venerdì 26 luglio 2019

Libri per l'estate e altre piccole considerazioni divaganti.


Immagine del "Guardian"

Così siamo arrivati ancora una volta agli scampoli di questo mese di luglio e come di consueto in questo periodo arriva il post conclusivo dei consigli letterari estivi, prima di una pausa del blog.
Buttare giù una lista di libri da leggere durante la bella stagione è diventato oggi obsoleto. Obsoleto come avere un blog, come scrivere più di quindici righe, prestare attenzione a ciò che si legge.
Il vecchio mondo della letteratura sembra stia andando in pensione, lasciando il passo a quello nascente che attraversa la fase evolutiva dei social, invero una involuzione che tende a celarne i suoi buchi neri e quelli del mercato dell'editoria.
Il suo baricentro si sta spostando tutto verso il culto delle immagini, dei seguaci, delle popolarità vane, del libro come oggetto di lusso e questi ultimi giorni di afa torrida rispecchiano quello che si sta vivendo sulla scena letteraria italiana, dal Premio Strega andato ad Antonio Scurati, al ritocco della legge Levi, alla bufera sorta in casa Fazi.
Che un romanzo storico vinca lo Strega non può essere certo una novità ma la vittoria di un romanzo dai tanti e gravi errori storici denota un'assenza di revisione e cura, un operazione raffazzonata e sommaria che è diventata ormai il modello per gran parte dell'editoria. Quello dell'editing è l'ambiente tra i più sofferenti nelle case editrici e si prova a sopperire a questo con l'attenzione alle copertine.
La nuova legge per la promozione della vendita del libro e il sostegno ai piccoli librai promossa dal Parlamento, arriva come un ulteriore colpo di grazia agli ultimi lettori forti rimasti in Italia. Il massimo dello sconto applicabile ad un testo che fino al 2011 era impartito al 15%, sembrerebbe stia passando solamente ad un misero 5%: un'azione che secondo lo Stato porterebbe un vertiginoso aumento di lettori, spodestando il nemico Amazon e trasferendo di conseguenza i clienti dalla rete alle librerie.
Quello che tuttavia ai miei occhi risulta è uno spregevole paradosso che al contrario di colmare le già tristi statistiche sul numero dei lettori, aggraverebbe ancora di più il suo stato, visto anche il continuo aumento del prezzo del libro.
La cura dovrebbe partire dalla piena e dura accettazione che in Italia non si legge più e l'antagonista di questa storia non è Amazon ma uno svilimento della nostra educazione e della nostra morale.
"L'affare Fazi"ha non poco infiammato questo penultimo fine settimana di luglio, tra discussioni e minacce di boicottaggio.
Ho sempre riconosciuto alla Fazi il coraggio di aver portato nel nostro paese (non certo sensibile alla lettura), opere stimabili come "Stoner" o la saga dei Cazalet (pur non condividendo la sua politica aziendale che non è peggiore delle altre case ma la sua ascesa ha portato quella rottura di cui ho scritto all'inizio) nondimeno una collaborazione tra una casa editrice e un politico (seppur come dicono guidata da disinteressata amicizia) ha più il sapore di un mero stratagemma per conquistare agganci proficui.
La stessa strumentalizzazione di quella brutta vicenda di Bibbiano (con indagini ancora in corso) non può che non essere l'indice di quella orribile tendenza odierna di fare i soldi attraverso le tragedie e le miserie umane, quando l'etica delle idee e del libero pensiero dovrebbero essere il caposaldo di una casa editrice.
Penso che il valore di un libro non si trovi in una bella trama avvincente o nella condivisa simpatia per un personaggio letterario. Non è per questo motivo che leggiamo.
Il valore e la bellezza si trova quando il nostro io viene scosso, quando tra l'opera e noi lettori si instaura una trasmissione di responsabilità: diventiamo noi a fine lettura i veri protagonisti.
Ecco, si potrebbe dire che leggiamo per essere migliori ma ancora non è così. Leggiamo per testimoniare ciò che abbiamo accolto dentro di noi.
E ora che ci sentiamo più soli dopo le recenti assenze di figure come Camilleri e De Crescenzo e sappiamo che di grandi poeti non esistono più, più forte deve crescere la testimonianza.
Per questo ho voluto riportare un elenco di libri che avessero a che fare con questo impegno e le responsabilità che dobbiamo al mondo circostante e che sono divenuti per me un modello a cui guardare sempre.

"Mandami tanta Vita" di Paolo di Paolo e "Sostiene Pereira" di Tabucchi sono due libri che ho amato molto, ambedue sono storie di un certo "risveglio", quello di volgere la propria coscienza all'importanza del momento storico, un accorato appello di conoscenza e libertà.
"La Sovrana Lettrice" di Bennett e "La Casa in Collina" di Pavese riflettono un po' più da vicino questo impegno civile dovuto alla collettività, lo scoprire il proprio lato umano denunciando la cosiddetta e temibile "immobilità di coscienza".
Opere come "Cristo si è fermato a Eboli" di Levi e "I Fratelli Ashkenazi" di Joshua Singer sono dei viaggi storici dove la memoria e il passato sono tesori da preservare, civiltà da proteggere, dove l'amore e l'identificazione sono il valore più importante da passare alle future generazioni.
Pur ambientati in epoche diversissime "Il Cielo Diviso" della Wolf e "Le Memorie di Adriano" della Yourcenar entrambi riflettono su un mondo lacerato tra miseria e bellezza dove i protagonisti si fanno portavoce di nuovi ideali, di scelte controcorrente, della libertà che può dare una vita piena.


Il blog per ora si ferma qui ma sulla pagina Facebook continua, come da programma ormai, con la rubrica "Appuntario Estate" con alcuni articoli scelti durante l'anno.



Buone vacanze a tutti!




M.P.

venerdì 19 luglio 2019

"La Signora Dalloway" di Virginia Woolf


La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei. 
Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati tra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina - fresca come se fosse stata appena creata per dei bambini su una spiaggia.

@Appuntario

I primi giorni di luglio hanno chiuso Roma in una bolla di calore tanto opprimente che anche il solo rimanere immobili rendeva impossibile vivere il quotidiano.
Leggere Virginia Woolf in questo periodo poteva sembrare non certo una buona idea, il dover prestare attenzione ad una narrazione ostica e poco sciolta ma avendo un poco di tempo libero in più e spronata dai consigli di mia sorella, ho superato lo scoglio Woolf e il caldo.
La lettura dei suoi Racconti mi ha notevolmente aiutata ad addentrarmi nel suo pensiero, che pure in certi passaggi si arrampicava in inspiegabili messaggi ma comunque intessuti di finezza e sensibilità narrative.
Virginia Woolf (1882-1941) è stata la figura più rilevante del primo Novecento:  colei che ha soverchiato il classico romanzo inglese muovendo i suoi personaggi non solo attraverso l'azione ma scavando nella loro coscienza e nello spirito, mescolando la vita ai sogni, gli impulsi alla mente, le mancanze alle presenze, colei che raccolto in poche pagine le più fiorenti scrittrici della letteratura, convinta sostenitrice del genio assoluto delle donne.
Un po' snob, un intellettuale, femminista ma non troppo nel privato, donna dalla mente aperta e a volte aspramente critica; tuttavia tanto dobbiamo a questa figura, antesignana ed esploratrice di un nuovo modo di percepire gli influssi esterni e psichici sull'io, il rapporto tra l'individuo e la collettività, servendosi della tecnica stilistica del flusso di coscienza come liberazione da quel mondo ormai disilluso che aveva ancora ampia fede nella realtà oggettiva dell'epoca vittoriana.
"La Signora Dalloway" è considerato il romanzo emblema della sua scrittura. Pubblicato nel 1925 ruota attorno a Clarissa Dalloway (personaggio che appare ben cinque volte nel corpus delle sue opere) una bella donna matura dell'alta società inglese, che durante l'organizzazione di una festa serale nella sua dimora, ha il modo di riesaminare il suo passato, il presente, le sue relazioni, attraverso gli eventi svolti in un singolo giorno.


La scena si apre in una Londra del 1923, cinque anni dopo la fine della Grande Guerra, un mercoledì di giugno. Clarissa Dalloway, moglie di un politico conservatore, sta organizzando una festa in cui ha invitato per l'occasione tutta la migliore società della città: aristocratici, intellettuali, dottori.
Di prima mattina esce per comperare dei fiori e nel traffico caotico di Londra si sofferma a pensare alla rinascita di questo mondo dopo le brutture della guerra, al ritorno dall'India dell'amico ed ex pretendente Peter Walsh (uomo che in gioventù ha rifiutato per sposare il più pragmatico Dalloway), e alla sua spensierata infanzia passata a Bourton insieme alla stramba amica Sally Seton.
Durante il tragitto Clarissa incontra conoscenti e amici che poi figureranno alla sua festa ma viene soprattutto colpita dal profilo di un giovane uomo, Septimus Warren Smith, reduce pluripremiato ma malato di gravi disturbi mentali arrecati dalla guerra e dalla perdita del suo migliore amico.
La narrazione si sposta di seguito in questi ed altri personaggi, entrando e uscendo nelle loro vite complicate e affannate da subbugli interiori.
In serata, alla festa che si rivela fin dall'inizio un successo onorata poi dalla presenza del Primo Ministro, Clarissa apprende la notizia della morte di un uomo, suicidatosi prima di essere richiuso in una clinica. La donna ne rimane inconsapevolmente sconvolta; si apparta davanti ad una finestra e accoglie le numerose similitudini che intercorrono tra lei e l'uomo, accetta e ammira il suo gesto d'amore dove tanti invece si costringono a vivere.
Dopo il lungo monologo Clarissa ritorna alla sua festa come una luce appare nel buio.

"La Signora Dalloway" è un'opera che poggia il suo racconto su le tante sfaccettature, sfumature, simbolismi, entità più o meno reali del mondo esterno ed interiore collegato al pensiero e all'inconscio.
Il mondo esterno è rappresentato da una Londra giovane e dinamica, descritta dalla Woolf seguendo quasi una mappa storico-urbana, lontana dagli anni della guerra eppure i cui tristi effetti gravano ancora, come nel personaggio di Septimus affetto da traumi psichici post bellici, simbolo del diverso, un moto oscillante di una parte che non riesce ad reintegrarsi in un ambiente basato sulla linearità e la proporzione, come se niente avesse interrotto il suo andamento.
Septimus sottraendosi alla vita afferma il suo non conformismo, la sua "unicità" contro quei valori che la scrittrice mostra negli alti come nei bassi strati sociali, le ottusità, i pregiudizi, gli egoismi.
Nel mondo interno la civiltà arriva a cozzare con la natura, il sentimento umano, propensa a rivolgere il suo sguardo solo nei meccanismi che regolano i doveri e la morale dell'uomo mai ad osservare gli alberi, i fiori, le paure, le percezioni, le parole non dette, le emozioni nascoste.
La realtà si confonde con il mondo irreale (l'inconscio), il tempo reale viene disorientato dal tempo psicologico che tuttavia passano inesorabilmente sotto le ore scandite del Big Ben.
Eppure c'è una circostanza in cui tutte queste componenti si ricongiungono in un solo momento, che rappresenta la rivelazione di Clarissa.
Clarissa Dalloway è il punto focale del romanzo; il lettore ne segue i giudizi dati da gli altri, come di una donna fredda e distaccata ma soltanto attraverso il suo pensiero ne scopriamo la dolcezza. Peter Walsh l'ama ma non riesce a comprendere la sua vena mondana che definisce superficiale, anche Dalloway le è devoto ma pensa alle sue azioni come capricci da bimba, Clarissa invece è un dono: aprendo le porte della sua casa fa dono di se stessa, della sua vita per altri.

<<Un'offerta per amore dell'offerta, forse. Comunque lei aveva del talento. Non aveva nient'altro: non sapeva pensare, né scrivere, neppure suonare il piano. Confondeva i turchi con gli armeni. Amava il successo. Odiava le scomodità. Voleva piacere. [...] E comunque, che un giorno seguisse l'altro, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato: che ci si svegliasse al mattino per vedere il sole, passeggiare nel parco, e incontrare Hugh Whitbread, e poi d'improvviso ecco che arriva Peter, e poi le rose - tanto bastava. Dopo di ciò, era incredibile che ci fosse la morte! - che dovesse finire; che nessuno al mondo dovesse sapere quanto lei avesse amato ogni cosa; quanto ogni momento...>>

Tra Clarissa e Septimus esiste un parallelismo: anche questa ha trascorso un periodo spiacevole (la Woolf non dice esattamente la causa ma si può ben intuire), sentono entrambi gli stessi turbamenti e gioie pur non conoscendosi mai, sono due facce della stessa medaglia, laddove Septimus personifica la morte e l'accettazione di questa, Clarissa ne identifica la vita, due entità fondamentalmente complementari.
La rivelazione avviene durante il culmine della festa (l'apice del romanzo), quando la signora Dalloway riceve la Morte in casa, e guardando fuori alla finestra il lento andirivieni di una vecchia vicina, abbraccia il misterioso significato dell'esistenza umana.
Clarissa/la vita ritorna ancora una volta in scena, la morte è passata.

<<Vengo, disse Peter, ma rimase seduto un altro momento. Che cos'è questo terrore? che cos'è quest'estasi? pensò tra di sé. Che cos'è che mi riempie di una tale straordinaria emozione?
È Clarissa, disse.
Perché, eccola, era lì>>.


Ho trovato nel testo di Virginia Woolf molte affinità con il racconto più celebrato di Katherine Mansfield"La Festa in Giardino" (1922), le stesse tematiche, la stessa sensibilità e lo stesso sentire, esposto in maniera più ampia e ricca nella Woolf, più concentrata e disincantata nella Mansfield.
Fra le due eterne rivali, forse le figure più belle del primo Novecento, il mio affetto si sposta maggiormente nella seconda, nondimeno leggere la Woolf è stata per me una conquista e un arricchimento personale che può essere guadagnato, come mi ha spiegato mia sorella estimatrice della scrittrice inglese, con un totale abbandono alla sua narrazione, senza preoccuparsi di afferrare ogni concetto ma il meglio della sua espressione. Anche una buona traduzione è stata importante e per questo consiglio quella della Feltrinelli, tradotta e curata da Nadia Fusini.




M.P.






Libro:

"La Signora Dalloway", V. Woolf, Feltrinelli.



giovedì 11 luglio 2019

Berthe Morisot, una retrospettiva al Museo d'Orsay


In questi giorni a Parigi si fa un gran parlare, oltre del caldo eccezionale, di una mostra particolare che sta riscuotendo un ampio apprezzamento da parte del pubblico e della critica e la cui curiosità si sta facendo viva anche oltre i confini francesi. Allo storico museo d'Orsay si sta svolgendo una rara e preziosa retrospettiva sulla più conosciuta pittrice del gruppo degli Impressionisti: Berthe Morisot (1841-1895).


"Autoritratto" (1885)


Non so se sia la prima su questa talentuosa artista ma certamente è la più vasta, visto che arriva a comprendere ben settantacinque opere, di cui trentadue appartengono a collezioni private.
Fino al ventidue settembre (per chi avesse già in mano un biglietto per Parigi consiglio di visitarla) questa mostra promuove e rende il giusto omaggio ad una pittrice professionista, fondatrice non meno dei suoi colleghi uomini dell'Impressionismo, narratrice attraverso le tele della vita moderna, dei giardini, la moda, l'ambiente domestico, dell'effimero e dell'impressione fugace.
Diversamente dalle sorelle che si bloccarono nei ruoli di mogli e madri, la Morisot andò oltre, ritagliandosi un'indipendenza e una libertà nel privato come nell'arte.
E se dopo la sua morte la sua figura è andata adombrandosi, nuovi capitoli si stanno riscrivendo.



"Veduta del piccolo porto a Lorient" è stata una delle realizzazioni più amate della pittrice francese, a partire da quel che fu il suo primo beneficiario, Édouard Manet, dopo la presentazione tra i due che avvenne nel 1868 da parte di Fantin-Latour.
Il dipinto realizzato nel 1869 ritrae la piccola città portuale della Bretagna, immersa nella piena stagione estiva.
Nel corso dell'Ottocento i francesi avevano cominciato a recarsi in vacanza nelle località marine, soprattutto Bretagna e Normandia. Il paesaggio era una consuetudine sociale, dove poter stringere importanti amicizie e legami sentimentali proficui, e per sfoggiare le ultime mode, con gentiluomini e signore vestiti di tutto punto con i parasoli: essi rappresentavano la versione borghese delle scampagnate estive della classe operaia in riva al fiume.
Anche Berthe Morisot approdava a Lorient in quell'estate con in braccio una pila di libri di Manet, tele e colori, per far compagnia all'amata sorella Edma, da poco sposata con un ufficiale di marina, e di cui quest'ultima è il soggetto all'estrema destra.

"Veduta del piccolo porto a Lorient" (1869)

Il quadro è un capolavoro di chiaro-scuro, luminosità e maestria; a destra la figura aggraziata di Edma è in piena luce, seduta sul parapetto, vestita con un elegante abito bianco, con in mano il parasole, assorta nell'immagine del suo viso riflesso nell'acqua. Lo stesso cielo con le nuvole si specchiano nel mare dove sono presenti le barche ormeggiate e le banchine costruite giusto un anno prima. Poco più in là si intravedono case, una torre, persone immerse in questo scorcio vaporoso in cui la natura, Edma e la città portuale sembrano comunicare su uno stesso ritmo.
Il 1869 che doveva segnare in Francia l'apertura del canale di Suez, la pubblicazione dell' "Educazione Sentimentale" di Flaubert, Berthe raffigurava gli ultimi momenti del Secondo Impero, prima del suo definitivo collasso.

Il 1873 rappresentò per Berthe Morisot un anno fondamentale, sia dal punto di vista professionale che privato. Dopo la guerra franco-prussiana che comportò la fine del Secondo Impero, la Germania si ritirava piano piano dalla Francia, l'ex imperatore Napoleone III moriva esule in Inghilterra. A Parigi si ricominciava a vivere di nuovo entrando in quell'epoca di euforia e leggerezza della Belle Èpoque.
In questo clima di novità e vivacità, mademoiselle Morisot entrò a far parte di quel gruppo di artisti (in seguito denominati "Impressionisti") partecipi della neonata "Société Anonyme des Artistes, Peintres, Sculpteures, Graveurs" (Degas, Cézanne, Bracquemond, Monet, Pissarro...) mentre il suo intimo fu allietato dalla nascita della seconda figlia dell'amata sorella, evento celebrato nel capolavoro "La Culla".
Dello stesso anno "La Lettura (L'Ombrello Verde)" fu composto molto probabilmente in quell'estate nei pressi di Maurecourt, nella regione dell' Île-de-France. Il soggetto è sempre la sorella Edma immersa questa volta in aperta campagna, con il suo elegante abito bianco a fiorellini, la testa china su un libro nell'atto di sfogliarlo.

"La Lettura (L'Ombrello Verde)" (1873)

Il viso di Edma non è ritratto con la stessa bellezza e sensualità che caratterizzavano le figure femminili di Renoir né con quelle sembianze accattivanti e sfrontate di Manet: come nella "Donna davanti alla Toilette" (1875-1880) non esiste qui curiosità o malizia. La sorella è raffigurata in una solitaria, intima lettura, lontana da occhi indiscreti; esiste solo lei e il mondo circostante, dietro è presente l'ombrello verde del titolo, singolarmente aperto e abbandonato come il ventaglio.
Il dipinto realizzato con le consuete pennellate veloci emerge con freschezza e vivacità e rappresentò una delle quattro opere portate dalla pittrice alla prima mostra del gruppo l'anno seguente.

"In Inghilterra (E. Manet sull'Isola di Wight)" (1875)

Nel 1874 Berthe Morisot, dopo aver partecipato alla prima mostra del gruppo, convolò a nozze con il fratello minore di Manet, Eugène.
Rispetto a molte donne dell'epoca, Berthe proseguì a dipingere anche da sposata, continuando a firmare con il suo nome da nubile: poté ritenersi fortunata perché non conobbe mai l'urgenza del denaro e perché trovò nel marito un compagno accondiscendente.
L'estate del 1875 partì con Eugène alla volta dell'Inghilterra dove credeva di poter farsi conoscere all'interno del panorama artistico. Nell'anno in cui viene proclamata la Costituzione della Terza Repubblica, l'anglofilia era la nuova moda del momento e il suolo inglese una terra promessa, un posto dove si vendeva bene l'arte, come aveva fatto il pittore francese Jacques Tissot divenuto molto ricco a Londra.
A luglio muniti di lettere di presentazioni e idee romantiche, arrivarono a Cowes, sulla ventosa isola di Wight frequentata allora dall'alta società inglese, un mondo prettamente elitario di signori e dame impreziositi di tutta la loro vistosa eleganza, impegnati tra fastosi banchetti, regate, passeggiate sul molo e bagni.
Berthe trascorse la maggior parte del tempo a dipingere e proprio nel salone del Globe Cottage, dove presero l'alloggio, ritrasse il marito.
Nell'opera "In Inghilterra (Eugène Manet sull'isola di Wight)" Eugène con un cappello di paglia e vestito in modo elegante è appoggiato ad una sedia decorata intento a guardare fuori dalla finestra il porto di Cowes.
Sul davanzale sono presenti dei vasi di fiori che si confondono con il piccolo giardino di fronte alla residenza; davanti alla recinzione si intravedono le figure femminili di una donna e una bambina che passeggiano sulla banchina mentre le barche sono ormeggiate al porto.
La particolarità di questo intimo dipinto è raffigurata dalla luminosità, dalla scelta di colori vivacemente armonici e dalla inusuale trasparenza delle vaporose tende: è un guardare dentro e anche fuori e l'occhio dello spettatore si sposta fra questi diversi campi visivi.
I coniugi Manet ritornarono a Parigi delusi dal posto e dal non essere riusciti a concludere alcun affare.
Tuttavia questo quadro mostra già una professionalità più avanzata, un'arte più ricca e personale ed è stato scelto oggi come il dipinto simbolo della mostra.

In "Lago Bois de Boulogne (Giorno d'Estate)" del 1879 la scena raffigurata questa volta si sposta a Parigi nel celebre parco del Bois de Boulogne, dove i francesi amavano fermarsi e trovare riparo dal caldo estivo.
In questi ultimi anni dell'Ottocento, in una Francia fomentata dalle grandi riforme repubblicane, dove Charpentier fondava la rivista d'arte "La Vie Moderne",Berthe Morisot provava le prime gioie da madre dopo aver partorito l'anno precedente il suo unico figlio, una bimba, Julie.
Anche lei trascorreva le giornate passeggiando nel parco insieme alla figlia con tata al seguito e le capitò anche di dipingere, prendendo due modelle per la realizzazione dell'opera.
Due donne, vestite secondo l'ultima moda, sono riprese durante un loro giro in barca sul lago del parco: la prima guarda verso lo spettatore mentre la seconda volge il suo sguardo verso due paperelle che nuotano nella placidità delle acque.
Se il tema ha poco da dire, lo stile, le pennellate che si fanno ancora più veloci, la luminosità e il blu ceruleo della giacca della seconda donna e del fiocco sul cappello della prima richiamano fortemente l'attenzione.
Il lago e il paesaggio circostante si riflettono vicendevolmente; anche l'angolo ripreso dalla pittrice ha molto di originale rispetto alle opere simili dei suoi colleghi mentre i contorni di ogni singola figura sono meno delineati ma efficaci nel rendere la scena come un momento, un impressione fugace e dare moviemento. Fu portato in seguito alla quinta mostra del gruppo.

"Lago Bois de Boulogne (Giorno d'Estate)" (1879)

Bougival era un grande e folcloristico villaggio della regione dell'Île-de-France a diciassette chilometri di distanza dalla capitale, che visse verso la fine del XIX la sua epoca d'oro. Adorato da molti pittori e in particolare dai pittori impressionisti, Bougival attirava francesi e stranieri per la sua verdeggiante natura accompagnata dalla Senna, che rinfocolava l'amore per la campagna (e delle scampagnate raccontate in quell'anno da Maupassant), nei mesi estivi. Qui aveva soggiornato per qualche tempo Dumas figlio in compagnia della bella Marie Duplessis, la "signora delle camelie".
Berthe Morisot aveva una  casa di campagna a Bougival, con un ampio giardino pieno di fiori, dove visse e lavorò tra il 1881 e il 1884.


"E.Manet e sua figlia nei giardini di B." (1881)
 "Eugène Manet e sua figlia nei giardini di Bougival", realizzato nel 1881, rappresenta una scena privata ambientata proprio nel suo giardino, in cui i protagonisti sono Eugène e la piccola Julie.
Il marito seduto su di una panchina, guarda attentamente Julie, di appena tre anni, che gioca con delle costruzione sopra le ginocchia del padre; alle loro spalle si intravede un grande roseto.
I toni chiari e iridescenti rivelano una felicità domestica che non ha nulla comunque di consueto. I giardini, motivo amato dalla Morisot, rappresentavano un luogo di libertà ed indipendenza dove la donna poteva liberamente esprimersi e qui anche la tradizione sembrava ribaltata: non era più il celebre pittore a presentare la sua gioiosa famiglia ma una pittrice indipendente.


<<Non penso che ci sia mai stato un uomo che ha trattato una donna come sua pari - so di valere quanto loro>>. 1890 Berthe Morisot


Gli ultimi anni che vanno dalla fine dell'Ottocento ai primi del Novecento furono un periodo di scissioni all'interno del gruppo degli Impressionisti: ognuno prese una propria strada o continuò verso un nuovo stile e nel frattempo insieme avevano ormai dato il largo a nuove forme, nuove avanguardie.
Anche sul piano storico la Francia attraversava un periodo di scossoni, dalla parabola del ministro Georges Boulanger, all'esposizione Universale del 1889, allo scandalo di Panama del 1893 (l'anno dopo scoppierà quello dell'"affare Dreyfus" ).

"Ragazza in un Parco" (1888-1893)
 La Morisot, ormai donna adulta, lavorò a più riprese ad un ritratto (uno degli ultimi) che iniziò nel 1888 per concluderlo nel 1893 e in questo lungo intervallo si ritrovò privata della figura del marito, morto nel 1892.
"Ragazza in un Parco" mostra una giovane affascinante donna seduta su una panchina, in primo piano ma decentrata verso destra.
Ha un grande cappello di paglia e i suoi lunghi capelli rossicci le scendono morbidi sul petto. Ha un vago sorriso di soddisfazione disegnato sulle labbra.
Dietro si apre un rigoglioso giardino, di piante e fiori dai colori che si armonizzano con la figura femminile, creando attraverso le linee morbide del disegno e la luce un'atmosfera vivace, dove la giovane diventa parte integrante della natura; un felice connubio, questa volta molto più profondo, tra la natura e il ritratto.
Nel gennaio del 1895 Julie si ammalò di una brutta influenza, Berthe, la cui salute era già peggiorata dopo la morte del marito, curando la figlia venne contagiata, morendo un mese dopo.
Renoir quando seppe della sua morte lasciò cadere i suoi pennelli e corse a Parigi, e venne a conoscenza che le era stata affidata la giovane insieme a Mallarmè.




M.P.







Fonti:

"Impressionisti. Biografia di un Gruppo", Sue Roe, Economica Laterza





giovedì 4 luglio 2019

"Il Cavaliere della Rosa" di Hugo von Hofmannsthal, preannuncio del tramonto asburgico


Marescialla:

<<[...] Esso è una cosa strana, il tempo.
Quando così si vive, non è niente,
ma poi, d'improvviso, non senti che lui.
Esso ci sta dintorno, ed anche ci sta dentro>>.


Ottaviano nell'illustrazione di Ertè

La "finis Austriae", quello struggente sentimento nostalgico per il crollo del grande impero Asburgico, ha abbracciato, oltre a quello prettamente geografico, storico, politico e sociale, i vari contesti artistici e letterari.
Quel sentire, misto tra rimpianto e biasimo, produsse soprattutto nella prosa punte d'eccellenza che si trovano nei grandi autori come Arthur Schnitzler (1862-1931), Stefan Zweig (1881-1942), Ernst Lothar (1890-1974), Joseph Roth (1894-1939), Sándor Márai (1900-1989).
Una prosa possente che ha un poco adombrato il notevole apporto dato dalla produzione letteraria in versi e nel particolare, dalla figura del poeta e drammaturgo austriaco Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), testimone irripetibile della conclusione di questa civiltà.
Hugo von Hofmannsthal nacque a Vienna, cuore dell'Impero, figlio unico di una agiata famiglia ebraica. Fra tutti i poeti viennesi fu quello che raggiunse il massimo prestigio, conseguendo fama europea, fino col divenire rappresentante emblematico di una cultura cosmopolita. Enfant prodige, cominciò a scrivere le prime poesie a diciassette anni, improntando il suo stile sul simbolismo, il vocabolo prezioso, la bellezza delle parole, innalzando la letteratura viennese al rango di tutte le altre e assimilando la cultura ebrea a quella della capitale dell'Impero. Fu un fenomeno unico e senza eguali della cosiddetta "Jung Wien", giovane gruppo modernista in ascesa.
Zweig (grande estimatore del poeta) nel suo magnifico "Il Mondo di Ieri. Ricordi di un Europeo" ne fece un pregevole ritratto:

<<L'apparizione del giovane Hofmannsthal è e rimane memorabile come uno dei più grandi miracoli di precoce compiutezza artistica; nella letteratura mondiale, oltre Keats e Rimbaud, non conosco altro esempio di una simile infallibilità nel controllo della lingua, né una eguale ampiezza di slancio ideale, né una tale compenetrazione di sostanza poetica fin nella riga più fortuita come in questo genio straordinario [...]. Ma ancor più stupefacente di quella maestria della forma, unica e da allora mai più raggiunta da nessuno della lingua tedesca, era la conoscenza del mondo, che in un ragazzino che passava ancora la giornata seduto sui banchi di scuola non poteva che scaturire da un'intuizione magica>>.

"Il Cavaliere della Rosa" (Der Rosenkavalier) è considerata una delle sue opere più celebri e apprezzate, e ancora oggi rappresentata. Commedia per musica in tre atti, è un'operetta lirica scritta tra il 1909 e il 1910, messa in scena per la prima volta alla Königliches Opernhaus di Dresda il ventisei gennaio 1911.
Questa segnò anche l'inizio di quella riuscita collaborazione con il compositore tedesco Richard Strauss (1864-1949): l'unione creativa tra queste due menti accompagnerà, fino alla morte di Hofmannsthal, l'intero mondo viennese, raggiungendo in breve termine l'apogeo.
Ambientata a Vienna nel 1740, durante il regno dell'imperatrice Maria Teresa, essa simboleggia i fasti e anche le prime crepe della monarchia danubiana.


La Marescialla, Marie Thérèse principessa di Werdenberg, in assenza del marito, intrattiene una relazione con un giovane aitante conte, Ottaviano di Rofrano.
Dopo uno dei loro incontri d'amore, sopraggiunge all'improvviso il barone Bove di Lerchenau, cugino della Marescialla, uomo volgare e cùpido. Ottaviano per sfuggire allo scandalo si traveste da cameriera ma con il suo viso gentile cattura subito il barone che lo crede veramente una fanciulla.
Tra i pressanti approcci recati ad Ottaviano, il barone Bove comunica alla cugina del suo imminente sposalizio con la bella Sofia, figlia di un ricco borghese fresco di nobiltà, pregandola di trovagli un possibile sostituto, a lui troppo vergognoso per la sua grossa mole, che possa portare il consueto dono di fidanzamento alla futura moglie: la rosa d'argento.
La Marescialla incarica del compito l'amato Ottaviano, pur turbata da gelosie e paure, vista la dichiarata bellezza di Sofia.
Alla fine sarà proprio lei a sbrogliare la vicenda gravata di inganni, travestimenti e vendette e imporre un ipotizzabile lieto fine.

Sofia nell'illustrazione di Erté

L'opera si concentra in una trama esuberante, circondata dalla cornice opulenta della aristocrazia e ricca di lazzi, equivoci e battute argute, eppure tutta questa vena comica cede, varie volte e nel finale, il passo ad un senso di inquietudine e riflessione, che gli spettatori dell'epoca rivedevano in quella stagnazione politica (con i conseguenti problemi sociali) del regno di Francesco Giuseppe.
Questo grande coacervo di tradizioni, religioni, popoli diversissimi tra loro, che si estendeva dalla parte occidentale (la Cislethania) a la parte orientale (la Transleithania), in quegli anni antecedenti alla Grande Guerra, già risentiva dei contrasti tra le varie nazionalità.
In chiave metaforica viene raccontato il passaggio dalla vecchia aristocrazia (la Marescialla) all'unione tra la nuova e la borghesia nobilitata (Ottaviano e Sofia, quindi l'età presente) il tessuto sociale dell'Impero Asburgico. Il personaggio della Marescialla è un mondo in via di estinzione, un tempo che ha finito di rintoccare le ore: quando in un appassionato dialogo con il conte, questa rivela di fermare ogni notte tutti gli orologi della sua dimora, non si rivolge, per paura, solo alla fine della loro relazione ma anche al suo mondo. Nonostante tutto è l'unica a capire l'inevitabilità del cambiamento e silenziosamente accettarlo.
All'interno "Il Cavaliere della Rosa" affonda le sue tematiche anche nell'ipocrisia sociale (pur nella sua volgarità il Bove non è una figura peggiore di Ottaviano, diviso tra l'amore di due donne) e in quei contesti fondamentali che sono l'ambiente e le passioni.
Con un matrimonio l'opera si chiude felicemente, tuttavia il fazzoletto che la bella Sofia perde nella scena finale e che viene di nascosto portato via da un Negretto, avvisa che anche questo periodo insorgente può essere spazzato via per sempre.

 <<Il resto è tutto un sogno, un niente [...]>>


M.P.







Libro:

"Il Cavaliere della Rosa", H. von Hofmannsthal, Adelphi



venerdì 21 giugno 2019

"Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi


Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell'inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.

Carlo Levi

Ci sono libri che oggi vengono dimenticati: pur nella loro drammaticità, finezza stilistica, nell'importanza del loro intrinseco significato, vengono dimenticati; sopraggiungono, già condannati, sugli alti ripiani di bui sgabuzzini e di cui il ricordo scompare.
Poi ci sono libri che pur riuscendo a superare quella cortina nera dell'oblio, irrorati da tutti i sacri crismi dovuti ad un capolavoro, rimangono, un poco ammaccati, detentori di titoli altisonanti, citazioni e ammirazioni che si perdono però nel vuoto e quindi di rado letti veramente, compresi ed amati. Questa è la sorte di tutte quelle opere che a causa della loro invadente celebrità sono confinate nell'epoca in cui sono state scritte, poiché si ritengono i contenuti superati o così risaputi che in tempi moderni non hanno più nulla da dire.
Leggendo "Cristo si è fermato a Eboli" ho scoperto il surreale squilibrio che persiste tra un'opera considerata tra le più belle della letteratura e il suo testo tenuto di poco conto, non abbastanza ascoltato, lasciato cadere nell'indifferenza del progresso.
Nella premessa della mia edizione del 1968 della Mondadori (quando ancora i libri contenevano prefazioni e cenni biografici e stilistici), sono rimasta compiaciuta del fatto che si ritenesse, con ragione, "Cristo si è fermato a Eboli" "un libro del futuro", simbolo di "una guerra civile che continua ancora" e perciò correlato al nostro oggi e forse anche domani.
Il suo autore Carlo Levi (1902-1975) ha rappresentato lungo il Novecento  l'intellettuale a tutto tondo: piemontese, di un'agiata famiglia ebraica, antifascista convinto, confinato durante la guerra in Africa, arrestato durante la Seconda Guerra Mondiale e poi medico, scrittore, pittore stimato, amico di quel gruppo di cui facevano parte Pavese, Pasolini, Calvino, Guttuso, Savinio, il mondo intellettuale e mondano degli anni Cinquanta e, infine, politico come senatore della Repubblica.
Il libro per cui si affermò a livello internazionale è certamente "Cristo si è fermato a Eboli" scritto a Firenze tra il dicembre del 1943 e luglio del 1944, nel momento drammatico dell'occupazione nazista e pubblicato presso l'Einaudi nel settembre del 1945 per collana "Saggi".
L'autore stesso scrisse nella sua prima prefazione: <<il libro tuttavia non è un diario: fu scritto molti anni dopo l'esperienza diretta da cui trasse origine, quando le impressioni reali non avevano più la prosastica urgenza del documento>>.  Il testo è più un'opera memorialistica rimandante all'anno del suo confino nel 1935, quando nel pieno del fascismo, sospettato di attività sediziose, venne portato a Grassano,(in Basilicata), e trasferito poi nel piccolo paese di Aliano. Ma andando oltre le vicende autobiografiche, "Cristo si è fermato a Eboli" ha rappresentato il grande affresco, politico, geografico, storico e sociale, di quella terra desolata e disprezzata che era la Lucania; la sua condizione di estrema povertà, arretratezza culturale, lo stato insalubre dei contadini del Mezzogiorno, tagliati fuori dalla storia, dalla ragione, dalla religione e dallo Stato, l'eterna "questione meridionale": Carlo Levi svelava al mondo tutto questo ma insieme quegli usi e costumi, linguaggi e tradizioni tra veridicità e mito che sono l'altra faccia della stessa medaglia che è la nostra esistenza.


Il titolo riprende l'antico adagio dei contadini lucani, ripetuto per descrivere l'alienazione del proprio ambiente dal resto d'Italia: uno spazio atemporale, scosceso e arido, dove le leggi spirituali e temporali non hanno visto la luce, dove tutto è governato dalla natura, dagli istinti, dalle cose e dal soprannaturale, dove gli anni passano ma non scorrono, come i pensieri e le vite.
L'opera si apre al momento della campagna d'Africa, quando Carlo Levi viene trasferito dal comune di Grassano a Gagliano (pronuncia in dialetto di Aliano), paese posto sopra un burrone tufaceo, circondato nient'altro che da <<precipizi di argilla bianca su cui le case stavano come librate nell'aria>>.
Qui arriva, accolto benevolmente dalla popolazione locale e travolto dalla scoperta di una seconda Italia, una seconda civiltà distante millenni e addormentata in un ozio borbonico, aggravata di eterna rassegnazione, passività e ribellione soffocata. La piccola comunità è suddivisa fra autorità, gentiluomini e contadini, tutti bloccati da vendette e odi secolari, che si tramandano dalla notte dei tempi, come il culto della morte, da onorare, la chiesa che ad ogni funzione suona sempre a lutto; uomini che da mattina a sera vanno nei campi a seminare inutilmente grano sui sassi, donne dai volti gialli e occhi profondi, coperte da grandi veli neri, bambini denutriti e scalzi corrono lungo le vie, analfabeti e non battezzati, colpiti dalla miseria, dalla malaria, e da un domani che tarda ad arrivare.

<< - Niente, - come dicono a Gagliano. - Che cosa hai mangiato? - Niente. - Che cosa speri? - Niente. - Che cosa si può fare? - Niente. - La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L'altra parola, che ritorna sempre nei discorsi è crai, il cras latino, domani. Tutto quello che si aspetta, che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato, è crai. Ma crai significa mai>>.

Una società atavicamente matriarcale, abitata da vivi e morti, da streghe con i loro filtri d'amore e incantesimi per far ritornare l'amato, da spiriti dispettosi, lupi mannari e mamme mucche.
Eppure accanto a tanta ingenuità, arretratezza e impulsi pagani, Levi mostra quanto tanto rimaneva di quei valori umani fondamentali, l'ospitalità, la compassione, l'innocenza, che in quella terra lontana ancora perduravano.

"Cristo si è fermato a Eboli" è un libro che mi ha tenuta avvinghiata alla lettura, ma anche nei momenti di non lettura è stato un testo che portavo sempre con me: tanto mi ha dato intellettualmente e umanamente e la cui intensità e autenticità sono difficili da ricusare poiché si offrono al lettore come un dono.
"Cristo si è fermato a Eboli" è un viaggio alle origini della nostra civiltà, un viaggio che si abbandona commuovente al romanzo, alla poesia, alla storia e al presente.
Questo mondo tristemente covato sotto il peso dell'ingiustizia sociale e dell'indifferenza politica, abusato prima dal regno borbonico, dal papato e infine da un'Unità che lì non è mai arrivata, che non ha posto ancora il suo messaggio di salvezza.

"Aliano sul burrone" (1935), C. Levi

Già dalla premessa Levi apre con una esplicita condanna allo Stato, dichiarato vero fondamentale ostacolo per la risoluzione del problema del Mezzogiorno e progressivamente si sviluppa nella ricerca delle sue possibili cause, che si inoltrano nell'infido pregiudizio di una certa inferiorità di razza e di un peso morto per l'Italia del nord o nel continuo scontro di queste due realtà (nord e sud, campagna e città, civiltà precristiana e civiltà non più cristiana) <<diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l'altra>>, che solo un forte senso di appartenenza ad una sola di cultura può risolvere.
A questo si aggiunge la grave incertezza economica, la mancanza di infrastrutture, opere pubbliche non promosse, e male peggiore, l'esistenza di quella piccola borghesia dei paesi, gravida di quei piccoli fascismi che si nascondono silenziosi dietro la burocrazia e i poteri locali.

<<È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale>>.

L'autore riesce a strappare con coraggio il velo dipinto che ammantava, di esaltato lirismo e poetica dannunziana, l'ambiente e la vita dei pastori, dei contadini nel XIX E XX secolo. I personaggi, qui, si dimostrano vividi e reali, senza eroismi o chiusi in spazi ameni e bucolici. Così sembra quasi impossibile dimenticare le figure di donna Caterina e della sua vana battaglia, della strega Giulia e dei suoi incantesimi, la disponibile e buona Parroccola, del pigro podestà don Luigino, dei medicaciucci Gibilisco e Milillo, del misantropo parroco don Trajella, del sanaporcelle, del becchino incantatore di lupi, delle donne, i ragazzi, le capre, i monachicchi e gli spiriti.
Ma la grandezza di quest'opera,ciò che la rende nobile ai nostri occhi, non risiede tanto nella sua manifesta espressione delle difficoltà meridionali o nelle descrizioni dei personaggi, ma nell'aver saputo raccontare e accettare questa diversa civiltà, la nostra. Non è presente nessun tipo di umorismo o scherno da parte dello scrittore, solo amore e identificazione.
L'uscita di questo libro fu un vero scossone nel panorama letterario internazionale e sociale dell'epoca: d'improvviso le realtà del Mezzogiorno non si nascosero più, ma molti intellettuali italiani storsero il naso davanti a tanta miseria e pochezza, quasi che fosse esecrabile anche solo parlarne.
Nel 1948 il leader del partito Comunista Palmiro Togliatti, in visita a Matera, definì i Sassi "vergogna nazionale" e risanare divenne in seguito un dato di fatto.
Ma il vero gesto d'amore fu quello di Carlo Levi, quando alla sua morte, volle essere seppellito ad Aliano e ritornare, questa volta per sempre, dai suoi contadini.




M.P.





Libro:

"Cristo si è fermato a Eboli", C. Levi, Mondadori









lunedì 10 giugno 2019

"Cambio di Rotta" di Elizabeth Jane Howard


E di colpo, siccome io pure vorrei ridere ma non ne sono capace, ho avuto una visione di noi tre bloccati in quella scena che si ripete all'infinito, nel nostro minuscolo mondo fatto di reciproche concessioni, equivoci elevati a tradizioni di famiglia e una specie di disagio idiosincratico.

Appuntario


Sembra che il mese di Giugno abbia riportato un po' di equilibrio a questa pazza, tarda primavera segnata da cieli grigi e forti piogge che lentamente stanno lasciando il passo a giornate di luce, aria più calda e tempo da trascorrere fuori casa: sono le stesse sensazioni già pregustate, tempo addietro, nella mia mente grazie alle splendide immagini marine tratteggiate nella mia ultima lettura della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard (1923-2014), "Cambio di Rotta".
Pubblicato nel 1959, è considerato il meno soddisfacente della fortunata autrice, forse per via del suo testo non ancora profondamente maturo e studiato, come nei successivi "Il Lungo Sguardo" e la saga famigliare dei Cazalet o per via della sua trama ritenuta statica e inespressiva.
In realtà "Cambio di Rotta", pur risultando tra i suoi primi scritti, è un romanzo a quattro voci, che volgendo lo sguardo oltre il dettaglio, si sposta su quel campo lungo che è la libertà e i sentimenti e le storie di cui siamo portatori.


Emmanuel e Lillian Joyce sono una coppia della ristretta élite culturale e mondana della Londra di fine anni Cinquanta. Ricchi e spesso in viaggio grazie alla professione di Mr Joyce, drammaturgo di fama internazionale, vivono una relazione di pura facciata, dove dietro banchetti ufficiali, aperitivi consumati da un continente all'altro, tournée teatrali e promozioni pubblicitarie, si nascondono acredini e egoismi accumulati nel tempo: Emmanuel tradisce la moglie con flirt di poco conto, Lillian, malata di cuore, si aggrappa debolmente al suo matrimonio fallito e allo straziante ricordo della loro figlia morta prematuramente. A bilanciare questi due diversi pesi, è presente da anni Jimmy Sullivan, manager di Emmanuel e spalla fidata di Lillian.
Il terzetto sembra dirigersi nel solito quotidiano, fatto di inganni e reticenze, quando compare sulla scena Alberta Young, giovane ragazza di campagna assennata e modesta, nuova segretaria di Mr Joyce, che inserendosi con garbo nelle loro consuetudini, si fa apprezzare per le sue qualità umane, tanto da poter aspirare, per la sua bella voce e presenza, al ruolo della protagonista di una commedia dello scrittore.
Alberta diventa il catalizzatore inconsapevole delle loro vite.
In vacanza in un'assolata isola della Grecia, in riparo da giornalisti e mondanità, tra ristoranti, lunghe passeggiate e nuotate, i bei tramonti sulle terrazze, il mare, il cielo azzurro e il caldo divengono il luogo perfetto per far fuoriuscire i loro animi repressi e ora in subbuglio.

Anche questa volta la Howard mi ha colpito, per la finezza stilistica, i temi sussurrati, per quelle intime confessioni, così genuine e difficili da trascrivere che solo una donna di grande coraggio avrebbe potuto mettere per iscritto.
Distaccandosi un poco dalla tematica principale delle sue opere, la condizione femminile del secondo Novecento, la Howard offre uno spaccato di vita di quella società intellettuale, quasi hollywoodiana, pervasa da apparenze e grandi vuoti interiori.
L'intreccio si basa sulla trasformazione e redenzione di una coppia ma si apre ad introspezioni psicologiche di personalità complesse in attesa di un cambiamento. Unica a subire un "non voluto" cambiamento è Alberta, figura collante fra i tre personanggi e insieme ad Emmanuel (il solo ad essere raccontato in terza persona), motore della vicenda.
Bello lo sfondo del limpido mare della Grecia, dove il dramma si consuma e incoraggia la perdita di inibizioni e a svelare la realtà dei vari sentimenti, ad aprire passate ferite e scoprire nuovi affetti; un topos letterario che mi ha rimandato alle intense narrazioni di Elizabeth von Arnim (1861-1941) ("Un Incantevole Aprile" ) o a trovare similitudini con la già citata Jane Austen (Alberta è figlia di un vicario e e immune da denaro e frivolezze) e come in questa l'attenzione è tutta rivolta all'amato microcosmo, quel mondo meno noto ma più toccante, che procede a ritmo più veloce rispetto all'ambiente esterno.

<<Mi pare che ci siano due modi di vivere, e quando sembra che a uno non succeda granché è perché molto accade nella sua vita interiore>>.

D'altronde il cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard non va propriamente inteso come un varare verso altre direzioni, ma riprendere in mano la vita, prendere coscienza del proprio posto nel mondo, capire pur tra gli inciampi la vastità della vita che ancora abbiamo davanti.





M.P.






Libro:

"Cambio di Rotta", E. J. Howard, Fazi Editore

mercoledì 29 maggio 2019

"Il Denaro" di Émile Zola

Alcuni passanti voltavano il capo, attratti e spaventati da quanto accadeva lì, da quel mistero delle operazioni finanziarie che poche menti francesi sono in grado di penetrare, quei tracolli e quelle fortune improvvise, incomprensibili, in tutto quel gesticolio e quelle grida barbare. E lui, fermo sul bordo del canaletto di scolo, assordato dalle voci lontane, urtato da quella baraonda di gente frettolosa, sognava una volta di più la sovranità dell'oro, in quel quartier generale di tutte le febbri, al centro del quale la Borsa, dall'una alle tre, batte come un cuore enorme.

"Ritratti alla Borsa" (1879-79), E. Degas

In uno speciale dedicato ad Umberto Eco, di qualche tempo fa, si parlava di quanto l' "assenza" di questo magnifico scrittore fosse così profonda nella società di oggi.
Quando si verificava un evento o un fatto di cronaca o costume che si imponeva agli occhi del pubblico, Eco era sempre presente con le sue, ormai, consuete e pronte riflessioni, solerte nel rassicurarci o nel porgerci delle istanze, delle prospettive o possibilità.
Manca veramente quella figura dell'intellettuale dal pensiero libero, pulito da tutta quell'ipocrisia malsana nascosta negli (alcuni) intellettuali odierni, invischiati tra consensi politici e sociali, tra circostanze e schermaglie televisive, che fanno della letteratura o dell'arte una presa di posizione, destra o sinistra che sia.
Riprendendo, dopo qualche anno, la lettura del mio scrittore preferito, Èmile Zola, ho riavuto la stessa sensazione : la dolorosa assenza di queste figure.
Èmile Zola (1840-1902) imponente volto del passato, scrittore, critico, padre del Naturalismo, autore  con il suo "J'accuse...!" del più potente atto di libertà della storia, viene volutamente ancora poco considerato nella letteratura del nostro tempo e relegato, impropriamente, solo alla sua epoca.
Nei suoi testi, invece, terribilmente gravi e bui, egli ha raccontato il suo periodo ma anche quello che stiamo vivendo ora; l'incredibile rivelazione di un tempo mai andato avanti o il cui corso si sia ripetuto troppo spesso, eppure il motivo di questa veggenza si avvicina più a quella profonda conoscenza dell'animo umano unita ad una professionalità mai corruttibile.
Pubblicato nel 1891 "Il Denaro" è il diciottesimo (terzultimo) dei venti volumi che comprendono la grande opera dello scrittore francese, la saga famigliare dei "Rougon-Macquart", con la quale intese costruire una sorta di storia sociale e naturale nella Francia del Secondo Impero. Questo lungo ciclo che ha come sfondo la lotta tra il ramo legittimo, i Rougon, e il ramo illegittimo, i Macquart, inizia nel 1851, con il colpo di stato attuato da Napoleone III, e culmina con il 1870, anno della sconfitta di Sedan e il conseguente crollo dell'Impero.
"Il Denaro" apre il cammino a quest'incipiente fine che ha come origine l'ambiente finanziario, dove la sua catastrofe prefigura quella militare. Ma il "denaro" che dà il titolo al romanzo non ha qui la funzione di patrimonio da accumulare e tutelare nei secoli ma prodotto di quella febbre per gli affari, per l'effluvio di dissipazioni delittuose, per le rischiose speculazioni che hanno come centro il desiderio, portato fino alla nevrosi, di dominare il mondo della Borsa, cuore di tutte le miserie e delle fortune che accecarono gli ultimi anni del regno di Napoleone III.
Il romanzo diventa poi un affresco più ampio,storico, culturale e sociale, volto a raffigurare quei primi cenni di antisemitismo e i traffici verso l'Oriente che avrebbero preannunciato le oscurità del primo Novecento.


La vicenda si apre a Parigi nel 1864, concludendosi nel 1869.
Antieroe protagonista del libro è Aristide Rougon, uomo corroso dalla ereditaria bramosia del denaro che ama veder scialacquare in imprese folli e distruttive.
Truffatore senza scrupoli (cambia nel frattempo il suo cognome in Saccard per poter essere più facilmente favorito dal fratello Eugène, ministro dell'imperatore), dopo aver evitato di poco il disastro finanziario in una speculazione edilizia¹, si lancia nel mondo della Borsa fondando la Banque Universelle, nel suo sogno la più grande banca cattolica capace di abbattere l'alta finanza ebraica e, attraverso nuove rotte commerciali con l'Oriente, conquistare l'Asia per il papato. Grazie ad appoggi aristocratici, all'ingegnere Hamelin (incaricato per i rapporti con l'Oriente) e alla sua buona sorella Madame Caroline, la Banque Universelle parte da un credito di venticinque milioni di franchi divisi in cinquecento azioni. Ma se da principio questa, godendo di una certa stabilità dovuta ad una guida saggia e sicura nel fermento causato dall'Esposizione Universale, riesce ad imporsi facendo scricchiolare i patrimoni di tanti banchieri ebrei, dopo, con la pericolosa compravendita delle azioni da parte di Saccard e seguaci, utilizzando i cosiddetti "uomini di paglia" e l'eccessiva ondata speculazioni, la catastrofe arriva mietendo vittime nei vari ceti sociali: il fatuo benessere che si era colto era posato su un edificio destinato già a crollare per il troppo esubero.

Si è portati a valutare gli ultimi volumi del ciclo dei Rougon-Macquart come dei romanzi minori dello scrittore, meno conosciuti, dove il genio letterario si era andato esaurendo con l'età e con una saga famigliare troppo estesa. Eppure stando a questa lettura "Il Denaro" è ancora un imponente libro che non ha nulla da invidiare a "Nana", "L'Assommoir" o "Germinal"; si tratta di un'opera molto più tecnica, anche per via dell'ambiente dove è concentrata, che riesce ad approdare in tematiche storiche, sociali, politico-filosofiche, a partire da un fatto di cronaca.
Èmile Zola prese spunto dal fallimento nel 1882 dell'Union Généralle, banca d'ispirazione cattolica il cui disastro divenne uno dei più grossi scandali del Secondo Impero e di cui vennero accusati senza la minima attinenza i banchieri ebrei, presi poi di mira nei ceti cattolici (l'affare Dreyfus scoppierà qualche anno più tardi), fomentando l'odio semita.
Al momento della stesura era in atto lo scandalo di Panama ma i molti riferimenti storici vanno dalla spedizione in Messico, la terza guerra di indipendenza italiana, passando per l'Esposizone Universale del 1867, all'imminente guerra franco-prussiana.
Baccanale preposto a sfruttare il momento storico è il binomio Banca-Borsa, fulcro degli incrementi e delle perdite di denaro, di influenze, corruzioni, lotte di classe, dissipazioni di fondi. Zola ne illustra minuziosamente i meccanismi speculativi, affaristici, fino a descrivere vere giornate di sedute, azioni legali ed illegali, liquidazioni, compravendite, mentre il tracollo della Banca di Saccard è immaginato come un campo di battaglia a fine guerra, pochi superstiti, vinti mutilati, morti.
Questa visione apocalittica non ha nulla di paradossale: il compito che si prefiggeva l'autore non era di inserire una vicenda privata in un contesto borsistico ma mostrare gli effetti devastanti del denaro (o della mancanza di esso);  dove se da una parte apporta ad una vita degna, all'educazione e alla possibilità di creare un bene comune <<il concime con cui crescere l'umanità del futuro>>, dall'altra, con la sua attività frenetica, avvelena e distrugge l'essere umano.

 <<All'indomani dell'Esposizione, in una Parigi ebbra di piaceri e potenza, si viveva un momento unico, un momento di fiducia nel benessere, la certezza di una buona sorte illimitata. Tutti i titoli erano saliti, i meno solidi trovavano acquirenti creduli, una pletora di affari putridi intasava il mercato, lo congestionava fino all'apoplessia, mentre, sotto, rimbombava il vuoto, il reale esaurimento di un regno che aveva molto goduto, spendendo miliardi in grandi opere, ingrassando istituti di credito faraonici, le cui casse spalancate si squarciavano da tutte le parti>>.

Il sistema ideato da Saccard, marionettista dominato dalla passione in rivalità con il banchiere ebreo Gundermann guidato dalla logica, si inoltra anche nelle vite di venti personaggi, il ribassista Moser, il rialzista Pillerault, l'usuraio Bush, la fredda baronessa Sandorff, il mercante di seta in bancarotta Sédille, le contesse di Beauviller che ostentano una ricchezza ormai persa, la principessa d'Orviedo con la sua inutile generosità, lo stesso Eugène Rougon vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, pronto a concedere più libertà pur di non perdere la sua posizione, fino ad arrivare alle ambigue figure provenienti dalla pubblicità e dal giornalismo, non meno corrotti, tutti stritolati da tare ereditarie e società, nelle analogie tra denaro e libido (causa della sconfitta di Saccard). Unico a salvarsi dal girone infernale è il giornalista Jordan (cammeo dell'autore agli esordi) che vive del suo lavoro, di fatica e speranza.
Romanzo moderno "Il Denaro" stupisce per la correlazione con il nostro tempo, per tutti quegli apparati descritti che oggi dominano la realtà: in uno dei passi più belli del libro lo scrittore francese mette in bocca alla contessa di Beauviller l'evocazione dei tre elementi di scambio su cui si sono rinnovate di volta in volta le sorti della storia: il baratto, la terra, il denaro e, ultimo in nome del progresso, il mercato azionario.
Se il trionfo del capitalismo cade su se stesso anche le teorie socialiste (marxiste) vengono condannate per il loro pensiero utopico e pericoloso di porre su un unico livello tutti gli uomini, non tenendo conto delle diverse intelligenze e individualità, creando una sorta di dittatura inconsapevole.
Ma il destino dell'essere umano, le cause del peggioramento del suo status sono veramente da ricercare fra i fattori del denaro, del potere, o più da intravedere nel cuore dell'uomo? Questo è l'interrogativo che si pone Zola.
<<E, al ricordo della vergogna che aveva provato per la sua relazione con Saccard, pensava alla spaventosa sporcizia che imbratta anche l'amore. Perché far portare al denaro il peso delle porcherie e dei crimini che provoca? È davvero meno sudicio l'amore, quell'amore che crea la vita?>>.



M.P.




¹Vicende presenti nel secondo volume della saga, "La Preda".




Libro:

"Il Denaro", E. Zola, Mondadori.