libro, se non il migliore uscito dalla sua penna, inaspettatamente qualitativo per la sua cornice ed inconsueto nella scena finale.
Quegli artifici di età edoardiana di cui si fregia il Bertram Hotel e che il lettore respira in una atmosfera impalpabile e rarefatta di liturgia sociale (che con acume Miss Marple giudica finta) è magnificamente evocata in ogni suo dettaglio e sfumatura e gli stessi personaggi di contorno sembrano vivere solo in funzione di essa.
Anche qui Agatha Christie si diverte ad infrangere le imprescindibili regole del "mistery" attraverso l'ultimo atto, che arrivando solamente alle sue ultime battute, dirada la nube di apparenze per rilevare una verità crudele e una conclusione sospesa ed impunita.
Qualche mese fa ho seguito un documentario del buon Edoardo Camurri dedicato alla Christie dove si è messa in risalto tutta la genialità della scrittrice inglese e soprattutto la profondità delle sue opere che non sono limitate nel suo genere narrativo ma traboccano di sentimenti e scenari sociali complessi.
Ancora oggi la Christie viene denigrata dai critici moderni per non essere stata mai allo stesso livello di un Doyle o di un Simenon ma questi giudizi nascono in realtà dal solito odioso pregiudizio di genere, dal mal digerito fatto che il più conosciuto scrittore di mistery sia una donna e che per giunta sia andata oltre alle classiche basi, arricchendole di logica e tecnica moderne.
Per lei l'omicidio non è mai stato un fine ma l'essere umano sì, con le sue sfaccettature, debolezze, il male covato e in questo libro un passato carico di chimere che non può ritornare se non trasformato.



M.P.





Libro:

"Miss Marple al Bertram Hotel", Agatha Christie, Mondadori

lunedì 2 settembre 2019

Emily Dickinson tra lettere e poesia



Nella seconda parte di luglio mi sono immersa nella lettura non di un romanzo ma di una figura emblematica e ancora oggi impenetrabile, che fu nell'America di fine Ottocento favolosa e irraggiungibile in vita quanto un'araba fenice: Emily Dickinson.
Penso che in molti si siano imbattuti nei suoi componimenti, per caso o di proposito, e comunque ne siano rimasti in qualche modo affascinati o ne abbiano almeno colto nei versi una condivisione di stati d'animo e moti interiori che furono il suo principale mondo.
Emily Dickinson nacque il dieci dicembre del 1830 in una famiglia non ricca ma nota di Amherst, nel Massachusetts, che poteva vantare tra gli avi i primi padri pellegrini. Figlia di un avvocato, si distinse già in giovane età per la buona riuscita negli studi che comunque dovette abbandonare a causa della salute malferma nel 1848. A parte qualche sporadico viaggio giovanile, tutta l'esistenza della poetessa fu condotta nella sua dimora e negli ultimi anni nella stessa camera.
L'inizio della sua vita solitaria, il ritiro da qualsiasi partecipazione sociale intorno al 1860, concise con il periodo più prolifico della sua scrittura e di una vita completamente votata alla poesia, alla natura, ai libri ed affetti. Negli anni settanta dell'Ottocento cominciò a vestirsi quasi esclusivamente di bianco (per i pochi a cui voleva mostrarsi), un vezzo artistico che suscitò fin da subito curiosità fra i vicini e che aumentò quell'aura misteriosa e mitica che si portò sempre dietro. Morì il quindici maggio 1886.
Approfittando dell'uscita di un libretto di poesie da parte del "Corriere della Sera", ho integrato la personale scarsa conoscenza sulla Dickinson aggiungendo un'antologia di alcune lettere, curata molto bene e ben articolata attraverso note ed approfondimenti, della casa editrice "L'Orma Editore".
Quest'ultima vuole essere un percorso biografico-stilistico che invita a carpire la personalità della poetessa americana, libera da preconcetti e giudizi dati dalla sua epoca (di donna chiusa e rigida), restituendo ai nostri occhi il ritratto di una figura vivace e appassionata, intelligente e detentrice di qualità poetiche che arrivavano verso una sensibilità propria del genio.

Divisa abilmente in tre parti, la prima comprende il gruppo più cospicuo delle lettere, datate dal 1845 al 1882.
Inviate a compagne di corso, amiche, al fratello a direttori di giornali, la loro intimità ne indica uno spirito sentimentale eppure ribelle, il cui anticonformismo rivelava una esclusione dal mondo che non era comunque totale; l'amore per il soprannaturale che per lei era un "naturale dischiuso", il lamento per l'educazione mancata e insieme la propensione per la sperimentazione e ricerca linguistica di donna conscia del proprio ruolo.
In due lettere recapitate ad un editore offre un quadro completo di se stessa usando un tono fintamente ingenuo e intriso di spiccato humor.
La seconda parte si apre con le missive dedicate al "Maestro", destinatario mai identificato chiaramente, che i critici hanno considerato come puri esercizi di stile, fittizie e di stampo amoroso unito al mistico, che vanno dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi dei Sessanta.
Nel terzo gruppo sono raccolte quelle poche testimonianze che ci rimangono dell'amore tardivo tra la poetessa e il giudice Otis Phillips Lord (1812-1884).
Caro amico della famiglia Dickinson, Lord aveva svolto il ruolo di consigliere e tutore di Emily alla morte del padre. La relazione tra i due che divenne ufficiosa intorno al 1877, creò non pochi problemi all'interno delle due famiglie coinvolte, tanto che gran parte dell'amoroso carteggio venne distrutto e censurato.
Il rapporto non fu speso solo sulla carta e durò fino alla morte del giudice, avvenuta solo due anni prima di quella di Emily.
Le lettere (esclusivamente di Emily) in cui convergono passione sincera, devozione e venate di sottile erotismo provano, al di là dell'amore, che si può intendere questa come una fase della sua vita, dando l'immagine di una donna che pur nell'isolamento nulla aveva tolto alla propria libertà interiore.

Il libretto uscito con "Il Corriere della Sera" racchiude alcune delle 1775 poesie scritte tra il 1858 e il 1883.
Pur senza essere rimasta sedotta pienamente da tutte, il mondo poetico che si schiude al lettore è tra i più immaginifici e sensoriali della storia della letteratura americana e può trovare pari solo fra i testi di Walt Whitman (1819-18929.
Sono componimenti brevi, in cui si fa un continuo ricorso alle maiuscole, ai trattini, ad influssi che partono dalla Bibbia (anche se la Dickinson opponeva il suo dubbio ontologico), sino ad arrivare a Shakespeare: raccontano di inezie quotidiane e questioni esistenziali come l'amore, la morte, l'eternità, la solitudine, che si innalzano in una dimensione lirica. Le sue visioni si compongono di piante, fiori, api, sogni, tombe e memorie.

È questa la mia lettera pel mondo
che mai non scrisse a me -
semplici annunzi che dà la Natura
con tenera maestà.

Il suo messaggio è consegnato a mani
per me invisibili.
Per amor suo, miei dolci compaesani,
benignamente giudicatemi!
(1862)



Fra il mio paese e gli altri
v'è un mare
ma i fiori fanno la spola tra noi
come ambasciatori.
(1864)

Le due poesie riflettono il "carattere" della sua scrittura: nella prima la Dickinson si pone come umile messaggera delle meraviglie della natura le cui espressioni sono rivolte a noi e alle ancora future generazioni; la sua preghiera è un commuovente invito a comprenderla per il ruolo assunto.
Nella seconda rammenta la sua volontà di vivere distante dal mondo, eppure tra queste due dimensioni così lontane tra di loro (l'io e il mondo), trova nelle emozioni o nella natura il giusto compromesso per ricongiungerle. E qui si rintraccia chiaramente quell'arte tutta sua di richiamare i concetti astratti con immagini concrete.
Dei temi sulla nostalgia, la morte e la memoria sono le poesie:

Questa polvere quieta fu signori e fu dame,
e giovani e fanciulle, 
fu riso, arte e sospiro
e bei vestiti e riccioli.
E questo inerte luogo fu la dimora estiva
dove api e fiori
il loro ciclo orientale compirono,
poi anch'essi ebbero fine.
(1864)


Tutti coloro che perdiamo qualcosa ci tolgono;
resta ancora uno spicchio sottile,
che, come luna, qualche torbida notte
obbedirà al richiamo delle maree.
 (1883)


L'immortalità di Emily Dickinson si deve molto alle sue opere e contemporaneamente alla sua figura così originale ed enigmatica che già per l'epoca doveva suscitare grande interesse.
Quando nella lettura ho incominciato ad intravedere il suo essere, mi sono imbattuta in una donna dal temperamento impetuoso ed indocile che mal si combaciava con un'esistenza trascorsa tra le sole mura paterne. Un paradosso che mi ha trovata inizialmente distante da una presa di posizione così risoluta e se non anacronistica col tempo, certo non aperta ai nuovi cambiamenti sociali che le donne stavano conquistando.

@Appuntario

Nel corso dell'Ottocento la scrittura femminile fermentava in vari ambienti: pur trascinandosi ancora dietro pregiudizi e diffidenze le donne, consapevoli di un talento non inferiore a quello ma maschile, premevano nel prendere spazio nella sfera pubblica quanto privata; ne furono esempio donne come George Sand (1804-1876), George Eliot (1819-1880) o oltre l'Atlantico Louisa May Alcott (1832-1888), figure che si pensano come agli antipodi della poetessa americana.
Emily Dickinson mosse i suoi passi tra una vecchia e una nuova generazione, tra gli anni della guerra di Secessione e l'era della Ricostruzione, l'età di Lincoln, dell'abolizionismo e dei diritti civili; poeticamente tra la letteratura romantica americana e il trascendentalismo di Emerson.
La sua volontà, poste queste considerazioni, potrebbe rivelarsi una marcia indietro nel tempo a sfavore dell'emancipazione femminile, tuttavia ciò che è nato da quell'isolamento ha svelato il suo contrario.
Il richiamo ad una vita appartata è stato un atto con cui la Dickinson ha controfirmato la sua "vocazione" poetica ed intellettuale, espressione di una libertà interiore che non poteva essere ricercata fuori perché già sviluppata nel suo pensiero.
Precorritrice della "stanza tutta per sé" la Dickinson ha dimostrato quanto la mente femminile potesse essere fervida e creativa, ricettiva di realtà e fantasia pur in un corpo chiuso dentro quattro mura. E a pensarci bene, questo è stato l'insegnamento più ribelle e moderno che ci ha donato.

Negli ultimi anni si è rafforzata l'ipotesi che la cosiddetta clausura fosse dovuta dalla vergogna di una forma di epilessia che lei stessa e i suoi famigliari tentavano di celare il più possibile.
Se anche questa malattia fosse definitivamente appurata comunque un senso di estremo pudore non si concilierebbe con lo spirito sincero e appassionato della poetessa, ed è preferibile lasciare la causa ignota e nel mito.



M.P.









Libri:

"Dickinson. Un vulcano silenzioso, la vita", L'Orma Editore.
"Emily Dickinson - diVersi, Corriere della Sera