giovedì 14 giugno 2018

"Vita Breve di Katherine Mansfield" di Pietro Citati


Tutti coloro che conobbero Katherine Mansfield negli anni della sua breve vita, ebbero l'impressione di scorgere una creatura più delicata degli altri esseri umani: una ceramica d'Oriente, che le onde dell'oceano avevano trascinato sulle rive dei nostri mari.




Nel mese di giugno dello scorso anno iniziai la lettura dei racconti di Katherine Mansfield (1888-1923), senza pensare che, alla fine, sarebbe stata aggiunta a quella decina di autori a cui sono più legata.
Come Virginia Woolf, Katherine Mansfield non è una scrittrice dall'approccio subitaneo, anzi ci vuole una certa perseveranza e fiducia nella lettura dei suoi testi e allora può capitare che dopo alcuni racconti o ad un certo punto di un racconto, si inneschi una folgorazione e da lì la rivelazione di un mondo che presto comincerà ad ammaliarci e da cui sarà difficile il distacco.
Quella di Katherine Mansfield fu una figura importante nella letteratura d'inizio Novecento, che mostrava la crisi di quell'ambiente borghese dominatore da secoli con le sue norme morali e sociali, che continuava imperterrito a specchiarsi, riflettendo ancora una dignitosa pulizia ma interiormente la lacerazione era già in atto.
Una figura, purtroppo, poco esplorata e adombrata dall'amica/rivale Woolf; due voci femminili così distinte dal coro dei loro colleghi uomini: la Mansfield e la Woolf furono due universi che andavano parallelamente l'una con l'altra, seppur con andamenti diversi.
Eppure la Mansfield continua, di soppiatto, ad affascinare tanti lettori che iniziano a scoprire i suoi famosi racconti e chi già l'ama per quelle straordinarie doti che fanno di lei una scrittrice eccelsa per stile, narrazione, finezza, indagine psicologica e così vicina all'animo dei suoi personaggi, da sentir palpitare il loro cuore ed intravedere i loro moti interiori e desideri.
"Vita Breve di Katherine Mansfield" fu pubblicato nel 1980 dallo scrittore e giornalista fiorentino Pietro Citati (1930).
Citati è forse uno dei più famosi biografi italiani, conosciuto anche all'estero, apprezzato autore di racconti, libri su Manzoni, Leopardi, Alessandro Magno, saggi sull'Iran; un uomo a tutto tondo nel campo letterario e vincitore dello Strega 1984 con un ritratto su Tolstoj.
Questi ha inoltre apportato nell'opera biografica un nuovo modo di intenderla e scriverla, dando si i dovuti dati anagrafici, storici qua e là su un taluno personaggio ma soprattutto inquadrare la narrazione sotto forma di un romanzo, veritiero, ponendo l'accento sugli elementi emozionali e percettivi del protagonista.
"Vita Breve di Katherine Mansfield" è una ricostruzione (basata su questo stesso modello), felice e sensibile degli ultimi nove anni di vita della scrittrice, incentrata sui suoi ricordi lasciati in Nuova Zelanda, la famiglia, la scrittura, le opere e la malattia che la portò giovane a morire a soli trentaquattro anni di tisi.


L'opera si apre nella calda estate prima della Grande Guerra: l'ultimo periodo veramente felice per Katherine Mansfield, quando dopo una breve interruzione della relazione con il critico e futuro marito John Middleton Murry (1889-1957), vive una folle avventura amorosa a Parigi con il poeta Francis Carco (1886-1958).
Ma la sua sete di vita, di bellezza, d'amore che sembra non conoscere sosta, diventa col tempo un lungo e stancante peregrinare tra Parigi, Londra, la Riviera Ligure, al momento della scoperta della malattia che ha incominciato a minare il suo corpo.
La devastazione della Prima Guerra Mondiale che porta via l'amato fratello Heron, il riavvicinamento con Murry, la nostalgia della terra natia, la sofferenza, la scrittura vissuta come religione: Citati fornisce un luminoso quadro della Mansfield attraverso i diari e le lettere, dando il profilo di una donna tremendamente vitale, con le sue mancanze, i suoi odi et amo, la natura frenetica ed instancabile che la malattia non riusciva a depennare ma che anzi ne acuiva la fervida fantasia, la sensibilità non comune con cui riusciva a percepire i sussurri, i gesti, le ombre e le luci, i colori, l'amaro equivoco celato nell'apparenza del presente, il simbolico, astratto significato dato ai fiori, alle piante, alle cose animate, la voglia di vivere che la portava da un posto all'altro e insieme la ricerca di un luogo dove potersi fermare, ogni volta dopo un lungo volo, la solitudine volontaria o costretta e il bisogno d'affetto e di cose terrene.

Vi sorprendeva con quello stesso trasalimento che si prova quando si è bevuto il tè in una sottile, innocente tazzina e all'improvviso, nel fondo, si scorge una creaturina minuscola, mezza farfalla metà donna, che ci fa l'inchino con le mani nelle maniche.

In questa biografia poetica la Mansfield viene vista e raccontata tramite i suoi sentimenti, il suo sentire di una donna oltre e dentro la sua scrittura.
Se i racconti sono conosciuti ed elogiati come gioielli letterari, la sua persona per anni misteriosa ed eclettica si apre qui come una creatura eccentrica, anacronistica, che visse un periodo di tempo così breve; un lampo scontratosi contro la sua innumerevole immaginazione.
Nell'ultimo periodo rimastogli si dedicò furiosamente alla scrittura: il paradiso che cercò invano negli angoli europei più reconditi, lo trovò nello scrivere.
Citati illustra l'incredibile arte evocativa, il metodo stilistico di abolire il narratore, ogni dato narrativo, la gracile struttura del testo che nonostante la brevità ci dà la sensazione che la chiusura sia solo apparente: «l'esistenza comincia e continua prima e dopo l'inizio e la fine di ogni storia».

«Quando giungeva davanti ad un punto psicologico arduo o estremo, sostituiva la parola e il gesto con la metafora e il simbolo (l'aloe, l'albero di pere): metafore e simboli silenziosi, muta psicologia oggettiva, che non potremo mai trascrivere in altre lingue».

Ma il suo essere non giungeva mai nel testo, rimaneva segretamente custodito nei diari e nelle lettere; per questo non si può nemmeno scorgervi tutta la sofferenza della malattia nascosta dietro una lastra di cristallo, inaccessibile al lettore.
Citati ha scritto «Ci sono persone a cui la malattia appartiene, o che piuttosto appartengono alla malattia. La Mansfield non era una di queste. Era nata per condurre un'esistenza attiva e ardente; e la malattia le venne imposta».
Come chi, definitivamente rassegnato davanti all'inevitabile, accetta la morte eppure contemporaneamente combatte per poter sopravvivere ancora, anche la Mansfield compì la sua battaglia contro il tempo, cercando di lasciare il più possibile le sue tracce sulla carta e vivere, se non fisicamente, almeno nelle sue opere. E la Mansfield decise di vivere, opponendosi come poteva alla morte.
E Pietro Citati con questo libro, con questa opera d'arte, restituisce l'opera d'arte di Katherine Mansfield.



M.P.




Libro:

"Vita Breve di Katherine Mansfield", P. Citati, Adelphi





mercoledì 6 giugno 2018

"Appuntamento a Samarra" di John O' Hara


Da piccolo comune qual era, Gibsville era diventata nel 1911 una provincia secondaria: tuttavia, nel 1930, contava ancora meno di venticinque mila abitanti. A Gibsville, un ricevimento, o party, è una cosa talmente importante da assumere l'aspetto di un vero affare di stato dal momento in cui l'anfitrione fa partecipe una seconda persona nei suoi progetti. Una volta fatti gli inviti, niente,  al di fuori della morte o di una catastrofe, può rinviare il party.




John O'Hara (1905-1970) è un nome mancante nella storia della letteratura americana; abitualmente poco menzionato quando si parla di quella del primo Novecento che fu dominata nel segno di quattro grandi scrittori, quali Fitzgerald, Hemingway, Faulkener, Steinbeck ma John O'Hara non fu uno scrittore minore nel vasto territorio statunitense.
Figlio di un'importante famiglia americana d'origine irlandese di Pottsville in Pennsylvania (che diverrà l'ambientazione ideale per le sue opere), John O'Hara fu un personaggio non molto amato nel campo letterario per via della sua personalità poco incline alla mitezza e al compromesso: si faceva conoscere per le sue liti furibonde e lo snobismo irritante che si portava addosso e che in certo qual modo fu anche la causa del suo semi anonimato.
Autore di racconti e romanzi nei quali descrisse i svariati ambienti sociali della vita americana; rispetto ai quattro colleghi era più giovane di loro. Per il linguaggio si rifaceva ad Hemingway, e lo sfondo dei suoi libri ricordava Fitzgerald, senza comunque innalzare il testo a motivi poetici.
O'Hara fu più il rappresentante di quella "vita di mezzo" che furono gli anni '30; quel mondo che era appeno uscito dalla sbornia degli anni ruggenti per entrare in quell'età della Depressione, dell'illecito, dell'intolleranza e di qui primi sentori che avrebbero annunciato periodi bui.
"Appuntamento a Samarra", il romanzo che portò O'Hara alla notorietà, fu pubblicato nel 1934 a ventinove anni, il misterioso titolo, che sembra non avere nessuna relazione con l'opera, fu estrapolato da un racconto di William Somerset Maugham, "The Sheppey", dove un servo mandato dal proprio padrone presso il mercato di Baghdad per le provviste, incontra sulla piazza la Morte nelle sembianze di una donna. Spaventato, questo fugge verso Samarra dove pensa di potersi nascondere da lei. Ma la Morte ha un appuntamento già fissato con lui proprio presso quest'ultima città.
Il racconto di Maugham funge da preambolo a questo romanzo che si pone fra il confino dell'inevitabilità del fato e la propria volontà portata all'autodistruzione e quanto l'una o l'altra possano interferire nella vita umana.


La trama si snoda nell'arco di tre giorni: dalla vigilia di Natale del 1930 alla notte di Santo Stefano.
A Gibbsville, provincia immaginaria della Pennsylvania famosa per la ricchezza di giacimenti d'antracite, la crisi del '29 sembra non aver ancora logorato la vita quotidiana, le abitudini, di una comunità regolata da tacite norme riguardanti la differenza di classi sociali, di stili di vita comandati da scambi d'affari che intercorrono nella fitta ragnatela di legami tra gli abitanti e del derivante profitto individuale.
Julian English, l'antieroe o vittima in quanto assurge nel romanzo a questo boderline continuo, proprietario dell'autoconcessionaria Gibbsville-Cadillac Motor Company, ha tutto ciò che un uomo di trent'anni può desiderare: appartenere ad una delle famiglie protestanti più in vista dell'esclusiva Lantenengo Street, una posizione importante all'interno della piccola città, come moglie una delle più deliziose donne e una vita di continuo benessere, tra auto veloci, club prestigiosi, amicizie influenti, balli, fuoriuscite di denaro, grandi bevute.
Eppure nel lasso di tempo del periodo natalizio, Julian English commette degli imperdonabili errori per la neppur immacolata cittadina di Gibbsville, delle violazioni che rompono le ferree regole sociali di un mondo ovattato e lontano ma mostrante uno spaccato di provincia americana di malvivenza e discriminazione.
English portandosi addosso un ineluttabile presagio nefasto unito ad una certa consapevolezza di essere definitivamente ostracizzato dalla collettività, compie l'ultimo gesto estremo che riporta la città a quella equivoca calma apparente di prima.

J. O'Hara

Come Fitzgerald ed Hemingway si erano fatti interpreti ed avevano immortalato nelle loro opere l'America degli anni '30, O'Hara fece lo stesso con il decennio successivo.
Il proibizionismo, la crisi economica del 1929, le manovre illusorie del presidente Hoover per scongiurare il default, l'avvento del Ku Klux Klan, i rancori, il razzismo, la delinquenza di un'America in evoluzione, riassunta e fotografata nel simbolico tessuto sociale della città di Gibbsville, il cui ordine si basa sull'accettazione di dettami per sopravvivere nell'élite , che non dipendono dai legami di sangue, come nell'ottocentesco romanzo "L'Età dell'Innocenza", ma dal denaro ed intercessioni.
Julian English è l'unico personaggio che arriva a mettere in subbuglio l'ordine precostituito, l'unico a pagare colpe (tra l'altro alquanto banali), mentre fuori esiste un mondo di imputretudini e nefandezze.
Tra una sorta di destino e libero arbitrio, English corre verso il fallimento della sua carriera, dell'amore, del proprio essere e se per Fitzgerald un sogno impossibile, una donna, la ricerca di un qualcosa portava l'uomo all'autodistruzione, per John O'Hara poteva bastare un nonnulla.



M.P.





Libro:

"Appuntamento a Samarra", J. O'Hara, Mondadori. Consiglio per la lettura l'edizione riveduta della Minimum Fax.


mercoledì 16 maggio 2018

"Un Incantevole Aprile" di Elizabeth von Arnim


Tutto ebbe inizio in un club per signore di Londra, un pomeriggio di febbraio - il club era modesto e il pomeriggio deprimente - quando Mrs Wilkins, giunta da Hampstead per fare acquisti, dopo aver pranzato al club di cui faceva parte prese il «Times» da un tavolo della sala fumatori e, scorrendo con occhio distratto la colonna degli annunci personali, vide questo annuncio:
«Per gli amanti del glicine r del sole. Piccolo castello medioevale italiano sulle coste del Mediterraneo affittasi ammobiliato per il mese di aprile. Servitù inclusa. C.P. 1000, The Times» .

Athos Faccincani "Portofino"

Il mese di maggio è rimasto meteorologicamente in modo un po' incerto: mattine dolcemente assolate che si alternavano, improvvisamente, a rumorosi temporali che non lasciavano certo spazio a progetti di scampagnate o passeggiate fuori città. L'aprile romano era invece cominciato con una tarda primavera, con fiori e piante impazienti di aprirsi alla nuova stagione. E nondimeno noi, davanti a tanto rigoglio di natura e vita, ci lasciamo un poco trasportare da nuovi sentimenti di bellezza e speranza che si erano assopiti nei mesi invernali.
Ed è lo stesso leitmotiv che si sussegue nel luminoso romanzo di Elizabeth von Arnim (1861-1941),  a cui sono stata spinta e guidata da mia sorella.
La scrittrice australiana ma d'adozione britannica, sta vivendo una seconda fioritura nelle pubblicazioni di varie case editrici e un secondo affetto da parte di un nuovo pubblico, dopo essere stata dimenticata e le sue opere relegate nella categoria del "prettamente femminile", il che voleva dire leggera, sdolcinata e con pochi contenuti; giustamente adatti per le graziose teste del gentil sesso.
Ma Elizabeth von Arnim, benché apparentemente legata all'elite mondana tardo ottocentesca, fu invece una donna che si dedicò all'animo umano, ai nuovi impulsi che sconvolsero l'Europa subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Fu ribelle, molto libera per l'epoca, capace di offrirsi alla vita intellettuale ma non tralasciando quella sensoriale, perché fermamente convinta che non si dovesse liberare sola la mente delle donne ma anche il loro corpo.
"Un Incantevole Aprile", tra i suoi romanzi più famosi, fu pubblicato nel 1923, ispirato ad una vacanza di un mese veramente effettuata dall'autrice nel 1921, presso la nostra riviera ligure¹.
Con la fine del Primo Conflitto, l'Italia conobbe un recupero nel campo del turismo, e questa volta non dipeso unicamente da curiosità e ricerche storiche, bensì dal clima, dalla bellezza e dal modo di vivere italiano.


Il romanzo si apre intorno agli anni '20, in una piovosa Londra, dove due giovani donne sedute ad un club per signore, leggono entrambe un'inserzione sul Times da parte di un ricco possidente che mette in affitto, con tanto di servitù, il suo bel castello medioevale, sulle coste del Mediterraneo, per il mese d'aprile.
Le due signore, Mrs Wilkins e Mrs Arbuthnot, sono sedotte dall'accattivante pubblicità e dalla prospettiva di poter trascorrere, per la prima volta, un mese di vacanze, sole, dopo aver dedicato per anni la loro esistenza alla vita domestica, al coniuge, al prossimo e ad una fin troppo severa morigeratezza di costumi. Infine le due accettano ma non essendo ricche, e nonostante abbiamo risparmiato del danaro "per un giorno di pioggia", il costo per l'affitto rimane elevato per loro.
Escogitano, dunque, una selezione di possibili, altre due sconosciute candidate per il soggiorno, in modo da poter dividere la somma e renderla leggera per ognuna. Per il posto si presentano una ricca ma arida vedova, Mrs Fischer, e una bellissima ma annoiata giovane dell'alta aristocrazia, Lady Caroline Dester.
Nel castello di San Salvatore, sulla riviera ligure, le quattro donne vorrebbero passare i giorni vacanzieri distanti le une dalle altre e lontano dal loro mondo lasciato in Inghilterra.
Ma la bellezza del posto con la sua brezza marina, il calore del sole, la lussureggiante e variegata vegetazione, le inducono a riflettere sulla loro vita, i loro sentimenti e su dove risieda la loro felicità e come ricercarla.
Così si avvicinano, creano legami, e il loro corpo e la loro mente si rinutre di gioiosa speranza, di nuove idee e di perdono. Nella seconda parte della vacanza subentrano altri personaggi a rendere la trama più viva ed intricata, dove tra humor ed equivoci che i protagonisti confondono o interpretano erroneamente le intenzioni dell'uno o dell'altro, la vicenda si risolve in un lieto fine aspettato ma rivelatore e significativo.

Su questo testo ho letto molti pareri contrastanti: ci sono lettori che pur trovandolo di loro gradimento per la leggerezza e la piacevolezza della lettura, ritengono invece la trama troppo debole e tutto nell'insieme poco avvincente.
Forse perché la Arnim non avrebbe mai voluto dare al suo romanzo alcunché di "avvincente", semmai di riflessione, e guardandolo sotto questo punto di vista che si scopre la sua originalità e un profumo di moderno.

Compiere un viaggio di sole donne, negli anni Venti, non era un fatto alquanto scontato e perfino riprovevole se le donne in questione erano di ordini sociali diversi.
Nel libro, infatti, pur essendovi fra le protagoniste ceti differenti, questi, una volta trovato l'ambiente opportuno, si annullano e ognuna può seguire solamente il proprio istinto.
Si innesca un incantesimo in cui sono coinvolti i personaggi come il lettore, dove a monopolizzare gli animi e i caratteri, si presenta la natura, rigogliosa, aperta a farsi ammirare e a schiudere pensieri ed emozioni. Per la Arnim il giardino era inteso come vita, esplorazione dell'amore, della bellezza, della felicità e della ribellione interiore.
D'altronde il giardino è sempre stato il locus amoenus  favorito della letteratura; nelle opere classiche o prettamente nella letteratura inglese: è nel giardino dove l'Alice di Carroll percorre la sua iniziazione alla vita e dove si avviano le vicende del Peter Pan di Barrie, mentre con la Burnett il giardino diventa il "risveglio" di Mary Lennox.
Gran parte dell'Europa stessa subì la fascinazione dei giardini vittoriani nel primo Novecento ma per l'autrice tutto questo aveva un significato diverso.
Sei anni prima della celebre affermazione di Virginia Woolf (1882-1941) sulla "stanza tutta per sé", alle donne era consentito, proprio nel giardino, poter esprimere la loro indipendenza, creatività, solitudine e poter essere libere dai vincoli domestici, coniugali a cui erano costrette in casa, sotto gli sguardi attenti dell'universo maschile, e motivo caro alla scrittrice, potevano permettersi piena autonomia di movimento e di pensiero.


M.P.



¹ Il Castello Brown a Portofino dove la scrittrice inglese prese alloggio. Oggi visitabile.





Ebook:

"Un Incantevole Aprile", E. Von Arnim, Bollati Borignhieri


mercoledì 9 maggio 2018

"The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"


"Alta sulla città, in cima a un'imponente colonna, si ergeva la statua del Principe Felice. Lui era tutto coperto di sottili foglie d'oro fino, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rosso scintillava sull'elsa della sua spada". ("Il Principe Felice", Oscar Wilde)




Fino a pochi anni fa, Oscar Wilde (1854-1900) era l'autore i cui aforismi (estrapolati non sempre appropriatamente dalle sue opere), circolavano numerosi nella rete.
Oggi i suoi aforismi sono stati dimenticati e con essi l'autore stesso; le sue opere non sono più lette e la sua figura, sensibile ed eccentrica allo stesso tempo, poco approfondita e capita.
Wilde rientra, assieme a quella lunga lista di colleghi che si allunga ancora di più con gli anni, fra gli scomparsi della letteratura e se esistesse un "Chi l'ha visto?" per tale causa, certo lui sarebbe fra i più difficili da ricercare.
Eppure, lasciando da parte il gioco, Wilde fu un personaggio popolare che dominò gran parte del primo Ottocento inglese: scrittore, critico letterario, favolista, drammaturgo; i suoi testi accoglievano consensi, grandi applausi da parte del pubblico, luci sfavillanti dei più prestigiosi teatri con le primedonne dell'epoca che sgomitavano per un ruolo prominente.
Omaggiato nei salotti più ridondanti dell'aristocrazia vittoriana, che sapeva ben amare un divo, ma con altrettanta rigidità, rinnegarlo al suo primo passo falso.
E le luci con gli applausi si spensero così anche per lui, quando nel 1895 il marchese di Queensberry, padre di Lord Alfred Douglas poeta e studente di Oxford ed amante di Wilde, impugnò un lungo processo contro di lui per sodomia, in modo tale da difendere la sua onorabilità dai pettegolezzi.
In definitiva lo scrittore venne riconosciuto colpevole e la sua pena venne comminata con due anni di carcere duro a Reading e la perdita del diritto d'autore.
Ma ciò che colpì violentemente Wilde, oltre alla difficoltà di scrivere poco, fu l'umiliante e tenace ostracismo da parte di chi, anni prima, lo aveva celebrato fra i più grandi; come un reietto o appestato, Oscar Wilde prese rifugio nel buio dell'esilio.
Proprio in questo lasso di tempo, tra l'esilio e la morte, che si incentra "The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"; più che film una ricostruzione sugli ultimi anni di vita dello scrittore irlandese, scritto, diretto ed interpretato da Rupert Everett.
Per chi ha più di venticinque anni, certo si ricorderà il famoso britannico attore di celebri commedie ("Il matrimonio del mio migliore amico", "Shakespeare in Love") e di alcune opere dello stesso Wilde ("Un marito ideale", "Sogno di una notte di mezza estate"), intelligente  e brillante, la sua sua carriera ha subito un rallentamento dopo aver dichiarato la sua omosessualità.
Everett ha realizzato il film tra Stati Uniti, Belgio, Gran Bretagna ed Italia, avvalendosi di un cast non certo minore come Colin Firth ("Il paziente inglese", "La ragazza con l'orecchino di perla", "Il discorso del re"), Colin Morgan ("Merlin"), Emily Watson ("Storia di una ladra di libri", "La teoria del tutto").


È il 1897 quando Oscar Wilde (Rupert Everett) esce finalmente dal carcere di Reading, dopo aver scontato la sua pena di due anni. È provato nella salute a causa dei lavori forzati a cui è stato costretto, dalle umiliazioni pesanti ed è finanziariamente sul lastrico.
Della vecchia gloria, degli omaggi, dei teatri, non è rimasto più nulla. Esule in Francia sotto falso nome, è costretto a nascondersi dalla società. Viene accolto ed aiutato dagli ultimi due amici rimasti: lo scrittore Reginald Turner (Colin Firth) e il giornalista Robert Ross (Edwin Thomas), innamorato di Wilde senza essere ricambiato.
Questo sente la mancanza della moglie Costance (Emily Watson) e quella dei suoi due figli, ma l'amore che prova per "Bosie" Douglas (Colin Morgan) è ancora forte.
Costance tenta una riconciliazione col marito, ma quando scopre della ripresa del rapporto con Douglas, lei che possiede del denaro, gli nega l'unico sussidio e la patria potestà.
Intanto Wilde e Bosie fuggono a Napoli, dove trascorrono, grazie al denaro di cui quest'ultimo è fornito, giorni di sperpero  e dissolutezza fino all'intervento di Lady Quennsberry che taglia la rendita mensile al figlio. Bosie in mancanza di soldi, lascia definitivamente lo scrittore.
Questi ripiega a Parigi, dove povero e malandato, si è ridotto a chiedere l'elemosina, facendo abuso di alcool e cocaina, vagando da una bettola all'altra e dove prima allietava il bel mondo inglese, ora diverte l'ambigua gente della Suburra parigina.

«Perché la rovina ci affascina così tanto?»

In questi stretti e sporchi atri, conosce due giovani accattoni e uno dei due ne diventa l'amante, mentre insieme formano il solo pubblico a cui racconta la storia del "Il Principe Felice".
I giorni passano e Wilde si aggrava sempre di più: ricoverato in una camera d'albergo, corroso nel corpo da quel che crede sifilide (in realtà sara meningite contratta in carcere), stremato nell'animo dai rimorsi di coscienza per l'improvvisa morte della moglie e dall'ultimo rifiuto di Bosie, chiede l'estrema unzione.
Muore l'ultimo giorno di novembre, circondato dai due ragazzi e dai due fedeli amici, dopo aver concluso la favola del "Il Principe Felice".

La pellicola segue fedelmente le ultime vicende dell'autore, non risparmiandogli né la genialità né la sofferenza inflittagli ma neanche una vita di eccessi e disordini.
Il ritratto che dà è privo di quella retorica e di quell'eufemismo che si trova nelle striminzite biografie delle sue opere: è la storia di un uomo che ha conosciuto le luci e il buio di una società radicata nel pregiudizio e nel disprezzo, incapace di comprendere o perdonare; un uomo con le sue debolezze (Bosie) e le sue dipendenze (alcool e droga).
Il talentuoso Everett è stato spettacolare nell'aver saputo dare anima e corpo, alle tante sfaccettature di Oscar Wilde: quella di scrittore di successo, di uomo in disgrazia, di esule e emarginato, di padre, marito, amante e vittima/colpevole di tormenti per sé e per gli altri, perché esiste, in alcuni uomini, questa forza trascinante che è la rovina, a cui si va, inspiegabilmente, volontariamente incontro.
L'omosessualità entra prepotentemente nel film, ma viene messa sullo stesso piano della paura del diverso, della povertà, di un'esistenza non conforme ai canoni prescritti.
Così ci si stupisce, apprendendo dal film, della rivalutazione postuma, avvenuta solamente lo scorso anno, quando la regina Elisabetta ha firmato un documento nel quale ha sancito la fine di ogni forma di discriminazione per i cittadini degli stati membri del Commonwealth.



Ma una menzione la meritano anche le figure di Reginald Turner (1869-1938) e Robert Ross (1869-1918) gli amici rimasti con lui fino alla fine, e in particolare "Robbie" Ross che si occupò di diffondere ai posteri il suo testamento letterario ed umano. Anche queste persone che hanno operato con coraggio, in un periodo storico non facile, per il riconoscimento di quelle libertà, di quella formazione intellettuale, meritano il diritto di essere ricordate.
Il titolo del film richiama ad una delle più belle favole (se non la più bella), scritte da Wilde e pubblicata nel 1888, che si ripete come un dolce sottofondo musicale lungo tutta la proiezione.
Everett ha riassunto con questo racconto ("Il Principe Felice"¹) tutto l'essere dello scrittore, con tanta sensibilità ed acutezza, e il significato intrinseco della sua opera: la rondine che descrive le meraviglie dell'Egitto con il sole, il fiume, gli animali esotici al Principe Felice, non riesce ad entusiasmarlo di alcunché, poiché quest'ultimo gli confida che il mistero più grande dell'esistenza sono le miserie umane, e Wilde lo aveva capito.
Come aveva capito che c'era al mondo una cosa che andava oltre la letteratura, l'arte, il teatro, la gloria; che superava persino la bellezza, il valore sui cui aveva fondato la sua vita: questa era l'amore.

«Portami le due cose più preziose della città» disse Dio a uno dei Suoi Angeli; e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto.
«Hai scelto bene» disse Dio, «perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà per sempre, e nella mia città d'oro il Principe Felice pronuncerà le mie lodi».




M.P.



¹ "Il Principe Felice e altre storie", O. Wilde, Oscar Mondadori





mercoledì 2 maggio 2018

"Il Lungo Sguardo" di Elizabeth Jane Howard


Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.


Lauren Bacall (1924-2014)

La scrittrice inglese Angela Lambert (1940-2007) disse una volta riguardo al "Il Lungo Sguardo"«Non capirò mai perché non venga riconosciuto come uno dei grandi romanzi del XX secolo».
Ed è la stessa frase che mi sono detta leggendo questo particolare, profondo ed elegante romanzo di Elizabeth Jane Howard (1923-2014):  quanto il secolo passato, così ingente di fatti giganteschi e sconfinati, abbia volutamente disdegnato le sue vicende più piccole ed individuali.
La Howard è una di quei pochi autori, degni successori di Jane Austen, ad aver fatto del microcosmo il macrocosmo, ad aver portato in superficie gli aspetti intimi della vita borghese, vivisezionando le loro coscienze, raccontandoli nel progressivo cambiamento degli eventi storici e rendendoli importanti quanto quest'ultimi.
L'autrice che lungo il Novecento è stata riconosciuta più per il gossip che come valente scrittrice, oggi sta vivendo una seconda giovinezza in campo letterario, grazie alle repentine pubblicazioni della Fazi Editore, al successo mediatico della fortunata saga famigliare dei Cazalet, l'opera più celebre, un affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Un piano di rivalutazione riuscito però a metà, perché se il numero dei suoi lettori accresce le sue stime di giorno in giorno, ivi compresa tutta la mercanzia derivante, sottovalutato è ancora il valore rispetto ai grandi nomi maschili e i suoi libri non riescono ad andare oltre alla bella copertina, alle promozioni, non riescono insomma ad inserirsi nell'autorevolezza delle grandi opere.
Si dovrebbe inseguire uno studio più serio e accurato dei suoi lavori, per non farli passare semplicemente come un "fenomeno" o "la moda del momento"; dare quel qualcosa di "senza tempo" che solo i classici hanno e che i romanzi della Howard meriterebbero.
"Il Lungo Sguardo" fu pubblicato nel 1956 (trentadue anni prima dei Cazalet), quando ancora giovane, bella e libera, Jane Howard aveva lasciato marito e figlia per dedicarsi in modo esclusivo alla scrittura.
Questo lungo testo esplora la disintegrazione del matrimonio borghese nei primi anni del XX secolo, attraverso la tormentata e debilitata storia di una coppia inglese abbiente, usando però il metodo ingegnoso della cronologia inversa, dove la trama viene rivelata dalla fine al suo principio; espediente che dà, solo a fine lettura, una più completa visione dell'intreccio.


Sulle colline di Hampstead, nella Londra degli anni Cinquanta del Novecento, Antonia e Conrad Fleming stanno festeggiando l'ufficializzazione del matrimonio del loro figlio Julian.
Ma l'occasione che dovrebbe essere lieta e di buon auspicio per il futuro, non porta nessuna gioia o consolazione nell'animo di Antonia, che vede suo figlio sposarsi senza amore e sua figlia Deirdre  intrappolata in rapporti complicati.
Questo turbinio di sentimenti inafferrabili e irrefrenabili, rimanda Antonia allo sfacelo della sua vita coniugale, l'andamento di un matrimonio fatto solo di apparenze e nulla più. A quarantatré anni Antonia ha abbandonato l'approvazione e l'affetto per il marito per dare un presente significativo per se stessa, ormai sola.
Ma cosa ne è stato del passato? Per cosa ha inseguito negli anni, i minuti, le ore, i giorni, il futuro?
Ripercorrendo in senso antiorario, ventiquattro anni della sua esistenza, il romanzo ci riporta sguardi, episodi sporadici dell'unione di questa coppia, seguendo la prospettiva del personaggio femminile ma anche i processi mentali di Conrad, dove quest'ultimo si è sposato perché spinto da un desiderio egoistico, lei per fuga dal mondo circostante. Questa coppia, questi due corpi e menti distinte, incomunicabili tra loro e distanti, sono unite unicamente dal contratto del loro matrimonio e per questo esplorano ognuno una realtà diversa della stessa vita: lui plasmando la bellezza della moglie a suo piacimento, lei sottomettendosi al suo sguardo e rimettendosi alla sua protezione.
Così negli anni duri del secondo conflitto, nei primi di matrimonio, la luna di miele e la prima giovinezza di Antonia.

Leggendo "Il Lungo Sguardo" mi sono accorta di quanto fossi impreparata a questo tipo di testo: vi cercavo ingenuamente l'amata autrice dei Cazalet, invece ho trovato molto di più.
Ciò potrebbe confermare quanto, a volte, le letture che crediamo così abitudinarie e quasi scontate, su uno stesso autore o tematica, non siano poi così palesemente monotone e in grado di tenerci comodamente seduti in poltrona.
Quello della Howard è un romanzo in cui domina l'introspezione, un susseguirsi di suoni, gesti, ritmi e percezioni, voci, tocchi fuggevoli e sguardi che vagano fra passato e futuro.


Dietro quelle sottilissime tensioni coniugali, descritte impareggiabilmente tra silenziosi compromessi e accettate sofferenze, c'è la figura della donna, moglie od amante che sia; incastonato gioiello nelle dita dell'uomo, sottomessa e relegata nell'apparente formalità di una società maschilista ancora imbevuta di vittorianesimo, dove nulla, persino il suo corpo, le è dovuto.
Gli uomini si accomunano tutti nella loro unidimesionalità, nella ricerca di un piano stabile e sicuro, dove poter uscire e rientrare senza macchiarsi più di tanto. Le donne, invece, sono tratteggiate con tutte le sfumature e le vulnerabilità di cui sono capaci.
È chiaro che questo romanzo non può essere la storia di una coppia, come si vuol far credere, bensì di una donna e della distruzione del suo mondo che comincia già da lontano, nell'impreparazione alla vita causata dagli adulti, di una sequela di inganni dietro l'angolo, alla mancanza di un istruzione migliore, solidarietà e sicurezza verso se stesse, e che culmina col matrimonio, dove a legarsi non sono due esseri ma due ruoli, uniti nella convenzionalità ma estranei fra di loro.
Si può dire che la saga dei Cazalet siano la summa di tutte le tematiche care alla Howard mentre "Il Lungo Sguardo" la loro estensione; corposa, lenta ed intensa, un motivo di purezza incomparabile e significativa.



M.P.



Libro:

"Il Lungo Sguardo", E. J. Howard, La Biblioteca di Repubblica - L'Espresso - Fazi Editore






martedì 24 aprile 2018

Zinaida Serebrjakova, la gioia di vivere l'arte


Nella seconda metà del XIX secolo il grande Impero Russo stava attraversando gli ultimi passi lungo il viale del tramonto: il travaglio dell'era riformistica (voluta da Alessandro II), l'industrializzazione,lafame di terre el'impoverimento dei contadini, generò un continuo fermento rivoluzionario tenuto da artisti ed intellettuali come Lev Tolstoj.
Queste prime "agitazioni" che sarebbero poi culminate con la definitva e irrompente rivoluione d'Ottobre nel 1917, non intaccarono comunque le opere di Zinaida Sebrjakova (1884-1967),tra le prime artiste di gran livello nella Russia di quel periodo.
Con gli occhi di oggi, la sua è un'arte che subito rimane impressa, perilsuo stile vibrante, gioioso,realistico, senza tempo, industruttibile quasi, dove la luce e i corpi diventano messaggi di bellezza e amore.
Zinaida Serebrjakova (nata Lanceray) nacque in una provincia ucraina; figlia d'arte, ebbe un'educazione libera, completa e contrariamente al suo tempo,paritaia al genere maschile.
In vari articoli scritti sul blog, riguardanti artiste,intellettuali o pioniere,ho sempre cercato di sottolineare quanto l'accesso ad un'istruzione  universale e moderna, possa accrescere l'individualità, la realizzazione del proprio essere e della creatività di una donna. E la Serebrjakova fu una donna libera di dedicarsi alla pittura, su commissione o per puro diletto, di formarsi come professionista nelle migliori scuole o viaggiando tra Occidente ed Oriente.
Pur interessata ai vari -ismi artistici che con costanza si susseguivano in Europa, rimase fedele al gruppo dei Mir Iskusstva (1898-1905), un'associazione di artisti e letterati russi cosmopoliti che opponendosi ad ogni accademismo, rinnovarono l'arte aprendosi allo stile francese e delle grandi capitali europee,prendendovi a grandi mani spunti dall'art noueau al simbolismo.
Zinaida Serebrjakova pur aderendovi, si distinse comunque dal gruppo per la predilezione di temi popolari e l'armonia dei colori. La sua pittura monumentale e realista premeva sulla bellezza,la natura,i legami famigliari, con un'attenzione per le donne, i bambini e il lavoro.
Così i suoi quadri si riempivano di colazioni autunnali, immagini di vita rurale russa, il ballo, paesaggi, nature morte, tanti ritratti.
La pittrice non passò indenne alle traversie storiche: nel 1919 il marito morì di tifo, contratto nelle carceri bolsceviche e conseguentemente la sua tenuta fu razziata, durante l'occupazione nazista in Francia dovette rinunciare alla cittadinanza russa prendendo quella francese, oltre ad una lunga separazione da due dei suoi quattro figli, ma artisticamente, nonostante il susseguirsi di correnti più moderne e sperimentali, non abbandonò mai la bellezza e l'umanità che avevano caratterizzato quel periodo antecedente al tramonto degli zar.

"Al Tavolo da Toletta"

"Al Tavolo da Toletta" non è solo il capolavoro di Zinaida Serebrjakova ma anche il dipinto che simboleggia al meglio la sua arte e il modo di farla.
Realizzato nell'inverno del 1909 (fu esposto l'anno seguente alla mostra dei Mir Iskusstva), nella sua tenuta a Neskuchnoye, il quadro non è altro che un autoritratto allo specchio, gioioso, spontaneo, semplice. La pittrice si è rappresentata in uno dei momenti più intimi e riservati di una donna: quello mentre si pettina.
Con indosso una sottoveste bianca, la Serebrjakova con la mano destra tiene ben ferma la folta capigliatura per poi con quella sinistra pettinarne le estremità. I capelli bruni contrastano la bianchezza delle braccia e delle spalle, creando un effetto incredibilmente moderno e dinamico.
Sullo sfondo si notano una parte del letto e vari mobili di arredo ma sono gli oggetti sul tavolo a catturare l'attenzione dello spettatore: candele, profumi, una collana di perle, un cuscino con degli spilli, insomma tutti i vezzosi prodotti del corredo femminile che ogni donna tiene sulla propria toeletta. La donna accenna ad un vago sorriso mentre tutta la scena è pervasa dalla luminosità e dalla leggerezza dei colori che rasserenano e ci inducono ad indugiare ancora sul dipinto, sulla sua bellezza e l'insieme degli oggetti.
Pur essendo una composizione insolita, la Serebrjakova esprime una certa felicità, e soprattutto il talento di raffigurare un piccolo mondo a mo' di opera d'arte.

È domenica mattina nella sua tenuta di Neskuchnoye e l'artista raffigura l'ora della colazione: in "A Colazione" (1914), Zinaida Serebrjakova raffigura i suoi tre figli intenti a consumare il primo pasto della giornata. La tavola è apparecchiata in modo principesco che denota il benessere della famiglia e anche questa volta l'artista si sofferma sul cibo postovi sopra con grande cura.
Il pane rappresentava il prodotto primario della cucina russa; utilizzato per accompagnare le minestre e soprattutto per colazione.

"A Colazione"

In fondo alla tavola sono presenti, in un piattino, le frittelle chiamate syrniki, ripiene di tvorog (formaggio vaccino)¹, mentre le minestre o le zuppe comparivano sovente durante l'arco della giornata. Nel quadro viene enfatizzato il gioco di mani dei vari protagonisti: in quello dei due bambini, l'uno di fronte all'altro, che si servono per bere e per mangiare, in quelle sconosciute che servono la zuppa e nel gesto irriverente della bambina mentre guarda la madre/pittrice.
L'armonia dei colori, la colazione ricca, e gli sguardi dei due bambini apportano un effetto di tenerezza e un tono materno che rendono la Serebrjakova fra le più abili nella ritrattistica famigliare e simile alle atmosfere intime e dolci di Mary Cassatt.

"Sbiancando la Stoffa" è un'opera celebre in cui è riuscita ad unire la pittura monumentale alle tematiche popolari. È un omaggio alla terra, alla Russia, alla vita contadina e in particolare alle donne lavoratrici.
Contro una porzione di cielo velata da nuvole, si vedono quattro giovani donne impegnate nei campi a pulire le loro balle di stoffa. Le linee dei loro corpi sono morbide e toniche mentre l'orizzonte molto basso conferisce alle donne una figura imponente in cui il rito umile e ordinario delle contadine ne recupera un significato epico, avvalorato anche dalla profondità dei rossi, dei verdi e marroni.
Dipinto nel 1917, questo fu l'ultimo lavoro prima degli orrori della rivoluzione russa.

"Sbiancando la Stoffa"

"Castello di Carte"  (1919) è il lavoro più mesto della pittrice russa, la quale rappresenta, attraverso un gioco in cui sono coinvolti i suoi quattro figli, l'anno più orribile della sua vita.
Può un semplice gioco mostrare o simboleggiare un momento di inquieta,  profonda tragicità? Far trapelare una traccia della sofferenza che si sta vivendo?
Nel 1919, in piena rivoluzione, Zinaida Serebrjakova vide la sua amata tenuta di Neskuchnoye saccheggiata e data alle fiamme. Riparò a Kharkov (sempre in Ucraina),ma la famiglia subì mesi e mesi di indigenza economica e penuria di cibo,in uno stato di intensa prostrazione emotiva.

"Castello di Carte"

Così l'artista, su uno sfondo scuro, raffigura i suoi piccoli costruire con pazienza ed attenzione, un castello fatto di carte. È vero che il quadro non ha la stessa piacevolezza, lo stesso evidente benessere rivelato in "At the Breakfast", ma il senso tragico dell'opera, il segno evidente che qualcosa da quel 1914 è cambiato,è nella presenza di quegli oggetti sul tavolo.
Un libro e una bambola abbandonati, una piantina di fiori appassati, simbolo di un passato, di un benessere che non esiste più: i volti dei ragazzi sono presi dall'ansietà e dalla cura di non far crollare il loro fragile castello di carta, che in questo istante è la loro vita.

"Sulla Spiaggia" (1927) è un'altra delle opere di quest'artista che mi ha colpito e rimandato alla memoria, forse solo per la grandezza delle figure, ai personaggi ritratti da Tamara de Lempicka.

"Sulla Spiaggia"

Due figure femminili sono raffigurate,in primissimo piano, prendere il sole sugli scogli,in una bella giornata d'estate. La Serebrjakova ne disegna anche una porzione di mare, le cui onde si infrangono sotto di loro. La prima donna (molto probabilmente la figlia), dorme placidamente: ha una bretella del costume un poco spostata oltre la spalla,immagine più che di sensualità, di spontaneità ed arrendevolezza al piacere del momento. La seconda di spalle sembra guardare la vastità d'acqua davanti a lei.
Il passato, con le sue tragicità appare ormai un ricordo lontano.


"Terrazza a Collioure"

"Terrazza a Collioure" è di qualche anno dopo (1930) e con questo la pittrice ha raffigurato uno dei suoi tanti viaggi in giro per il mondo.
Collioure è un comune francese,il cui panorama fiabesco, si trova incastonato come un gioiello tra i Pirenei Orientali e la splendida baia del Mediterraneo.
Nella prima metà del XX secolo, Collioure fu un importante centro di attività culturali e soprattutto artistiche: qui si insediarono artisti come Matisse, Picasso, Braque, colpiti dalla natura e dalla bellezza del paesaggio circostante.
Zinaida Serebrjakova in questo dipinto ci mostra la casa dove, forse, era andata a soggiornare, mostrandocela da un punto angolato.
Un tavolo con una pianta sopra, una sedia a cui è appena una borsa, una giovane donna intenta in qualche lavoro e questa volta non il mare ma una rigogliosa vegetazione come sfondo, col sole caldo del Mediterraneo che inonda la terrazza di luce e d'estate.


¹ Penso che i prodotti qui raffigurati siano questi. Sono accette nel caso chiarificazioni o smentite.



M.P.



mercoledì 11 aprile 2018

"Easter Parade" di Richard Yates


"Né l'una né l'altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a pensarci si aveva sempre l'impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori."




La lettura di "Easter Parade" è stata la mia rivelazione in questi primi mesi del 2018. Ero uscita col pensiero di comprare un Malamud, poi, combattuta se prendere o meno un suo titolo dal prezzo un po' alto, sono stata consigliata verso Yates da quel talent-scout di libri che è mia sorella, spingendomi a provare questa sorta di "Ragione e Sentimento" dai risvolti però tetri.
E non poteva avere più ragione. È stata una lettura nuova, spiazzante ma che mi ha fatta trovare a mio agio e in affinità con la scrittura al tempo stesso, forse perché  non si può resistere al richiamo del suo stile così moderno e sfrondato.
Della vita di Richard Yates (1926-1992), della sua sfortunata infanzia, della sua vita disordinata tra alcool e irascibilità, della sua aspirazione ad essere uno degli scrittori più letti nella seconda metà del XX secolo, se ne può trovare molto, ma mai quanto nelle sue opere perché Yates si legge nei suoi romanzi.
Eppure questo autore che nella sua fama postuma, verso la fine del Novecento e i primi albori degli anni Duemila, aveva rinnovato l'immaginario letterario americano con un'alternanza straziante di sogni e disillusioni, disfatte avverate prima ancora delle premesse, in una prosa veloce ed asciutta, in vita si era immeritato il titolo di "il più grande scrittore sconosciuto d'America"; criticato e non molto amato se non per "Revolutionary Road" e "Easter Parade", offuscato dall'arrivo di una nuova, fresca ondata di generazione di scrittori.
"Easter Parade" pubblicato nel 1976, quindici anni dopo "Revolutionary Road", fu salutato all'epoca tra i migliori lavori, dove l'autore attraverso una lunga saga famigliare di due sorelle, descriveva la classe media che aveva percorso l'America tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del Novecento.


Le sorelle Sarah ed Emily Grimes di New York, figlie di genitori separati, un correttore di bozze e un'aspirante immobiliarista particolare quanto surreale chiamata da loro solamente col nome di Pookie, vivono l'infanzia tra traslochi, giochi, esperienze.
Sarah è bella, romantica e tradizionalista, mentre Emily riflessiva e indipendente; le due sorelle crescendo, mantengono un legame stretto e solidale e pur di diverse personalità, entrambe anelano all'amore, al successo, ad una vita diversa.
Nel 1941, una sontuosa sfilata pasquale segna inconsapevolmente per le Grimes gli ultimi giorni felici: Sarah sposa un vicino di casa somigliante in modo incredibile all'attore Laurence Oliver, Emily, studiosa, si dà alla carriera giornalistica. Ma il castello di sogni che hanno innalzato negli anni precedenti, si sgretola progressivamente. Sarah votata alla vita domestica, trova solamente violenza ed umiliazione, Emily (il personaggio dove si sposta gran parte del romanzo), dopo aver perso, senza ragione, la verginità, accumula continue relazioni sempre più degradanti.
Anche il loro rapporto si sfalda, determinando per quasi cinquant'anni incomunicabilità, incomprensioni, gelosie reciproche, fino ad arrivare, per ognuna di loro, ad una fatale fine.

Tra i fattori che mi hanno portato in sintonia con il nuovo autore, prima ancora delle vicende e delle tematiche affrontate, è stata innanzitutto la scrittura. Dialoghi secchi, prosa esile, una scorrevolezza il cui termine più appropriato sarebbe "ipnotica": non erano le pagine che velocemente voltavo ma la vita stessa che fuoriusciva dal libro. Essenziale, sincera, libera, forse la più bella in cui mi sono imbattuta dopo Fitzgerald ed Hemingway.
Yates sbatte in faccia al lettore la sua scrittura come il suo romanzo amaro, impietoso, avaro di sentimenti e speranze, biografico, incongruo a quel titolo rimandante ad un momento gioioso (se mai c'è stato) e comunque intangibile.
Da antiamericano Yates disprezzava la tendenza dei suoi connazionali per il lieto fine; nella sua visione l'inseguimento del sogno e della felicità è vano, lontano e indistinguibile e abbandonato quindi alla tragicità.
Sono presenti gli stessi pensieri cari a Fitzgerald, ma mentre quest'ultimo ci rende possibile almeno per un attimo vederlo, quasi sfiorarlo, adattandolo ad un testo poetico, per Richard Yates è solo un miraggio, in uno scritto senza romanticismi benché non priva di allegorie.

R. Yates

Si potrebbe, quindi, pensare ad un destino già prestabilito per le sorelle Grimes, ma per il mio piccolo parere, influisce nelle loro esistenze anche la volontà di ognuna che si spegne subito ad una piccolezza incontrata: come quando Sarah volendo scrivere un libro, lascia il suo intento nel momento in cui si accorge di dover effettuare qualche viaggio a proposito, o Emily che non sfrutta le sue doti per sfondare nel campo giornalistico perché si abbandona più ai sensi.
E in questi casi non c'è niente di meglio da fare che bere un drink, che non è poi tanto lontano da un nuovo guaio.
Così, in questo guazzabuglio di destino e libero arbitrio, lo scrittore americano vi mostra un'altra componente che pesa nei nostri eventi drammatici o meno: l'inspiegabilità della vita.

«Gioia, ne abbiamo parlato e riparlato centinaia di volte. È una di quelle vicende su cui non si potrà mai sapere con certezza la verità. La vita è piena di cose del genere.»

"Easter Parade" non è comunque unicamente un romanzo di fatti privati: velato nel suo interno c'è la storia sociale degli Stati Uniti d'America, lungo gran parte del Novecento, verso quella perdita dell'innocenza, quando il sogno di un posto al solo s'era ormai infranto ed era più difficile abdicare a qui valori di giovinezza, libertà, intraprendenza.
Forse sono troppo a digiuno di Richard Yates per comprendere alcuni meccanismi più profondi, ma questa prima lettura mi ha dato il motivo di continuare ancora.



M.P.




Libro:

"Easter Parade", R. Yates, Minimun Fax