venerdì 12 ottobre 2018

"La Casa in Collina" di Cesare Pavese


Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.



Cesare Pavese (1908-1950) è stato fra i più grandi (se non il più) influenti scrittori del nostro primo Novecento: autore di racconti, romanzi brevi, poesie, saggi, promotore ed iniziatore in Italia della letteratura americana, lavoratore instancabile ed insostituibile della casa editrice Einaudi.
Ha personificato, in tempi ancora lontani e prima di Pasolini e Calvino, il dramma dell'intellettuale.
L'immagine maggiormente intensa e icastica della sua figura si può ben ritrovarla nel ritratto poetico che ne fece Natalia Ginzburg in "Lessico Famigliare", in cui descrisse la sua "paura dell'imprevisto e dell'inconoscibile", tratti orrendi per "la lucidità del suo pensiero", o quello più pragmatico di Elsa De' Giorgi nell'opera memorialistica (passata purtroppo in sordina) "Ho Visto Partire il tuo Treno" dove lo scrittore piemontese si faceva portavoce di quella delusione culturale e ideologica "di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile".
Tutto questo ricorre con mestizia e rappresentazione realistica in uno dei testi più belli di Cesare Pavese "La Casa in Collina".
Elaborato tra il 1947 e il 1948, venne pubblicato verso la fine di quest'ultimo insieme con "Il Carcere", sotto il titolo di "Prima che il Gallo Canti".
Romanzo breve "La Casa in Collina" è insieme un diario di guerra sul secondo conflitto, semi biografico; una disperata storia individuale che viene a scontrarsi, suo malgrado, con il caos apocalittico di una collettività e ne rimane anch'essa schiacciata.


Corrado, professore torinese, lascia la città piemontese divenuta troppo pericolosa a causa dei bombardamenti sempre continui. Viene a rifugiarsi quindi sulle colline di Asti, dove trascorre una lenta esistenza nell'apatia, nella solitudine, nell'ossessione di ricordi fuggevoli, di un passato che non può più ritornare, aggrappandosi all'illusione di una guerra a lui lontana e guardata con stoico distacco.
In un'osteria, fra queste colline, conosce un gruppo di sfollati, attivamente più impegnati nel conflitto, in cui passa spensierate ore rubate alla sua malinconia. Tra di loro ritrova Cate, una donna con cui ha avuto una sporadica relazione in giovinezza.
Questa ha un figlio, Dino, e Corrado comincia ad occupare parte delle sue giornate con il ragazzo, rivedendo in lui la sua antica giovanile avventatezza. E un pensiero si fa strada nella mente del professore, che il ragazzo (ne prova quasi il suo diminutivo) possa essere suo figlio.
Cerca un riscontro con Cate per un'accomodamento, questa però non si risolve di palesargli nessun tipo di verità.
Ma l'armistizio dell'otto settembre 1943 arriva a distoglierlo dai dubbi e dalla sua immobilità. Infatti dopo un primo clima di euforia, ove si rincorrono voci di pace, la guerra, invece, continua più crudele e sanguinosa fra le diverse frange di fascisti, partigiani e repubblichini in una lotta fratricida.
Tutti i residenti dell'osteria vengono arrestati dalla polizia per contrabbando di armi e deportati; tranne Dino nascosto al momento dell'irruzione.
Anche il professore, per la sua amicizia con quest'ultimi, viene ricercato ma riesce a trovare protezione in un convento di Chieri, dove si finge maestro di studenti e dove si vede raggiunto anche da Dino.
Il luogo circondato dalla polizia non risulta comunque sicuro e dopo la fuga improvvisa di Dino, Corrado si allontana dal convento per far ritorno nel paese natale, sulle colline delle Langhe.
Lungo la strada verso casa Corrado rischia la vita, vede i morti, la disperazione dei sopravvissuti, luoghi abbandonati, colline martoriate da costanti rappresaglie; capisce cos'è la guerra civile, l'inutilità del sangue umano sparso. Per la prima volta si sente partecipe di questo strazio senza senso e fine, turbato da ciò che non potrà più ritornare.

Come "La Bella Estate" e "Tra Donne Sole" anche "La Casa in Collina" si inserisce nell'ultimo fecondo periodo dello scrittore ma diversamente dai primi due, questo si differenzia per l'alto livello espressivo, quello in cui Pavese ha voluto mostrare la sua forza intellettuale, l'impegno civile dovuto ad una collettività.
Partendo dal momento storico scatenante della vicenda: l'armistizio dell'otto settembre 1943. Quest'atto con il quale il Regno d'Italia cessò le ostilità verso gli Alleati e iniziò di fatto la Resistenza italiana contro il nazifascismo, coincise con il periodo più cruento della Seconda Guerra Mondiale, ossia della tremenda guerra civile che imperversava nell'Italia divisa e ferita tra le fazioni partecipi.
Le storie interne raccontate sono piccoli frammenti di vita provvisoria che si incontrano e si escludono in poche pagine intessute di malinconia e precarietà umana.
La storia del professore Corrado che si sottrae inizialmente alla guerra, guardando al passato, riflette il dramma personale dello stesso scrittore.

"Cascina di Langa", Giovanni Rava

Amico di partigiani ed intellettuali attivi, Cesare Pavese non prese parte alla lotta armata né prestò la sua figura ad incarichi sovversivi e il rimpianto di questa mancanza, le morti dei suoi migliori amici, l'inevitabilità di una generazione che non era riuscita a sopravvivere alla guerra, né dimenticandola né cambiandone gli effetti, lo accompagneranno per il resto della sua vita, fino agli ultimi giorni.
Unico elemento catartico di tutta il romanzo breve, che ricorre con enfasi in sua gran parte è la collina. Amato luogo d'infanzia e di rifugio, viene contrapposto all'oscurità degradante della città, mentre le colline di Asti fungono da limbo, passaggio verso le care Langhe che assurgono alla metafora di passato ed evasione quasi mitologici.
Come in molti altri scritti, anche qui si innesca la polemica controversia sul fascismo, su un possibile, sottile legame che Pavese avrebbe avuto inizialmente con la dittatura; dato da alcuni pensieri liberati con la pubblicazione negli anni Novanta di taccuini personali e nella "Casa in Collina" da insolite riflessioni, forse difficili da trovare in un altro scrittore coevo.
Ma tralasciando diatribe mai risolte ed inutili, la sua, forse, non "esplicita" denuncia del fascismo potrebbe derivare da un orrore che egli ravvisava come più pericoloso del fascismo stesso: l'immobilità delle coscienze.
Perché il dramma di questa solitudine individuale ridestata da inquietudini religiose e impegno civile che riesce, nel momento più buio, a riconciliarsi con la pietà umana, è uno degli atti d'amore più commuoventi della scrittura di Cesare Pavese.
L'ultimo capitolo, che già da solo meriterebbe di essere letto per la potenza delle sue parole, offre una testimonianza diretta, un ammonimento severo rivolto a chi verrà dopo: che «ogni guerra è una guerra civile» e il peso di ciascuna morte, pur sconosciuta e lontana, grava su di noi.

Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso.



M.P.




Libro:

"La Casa in Collina", C. Pavese, Einaudi


giovedì 4 ottobre 2018

Benedetta Cappa, "benedetta fra le donne" paroliera e futurista


"Ritratto di Benedetta Cappa", Giacomo Balla

La locuzione "dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna" mi è sempre sembrata, oltre che pregiudizievole, maschilista perché svantaggiosa nei confronti del sesso femminile, come se il talento e la genialità di una donna debba comunque assicurarsi i sicuri confini dell'ombra dell'uomo.
In passato è stato così: alle donne era ben permesso potersi dilettare nelle varie velleità artistiche,  anche eccellendo in alcune di queste ma ciò doveva rientrare nella loro sfera domestica, accontentandosi del beneplacito (se c'era) del marito.
Men che meno la donna poteva aspettarsi di far parte di un gruppo, un circolo maschile e quindi dibattere con colleghi e avere voce in capitolo.
Ma fra le molte donne disubbidienti a queste regole, ve ne fu una che si ribellò contemporaneamente a tutte e tre, e in un periodo abbastanza contrastante per il mondo femminile: era italiana, era Benedetta Cappa.


Benedetta Cappa fu una moglie di e a onor della cronaca moglie di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) padre del futurismo italiano.
Nonostante l'ingombrante presenza del poliedrico Marinetti, la Cappa non ebbe il solito ruolo di compagna o musa dell'artista o osservatrice speciale delle sue opere bensì una posizione, seppur oggi dimenticata nel mondo dell'arte, eguale rispetto a tutti gli altri membri della celebre cerchia.
Una energica e dotata pittrice lei stessa e dopo la morte di Marinetti, vera promotrice del Futurismo oltreoceano.
Nella seconda generazione del Futurismo, nato in seguito al primo periodo post bellico, non era difficile trovare al suo interno componenti femminili: Olga Biglieri in arte Barbara, Marisa Mori, Regina Cassolo Bracchi, e tutto ciò negli anni sinistri e non troppo accondiscendenti come quelli del Fascismo, ove le qualità della donna dovevano essere riposte per il coniuge e per lo Stato.
Benedetta Cappa (1897-1977) fu la sintesi più esplicativa e mordente di quella ribellione femminile che avrebbe trovato terreno fertile nelle mancanze di un esagerato iper-maschilismo.
Nata in una agiata famiglia piemontese, giovanissima si dedicò al panorama artistico divenendo allieva di Balla.
Bella, elegante, colta, si legò al Futurismo molto prima di conoscere Marinetti nel 1918 per poi sposarlo nel 1923.
Ebbe un ruolo comprimario all'interno del gruppo, facendo di lei stessa e delle sue opere modello della concezione ideologica e promulgatrice del movimento che andava avanti, tra pause e cambiamenti, da quattordici anni.
La Cappa raggiunse personalmente premi e riconoscimenti di cui poche donne riuscirono a gloriarsi. Partecipò cinque volte alla Biennale di Venezia e nel 1930 fu la prima donna ad avere un'opera pubblicata nel catalogo di quest'ultima; altrettante alla Quadriennale di Roma.
La sua fu un'arte dominata dall'azzurro, dalle forme geometriche, dall'astrazione e dalla fantasia, dalla libertà e dal dinamismo.

"Velocità di un Motoscafo"

"Velocità di un  motoscafo" rientra fra i primi dipinti dell'artista e realizzato nel 1924. Non esiste niente di più futuristico e al tempo stesso racchiude nel suo movimento un originalità irripetibile.
In una grande distesa di mare, un motoscafo velocissimo è appena passato lasciando la sua scia: la sua corsa ha provocato un maggior ondeggiamento del mare, testimoniato sia dalla prospettiva di un orizzonte fluttuante sia dalle numerose bande d'acqua blu in cui sono ripetuti triangoli giallo-oro.
La scia, sollecitata dall'imbarcazione, sale verso l'alto fendendo il mare. Il motoscafo è solo un puntino rosso, un oggetto volto ad esaltare i veri protagonisti del quadro: il mito della velocità, della scomposizione del colore e della forma.
Nel 1929 firmò insieme a Balla, Depero, Prampolini, Dottori, Fillia e lo stesso Marinetti, il "Manifesto dell'Aeropittura Futurista". La nuova forma pittorica voleva restituire l'effetto ottico globale di una visione dall'aeroplano, diretto ad "esprimere con sintesi, trasparenza e dinamismo, l'aviazione, il volo, le velocità aeree, le prospettive aeree, gli stati d'animo aerei."¹
Il progresso dell'aviazione (avvenuto in concomitanza con la Grande Guerra), diede a Benedetta Cappa il presupposto di concepire forse le più belle realizzazioni della sua carriera. Il volo che sperimentò nei suoi continui viaggi col marito, contribuì a darle un'idea più vicina e sensibile a quell'ideale di libertà a cui aspirava.
I lavori di questo periodo, infatti, risultarono meno meccanici, meno esposti alla rapidità di un concetto, intensamente più condotti verso il lungo pensiero del poetico e della percettibilità.
Intorno al 1933-34 dipinse cinque pannelli su tela, a tempera ed encausto per le pareti della Sala delle Conferenze del Palazzo delle Poste di Palermo. La pittrice fece un lavoro encomiabile: rappresentò nei vari pannelli le cinque comunicazioni terrestri, di mare, di radio, aria, telefono e telegrafiche; tutte affiliate al movimento dell'aeropittura.
"Sintesi delle Comunicazioni Aeree" risulta fra le più visionarie raffigurazioni della Sala.
In un cielo dominato dall'azzurro è presente solamente una parte di un aereo in volo, forse in fase di atterraggio. Sotto di questo si vede una porzione di mondo, con case, laghi e fiumi mentre in alto, fra le nuvole, si scorge un paesaggio roccioso. Eppure fra questi due mondi c'è un altro non qualificabile.
Una sfera, al cui all'interno è rappresentato un paesaggio stavolta marino. L'opera potrebbe forse rappresentare un viaggio ideale, sognato, scaturito dal processo mentale della sua creatrice.

"Sintesi delle Comunicazioni Aeree"

"Incontro con l'Isola"

In "Aeropittura di un Incontro con l'Isola" (1935-36), Benedetta Cappa raffigura una parte di un'isola (forse l'Elba dove ha passato le sue passate vacanze) scevra delle sue particolarità, quasi millenaria e incontaminata.
Questa sembra galleggiare in una grande vastità d'acqua e in parte inglobata in una sfera trasparente. Ne esce un quadro di originale e surreale poesia.
Nel 1936 lavorò al suo (a detta di molti) capolavoro artistico, "Cime arse di Solitudine".

"Cime arse di Solitudine"

In uno spazio indefinito compare ancora una bolla al cui interno tiene sospese delle costruzioni cubiche e dietro di queste fuoriescono delle rocce acuminate che si innalzano verso l'alto, dove in cima si presenta un grande anello. Così da un mondo se ne scoprono due intersecati tra di loro e ancora una volta è l'inconscio a dominare attraverso i colori e le forme ipotetiche.
Nel secondo dopoguerra il Futurismo subì un periodo di oscurità e di condanna ideologica per la sua implicazione con il Fascismo.
Per questo, dopo la morte di Marinetti, la Cappa si dedicò ad una rinnovata promulgazione, riunendo opere, manoscritti, testimonianze, partecipando a discussioni, promuovendo mostre, soprattutto in America, dove strinse  amicizia con Peggy Guggenheim (1898-1979).
Gran parte del corpus esistente oggi lo dobbiamo al lavoro e al recupero di questa artista.
Probabilmente per renderci conto del ruolo che Benedetta Cappa dava a se stessa, bisogna andarlo a cercare nella sua unica tavola parolibera dal titolo "Spicologia di 1 uomo", disegnata poco dopo l'incontro col futuro marito (1919).
Sotto questo disegno, che pare più un rebus, quindi un'istanza su un possibile rapporto equo tra uomo e donna (nel suo primo periodo Marinetti vantava nel suo gruppo l'assenza delle donne), la Cappa firma col suo nome accanto alla frase "benedetta fra le donne" e  alle parole "paroliera e futurista".
La frase riportata è un chiaro gioco di parole in riferimento all'immagine della Madonna, ma qui non c'è nessuna implicazione religiosa.
Il rimando alla Madonna è in quanto Madre o meglio "forza creatrice", ed equiparandosi alla figura della Madre di Gesù, la Cappa voleva fare di sé e delle altre donne genitrici non solo fisicamente ma anche mentalmente di ingegno e creazione.
Le seguenti voci rappresentano l'indirizzo della sua professione e filosofia di vita; di donna moderna e parte fondamentale (quanto l'uomo) di una società in evoluzione.



M.P.







giovedì 20 settembre 2018

"Il Grande Mare dei Sargassi" di Jean Rhys


Lei diceva di amare questo posto. Sarà l'ultima volta che lo vede. Starò all'erta per scorgere una lacrima, una lacrima umana. Non quella faccia chiusa e piena d'odio, da pazza.
Ascolterò per sentire... se dice addio, forse adieu - Adieu - come quelle antiche canzoni che cantava. Sempre adieu (e tutte le canzoni lo dicono). Se lo dice anche lei, o se piange, la prenderò tra le mie braccia, la mia pazza. È pazza ma è mia, mia.
Che me ne importerà degli dèi o dei diavoli o del Destino! Se lei sorride o piange o tutt'e due le cose.
Per me. 
Antonietta - anch'io so essere gentile. Nascondi il viso. Nasconditi, ma nelle mie braccia. Vedrai presto che sono gentile. Mia povera folle. Mia pazza fanciulla.
Ecco un giorno di nuvole per aiutarti. Non c'è quel sole sfrontato.
Non c'è sole. Niente sole. Il tempo è cambiato.


"Jean Rhys", Eleanor Taylor

Innegabilmente "Jane Eyre" di Charlotte Brontë è tra i romanzi più letti e riletti di tutta la letteratura occidentale. È incredibile come l'opera di questa minuta scrittrice inglese abbia influenzato la seguente letteratura, altri romanzi, film, milioni di lettori e quell'ideale  romantico che va oltre mondi e classi di nascita diversi che dura tutt'ora.
Quella della protagonista è una figura immortale, che a distanza di più di centosettanta anni rientra nell'immaginario delle "eroine" più amate.
La prima volta che lessi "Jane Eyre", da ragazza, rimasi affascinata dalla ribellione e dall'indipendenza portate avanti dal personaggio omonimo, che andava scontrandosi contro il bigottismo e il pregiudizio dell'età vittoriana.
Ma ad una rilettura intrapresa qualche anno fa, mi sorprese qualche ambiguità nel romanzo e la figura stessa del gentiluomo Mr Rochester venne cancellata per rivelarmi, invece, una personalità legata ad un passato oscuro, forse travagliato di denaro e lussuria.
Comunque in nessuna delle due volte mi soffermai sulla moglie, la pazza, Bertha Mason, troppo schiacciata dall'ampia presenza di Jane Eyre. Di lei non sappiamo quasi nulla e di quel poco che conosciamo non abbiamo testimonianze sicure, solo la parola di Rochester. Ma questa non riuscì a sfuggire a Jean Rhys.
Jean Rhys (1890-1979), creola come la creola Bertha Mason, fu l'autrice poco nota di un grande best-seller del secondo Novecento: "Il Grande Mare dei Sargassi".
Figlia di un medico gallese e di madre creola bianca, nacque a Roseau capitale dell'isola caraibica di Dominica; visse gli ultimi giorni dell'età dell'oro del periodo coloniale.
Trasferitasi giovanissima a Londra e in seguito a Parigi negli anni Venti, voleva fare l'attrice ma sostenne un'esistenza di eccessi ed emarginazione dovuta alla sua provenienza e al difficile adattamento in una società patriarcale.
Introdotta nel vivace panorama letterario di quel tempo, si dedicò alla scrittura, divenendo allieva-amante dello scrittore britannico Ford Madox Ford. Ma le sue opere non riuscirono a procurarle né fortuna né il sostentamento per sopravvivere, fino al 1966.
Dopo anni di silenzio e alla matura età di settantasei anni pubblicò "Il Grande Mare dei Sargassi", ottenendo un tardivo successo ma quell'opera, seppur oggi quasi dimenticata, fu la risposta più efficace alle ambivalenze del testo della Brontë.
Prequel di quest'ultimo, la Rhys recuperò i ricordi della sua infanzia per riscattare l'immagine del possibile alter ego Bertha Mason, raccontandone la difficile vita nella selvaggia Giamaica, il matrimonio con un uomo inglese e la fine disgraziata.
La sua è una potente denuncia al post colonialismo inglese, alla visione limitata dell'uomo ottocentesco per tutto ciò che gli era ignoto e alla figura sottomessa della donna.


Il romanzo ha una struttura narrativa elaborata: diviso in tre parti (le prime due ambientate nei Caraibi, l'ultima in Inghilterra), alterna tre voci narranti differenti (Antoinette, Mr Rochester, Grace Pool), come pure si alternano i tempi dell'azione a seconda della prospettiva del narratore.
Il dramma si apre nelle Indie Occidentali, nel XIX secolo.
A Coulibri vive la piccola Antoinette Cosway insieme alla madre Annette e al fratello menomato Pierre. Con l'abolizione della schiavitù voluta dal governo inglese¹, la famiglia Cosway si è ritrovata in pessime condizioni economiche che si sono aggravate ulteriormente con la morte del capofamiglia.
La grande casa in rovina è ghermita dalla folta vegetazione esotica, sopraffatta da un clima di disordine e in incuria, anche dai pochi domestici che sono rimasti fedeli, visto che i nativi dell'isola nutrono forti rancori per gli ex schiavisti.
Antoinette, trascurata dalla madre, trascorre la sua infanzia senza educazione, insicura ed umiliata dalla gente del posto. Ma quando Annette si risposa con un ricco inglese, tale Richard Mason,  il nuovo nucleo famigliare sembra riacquisire l'antica stabilità e benessere.
Eppure Annette non è riuscita a convincere il marito a fuggire dall'isola, dato il pericoloso odio crescente della popolazione e non può impedire l'incendio che viene appiccato alla casa: l'evento è devastante, il piccolo Pierre muore.
Impazzita dal dolore, viene allontanata dal marito e anche Antoinette portata in un convento dove viene educata per diventare una buona moglie.
A diciassette anni compiuti, morto il patrigno, il figlio Mr Mason (suo nuovo tutore), la dà in sposa ad un inglese², figlio secondogenito di famiglia nobile ma pieno di debiti. Insieme stringono un patto vantaggioso ad entrambi: Mason si libera della fanciulla e l'inglese riceve una ricca dote.
Dopo il matrimonio Antoinette e il marito partono in luna di miele per le isole caraibiche ma un primo, illusorio idillio viene subito spazzato via dal carattere arrogante e superbo dell'uomo.
Comincia, infatti, a provare astio verso il posto che non conosce, dove i colori sono tutti troppo accesi, troppo vividi, dove il sole regna imperioso. Non comprende le abitudini, le usanze, la fedeltà dei domestici e anche verso la giovane sposa sente solo lussuria e non amore, mentre quest'ultima non può più vivere senza di lui. A ciò si aggiungono le maldicenze di un figlio illegittimo di Cosway che cerca di infangare l'innocenza di Antoinette.
L'odio silenzioso per la moglie lo porta a tradirla con la sua domestica di colore, a cambiarle nome (usando quello di Bertha), a crederla pazza quando lei si strugge per lui, quando prova inutilmente ad essere capita ed amata.
In un'ultima risoluzione l'uomo decide di ritornare nella sua Inghilterra, dopo l'avvenuta notizia della morte del padre e del fratello primogenito, portando via con sé anche la moglie per rinchiuderla nella soffitta della sua dimora, nascondendola quindi e strappandola dalla sua terra e da un sole che non avrebbe più rivisto.

È un romanzo doloroso e per questo potente nei suoi temi e nella sua prosa incisiva e musicale grazie ad un linguaggio in cui sono presenti inflessioni caraibiche. In molti riconosceranno i momenti, le assonanze al famoso romanzo della Brontë .
Il periodo storico (pur tornando molto indietro rispetto a questo) offre una visione di quel mondo coloniale differente dal pensiero dell'uomo vittoriano.
La Brontë lo tinge a tinte fosche, di riti magici, di usanze e miti folli quanto immorali. La Rhys lo ridimensiona ad una terra oppressa dalla dominazione francese prima, inglese poi, e in seguito abbandonata ai rovi di un post colonialismo schiacciato dal razzismo e dalle lotte di classe di ex schiavi negri con creoli bianchi, davanti agli occhi indifferenti e incapaci degli inglesi ex colonizzatori.

J. Rhys

E il peso più grave cade sulla figura della donna, sottomessa dall'uomo, dalla collettività, dal tempo; intrappolata in una società patriarcale dove il denaro smuove personaggi ed azioni.
La donna vive nell'alienazione e nell'emarginazione di una comunità di cui non è parte integrante.
Nemmeno il matrimonio contribuisce a darle il proprio ruolo e la libertà sperata che anzi tende a soffocare ogni sua manifestazione di slancio e desiderio (Jane Eyre pur credendo nella propria autonomia non manca di prendere una fanciulla come sua cameriera personale e imporle ordini).
Forse coma mai in nessun romanzo, qui ho trovato la più tangibile dimostrazione del nefasto e crudele dominio maschile che tende a prosciugare la figura femminile del suo misterioso significato, a ridurla ad un oggetto inanimato, da profanare e quindi tale da chiamarlo con un altro nome.

- Non mi chiamo Bertha. Stai cercando di trasformarmi in un'altra, chiamandomi con un altro nome.

In questa lotta dei sessi quel che mi ha scioccato è la passione negata ad Antoinette.
La Brontë definisce "pazza" Bertha perché avida di lussuria; come crede lo stesso marito ma ad Antoniette le è impossibile vivere la sua passione, che non è sesso bensì fame d'amore. E la passione negata e la vita negata è uno dei motivi più commuoventi dell'opera.
Ma il libro è anche una denuncia verso quell'epoca (che la Rhys rivedeva negli anni Venti) e verso quella limitatezza dell'uomo vittoriano chiuso nelle sue incrollabili sicurezze, nella convinzione della sua progredita civiltà e perciò incapace di comprendere quello che andava oltre il proprio raziocinio.
"Il Grande Mare dei Sargassi" è una sensibile, grande opera di valore letterario e umano, traboccante di visioni, simboli, immagini rapide e penetranti; di pappagalli dalle ali tarpate, di fiori e innocenze calpestate, di canti di galli improvvisi e tempeste cariche di sinistre sciagure.
Se è vero che Jean Rhys ha ridimensionato "l'effetto Jane Eyre" e provato a spiegare alcune incongruenze lasciate insolute, è anche vero che non per ciò "Jane Eyre" debba essere sottostimato o schernito il pensiero della sua autrice che era una donna della sua epoca.
In fondo la Giamaica della Rhys e l'Inghilterra di Charlotte Brontë non sono due "sistemi" contrastanti tra di loro: sono lo stesso cielo, sotto cui di profilano sofferenze e inquietudini vecchie quanto il mondo.



M.P.



¹ Lo Slavery Abolition Act del 1833 abolì di fatto la schiavitù in tutto l'Impero britannico (fatta eccezione alcuni territori della Compagnia delle Indie Occidentali.
² Nel romanzo Mr Rochester viene chiamato solo con l'appellativo di inglese.




Libro:

"Il Grande Mare dei Sargassi", J. Rhys, Adelphi Editore

mercoledì 12 settembre 2018

"The Scrapbook, Quaderno d'Appunti" di Katherine Mansfield


Che cosa bella è la notte. Voglio ricordarmi di questo preciso momento. Voglio sempre ricordarmi di quello che mi piace e dimenticarmi di quello che non mi piace.


Katherine Mansfield

Nella seconda parte dell'estate mi sono immersa ancora una volta nella lettura di Katherine Mansfield (1888-1923), un'autrice che negli ultimi due anni mi ha preso molto, per la sua vita, seppur breve, vissuta nella fiamma di un genio furioso ed instancabile nonostante la malattia e molte privazioni fisiche ed interiori.
Mi sono così ripromessa di procurarmi alcuni dei libri che la riguardano.
Katherine Mansfield è la più bella figura, insieme a Virginia Woolf, della letteratura inglese del primo Novecento. Una donna che attraverso una scrittura unica ed originale è riuscita a captare le paure e le tristezze più intime di una generazione uscita dalla Prima Guerra Mondiale e il ruolo delle donne che in quegli anni stava evolvendosi verso il cambiamento moderno.
Una scrittrice lodevole, il cui nome meriterebbe di essere citato maggiormente e usato con la stessa dignità, già ottenuta, dai suoi contemporanei colleghi.
Dopo aver letto i suoi "Racconti" e una biografia poetica scritta da Pietro Citati, ho incominciato a leggere il suo "Quaderno d'Appunti", un diario personale multi sfaccettato che percorre gli ultimi diciotto anni della su breve esistenza; dagli esordi letterari fino a pochi mesi prima della morte.
Il Diario venne pubblicato ad opera del marito, il critico e giornalista inglese John Middleton Murry (1889-1957), nel 1939, sedici anni dopo la dipartita della scrittrice.
In Italia arrivò per conto della casa editrice Rizzoli nel 1945, tradotto mirabilmente da Elsa Morante, alle prese con i suoi primi lavori letterari; rimanendo affascinata dalle evocazioni ed immagini dell'autrice neozelandese a cui si ispirerà nelle sue future opere.


"Quaderno d'Appunti" racchiude gli anni che vanno dal 1905-1913 al 1922.
È un caleidoscopio di racconti mai portati a termine e rimasti occasionalmente nella sua mente; di alcuni abbiamo addirittura solo lo scheletro, e pensieri, citazioni, riflessioni sui libri, autori, lettere mai impostate, poesie.
Pugni di parole sparse nella brevità di un momento, di istanti di sole rubati nella malinconia di cieli grigi; di amore, di vita, di scrittura, ove si consumò la vita stessa di Katherine Mansfield.
Ne scorgiamo la sua dimensione più riservata attraverso i ricordi lasciati in Nuova Zelanda, la sua lotta contro la solitudine e l'abbandono di un compagno lontano troppo a lungo, gli anni della malattia passati a scacciare la costante ombra della morte.
Il conforto della scrittura che doveva essere stato per lei una catarsi ogni giorno, per sottrarsi alla violenza del morbo.

Non mi sento mai così comoda e a mio agio come quando stringo in mano una matita.

"Ritratto di K. M." (1920), Anne E. Rice
Sono presenti sprazzi delle lettere dell'amato Keats a Fanny Brawne e quelle di Čechov, padre letterario della Mansfield che condivise, proprio come lui, la sofferenza di una tremenda malattia, le privazioni interiori, lo smacco della fuga del tempo, una cornucopia di immagini e visioni repentine.
Ma andando oltre le semplici note autobiografiche, questo "Quaderno d'Appunti" custodisce il pensiero intellettuale di una scrittrice che non fu meno della Woolf e il suo metodo di scrittura.
In alcune lettere di Coleridge sulle opere di Shakespeare trascritte qui, Katherine Mansfield contesta morbidamente le affermazioni del poeta e filosofo inglese sulla rigidità fisica di Amleto insieme al "suo continuo decidersi a fare, e dal fare nient'altro che decidersi", constatando invece nelle qualità del personaggio shakespeariano la modernità dell'uomo contemporaneo, poiché come la stessa autrice scrive "abbiamo camminato molto dai giorni di Coleridge".
Diversamente sembra dare un grande valore al "Diario" di Dorothy Wordsworth, mentre pur apprezzando "Ulysses" di Joyce (caso letterario in quegli anni), ci dichiara quanto questo sia comunque lontano dalle istanze del suo fare letteratura.
Katherine Mansfield scriveva di getto; di tutti i suoi racconti compiuti non esistono di solito bozze, false partenze o brutte copie ma soltanto manoscritti originali svolti con "rapidità sempre crescente, al punto che verso la fine è poco più comprensibile che un geroglifico", segno dell'immediatezza delle sue visioni, la paura di vedersele sfuggire prima di imprimerle sulla carta.
Nelle ultime righe concludenti riemergono, con dolore, gli ultimi istanti della sua esistenza, nelle stanze poco accoglienti del suo ricovero a Fontainebleau.
Poche parole da cui si scorgono sì i tormenti fisici della scrittrice ma ancor di più l'elevatezza del suo spirito che non fu mai libero di passioni.


M.P.




Libro:

"Quaderno d'Appunti", K. Mansfield, Feltrinelli


lunedì 3 settembre 2018

"La Signora Craddock" di William S. Maugham


Si domandò se fosse stato a causa della sua lunga assenza che l'amore di Edward era aumentato, o se invece non era lei a cambiare. Infatti sapeva che lui era immutabile come la roccia, mentre lei era instabile come l'acqua e variabile come il venticello estivo.


"Interior", Carl Holsøe

Con la morte di Philip Roth a maggio, il suo mancato Nobel per la letteratura (nonostante la grandezza riconosciuta da anni), ha aperto quest'anno una lunga polemica sulla sopravvivenza o meno di questo ambito premio che negli ultimi tempi ha perso agli occhi del pubblico quel suo fascino e quella trasparenza affermata nelle passate edizioni.
Già nel post scritto prima della pausa del blog, avevo espresso il mio pensiero su come (malgrado questi eventi rientrino in molte bufere politico-sociali), davano comunque il pieno riconoscimento del ruolo dello scrittore, del poeta, dell'intellettuale.
Chissà per quale motivo si è sempre creduto che il denaro non potesse essere accostato a queste figure, che a maggior ragione del loro alto compito, tutto ciò rientrasse nella volgarità del mondo.
Ma non può essere così.
Molti uomini e donne nel corso della storia hanno tentato di fare della propria arte un mestiere e di questo viverne; per aumentare il prestigio personale, la propria realizzazione, soprattutto per smuovere le menti ottuse dell'epoca sul concetto che "di cultura si poteva mangiare".
William Somerset Maugham (1874-1965) fu tra gli autori del Novecento più accesi e tenaci a favore di quest'ultima idea, trovando ostacoli e scontri più dalla critica che dal pubblico.
Celebre scrittore inglese di testi teatrali e romanzi, animò la scena intellettuale con le sue provocazioni, andando a scardinare le certezze dell'uomo ottocentesco e pungolandolo nelle stanze più intoccabili del privato.
Oggi il fin troppo dimenticato Maugham è conosciuto per lo più per "Il Velo Dipinto" e un poco per il romanzo "Schiavo d'Amore" ; comunque è rientrato in quella categoria di autori condannati, a torto, ad essere affermati per alcune citazioni sparse qua e là nei siti web che per la lettura effettiva delle opere.
"La Signora Craddock" romanzo che ha accompagnato una parte dei miei giorni estivi con tanta piacevolezza, umorismo ma anche tanta riflessione, risulta fra i primi testi elaborati da Maugham; cinque anni dopo il suo esordio con "Liza di Lambeth".
Pubblicato nel 1902 dopo un lungo peregrinare in varie case editrici londinesi che ne rifiutavano la stampa per il contenuto considerato "immorale", trovò fortuna alla fine (con i dovuti tagli) presso il grande pubblico.
"La Signora Craddock" affrontava la tematica del matrimonio, istituzione ineluttabile nella vita di ogni buon inglese e trappola e disillusione per la donna.
Accostandosi alla maniera francese (vedi "Madame Bovary"), Maugham esaminava i diversi andamenti dell'uomo e della donna all'interno del rapporto coniugale; dalla nascita della passione dirompente fino al suo affievolirsi.


A Blackstable, sulla costa del Kent grigia e spazzata dai venti del Mare del Nord, Bertha Ley, giovane e bella ragazza figlia di nobiltà decaduta, orfana di padre e madre, vive insieme alla cara zia Mary Ley nella sua grande tenuta a Court Leys.
Bertha, colta e romantica, si innamora del suo fattore Edward Craddock, di umile estrazione contadina, ma è presa più da un forte impulso sensuale che la rende vittima del fascino virile di Edward che dal buon senso.
Non trovando nessun impedimento, libera e indipendente, sposa l'uomo che ama contrariamente alle convezioni.
Dopo una luna di miele a Londra, riprendono insieme possesso di Court Leys ma la vita semplice e superficiale di Craddock mal si accorda a quella raffinata e vivace di Bertha, e dopo un primo tempo in cui questa, rinnegando il proprio passato, la propria identità, si sottomette al volere del marito per amore, in seguito, scoprendo della sua passione non corrisposta non ampiamente come si sarebbe aspettata, cade nella depressione e nell'estinzione di quel desiderio che prima l'aveva sostenuta.
Mentre il marito, diventato uno stimabile signorotto di campagna conquistando la falsa società di Blackstable, Bertha affronterà un lungo viaggio interiore, per avvicinarsi, vinta, alla realtà.

Mugham ambienta questo dramma nella provincia di fine Ottocento, usufruendo di questo tempo e spazio per imprimere nella letteratura oltre manica tutti i turbamenti e le angosce nascoste nel perfetto matrimonio inglese, sotto strati di cinismo, bigottismo e potere delle classi sociali più elevate.
Ma qui quello raccontato non è visto attraverso i consueti estremismi di violenza e passione bensì nella rivelazione di quella disillusione che precede il baratro della comune, e forse più tragica, indifferenza, vissuta nel rapporto coniugale.


Trascinata da un fatale darwinismo che la porta ad unire l'antico ramo spoglio dei Ley a quello vigoroso di Edward Craddock, Bertha compromette la propria vita, non come presupporrebbero le convenzioni sociali, mortificandola per la differenza di ceto; lo scrittore indica la causa nella differenza di cultura e temperamento: rinnegando l'antico passato, i propri principi, l'educazione raffinata, Bertha si assoggetta al volere del marito.
Di rimando è chiaro il quadro in cui si rappresenta la condizione della donna,  non libera neppure nell'avvenuta, desiderata libertà, perché Bertha che ha già potuto sposare chi voleva, trovando solo una timida opposizione, non può ulteriormente sfidare i rigori dell'età vittoriana. Non si adatta alla società ed è per questo sconfitta.
Lo stesso raffronto tra l'uomo e la donna è messo in dubbio, come due rette parallele mai destinate ad incontrarsi, pur affrontando lo stesso percorso.
Bisogna riconoscere a Maugham il coraggio di aver aggiunto nel romanzo pagine inusuali per l'epoca, in cui si insinuano istinti particolari come il masochismo o sottili perversioni ma che non hanno nulla a che vedere con il mero erotismo, rientrando più che altro nella sfera psicologica.
Non manca comunque uno spassoso umorismo, personificato dalla zia Mary (personaggio che ricorrerà anche ne "La Giostra") le cui mordaci battute offrono al lettore spaccati di vita dove la mondanità e l'apparenza hanno la meglio sulla vera profondità dell'animo umano.
Il testo per i vari argomenti mi ha ricordato "Washington Square" (1880) di James e quello che sarebbe poi arrivato con "L'Amante di Lady Chatterley" (1928) di Lawrence.
Godibilissimo, seppur poco maturo nella prosa rispetto a quella dei capolavori, mi trova in ogni caso discorde verso alcuni critici che hanno ravvisato nelle sue opere una crudele misoginia.
Penso invece che Somerset Maugham abbia, con i suoi personaggi femminili, esaltato la figura della donna donandole l'audacia di vivere la propria vita nel bene e nel male.



M.P.







Libro:

"La Signora Craddock", W. S. Maugham, Newton Compton Editori

mercoledì 25 luglio 2018

Consigli letterari di piena estate.




Così eccoci velocemente arrivati in una nuova estate a consigliare libri. Estate ormai inoltrata, ma volevo aspettare qualche giorno prima di mettere in pausa il blog e "buttarmi" se non nel riposo (gli affari quotidiani ancora continuano), almeno nel godimento di alcune ore pomeridiane e serali spese per me sola; per ripartire poi con più freschezza e volontà dopo la pausa estiva.
Un'estate segnata da una repentina alternanza di cambiamenti climatici sempre più frequenti e da nuove polemiche per quel che riguarda i libri; come d'uso in questa stagione.
Nei primi giorni di questo mese, in una intervista radiofonica, una giovane sottosegretaria alla cultura ha dichiarato di non aprire un libro da almeno tre anni.
Quest'affermazione detta così ingenuamente; travisata, enfatizzata o meno, ha sollevato un gran polverone in vari dibattiti sul web e sui social, trascinandosi dietro tanta volgarità e fazionismo, oggi divenuti fenomeni purtroppo dilaganti nei "tribunali" della rete telematica.
Nascono schiere di opinionisti, neo-intellettuali e simili che prendono posizioni a favore o contro, indossando magliette o identificandosi in taluni feticci che possa in loro riconoscersi, perdendo di vista l'essenzialialità e l'urgenza di un'istanza, facendo dell'esteriorità un'azione.
Lasciando ad ognuno una propria riflessione sul caso che serve bene a far parlare inutilmente, forse la più bella risposta è venuta dallo scrittore Paolo di Paolo che ha rimandato il problema non alla singola persona ma ad un'intera società.
Se non leggere può essere un errore, l'analfabetismo funzionale, la pigrizia mentale, il totale disinteresse verso ogni forma di comunicazione, di aggiornamento, di scoperta, la superbia di restare fermi nelle proprie certezze, la chiusura nel pregiudizio e nell'ottusità, è anche peggiore.
La lettura non deve dare occasione di sfoggio personale, di convenienza né superiorità intellettuale, perché come scrive lo stesso Di Paolo, i romanzi non ci rendono più intelligenti, semmai insegnano ad aprire la nostra visione, il nostro cuore, a smuovere il nostro animo dall'intorpidimento della vita quotidiana.
Un evento più confortante e piacevole (forse sempre più mondano), tenutosi da poco, è stato invece l'assegnazione del Premio Strega, quest'anno molto avvincente data la bravura degli scrittori partecipanti e dalle tematiche stimolanti e singolari.
Se è vero che è il lettore l'unico artefice del successo o meno di un'opera, e nondimeno senza queste manifestazioni la scrittura sopravviverebbe lo stesso, è anche vero che questi eventi non segnano puramente il riconoscimento pubblico di uno scrittore, ma il "riconoscimento" dello scrittore, del poeta, del letterato all'interno di una società le cui parole dovrebbero sancire la libertà di pensiero e di espressione.
Tornando invece al cuore di questo post, ho selezionato e riportato qui di seguito alcuni libri da far scoprire e riscoprire e che hanno compreso le letture tra lo scorso anno e l'attuale.

"Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie" di Paolo di Paolo. Non c'è niente di più bello che portarsi in questi ultimi scampoli d'estate, questo libro-contenitore di storie, romanzi: il saggio si inoltra nelle tante sfaccettature della letteratura che diventano le altrettante dell'uomo: se nella lettura è vero che si ricerca una certa evasione da tutto ciò che ci circonda, è ancor più vero che in essa noi (ri)troviamo una realtà più vicina alla nostra, che è stata, che poteva essere, perché arricchendoci delle storie, dei personaggi che si incontrano, si riflettono in noi le nostre stesse aspirazioni, sogni e delusioni o ciò che non abbiamo mai provato.
Chi non vorrebbe qualche volta "cancellare il lunedì" e poter allungare ancora di qualche ora le giornate spensierate proprio come Tom Sawer? Chi è riuscito a passare indenne l'adolescenza senza troppi turbamenti o ribellioni che torturavano invece l'animo di Holden Caulfield?

"Appuntamento a Samarra" dello scrittore americano John O'Hara. Il romanzo che portò O'Hara alla notorietà, fu pubblicato nel 1934 a ventinove anni, il misterioso titolo, che sembra non avere nessuna relazione con l'opera, fu estrapolato da un racconto di William Somerset Maugham, "The Sheppey", dove un servo mandato dal proprio padrone presso il mercato di Baghdad per le provviste, incontra sulla piazza la Morte nelle sembianze di una donna. Spaventato, questo fugge verso Samarra dove pensa di potersi nascondere da lei. Ma la Morte ha un appuntamento già fissato con lui proprio presso quest'ultima città.
Il racconto di Maugham funge da preambolo a questo romanzo che si pone fra il confino dell'inevitabilità del fato e la propria volontà portata all'autodistruzione e quanto l'una o l'altra possano interferire nella vita umana.

"Un Incantevole Aprile" della scrittrice inglese Elizabeth von Arnim. Compiere un viaggio di sole donne, negli anni Venti, non era un fatto alquanto scontato e perfino riprovevole se le donne in questione erano di ordini sociali diversi.
Nel libro, infatti, pur essendovi fra le protagoniste ceti differenti, questi, una volta trovato l'ambiente opportuno, si annullano e ognuna può seguire solamente il proprio istinto.
Si innesca un incantesimo in cui sono coinvolti i personaggi come il lettore, dove a monopolizzare gli animi e i caratteri, si presenta la natura, rigogliosa, aperta a farsi ammirare e a schiudere pensieri ed emozioni. Per la Arnim il giardino era inteso come vita, esplorazione dell'amore, della bellezza, della felicità e della ribellione interiore.

"Easter Parade" fra i capolavori dello scrittore Richard Yates. "Easter Parade" pubblicato nel 1976, quindici anni dopo "Revolutionary Road", fu salutato all'epoca tra i migliori lavori, dove l'autore attraverso una lunga saga famigliare di due sorelle, descriveva la classe media che aveva percorso l'America tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del Novecento.

"Vita Breve di Katherine Mansfield" dello scrittore italiano Pietro Citati. In questa biografia poetica la Mansfield viene vista e raccontata tramite i suoi sentimenti, il suo sentire di una donna oltre e dentro la sua scrittura.
Se i racconti sono conosciuti ed elogiati come gioielli letterari, la sua persona per anni misteriosa ed eclettica si apre qui come una creatura eccentrica, anacronistica, che visse un periodo di tempo così breve; un lampo scontratosi contro la sua innumerevole immaginazione.

"L'Amore in un Clima Freddo" di Nancy Mitford. Quasi fatto apposta per la bella stagione, è ambientato nella campagna occidentale inglese fra le due guerre, la narratrice del romanzo, giovane debuttante dell'aristocrazia rurale, Fanny, fortunata spettatrice di vicende curiose e bizzarre di Hampton House, vasta proprietà terriera di una delle antiche famiglie dell'isola, Lord e Lady Montdore. Ritornati da un viaggio in India come rappresentanti della monarchia, organizzano il debutto "inglese" della loro unica figlia Polly, amica d'infanzia di Fanny.

"Schiavo d'Amore" dello scrittore inglese William Somerset Maugham. Come per "Il Velo Dipinto" (1925) Maugham si era ispirato alla tragica figura di Pia de' Tolomei, nella seconda cantica di Dante Alighieri, per questo suo primo capolavoro prese spunto dalla quarta parte dell' "Etica" (1677) di Spinoza, ovvero il "De servitute humana", sulla trattazione delle emozioni e l'incapacità dell'uomo nel controllare passioni trascinanti nella schiavitù.
Eppure ciò è solamente un piccolo punto di quei tanti che compongono un libro che è un compendio sulla vita, la bellezza, l'arte, la letteratura, la filosofia; da leggere alla stessa maniera di quando si guarda un cielo stellato: con rassegnato silenzio sulle fragilità umane.

"Gli Sguardi della Luna" di Edith Wharton. Grande ed originale successo del 1922, si sviluppa per lo più nell'arco di una estate, fra ville circondate da laghi, bagni ala mare, ricevimenti, tra un capo e l'altro del vecchio continente.


Il blog per ora si ferma qui ma sulla pagina Facebook continua, come da programma ormai, con la rubrica "Appuntario Estate" con alcuni articoli scelti durante l'anno. E ancora colgo l'occasione per informarvi sulla pagina Instagram nata ormai da un po' di tempo.

Una buona estate a tutti!


M.P.

giovedì 19 luglio 2018

"Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale" di Erich M. Remarque


Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide all'età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all'avvenire.
Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell'autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un'idea di maggior prudenza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro; essi ci sorpassavano soltanto nelle frasi e nell'astuzia. Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata.
Mentre essi continuavano a scrivere e a parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre essi esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. Non per ciò diventammo ribelli, disertori, vigliacchi - espressioni tutte ch'essi maneggiavano con tanta facilità; - noi amavamo la patria quanto loro, e ad ogni attacco avanzavamo con coraggio; ma ormai sapevamo distinguere, avevamo ad un tratto imparato a guardare le cose in faccia. E vedevamo che del loro mondo non sopravviveva più nulla. 


"Niente di Nuovo sul Fonte Occidentale" (1979), Delbert Mann

L'undici novembre di quest'anno ricorre la fine della Prima Guerra Mondiale, e già in molte nazioni hanno ricordato e stanno ricordando quest'anniversario storicamente così fondamentale.
Cento anni sono molti numericamente e soprattutto in un arco di tempo tra il Novecento e il Duemila dove molto ancora è accaduto, eppure il risveglio di quel ricordo, purtroppo, ci circonda ancora nella nostra quotidianità.
La chiamano la prima guerra moderna, per come si è svolta (armi utilizzate, strategie, novero disparato di soldati e civili coinvolti) ma soprattutto per aver cambiato irreparabilmente il nostro modo di vivere, da quella generazione in poi; per aver portato l'odore della guerra più vicino a noi, con le sue paure, gli orrori, la morte, la distruzione di tante culture e tanta bellezza, arrivando ad un un punto di non ritorno, perché da lì l'umanità intera non ha più vissuto nell'illusione. Questa si è aperta in una voragine dove il passato (con i suoi concetti e precetti) è sprofondato portandosela dietro.
Erich Maria Remarque (1898-1970), scrittore tedesco tanto attaccato alle sue origini francesi da cambiare il secondo nome e il cognome nel corrispettivo transalpino, fu l'esempio più lampante di questa umanità che a fine guerra si ritrovò spaesata e ferita nel suo tessuto sociale.
Partito soldato nella Grande Guerra su uno dei fronti più duri e sanguinosi del conflitto, quello nordoccidentale francese; pur sopravvivendo fortuitamente, non riuscì mai a superare l'evento tragico della guerra che lo portò in uno stato di depressione e debolezza psicologica, riscontrata tra l'altro in molti altri soggetti nel periodo post-bellico.
"Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale" nacque appunto come sfogo o liberazione di quel passato vissuto, che solamente nella scrittura poteva trovare il suo momento catartico.
Pur avendo riscosso un grande successo di pubblico e la traduzione in varie lingue, il libro non raggiunse le simpatie dei primi partiti nazionalsocialisti che anzi ne chiesero la censura e con l'ascesa al potere di Hitler, il disprezzo divenne violenza, tanto da far correre in giro voci (non vere) della presunta origine ebraica dello scrittore, pur di catturarlo. L'autore ripiegò nell'esilio volontario.
In quelle pagine i nazisti non solo vedevano svilita la Germania stessa, la sua virilità e le grida belluine, ma lo stesso sistema che la reggeva in piedi: quella vecchia generazione di politicanti, intellettuali e filosofi promotori di ideali ingannevoli e di quel barlume di gloria e di coraggio che dovevano accompagnare l'ingenuo soldato.
"Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale" venne pubblicato curiosamente nel 1929, lo stesso anno di "Addio alle Armi" di Ernest Hemingway e diversamente dal romanzo dello scrittore americano, il primo risulta una sorta di diario immaginario, un'amara analisi delle spaventose distruzioni materiali e spirituali apportate dalla guerra, e insieme una cronistoria degli sviluppi sulla scena bellica di un giovane soldato tedesco partito volontario.
Nella sua premessa all'opera Remarque sostenne quanto quest'ultima fosse la rappresentazione della sua generazione che pur scampata alla morte, venne distrutta dalla guerra, perché in cambio, essi avevano donato ciò che non sarebbe mai più ritornata: la giovinezza.


Paul Bäumer, diciottenne studente tedesco, parte volontario in guerra, poco dopo lo scoppio, insieme ad una parte della sua classe, incalzato sia dal fervore patriottico del suo insegnante e sia spinto dall'entusiasmo di un'intera nazione promotrice della causa e che vede in questi giovanissimi soldati il riscatto per la gloria.
Ma dopo un addestramento pur approfondito, vengono portati sul versante nordoccidentale a combattere; qui con i primi caduti si rivela ai loro occhi cosa sia veramente la guerra:non le gesta eroiche, l'avventura trascinante, l'intelligenza messa a frutto, la fama, la vittoria, ma corpi mutilati, infezioni, scarsa igiene, vestiario, viveri e la paura costante della morte, che torna ogni giorno, in ogni momento, colpendo a caso, senza distinzioni tra una giovane recluta o un esperto ufficiale, che si protrae anche nella lenta agonia dei sopravvissuti, alla quale ci si nasconde rifugiandosi nell'indifferenza e nella solidarietà del gruppo. Ma nell'ora della morte ognuno è solo.
Bäumer mette a nudo questa vita di logoramento fisico e psicologico dell'uomo; dei suoi bisogni primari, la fame, il sonno, il sesso, quelli puramente fisiologici e quelli interiori: la rabbia, a volte la ribellione, la disperazione di vivere, la follia, il sentimentalismo che li porta per un istante nel ricordo di quando una volta si credeva nell'avvenire.
Gli affetti, le belle letture, i grandi filosofi e le operazioni algebriche, quello che hanno imparato sui banchi di scuola, non contano più nulla, non servono più a nulla.
Mentre fuori, al sicuro dal fragore della guerra e dalla morte alle calcagna, si scopre tutto il cinismo, l'egoismo di una borghesia con i paraocchi che la verità non vuol vedere.
Il giovane soldato prova pietà per i propri nemici e riflette sull'inspiegabilità della guerra che pone fratelli contro fratelli, giovani contro altri giovani, per qualche pezzo di terra in più.
E quand'anche l'ultimo sentimento che lo teneva avvinghiato alla preziosità della vita verrà spazzato via, Paolo Bäumer, ormai solo, riuscirà a guardare solamente dritto di fronte a sé: né più al passato né più al futuro.

E. M. Remarque

È dalla lettura dell'opera memorialistica di Stefan Zweig con "Il Mondo di Ieri. Ricordo di un Europeo" che non rimanevo commossa e colpita da un messaggio così potente e disperato come questo di Remarque sulla guerra.
Già Hemingway con "Addio alle Armi" aveva condannato qualsiasi conflitto violento che avrebbe minato una vita, un amore, la stessa dignità dell'uomo, ma lo scrittore tedesco qui fa molto di più:
la sua voce è ancora più tragica e malinconica.
Raccontando, nelle sue tante sfumature, la vita di questi soldati non ancora entrati nell'età adulta, punta il dito contro la vecchia generazione macchiatasi di individualismo e cecità per aver portato la nuova generazione allo sbando, in un contesto terribile e inumano.
Shakespeare alludeva alla guerra come un evento catastrofico soprattutto per i giovani e il suo pensiero non andava certo lontano: come si possono crescere dei ragazzi dando loro la prospettiva di un mondo di infinite possibilità, di progresso, di civiltà, quando si verifica la sua antitesi?
La vita esposta da Remarque non è una vita eroica e nemmeno vita, benché nel libro siano presenti scene di goliardica leggerezza, esse non sono che brevi respiri qua e là per ingannare la morte, sempre onnipresente, pure sullo sfondo di una natura bellissima e intatta che rende ancora più struggente la rinuncia la domani, per chi viva poco o a lungo non importa.
E mentre questa età giovane si vede andar via nell'infertilità di questo domani, il vecchio mondo, tolto l'ultimo velo dagli occhi, cadrà insieme alle sue ataviche certezze.
Dietro il titolo dell'opera si nasconde chiaramente un simbolico significato, custodente tutta l'amara insensibilità verso ciò che si è perso.

Ma forse anche questo che penso non è che malinconia e smarrimento; forse svanirà quando sarò sotto i miei pioppi, e ascolterò il mormorio del loro fogliame. Non può essere del tutto scomparso, quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell'incertezza, quell'inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell'avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna: non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa

Ma Paolo Bäumer sta lì a ricordarci che forse, in mezzo alla nuda terra, qualcosa è rimasto.




M.P.





Libro:

"Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale", Erich M. Remarque, Oscar Mondadori