lunedì 3 dicembre 2018

"I Fratelli Ashkenazi" di Israel Joshua Singer


"Scena di villaggio sulle nuvole con rabbino che protegge la comunità" (1950-1970), Jacob Vassover 

Dopo aver letto "Da un Mondo che non c'è più" e "La Famiglia Karnowski" ho accolto quest'altro libro di Singer con un largo sorriso eppure pensavo allo stesso tempo che mi sarei imbattuta in un romanzo minore dell'autore; che non avrebbe dato, come i primi due, quella "fascinazione" che ha fatto balzare Singer fra i miei scrittori più amati. Ma anche i libri ti sorprendono e arrivano a far crollare le tue certezze.
Come altri scrittori deceduti nell'arco del secondo conflitto (Zweig, Némirovsky per citarne alcuni), le cui vicende e voci sono state dimenticate per lunghi anni, anche Israel Joshua Singer (1893-1944), scrittore polacco in lingua yiddish¹, ha pagato la sua "accidentale" non sopravvivenza e la sua ha brillato postuma solo della luce riflessa del fratello Isaac Bashevis, premio Nobel 1978.
Israel Joshua Singer nell'ultimo decennio del XXI secolo è stato giustamente  ripreso, tradotto e rivalutato nella grande prosa del Novecento ma l'accostamento parallelo ad autori come Tolstoj, Dostoevskj e Flaubert è ancora, purtroppo, lontano.
Da tre anni a questa parte, invece, quest'autore mi ha coinvolta particolarmente per la sua scrittura fluida, per il ritratto del suo "dimenticato mondo", per i suoi personaggi apparentemente così lontani dalla nostra visione e  pure vividi, per il suo messaggio che pur concentrandosi sulla cultura ebraica fuoriesce, alla fine, per l'intera sorte umana.
Con "I Fratelli Ashkenazi" ho chiuso il cerchio dei suoi tre più conosciuti testi ed è anche per questo motivo che è stato difficile scrivere una recensione, quanto trascrivere sulla carta un caleidoscopio di immagini e sentimenti.
"I Fratelli Ashkenazi" risulta tra i primi scritti dell'autore e pubblicato nel 1936 negli Stati Uniti è stato per svariati anni tra i libri più letti.
Narrando l'immaginaria storia di due fratelli gemelli diversissimi fra loro che si contendono il potere industriale della crescente ricchezza della città di Łódź, in Polonia, Singer ha raccontato in sottofondo le vicende, realmente accadute, di quella popolazione ebraica che alla fine dell'Ottocento si era stanziata nelle regioni del grande impero zarista e di cui, prima ancora della Seconda Guerra Mondiale, vide scomparire una gran parte del loro patrimonio culturale.


Il libro si apre poco dopo la fine delle guerre napoleoniche, quando alcuni tessitori tedeschi si stabiliscono a Łódź.
La piccola comunità ebraica, pur essendo esclusa dalla società e sbeffeggiata, riesce ad insediarsi sul territorio, prima lavorando nelle aziende tessili tedesche e polacche, poi diventando loro stessi importanti imprenditori. Łódź da villaggio piccolo comincia a trasformarsi in una città multietnica ed economicamente vivace.
Uno di questi imprenditori ebrei, Reb Abraham Hirsh Ashkenazi è un devoto osservante delle proprie tradizioni e dividendo il pubblico dal privato, alterna con destrezza preghiere e affari. Dalla moglie ha avuto due figli gemelli eppure differenti nel corpo quanto nel temperamento.
Simcha Mayer, nato cinque minuti prima, è piccolo, smunto ma dotato di una intelligenza incredibile; Jacob Bunim, meno dotato intellettualmente ma robusto e di aspetto gradevole.
La storia si concentra principalmente sulla vita del primo che fin da piccolo si contraddistingue nella comunità polacca per i suoi talenti, la memoria prodigiosa e la risposta pronta.
Ma Simcha Mayer è innanzitutto un ragazzo dall'insaziabile fame di potere ed ambizione e il lettore lo segue nella sua scalata sociale, insospettabile quanto repentina.
Si sposa con la bella e dolce Dinah, ragazza ebrea di famiglia benestante, e con astuzia e sotterfugi, ottiene la fabbrica di telai a mano del suocero. Ma questo è solo l'inizio.
Con altrettanti inganni, compiacenze ed azioni meschine Simcha Mayer, che nel frattempo morto il padre si fa chiamare Max Ashkenazi, si  appropria della più grande fabbrica a vapore di Łódź e accumulando insieme palazzi, appartamenti e un patrimonio milionario, di fatto diventa il re dell'industria della città. Le pur enormi soddisfazioni non riescono però ad affievolire l'odio che prova verso il fratello, baciato sempre dalla buona sorte, perché laddove Max deve inseguire e lottare, per Jacob sembra tutto più semplice.
D'altronde la stessa Łódź, diventata per l'opulenza economica la seconda città della Polonia dopo Varsavia, è avvelenata dal risentimento che pone a scontrarsi operai e imprenditori, ebrei e gentili, polacchi contro russi, nobili contro nuovi ricchi, in un conflitto che ha più della guerra fratricida.
Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale e la seguente Rivoluzione Russa, Max Ashkenazi vede dapprima ridimensionare le sue ricchezze e poi perdere tutto ciò che aveva capitalizzato.
Rinchiuso in una prigione della nuova Unione Sovietica, vecchio e malato, solo ora comprende cosa è stata la sua vita, in cosa ha speso la sua esistenza: disprezzando amore e affetti e ammontando ricchezze ha costruito il suo mondo sulla sabbia e quindi un mondo destinato a non durare.
Salvato dal fratello e di ritorno a  Łódź (divenuta libera con l'indipendenza polacca), cercherà di rimediare al passato, compensando con l'amore che non ha mai dato. Inutilmente, perché nulla ora può arrestare l'imminente fine.

"I Fratelli Ashkenazi" è un imponente romanzo di oltre seicento pagine che ricorda più un'epopea alla "Guerra e Pace",e non differentemente da questo, è il suo impianto narrativo che si snoda tra vite immaginarie e fondatezza storica.
Se Tolstoj presenta una scrittura elegante, ricca di atmosfere e scenari magnifici, quella di Singer è più realistica, esente di orpelli stilistici; la narrazione emerge con più carattere e durezza.
L'autore polacco opera ad una rappresentazione del vecchio mondo di cui faceva parte, quello multiculturale e caotico del vasto impero russo: un coacervo di popolazioni, religioni, ceti sociali con le loro anticaglie, commerci, studi e terre promesse, racchiuse nel vano tentativo politico di "russificazione" .
La popolazione ebraica pur nel suo isolamento neutrale e la sua rapida ascesa nell'ambito commerciale, proprio per questi motivi, risentiva dell'invidia e dell'odio atavico dei primi, alimentato dal sistema russo attraverso i pogrom, e nella visione degli ebrei come il giustificato capro espiatorio del loro malgoverno.

Questo panoramico caos viene analizzato e sezionato in tre strati sociali, quali un primo mondo, dominato dagli "alti papaveri", politici, ministri, nobili; un sotto-mondo di imprenditori, agenti di commercio e nuovi arricchiti e un piccolo mondo retto da operai, poveri, accattoni, lenoni e sfruttatori.
Lungi dall'essere separati, ogni classe lotta per emergere, scalzando di volta in volta le altre e trova nel personaggio di Max Ashkenazi la sua perfetta simbologia.
Max Ashkenazi non è "l'uomo che si è fatto da sé", è un antieroe avido di potere quanto insoddisfazioni perché l'uno non esclude mai gli altri; un personaggio che a balzi ottiene la città intera, senza incappare negli intermezzi, nella fatica o sfortuna tipiche di una lunga scalata sociale, eppure con un solo passo vede sfuggirgli tutto e se stesso. La vita e la morte hanno la meglio sulla superficialità dei beni materiali.
Ma "I Fratelli Ashkenazi" è anche un romanzo corale ricco di tanti personaggi; finestre che si aprono sulla vicenda e sulla storia e su tutti incalza una forza invisibile più grande di ogni loro successo o fallimento (la fatalità) che schiaccia a caso e nel caos poveri e ricchi, mentre la città di Łódź, nuova Babilonia ingorda di abbondanza e crudeltà, alla fine ormai satura, implode nel vuoto del suo oro e del suo peccato.
Come nella "Famiglia Karnowski", si assiste ad un passaggio di generazioni, dove il vecchio pensiero si dirada per far posto a nuovi ideali e quindi attraversando la storia della Polonia, della Russia e sugli sconvolgimenti della Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa e la ribellione della classe operaia.
Non è il primo romanzo di Singer dove si annida la parola socialismo (che in gioventù aveva accolto e infine ripudiato) ma se da una parte il capitalismo viene condannato anche il primo subisce la stessa fine, quasi a significare che non sono i sistemi in sé cause di malcontenti e guerre bensì le fragilità e le debolezze dell'uomo.
E più di ogni altro evidente messaggio, Singer ha raccontato una parte delle vicissitudini del popolo ebraico senza romanticismo né edulcorazioni, illustrandone gli aspetti contraddittori, quanto folkloristici, come pure le sue perpetue sofferenze, dispiegando fatti ed avvenimenti che precederanno gli orrori dell'Olocausto.
Fra questi è doveroso ricordare il massacro di Leopoli avvenuto nel 1918, durante il conflitto polacco-ucraino che seguì la Prima Guerra Mondiale.
Nel giro di poco tempo, in un pogrom, perirono molti ebrei innocenti, bambini, donne, anziani e nella follia del saccheggio incendiarono sinagoghe, importanti testi religiosi ed oggetti sacri. Tutto fu messo a ferro e fuoco.
Da questo libro si erge dunque la dura lezione dello scrittore: quando si arriva ad annientare un popolo, un territorio, una civiltà che dovrebbe arricchire la nostra esistenza e conoscenze, quando si riesce a cancellare ciò dalla memoria, a far si che nulla di ciò che è stato rimanga per il futuro (come non pensare a ciò che sta accadendo ad Aleppo), questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

Così, con molta riluttanza, mi allontano da questi tre romanzi che mi hanno accompagnato negli ultimi anni, dal mondo di Israel Joshua Singer, con i suoi uomini chini a recitare le leggi del Talmud, la folta e lunga barba segno di maturità e saggezza, le kippah da non dimenticare prima di uscire, il kaddish da ricordare per le preghiere dei defunti; le donne strette nelle loro tradizioni e chiuse in cucina a preparare cibo rigorosamente kosher, la rabbia e le lamentele per i pochi soldi per onorare degnamente lo Shabbat; i bambini a studiare le sacre scritture nella fredda casa di un umile e sapiente rabbino, svogliati e desiderosi di più ampie libertà e dolci da mangiare; un mondo che finché le sue pagine verranno ancora stampate, non sarà del tutto dimenticato.

«Sabbia», si dicevano sussurrando, proteggendosi gli occhi con le mani. «Tutto ciò che abbiamo costruito era costruito sulla sabbia».



M.P.



Libro:

"I Fratelli Ashkenazi", I.J.Singer, Newton Compton Editori



giovedì 8 novembre 2018

"L'Amante di Lady Chatterley" di David Herbert Lawrence


Il nostro tempo è essenzialmente tragico, quindi ci rifiutiamo di prenderlo tragicamente. Il cataclisma s'è abbattuto, siamo tra le rovine; cominciamo a ricostruire nuovi piccoli centri di vita, a nutrire nuove piccole speranze. È un lavoro piuttosto duro; la strada verso l'avvenire non è agevole: bisogna aggirare gli ostacoli o cercare di scavalcarli. Per quanto grande il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere.
Tale, più o meno, era la situazione di Costance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il cielo in testa. Ma aveva capito che bisognava vivere e imparare.




Da ragazza è capitato che di colpo abbandonassi la lettura di qualche libro. Poteva accadere dopo qualche riga o anche a metà del romanzo e la causa era da ripescare nella non trovata affinità con l'opera o, nella maggior parte dei casi, per la poca "esperienza di lettrice".
Non mi sentivo abbastanza matura per affrontare una particolare tematica o narrazione e mi trovavo distante mille leghe dal mondo dove ero capitata.
Così è stato anche per "L'Amante di Lady Chatterley": al mio primo approccio mi ero ritrovata spaesata, nel contesto, nella mente della protagonista. Non pensavo di essere bigotta eppure non riuscivo a dare un significato coerente al sesso esplicito che vi era descritto. Quando ho ripreso in mano il libro, poco tempo fa, ho scoperto un testo che andava la di là di quelle immagini, che attraverso di esse si scoprivano le fobie e i malesseri dell'epoca.
La vita di questo romanzo non fu facile.
Messo al bando in tutta Europa (e in particolar modo in Gran Bretagna) perché considerato il più osceno del momento, salì addirittura sul banco degli imputati nel 1960, quando il Parlamento inglese intentò un processo alla Penguin Book, colpevole di aver dato alle stampe il testo completo senza le regolari censure che tutti avevano adottato.
La Penguin alla fine venne assolta e ottenne il visto per la pubblicazione integrale. Ma questa fu la vittoria che segnò definitivamente la fine della censura letteraria nel Regno Unito.
Il libro che diede tanto scandalo nel mondo letterario e non nel Novecento, creando polemiche a non finire, fu pubblicato nel 1928 in una anonima casa editrice di Firenze, la Orioli, e scritto due anni prima nella splendida villa Mirenda di Scandicci, sulle colline fiorentine.
Il suo autore, l'inglese David Herbert Lawrence (1885-1930), figlio di un minatore e di una maestra, fu un uomo eccentrico e ribelle: ex impiegato, ex insegnante, malato di tubercolosi, viaggiatore instancabile alla ricerca di utopie, di isole felici e una civiltà migliori; ha raccontato la società  aristocratica-intellettuale del primo dopo guerra, con la sua avidità distruttiva, il suo cuore meccanico, il pregiudizio, l'ottusità, che con la sua città industriale avvelenava  e schiacciava le masse più povere. Ed è questo il vero motivo di tanta persecuzione, che per tanti anni si è nascosto.


Costance Reid, bella e sana ragazza, figlia della piccola aristocrazia scozzese ma progressista¹, ha ricevuto un'educazione libera e colta rispetto alle sue coetanee del XX secolo.
Nel percorso formativo in Germania ha incontrato artisti, promettenti studenti, dove insieme al filosofeggiare si scoprivano i primi rudimenti del sesso che si innescavano più come dovere naturale che attraverso una vera passione.
Arrivata in Inghilterra conosce un giovane baronetto Clifford Chatterley, anche lui in controtendenza con la società del tempo.
Si sposano durante la Grande Guerra e poco dopo Clifford viene chiamato alle armi. Tornato dalla guerra e dopo la morte del padre, Clifford assume il titolo e la dimora di Wragby Hall, nelle Middlands, dove prende residenza con la moglie. Nonostante abbia riportato una ferita di guerra, che lo tiene paralizzato dalla cintola in giù, la vita di Sir e della nuova Lady Chatterley trascorre tranquilla e stabile, tra visite altolocate e gli esperimenti letterari di Chatterley.
Connie comincia ad annoiarsi in questa lenta esistenza priva di stimoli, per lo più sola nella grande villa: non può nemmeno rifugiarsi nel giardino, la cui aria è avvelenata dai fumi provenienti dalla miniera appartenente al marito e non trova conforto nemmeno in quest'ultimo che ha assorbito su di sé tutto il passato di una società ormai morta.
Instaura una relazione con un affermato drammaturgo ma rimane spiazzata dal suo egoismo sessuale e d'animo e presto lo lascia.
Ora che Chatterley sembra occupato dagli studi sul progresso dell'industria mineraria, Connie in una calda e rigogliosa primavera fa il suo incontro con Oliver Mellors, il guardiacaccia di Wragby.
Tra loro nasce una forte attrazione che sfocia nell'abbandono del corpo ai sensi più espliciti, eppure libera e vera rispetto alla falsità e allo sfacelo del piccolo mondo circostante.
Connie sente il suo corpo rinvigorirsi, dare un fine alla sua esistenza, soprattutto quando si accorge di aspettare un bambino dall'amante.
Durante una vacanza di riflessione a Venezia con la sorella, a Wragby viene scoperta la relazione tra i due: monta lo scandalo ma questo potrebbe essere messo a tacere se Lady Chatterley tornasse a vivere sotto lo stesso tetto del marito.
Con una fermezza non comune Connie torna in Scozia in attesa dell'accordo del divorzio; Oliver dopo aver trovato un nuovo impiego presso una fattoria, l'aspetterà.

Per formare la trama Lawrence ha usato uno dei motivi più ricercati nella storia della letteratura, quello del triangolo marito-moglie-amante.
Questo leitmotiv oggi molto abusato e che nella maggior parte dei casi rappresenta una situazione che si esaurisce in se stessa, in Lawrence non ha nulla di banale ma, anzi, riesce a chiudere nel suo interno diverse implicazioni.
Con la fine della Prima Guerra Mondiale, la società aristocratico-intellettuale inglese guardava gli ultimi giorni che le rimanevano del suo lungo regno. Era un mondo ormai moribondo, intriso ancora dall'effluvio dell'epoca vittoriana, che si aggrappava con ferocia a quegli appoggi, quali l'estrazione sociale, l'apparenza delle convenienze, il denaro a cui l'autore aggiunge il successo personale. Gli uomini e le donne che fanno da cornice alla storia sono tutti "impegnati a prostituirsi" per valori superficiali; sorpresi nel vortice di piaceri rapidi e non necessari.
La ferita di Sir Clifford diventa il simbolo di questa nobiltà paralizzata dopo il conflitto Mondiale.
Per una decadenza, c'è una controparte che ascende e lo scrittore inglese la ritrova nella nuova società industriale, condannata con toni aspri per la sua aridità, per un progresso che non porta nessun miglioramento nella civiltà, ma trascina nell'inquinamento, nella povertà, nell'imbruttimento dei ceti svantaggiati, nella sfiducia dell'avvenire.
A questa Inghilterra degradata da processi meccanici si contrappone il mito della vecchia Inghilterra, attraverso i boschi ricchi di leggende, i castelli, gli antichi regni: tutto smantellato per far posto a nuovi idoli.

Questa è storia. Un'Inghilterra cancella un'altra. Le miniere avevano arricchito i castelli. Ora li cancellavano come avevano già soppresso le casupole. L'Inghilterra industriale cancella quella agricola: un significato ne cancella un altro. La nuova Inghilterra cancella la vecchia. E la continuità non è organica, ma meccanica.

Da ciò traspare tutto il pensiero di Lawrence, o meglio la sua utopia; di ricerca di una civiltà nuova, svincolata dalla materialità moderna del progresso, del denaro, degli impegni sociali e che, come era prevedibile, rimase solamente rinchiusa nel suo pensiero.
A questi due mondi disgraziatamente oppressivi, Oliver Mellors e soprattutto Connie si ribellano, riservando per loro un angolo di umanità e amore quasi primitivi, dove le leggi dell'uomo nulla possono davanti all'esplosione delle naturali forze del sentimento.
Con questo romanzo David Herbert Lawrence ha liberato il sesso dai lacci stretti dell'età vittoriana, affrancandolo dai tabù, dalle convenienze morali, dai maligni sottintesi e restituendolo come parte non indifferente della vita.

D. H. Lawrence

Connie e Mellors fanno sesso ma soprattutto parlano di sesso, con una semplicità ancora oggi non ottenuta.
Anche la donna (nella figura sempre della protagonista) viene liberata dalla rigidità dei suoi costumi, potendo esaltare (cosa non scontata per l'epoca) la sua sensualità e sessualità, il proprio corpo senza la vergogna di provare desideri e piaceri sani.
Le scene di sesso pur essendo esplicite hanno molto del lezioso: un erotismo giocoso, quasi bambinesco e amplificano, semmai, più la purezza (piuttosto che un'intimità più perversa) e, non accidentalmente, in profonda armonia con la natura.
Ho trovato in Lawrence alcune similitudini che mi hanno ricondotta ad Edith Wharton (1862-1937), per temi e per quella narrazione così fertile di simbologie ed immagini emblematiche.
L'amore raccontato in "L'Età dell'Innocenza" si ferma davanti all'unità famigliare e alla morale della New York di fine Ottocento; Lawrence riesce a spingersi oltre, incarnando nel personaggio di Connie la ribellione verso un'Inghilterra ferita dalla guerra e ancora superba; arriva dove la Wharton  non era stata capace: frugare tra le rovine una tiepida speranza.
"L'Amante di Lady Chatterley" non è un romanzo facilmente apprezzabile, eppure è da apprezzare il significato che se ne trae: più del nostro quotidiano, del mondo intellettuale, dei libri, è la vita che conta. Ma una vita condotta nell'amore, quello sincero e profondo, e più ancora di tutta quella tenerezza che abbiamo da offrire.

Sento qualche volta le mie viscere sciogliersi in acqua e tu stai per avere un bambino da me. Ma non importa. Tutte le sciagure che sono accadute non sono riuscite a far appassire i fiori, e neppure l'amore delle donne.



M.P.



¹ Nella seconda metà dell'Ottocento, In Inghilterra, si diffuse il movimento della Fabian Society, un organismo polito-sociale che si riprometteva di costituire una società legata ai valori del socialismo e dell'educazione delle masse .



Libro:

"L'Amante di Lady Chatterley", D. H. Lawrence, Mondadori


giovedì 25 ottobre 2018

Il lieto fine che finì: le scrittrici tra romanzi e realtà




Nell'inserto domenicale "La Lettura" lo scorso due settembre, è apparso un articolo di un'intervista fatta all'attrice e regista inglese Kristin Scott Thomas riguardante l'amica scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014), in occasione della pubblicazione, per la prima volta in Italia, del romanzo "Cambio di Rotta".
Nell'intervista rilasciata la Thomas ha ritratto il profilo di una Howard ingabbiata in diversi stereotipi della sua epoca: di scrittrice talentuosa, eppure, da giornalisti e critici tenuta lontana dal panorama letterario (esclusivamente di sesso maschile), i cui romanzi etichettati ancora con la dicitura di "letteratura femminile" e quindi rivolti ad un pubblico di sole donne un po' annoiate della classe media inglese e perseguitata da editori che volevano per le loro lettrici finali romantici e accomodanti.
Sono rimasta un poco attonita sotto quest'ultimo punto perché se è vero che nel corso dell'evoluzione femminile, la donna ha trovato difficoltà nel prendere una posizione libera ed indipendente, di esprimersi come "professionista" nei vari campi della cultura e non essere più sottomessa al semplice ruolo di musa o dilettante, è anche vero che i contenuti da questa esposti erano risultati più preoccupanti (e quindi malvisti) della sua stessa autonomia.
Nella storia della letteratura fatta dalle donne, così mirabilmente descritta con tutte le sue precarietà e conquiste nel saggio di Virginia Woolf (1882-1941) "Una Stanza tutta per Sé" (1929), dove l'indipendenza andava di pari passo con la penna; alcuni motivi del modo di fare romanzo erano, per così dire, consigliati caldamente per le giovani scrittrici, tra cui il lieto fine. Se ci pensiamo bene il mito del lieto fine, al quale fin da piccoli ci aggrappiamo con cieca fiducia, è stato, a volte, per le donne scrittrici una limitazione nel loro lavoro, una sfumatura di non adesione alla realtà e alla loro soprattutto.
Il lieto fine ristabiliva l'ordine naturale delle cose, dove, magari, dopo una trama ingarbugliata, con ruoli maschili e femminili che si confondevano, dove anche una protagonista poteva fregiarsi di occupazioni o pensieri non adatti al suo sesso, il lieto fine rimetteva ognuno al proprio posto competente e anche il personaggio femminile ritornava all'antico dovere di figlia e sposa devota. Per questo il lieto fine ha rappresentato per secoli la forma più sottile e indolore di adattamento alla società.
Una forma di imprinting ci è stata data dalle favole innanzitutto. Come Elena Gianini Belotti in "Dalla Parte delle Bambine" ha scritto «Cappuccetto Rosso mandata in giro da una madre irresponsabile per cupi boschi infestati da lupi trova la salvezza nel coraggioso cacciatore; Biancaneve che accetta la prima mela che le viene offerta, per quanto sia stata severamente ammonita di non fidarsi di nessuno, torna alla vita grazie al giovane principe accorso; Cenerentola accetta il salvataggio che le viene da un uomo come unica risorsa, ma non è poi certo che costui la tratterà meglio di quanto sia stata trattata fino allora».
Tutto questo ha generato quegli incrollabili valori, passati di generazione in generazione, che hanno imbastito l'esistenza femminile, tra cui l'individualismo (non esisteva amicizia tra donne), il culto della bellezza, il matrimonio e l'elevazione di ceto da questo.
Molte autrici, anche le più geniali e talentuose, hanno riservato ai loro romanzi una conclusione felice ma l'allietamento delle masse non è stato il motivo ragionevole delle loro scelte.
L'hanno fatto per convenienza o soldi e certo non dobbiamo oggi biasimarle per quel compromesso che al tempo trovarono per scrivere e farsi strada in una condivisione che gli uomini, a priori, non volevano.
Ma la vita descritta nei loro romanzi non sempre rispecchiava quella realmente vissuta. Allora? Questo contrasto tra finzione romanzesca e verità storica, che doveva pur risolversi verso un finale romantico, poteva altrimenti lasciare tracce di ribellioni implicite fra le pagine di un libro.
Si pensi a Jane Austen (1775-1817). Innumerevoli generazioni di lettori hanno sognato leggendone i romanzi; idealizzato l'amore a modello dei suoi personaggi. E « a una prima lettura, sono storie d'amore, matrimoni con un lieto fine convenzionale ed eterosessuale»¹, il sacramento del matrimonio  non risulta essere minacciato.
Eppure analizzando in profondità, nei rapporti uomo-donna che intercorrono tra i protagonisti, si scopre Elinor e Marianne, (benché sposate a due gentlemen), superare per spirito i loro compagni (Marianne nemmeno ama il colonnello Brandon), l'innamoramento tra Lizzy Bennet e Mr Darcy viene inizialmente inasprito da differenze di ceto e l'amore tra Emma Woodhouse e Mr Knightley non ha nulla di stupefacente rispetto a tanti altri.

«Solo a una seconda lettura si insinua il dubbio, a suggerire che forse il matrimonio non è proprio quanto di meglio potrebbe accadere a queste donne. È stato suggerito che utilizzando questi strati diversi di significato, Jane forse era perfino più sovversiva di quanto immaginiamo. [...] Forniva il lieto fine che la società si aspettava, ma più che altro perché era costretta a farlo. Non dovete credere al lieto fine di Jane se non volete»

Anche Louisa May Alcott (1832-1888) arrivò, poco più di mezzo secolo dopo, a scontrarsi con il falso perbenismo e la moralità del suo tempo. Quasi minacciata dai suoi stessi lettori che, dopo l'inatteso successo di "Piccole Donne" (1868), desideravano vedere l'eroina più intraprendente della letteratura, Jo March, felicemente sposata e soddisfatta.
La Alcott accolse la richiesta come dovuta ma quasi con cipiglio e stizza, unì il suo celebre personaggio al poco virile (anzi paterno), spento e fin troppo vecchio professor Baher. Questa innocua punizione che la scrittrice impose agli occhi dei suoi lettori, verrà invece risparmiata al personaggio indipendente e nubile della dottoressa Nan ("I Ragazzi di Jo", 1886) qualche anno dopo, quando la Alcott, ormai signora matura, raggiunse una certa stabilità.
Romanziere come la Austen e la Alcott ed altre hanno da sempre cercato, nei loro limiti, di sovvertire ai dettami di un mondo già preconfezionato, rischiando in quanto lavoratrici e in quanto donne di essere escluse dal lor ambiente o non capite se la loro arte non andava sulla stessa falsariga del circondario. Negli anni le loro opere sono rientrate nel genere inappropriato di letteratura femminile mentre loro snobbate a vantaggio del pensiero maschile o dei «valori maschili» come scrive la Woolf.
Perché dietro l'happy ending, il suo intrinseco significato, si è nascosto la predominazione delle esigenze del mondo patriarcale: «questo è un libro importante, suppone il critico, perché tratta di guerra; questo è un libro insignificante, perché tratta dei sentimenti delle donne in salotto».³
Con la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento le donne riuscirono ad avere l'animo e la penna più libera di accostare la loro realtà alla scrittura, i loro veri sentimenti alla pagina bianca con meno intralci e influenze dall'esterno.
Il lieto fine non era più un'avvedutezza moralmente raccomandata e le autrici iniziarono a guadagnare, a viaggiare, a partecipare nei dibattiti, alla vita sociale in quanto intellettuali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, queste problematiche sono state superate e le donne scrittrici hanno apportato al lieto fine un differente significato che si caratterizzava nella realizzazione,  meno, delle loro aspettative ed aspirazioni, mentre il contatto con la realtà si è resa per certi versi ancora più pericolosa per le donne, soprattutto quando la loro voce si alza più in fretta della loro penna.


M.P.




¹ "A Casa di Jane Austen", Lucy Worsley, Neri Pozza
² Ibidem
³ "Una Stanza tutta per Sè", Virginia Woolf, Newton Compton


Fonti:

"A Casa di Jane Austen", Lucy Worsley, Neri Pozza
"Una Stanza tutta per Sè", Virginia Woolf, Newton Compton
Introduzione ai "Quattro Libri delle Piccole Donne" di Daniela Daniele, Einaudi

venerdì 12 ottobre 2018

"La Casa in Collina" di Cesare Pavese


Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.



Cesare Pavese (1908-1950) è stato fra i più grandi (se non il più) influenti scrittori del nostro primo Novecento: autore di racconti, romanzi brevi, poesie, saggi, promotore ed iniziatore in Italia della letteratura americana, lavoratore instancabile ed insostituibile della casa editrice Einaudi.
Ha personificato, in tempi ancora lontani e prima di Pasolini e Calvino, il dramma dell'intellettuale.
L'immagine maggiormente intensa e icastica della sua figura si può ben ritrovarla nel ritratto poetico che ne fece Natalia Ginzburg in "Lessico Famigliare", in cui descrisse la sua "paura dell'imprevisto e dell'inconoscibile", tratti orrendi per "la lucidità del suo pensiero", o quello più pragmatico di Elsa De' Giorgi nell'opera memorialistica (passata purtroppo in sordina) "Ho Visto Partire il tuo Treno" dove lo scrittore piemontese si faceva portavoce di quella delusione culturale e ideologica "di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile".
Tutto questo ricorre con mestizia e rappresentazione realistica in uno dei testi più belli di Cesare Pavese "La Casa in Collina".
Elaborato tra il 1947 e il 1948, venne pubblicato verso la fine di quest'ultimo insieme con "Il Carcere", sotto il titolo di "Prima che il Gallo Canti".
Romanzo breve "La Casa in Collina" è insieme un diario di guerra sul secondo conflitto, semi biografico; una disperata storia individuale che viene a scontrarsi, suo malgrado, con il caos apocalittico di una collettività e ne rimane anch'essa schiacciata.


Corrado, professore torinese, lascia la città piemontese divenuta troppo pericolosa a causa dei bombardamenti sempre continui. Viene a rifugiarsi quindi sulle colline di Asti, dove trascorre una lenta esistenza nell'apatia, nella solitudine, nell'ossessione di ricordi fuggevoli, di un passato che non può più ritornare, aggrappandosi all'illusione di una guerra a lui lontana e guardata con stoico distacco.
In un'osteria, fra queste colline, conosce un gruppo di sfollati, attivamente più impegnati nel conflitto, in cui passa spensierate ore rubate alla sua malinconia. Tra di loro ritrova Cate, una donna con cui ha avuto una sporadica relazione in giovinezza.
Questa ha un figlio, Dino, e Corrado comincia ad occupare parte delle sue giornate con il ragazzo, rivedendo in lui la sua antica giovanile avventatezza. E un pensiero si fa strada nella mente del professore, che il ragazzo (ne prova quasi il suo diminutivo) possa essere suo figlio.
Cerca un riscontro con Cate per un'accomodamento, questa però non si risolve di palesargli nessun tipo di verità.
Ma l'armistizio dell'otto settembre 1943 arriva a distoglierlo dai dubbi e dalla sua immobilità. Infatti dopo un primo clima di euforia, ove si rincorrono voci di pace, la guerra, invece, continua più crudele e sanguinosa fra le diverse frange di fascisti, partigiani e repubblichini in una lotta fratricida.
Tutti i residenti dell'osteria vengono arrestati dalla polizia per contrabbando di armi e deportati; tranne Dino nascosto al momento dell'irruzione.
Anche il professore, per la sua amicizia con quest'ultimi, viene ricercato ma riesce a trovare protezione in un convento di Chieri, dove si finge maestro di studenti e dove si vede raggiunto anche da Dino.
Il luogo circondato dalla polizia non risulta comunque sicuro e dopo la fuga improvvisa di Dino, Corrado si allontana dal convento per far ritorno nel paese natale, sulle colline delle Langhe.
Lungo la strada verso casa Corrado rischia la vita, vede i morti, la disperazione dei sopravvissuti, luoghi abbandonati, colline martoriate da costanti rappresaglie; capisce cos'è la guerra civile, l'inutilità del sangue umano sparso. Per la prima volta si sente partecipe di questo strazio senza senso e fine, turbato da ciò che non potrà più ritornare.

Come "La Bella Estate" e "Tra Donne Sole" anche "La Casa in Collina" si inserisce nell'ultimo fecondo periodo dello scrittore ma diversamente dai primi due, questo si differenzia per l'alto livello espressivo, quello in cui Pavese ha voluto mostrare la sua forza intellettuale, l'impegno civile dovuto ad una collettività.
Partendo dal momento storico scatenante della vicenda: l'armistizio dell'otto settembre 1943. Quest'atto con il quale il Regno d'Italia cessò le ostilità verso gli Alleati e iniziò di fatto la Resistenza italiana contro il nazifascismo, coincise con il periodo più cruento della Seconda Guerra Mondiale, ossia della tremenda guerra civile che imperversava nell'Italia divisa e ferita tra le fazioni partecipi.
Le storie interne raccontate sono piccoli frammenti di vita provvisoria che si incontrano e si escludono in poche pagine intessute di malinconia e precarietà umana.
La storia del professore Corrado che si sottrae inizialmente alla guerra, guardando al passato, riflette il dramma personale dello stesso scrittore.

"Cascina di Langa", Giovanni Rava

Amico di partigiani ed intellettuali attivi, Cesare Pavese non prese parte alla lotta armata né prestò la sua figura ad incarichi sovversivi e il rimpianto di questa mancanza, le morti dei suoi migliori amici, l'inevitabilità di una generazione che non era riuscita a sopravvivere alla guerra, né dimenticandola né cambiandone gli effetti, lo accompagneranno per il resto della sua vita, fino agli ultimi giorni.
Unico elemento catartico di tutta il romanzo breve, che ricorre con enfasi in sua gran parte è la collina. Amato luogo d'infanzia e di rifugio, viene contrapposto all'oscurità degradante della città, mentre le colline di Asti fungono da limbo, passaggio verso le care Langhe che assurgono alla metafora di passato ed evasione quasi mitologici.
Come in molti altri scritti, anche qui si innesca la polemica controversia sul fascismo, su un possibile, sottile legame che Pavese avrebbe avuto inizialmente con la dittatura; dato da alcuni pensieri liberati con la pubblicazione negli anni Novanta di taccuini personali e nella "Casa in Collina" da insolite riflessioni, forse difficili da trovare in un altro scrittore coevo.
Ma tralasciando diatribe mai risolte ed inutili, la sua, forse, non "esplicita" denuncia del fascismo potrebbe derivare da un orrore che egli ravvisava come più pericoloso del fascismo stesso: l'immobilità delle coscienze.
Perché il dramma di questa solitudine individuale ridestata da inquietudini religiose e impegno civile che riesce, nel momento più buio, a riconciliarsi con la pietà umana, è uno degli atti d'amore più commuoventi della scrittura di Cesare Pavese.
L'ultimo capitolo, che già da solo meriterebbe di essere letto per la potenza delle sue parole, offre una testimonianza diretta, un ammonimento severo rivolto a chi verrà dopo: che «ogni guerra è una guerra civile» e il peso di ciascuna morte, pur sconosciuta e lontana, grava su di noi.

Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso.



M.P.




Libro:

"La Casa in Collina", C. Pavese, Einaudi


giovedì 4 ottobre 2018

Benedetta Cappa, "benedetta fra le donne" paroliera e futurista


"Ritratto di Benedetta Cappa", Giacomo Balla

La locuzione "dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna" mi è sempre sembrata, oltre che pregiudizievole, maschilista perché svantaggiosa nei confronti del sesso femminile, come se il talento e la genialità di una donna debba comunque assicurarsi i sicuri confini dell'ombra dell'uomo.
In passato è stato così: alle donne era ben permesso potersi dilettare nelle varie velleità artistiche,  anche eccellendo in alcune di queste ma ciò doveva rientrare nella loro sfera domestica, accontentandosi del beneplacito (se c'era) del marito.
Men che meno la donna poteva aspettarsi di far parte di un gruppo, un circolo maschile e quindi dibattere con colleghi e avere voce in capitolo.
Ma fra le molte donne disubbidienti a queste regole, ve ne fu una che si ribellò contemporaneamente a tutte e tre, e in un periodo abbastanza contrastante per il mondo femminile: era italiana, era Benedetta Cappa.


Benedetta Cappa fu una moglie di e a onor della cronaca moglie di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) padre del futurismo italiano.
Nonostante l'ingombrante presenza del poliedrico Marinetti, la Cappa non ebbe il solito ruolo di compagna o musa dell'artista o osservatrice speciale delle sue opere bensì una posizione, seppur oggi dimenticata nel mondo dell'arte, eguale rispetto a tutti gli altri membri della celebre cerchia.
Una energica e dotata pittrice lei stessa e dopo la morte di Marinetti, vera promotrice del Futurismo oltreoceano.
Nella seconda generazione del Futurismo, nato in seguito al primo periodo post bellico, non era difficile trovare al suo interno componenti femminili: Olga Biglieri in arte Barbara, Marisa Mori, Regina Cassolo Bracchi, e tutto ciò negli anni sinistri e non troppo accondiscendenti come quelli del Fascismo, ove le qualità della donna dovevano essere riposte per il coniuge e per lo Stato.
Benedetta Cappa (1897-1977) fu la sintesi più esplicativa e mordente di quella ribellione femminile che avrebbe trovato terreno fertile nelle mancanze di un esagerato iper-maschilismo.
Nata in una agiata famiglia piemontese, giovanissima si dedicò al panorama artistico divenendo allieva di Balla.
Bella, elegante, colta, si legò al Futurismo molto prima di conoscere Marinetti nel 1918 per poi sposarlo nel 1923.
Ebbe un ruolo comprimario all'interno del gruppo, facendo di lei stessa e delle sue opere modello della concezione ideologica e promulgatrice del movimento che andava avanti, tra pause e cambiamenti, da quattordici anni.
La Cappa raggiunse personalmente premi e riconoscimenti di cui poche donne riuscirono a gloriarsi. Partecipò cinque volte alla Biennale di Venezia e nel 1930 fu la prima donna ad avere un'opera pubblicata nel catalogo di quest'ultima; altrettante alla Quadriennale di Roma.
La sua fu un'arte dominata dall'azzurro, dalle forme geometriche, dall'astrazione e dalla fantasia, dalla libertà e dal dinamismo.

"Velocità di un Motoscafo"

"Velocità di un  motoscafo" rientra fra i primi dipinti dell'artista e realizzato nel 1924. Non esiste niente di più futuristico e al tempo stesso racchiude nel suo movimento un originalità irripetibile.
In una grande distesa di mare, un motoscafo velocissimo è appena passato lasciando la sua scia: la sua corsa ha provocato un maggior ondeggiamento del mare, testimoniato sia dalla prospettiva di un orizzonte fluttuante sia dalle numerose bande d'acqua blu in cui sono ripetuti triangoli giallo-oro.
La scia, sollecitata dall'imbarcazione, sale verso l'alto fendendo il mare. Il motoscafo è solo un puntino rosso, un oggetto volto ad esaltare i veri protagonisti del quadro: il mito della velocità, della scomposizione del colore e della forma.
Nel 1929 firmò insieme a Balla, Depero, Prampolini, Dottori, Fillia e lo stesso Marinetti, il "Manifesto dell'Aeropittura Futurista". La nuova forma pittorica voleva restituire l'effetto ottico globale di una visione dall'aeroplano, diretto ad "esprimere con sintesi, trasparenza e dinamismo, l'aviazione, il volo, le velocità aeree, le prospettive aeree, gli stati d'animo aerei."¹
Il progresso dell'aviazione (avvenuto in concomitanza con la Grande Guerra), diede a Benedetta Cappa il presupposto di concepire forse le più belle realizzazioni della sua carriera. Il volo che sperimentò nei suoi continui viaggi col marito, contribuì a darle un'idea più vicina e sensibile a quell'ideale di libertà a cui aspirava.
I lavori di questo periodo, infatti, risultarono meno meccanici, meno esposti alla rapidità di un concetto, intensamente più condotti verso il lungo pensiero del poetico e della percettibilità.
Intorno al 1933-34 dipinse cinque pannelli su tela, a tempera ed encausto per le pareti della Sala delle Conferenze del Palazzo delle Poste di Palermo. La pittrice fece un lavoro encomiabile: rappresentò nei vari pannelli le cinque comunicazioni terrestri, di mare, di radio, aria, telefono e telegrafiche; tutte affiliate al movimento dell'aeropittura.
"Sintesi delle Comunicazioni Aeree" risulta fra le più visionarie raffigurazioni della Sala.
In un cielo dominato dall'azzurro è presente solamente una parte di un aereo in volo, forse in fase di atterraggio. Sotto di questo si vede una porzione di mondo, con case, laghi e fiumi mentre in alto, fra le nuvole, si scorge un paesaggio roccioso. Eppure fra questi due mondi c'è un altro non qualificabile.
Una sfera, al cui all'interno è rappresentato un paesaggio stavolta marino. L'opera potrebbe forse rappresentare un viaggio ideale, sognato, scaturito dal processo mentale della sua creatrice.

"Sintesi delle Comunicazioni Aeree"

"Incontro con l'Isola"

In "Aeropittura di un Incontro con l'Isola" (1935-36), Benedetta Cappa raffigura una parte di un'isola (forse l'Elba dove ha passato le sue passate vacanze) scevra delle sue particolarità, quasi millenaria e incontaminata.
Questa sembra galleggiare in una grande vastità d'acqua e in parte inglobata in una sfera trasparente. Ne esce un quadro di originale e surreale poesia.
Nel 1936 lavorò al suo (a detta di molti) capolavoro artistico, "Cime arse di Solitudine".

"Cime arse di Solitudine"

In uno spazio indefinito compare ancora una bolla al cui interno tiene sospese delle costruzioni cubiche e dietro di queste fuoriescono delle rocce acuminate che si innalzano verso l'alto, dove in cima si presenta un grande anello. Così da un mondo se ne scoprono due intersecati tra di loro e ancora una volta è l'inconscio a dominare attraverso i colori e le forme ipotetiche.
Nel secondo dopoguerra il Futurismo subì un periodo di oscurità e di condanna ideologica per la sua implicazione con il Fascismo.
Per questo, dopo la morte di Marinetti, la Cappa si dedicò ad una rinnovata promulgazione, riunendo opere, manoscritti, testimonianze, partecipando a discussioni, promuovendo mostre, soprattutto in America, dove strinse  amicizia con Peggy Guggenheim (1898-1979).
Gran parte del corpus esistente oggi lo dobbiamo al lavoro e al recupero di questa artista.
Probabilmente per renderci conto del ruolo che Benedetta Cappa dava a se stessa, bisogna andarlo a cercare nella sua unica tavola parolibera dal titolo "Spicologia di 1 uomo", disegnata poco dopo l'incontro col futuro marito (1919).
Sotto questo disegno, che pare più un rebus, quindi un'istanza su un possibile rapporto equo tra uomo e donna (nel suo primo periodo Marinetti vantava nel suo gruppo l'assenza delle donne), la Cappa firma col suo nome accanto alla frase "benedetta fra le donne" e  alle parole "paroliera e futurista".
La frase riportata è un chiaro gioco di parole in riferimento all'immagine della Madonna, ma qui non c'è nessuna implicazione religiosa.
Il rimando alla Madonna è in quanto Madre o meglio "forza creatrice", ed equiparandosi alla figura della Madre di Gesù, la Cappa voleva fare di sé e delle altre donne genitrici non solo fisicamente ma anche mentalmente di ingegno e creazione.
Le seguenti voci rappresentano l'indirizzo della sua professione e filosofia di vita; di donna moderna e parte fondamentale (quanto l'uomo) di una società in evoluzione.



M.P.







giovedì 20 settembre 2018

"Il Grande Mare dei Sargassi" di Jean Rhys


Lei diceva di amare questo posto. Sarà l'ultima volta che lo vede. Starò all'erta per scorgere una lacrima, una lacrima umana. Non quella faccia chiusa e piena d'odio, da pazza.
Ascolterò per sentire... se dice addio, forse adieu - Adieu - come quelle antiche canzoni che cantava. Sempre adieu (e tutte le canzoni lo dicono). Se lo dice anche lei, o se piange, la prenderò tra le mie braccia, la mia pazza. È pazza ma è mia, mia.
Che me ne importerà degli dèi o dei diavoli o del Destino! Se lei sorride o piange o tutt'e due le cose.
Per me. 
Antonietta - anch'io so essere gentile. Nascondi il viso. Nasconditi, ma nelle mie braccia. Vedrai presto che sono gentile. Mia povera folle. Mia pazza fanciulla.
Ecco un giorno di nuvole per aiutarti. Non c'è quel sole sfrontato.
Non c'è sole. Niente sole. Il tempo è cambiato.


"Jean Rhys", Eleanor Taylor

Innegabilmente "Jane Eyre" di Charlotte Brontë è tra i romanzi più letti e riletti di tutta la letteratura occidentale. È incredibile come l'opera di questa minuta scrittrice inglese abbia influenzato la seguente letteratura, altri romanzi, film, milioni di lettori e quell'ideale  romantico che va oltre mondi e classi di nascita diversi che dura tutt'ora.
Quella della protagonista è una figura immortale, che a distanza di più di centosettanta anni rientra nell'immaginario delle "eroine" più amate.
La prima volta che lessi "Jane Eyre", da ragazza, rimasi affascinata dalla ribellione e dall'indipendenza portate avanti dal personaggio omonimo, che andava scontrandosi contro il bigottismo e il pregiudizio dell'età vittoriana.
Ma ad una rilettura intrapresa qualche anno fa, mi sorprese qualche ambiguità nel romanzo e la figura stessa del gentiluomo Mr Rochester venne cancellata per rivelarmi, invece, una personalità legata ad un passato oscuro, forse travagliato di denaro e lussuria.
Comunque in nessuna delle due volte mi soffermai sulla moglie, la pazza, Bertha Mason, troppo schiacciata dall'ampia presenza di Jane Eyre. Di lei non sappiamo quasi nulla e di quel poco che conosciamo non abbiamo testimonianze sicure, solo la parola di Rochester. Ma questa non riuscì a sfuggire a Jean Rhys.
Jean Rhys (1890-1979), creola come la creola Bertha Mason, fu l'autrice poco nota di un grande best-seller del secondo Novecento: "Il Grande Mare dei Sargassi".
Figlia di un medico gallese e di madre creola bianca, nacque a Roseau capitale dell'isola caraibica di Dominica; visse gli ultimi giorni dell'età dell'oro del periodo coloniale.
Trasferitasi giovanissima a Londra e in seguito a Parigi negli anni Venti, voleva fare l'attrice ma sostenne un'esistenza di eccessi ed emarginazione dovuta alla sua provenienza e al difficile adattamento in una società patriarcale.
Introdotta nel vivace panorama letterario di quel tempo, si dedicò alla scrittura, divenendo allieva-amante dello scrittore britannico Ford Madox Ford. Ma le sue opere non riuscirono a procurarle né fortuna né il sostentamento per sopravvivere, fino al 1966.
Dopo anni di silenzio e alla matura età di settantasei anni pubblicò "Il Grande Mare dei Sargassi", ottenendo un tardivo successo ma quell'opera, seppur oggi quasi dimenticata, fu la risposta più efficace alle ambivalenze del testo della Brontë.
Prequel di quest'ultimo, la Rhys recuperò i ricordi della sua infanzia per riscattare l'immagine del possibile alter ego Bertha Mason, raccontandone la difficile vita nella selvaggia Giamaica, il matrimonio con un uomo inglese e la fine disgraziata.
La sua è una potente denuncia al post colonialismo inglese, alla visione limitata dell'uomo ottocentesco per tutto ciò che gli era ignoto e alla figura sottomessa della donna.


Il romanzo ha una struttura narrativa elaborata: diviso in tre parti (le prime due ambientate nei Caraibi, l'ultima in Inghilterra), alterna tre voci narranti differenti (Antoinette, Mr Rochester, Grace Pool), come pure si alternano i tempi dell'azione a seconda della prospettiva del narratore.
Il dramma si apre nelle Indie Occidentali, nel XIX secolo.
A Coulibri vive la piccola Antoinette Cosway insieme alla madre Annette e al fratello menomato Pierre. Con l'abolizione della schiavitù voluta dal governo inglese¹, la famiglia Cosway si è ritrovata in pessime condizioni economiche che si sono aggravate ulteriormente con la morte del capofamiglia.
La grande casa in rovina è ghermita dalla folta vegetazione esotica, sopraffatta da un clima di disordine e in incuria, anche dai pochi domestici che sono rimasti fedeli, visto che i nativi dell'isola nutrono forti rancori per gli ex schiavisti.
Antoinette, trascurata dalla madre, trascorre la sua infanzia senza educazione, insicura ed umiliata dalla gente del posto. Ma quando Annette si risposa con un ricco inglese, tale Richard Mason,  il nuovo nucleo famigliare sembra riacquisire l'antica stabilità e benessere.
Eppure Annette non è riuscita a convincere il marito a fuggire dall'isola, dato il pericoloso odio crescente della popolazione e non può impedire l'incendio che viene appiccato alla casa: l'evento è devastante, il piccolo Pierre muore.
Impazzita dal dolore, viene allontanata dal marito e anche Antoinette portata in un convento dove viene educata per diventare una buona moglie.
A diciassette anni compiuti, morto il patrigno, il figlio Mr Mason (suo nuovo tutore), la dà in sposa ad un inglese², figlio secondogenito di famiglia nobile ma pieno di debiti. Insieme stringono un patto vantaggioso ad entrambi: Mason si libera della fanciulla e l'inglese riceve una ricca dote.
Dopo il matrimonio Antoinette e il marito partono in luna di miele per le isole caraibiche ma un primo, illusorio idillio viene subito spazzato via dal carattere arrogante e superbo dell'uomo.
Comincia, infatti, a provare astio verso il posto che non conosce, dove i colori sono tutti troppo accesi, troppo vividi, dove il sole regna imperioso. Non comprende le abitudini, le usanze, la fedeltà dei domestici e anche verso la giovane sposa sente solo lussuria e non amore, mentre quest'ultima non può più vivere senza di lui. A ciò si aggiungono le maldicenze di un figlio illegittimo di Cosway che cerca di infangare l'innocenza di Antoinette.
L'odio silenzioso per la moglie lo porta a tradirla con la sua domestica di colore, a cambiarle nome (usando quello di Bertha), a crederla pazza quando lei si strugge per lui, quando prova inutilmente ad essere capita ed amata.
In un'ultima risoluzione l'uomo decide di ritornare nella sua Inghilterra, dopo l'avvenuta notizia della morte del padre e del fratello primogenito, portando via con sé anche la moglie per rinchiuderla nella soffitta della sua dimora, nascondendola quindi e strappandola dalla sua terra e da un sole che non avrebbe più rivisto.

È un romanzo doloroso e per questo potente nei suoi temi e nella sua prosa incisiva e musicale grazie ad un linguaggio in cui sono presenti inflessioni caraibiche. In molti riconosceranno i momenti, le assonanze al famoso romanzo della Brontë .
Il periodo storico (pur tornando molto indietro rispetto a questo) offre una visione di quel mondo coloniale differente dal pensiero dell'uomo vittoriano.
La Brontë lo tinge a tinte fosche, di riti magici, di usanze e miti folli quanto immorali. La Rhys lo ridimensiona ad una terra oppressa dalla dominazione francese prima, inglese poi, e in seguito abbandonata ai rovi di un post colonialismo schiacciato dal razzismo e dalle lotte di classe di ex schiavi negri con creoli bianchi, davanti agli occhi indifferenti e incapaci degli inglesi ex colonizzatori.

J. Rhys

E il peso più grave cade sulla figura della donna, sottomessa dall'uomo, dalla collettività, dal tempo; intrappolata in una società patriarcale dove il denaro smuove personaggi ed azioni.
La donna vive nell'alienazione e nell'emarginazione di una comunità di cui non è parte integrante.
Nemmeno il matrimonio contribuisce a darle il proprio ruolo e la libertà sperata che anzi tende a soffocare ogni sua manifestazione di slancio e desiderio (Jane Eyre pur credendo nella propria autonomia non manca di prendere una fanciulla come sua cameriera personale e imporle ordini).
Forse coma mai in nessun romanzo, qui ho trovato la più tangibile dimostrazione del nefasto e crudele dominio maschile che tende a prosciugare la figura femminile del suo misterioso significato, a ridurla ad un oggetto inanimato, da profanare e quindi tale da chiamarlo con un altro nome.

- Non mi chiamo Bertha. Stai cercando di trasformarmi in un'altra, chiamandomi con un altro nome.

In questa lotta dei sessi quel che mi ha scioccato è la passione negata ad Antoinette.
La Brontë definisce "pazza" Bertha perché avida di lussuria; come crede lo stesso marito ma ad Antoniette le è impossibile vivere la sua passione, che non è sesso bensì fame d'amore. E la passione negata e la vita negata è uno dei motivi più commuoventi dell'opera.
Ma il libro è anche una denuncia verso quell'epoca (che la Rhys rivedeva negli anni Venti) e verso quella limitatezza dell'uomo vittoriano chiuso nelle sue incrollabili sicurezze, nella convinzione della sua progredita civiltà e perciò incapace di comprendere quello che andava oltre il proprio raziocinio.
"Il Grande Mare dei Sargassi" è una sensibile, grande opera di valore letterario e umano, traboccante di visioni, simboli, immagini rapide e penetranti; di pappagalli dalle ali tarpate, di fiori e innocenze calpestate, di canti di galli improvvisi e tempeste cariche di sinistre sciagure.
Se è vero che Jean Rhys ha ridimensionato "l'effetto Jane Eyre" e provato a spiegare alcune incongruenze lasciate insolute, è anche vero che non per ciò "Jane Eyre" debba essere sottostimato o schernito il pensiero della sua autrice che era una donna della sua epoca.
In fondo la Giamaica della Rhys e l'Inghilterra di Charlotte Brontë non sono due "sistemi" contrastanti tra di loro: sono lo stesso cielo, sotto cui di profilano sofferenze e inquietudini vecchie quanto il mondo.



M.P.



¹ Lo Slavery Abolition Act del 1833 abolì di fatto la schiavitù in tutto l'Impero britannico (fatta eccezione alcuni territori della Compagnia delle Indie Occidentali.
² Nel romanzo Mr Rochester viene chiamato solo con l'appellativo di inglese.




Libro:

"Il Grande Mare dei Sargassi", J. Rhys, Adelphi Editore

mercoledì 12 settembre 2018

"The Scrapbook, Quaderno d'Appunti" di Katherine Mansfield


Che cosa bella è la notte. Voglio ricordarmi di questo preciso momento. Voglio sempre ricordarmi di quello che mi piace e dimenticarmi di quello che non mi piace.


Katherine Mansfield

Nella seconda parte dell'estate mi sono immersa ancora una volta nella lettura di Katherine Mansfield (1888-1923), un'autrice che negli ultimi due anni mi ha preso molto, per la sua vita, seppur breve, vissuta nella fiamma di un genio furioso ed instancabile nonostante la malattia e molte privazioni fisiche ed interiori.
Mi sono così ripromessa di procurarmi alcuni dei libri che la riguardano.
Katherine Mansfield è la più bella figura, insieme a Virginia Woolf, della letteratura inglese del primo Novecento. Una donna che attraverso una scrittura unica ed originale è riuscita a captare le paure e le tristezze più intime di una generazione uscita dalla Prima Guerra Mondiale e il ruolo delle donne che in quegli anni stava evolvendosi verso il cambiamento moderno.
Una scrittrice lodevole, il cui nome meriterebbe di essere citato maggiormente e usato con la stessa dignità, già ottenuta, dai suoi contemporanei colleghi.
Dopo aver letto i suoi "Racconti" e una biografia poetica scritta da Pietro Citati, ho incominciato a leggere il suo "Quaderno d'Appunti", un diario personale multi sfaccettato che percorre gli ultimi diciotto anni della su breve esistenza; dagli esordi letterari fino a pochi mesi prima della morte.
Il Diario venne pubblicato ad opera del marito, il critico e giornalista inglese John Middleton Murry (1889-1957), nel 1939, sedici anni dopo la dipartita della scrittrice.
In Italia arrivò per conto della casa editrice Rizzoli nel 1945, tradotto mirabilmente da Elsa Morante, alle prese con i suoi primi lavori letterari; rimanendo affascinata dalle evocazioni ed immagini dell'autrice neozelandese a cui si ispirerà nelle sue future opere.


"Quaderno d'Appunti" racchiude gli anni che vanno dal 1905-1913 al 1922.
È un caleidoscopio di racconti mai portati a termine e rimasti occasionalmente nella sua mente; di alcuni abbiamo addirittura solo lo scheletro, e pensieri, citazioni, riflessioni sui libri, autori, lettere mai impostate, poesie.
Pugni di parole sparse nella brevità di un momento, di istanti di sole rubati nella malinconia di cieli grigi; di amore, di vita, di scrittura, ove si consumò la vita stessa di Katherine Mansfield.
Ne scorgiamo la sua dimensione più riservata attraverso i ricordi lasciati in Nuova Zelanda, la sua lotta contro la solitudine e l'abbandono di un compagno lontano troppo a lungo, gli anni della malattia passati a scacciare la costante ombra della morte.
Il conforto della scrittura che doveva essere stato per lei una catarsi ogni giorno, per sottrarsi alla violenza del morbo.

Non mi sento mai così comoda e a mio agio come quando stringo in mano una matita.

"Ritratto di K. M." (1920), Anne E. Rice
Sono presenti sprazzi delle lettere dell'amato Keats a Fanny Brawne e quelle di Čechov, padre letterario della Mansfield che condivise, proprio come lui, la sofferenza di una tremenda malattia, le privazioni interiori, lo smacco della fuga del tempo, una cornucopia di immagini e visioni repentine.
Ma andando oltre le semplici note autobiografiche, questo "Quaderno d'Appunti" custodisce il pensiero intellettuale di una scrittrice che non fu meno della Woolf e il suo metodo di scrittura.
In alcune lettere di Coleridge sulle opere di Shakespeare trascritte qui, Katherine Mansfield contesta morbidamente le affermazioni del poeta e filosofo inglese sulla rigidità fisica di Amleto insieme al "suo continuo decidersi a fare, e dal fare nient'altro che decidersi", constatando invece nelle qualità del personaggio shakespeariano la modernità dell'uomo contemporaneo, poiché come la stessa autrice scrive "abbiamo camminato molto dai giorni di Coleridge".
Diversamente sembra dare un grande valore al "Diario" di Dorothy Wordsworth, mentre pur apprezzando "Ulysses" di Joyce (caso letterario in quegli anni), ci dichiara quanto questo sia comunque lontano dalle istanze del suo fare letteratura.
Katherine Mansfield scriveva di getto; di tutti i suoi racconti compiuti non esistono di solito bozze, false partenze o brutte copie ma soltanto manoscritti originali svolti con "rapidità sempre crescente, al punto che verso la fine è poco più comprensibile che un geroglifico", segno dell'immediatezza delle sue visioni, la paura di vedersele sfuggire prima di imprimerle sulla carta.
Nelle ultime righe concludenti riemergono, con dolore, gli ultimi istanti della sua esistenza, nelle stanze poco accoglienti del suo ricovero a Fontainebleau.
Poche parole da cui si scorgono sì i tormenti fisici della scrittrice ma ancor di più l'elevatezza del suo spirito che non fu mai libero di passioni.


M.P.




Libro:

"Quaderno d'Appunti", K. Mansfield, Feltrinelli