lunedì 10 giugno 2019

"Cambio di Rotta" di Elizabeth Jane Howard


E di colpo, siccome io pure vorrei ridere ma non ne sono capace, ho avuto una visione di noi tre bloccati in quella scena che si ripete all'infinito, nel nostro minuscolo mondo fatto di reciproche concessioni, equivoci elevati a tradizioni di famiglia e una specie di disagio idiosincratico.

Appuntario


Sembra che il mese di Giugno abbia riportato un po' di equilibrio a questa pazza, tarda primavera segnata da cieli grigi e forti piogge che lentamente stanno lasciando il passo a giornate di luce, aria più calda e tempo da trascorrere fuori casa: sono le stesse sensazioni già pregustate, tempo addietro, nella mia mente grazie alle splendide immagini marine tratteggiate nella mia ultima lettura della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard (1923-2014), "Cambio di Rotta".
Pubblicato nel 1959, è considerato il meno soddisfacente della fortunata autrice, forse per via del suo testo non ancora profondamente maturo e studiato, come nei successivi "Il Lungo Sguardo" e la saga famigliare dei Cazalet o per via della sua trama ritenuta statica e inespressiva.
In realtà "Cambio di Rotta", pur risultando tra i suoi primi scritti, è un romanzo a quattro voci, che volgendo lo sguardo oltre il dettaglio, si sposta su quel campo lungo che è la libertà e i sentimenti e le storie di cui siamo portatori.


Emmanuel e Lillian Joyce sono una coppia della ristretta élite culturale e mondano della Londra di fine anni Cinquanta. Ricchi e spesso in viaggio grazie alla professione di Mr Joyce, drammaturgo di fama internazionale, vivono una relazione di pura facciata, dove dietro banchetti ufficiali, aperitivi consumati da un continente all'altro, tournée teatrali e promozioni pubblicitarie, si nascondono acredini e egoismi accumulati nel tempo: Emmanuel tradisce la moglie con flirt di poco conto, Lillian, malata di cuore, si aggrappa debolmente al suo matrimonio fallito e allo straziante ricordo della loro figlia morta prematuramente. A bilanciare questi due diversi pesi, è presente da anni Jimmy Sullivan, manager di Emmanuel e spalla fidata di Lillian.
Il terzetto sembra dirigersi nel solito quotidiano, fatto di inganni e reticenze, quando compare sulla scena Alberta Young, giovane ragazza di campagna assennata e modesta, nuova segretaria di Mr Joyce, che inserendosi con garbo nelle loro consuetudini, si fa apprezzare per le sue qualità umane, tanto da poter aspirare, per la sua bella voce e presenza, al ruolo della protagonista di una commedia dello scrittore.
Alberta diventa il catalizzatore inconsapevole delle loro vite.
In vacanza in un'assolata isola della Grecia, in riparo da giornalisti e mondanità, tra ristoranti, lunghe passeggiate e nuotate, i bei tramonti sulle terrazze, il mare, il cielo azzurro e il caldo divengono il luogo perfetto per far fuoriuscire i loro animi repressi e ora in subbuglio.

Anche questa volta la Howard mi ha colpito, per la finezza stilistica, i temi sussurrati, per quelle intime confessioni, così genuine e difficili da trascrivere che solo una donna di grande coraggio avrebbe potuto mettere per iscritto.
Distaccandosi un poco dalla tematica principale delle sue opere, la condizione femminile del secondo Novecento, la Howard offre uno spaccato di vita di quella società intellettuale, quasi hollywoodiana, pervasa da apparenze e grandi vuoti interiori.
L'intreccio si basa sulla trasformazione e redenzione di una coppia ma si apre ad introspezioni psicologiche di personalità complesse in attesa di un cambiamento. Unica a subire un "non voluto" cambiamento è Alberta, figura collante fra i tre personanggi e insieme ad Emmanuel (il solo ad essere raccontato in terza persona), motore della vicenda.
Bello lo sfondo del limpido mare della Grecia, dove il dramma si consuma e incoraggia la perdita di inibizioni e a svelare la realtà dei vari sentimenti, ad aprire passate ferite e scoprire nuovi affetti; un topos letterario che mi ha rimandato alle intense narrazioni di Elizabeth von Arnim (1861-1941) ("Un Incantevole Aprile" ) o a trovare similitudini con la già citata Jane Austen (Alberta è figlia di un vicario e e immune da denaro e frivolezze) e come in questa l'attenzione è tutta rivolta all'amato microcosmo, quel mondo meno noto ma più toccante, che procede a ritmo più veloce rispetto all'ambiente esterno.

<<Mi pare che ci siano due modi di vivere, e quando sembra che a uno non succeda granché è perché molto accade nella sua vita interiore>>.

D'altronde il cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard non va propriamente inteso come un varare verso altre direzioni, ma riprendere in mano la vita, prendere coscienza del proprio posto nel mondo, capire pur tra gli inciampi la vastità della vita che ancora abbiamo davanti.





M.P.






Libro:

"Cambio di Rotta", E. J. Howard, Fazi Editore

mercoledì 29 maggio 2019

"Il Denaro" di Émile Zola

Alcuni passanti voltavano il capo, attratti e spaventati da quanto accadeva lì, da quel mistero delle operazioni finanziarie che poche menti francesi sono in grado di penetrare, quei tracolli e quelle fortune improvvise, incomprensibili, in tutto quel gesticolio e quelle grida barbare. E lui, fermo sul bordo del canaletto di scolo, assordato dalle voci lontane, urtato da quella baraonda di gente frettolosa, sognava una volta di più la sovranità dell'oro, in quel quartier generale di tutte le febbri, al centro del quale la Borsa, dall'una alle tre, batte come un cuore enorme.

"Ritratti alla Borsa" (1879-79), E. Degas

In uno speciale dedicato ad Umberto Eco, di qualche tempo fa, si parlava di quanto l' "assenza" di questo magnifico scrittore fosse così profonda nella società di oggi.
Quando si verificava un evento o un fatto di cronaca o costume che si imponeva agli occhi del pubblico, Eco era sempre presente con le sue, ormai, consuete e pronte riflessioni, solerte nel rassicurarci o nel porgerci delle istanze, delle prospettive o possibilità.
Manca veramente quella figura dell'intellettuale dal pensiero libero, pulito da tutta quell'ipocrisia malsana nascosta negli (alcuni) intellettuali odierni, invischiati tra consensi politici e sociali, tra circostanze e schermaglie televisive, che fanno della letteratura o dell'arte una presa di posizione, destra o sinistra che sia.
Riprendendo, dopo qualche anno, la lettura del mio scrittore preferito, Èmile Zola, ho riavuto la stessa sensazione : la dolorosa assenza di queste figure.
Èmile Zola (1840-1902) imponente volto del passato, scrittore, critico, padre del Naturalismo, autore  con il suo "J'accuse...!" del più potente atto di libertà della storia, viene volutamente ancora poco considerato nella letteratura del nostro tempo e relegato, impropriamente, solo alla sua epoca.
Nei suoi testi, invece, terribilmente gravi e bui, egli ha raccontato il suo periodo ma anche quello che stiamo vivendo ora; l'incredibile rivelazione di un tempo mai andato avanti o il cui corso si sia ripetuto troppo spesso, eppure il motivo di questa veggenza si avvicina più a quella profonda conoscenza dell'animo umano unita ad una professionalità mai corruttibile.
Pubblicato nel 1891 "Il Denaro" è il diciottesimo (terzultimo) dei venti volumi che comprendono la grande opera dello scrittore francese, la saga famigliare dei "Rougon-Macquart", con la quale intese costruire una sorta di storia sociale e naturale nella Francia del Secondo Impero. Questo lungo ciclo che ha come sfondo la lotta tra il ramo legittimo, i Rougon, e il ramo illegittimo, i Macquart, inizia nel 1851, con il colpo di stato attuato da Napoleone III, e culmina con il 1870, anno della sconfitta di Sedan e il conseguente crollo dell'Impero.
"Il Denaro" apre il cammino a quest'incipiente fine che ha come origine l'ambiente finanziario, dove la sua catastrofe prefigura quella militare. Ma il "denaro" che dà il titolo al romanzo non ha qui la funzione di patrimonio da accumulare e tutelare nei secoli ma prodotto di quella febbre per gli affari, per l'effluvio di dissipazioni delittuose, per le rischiose speculazioni che hanno come centro il desiderio, portato fino alla nevrosi, di dominare il mondo della Borsa, cuore di tutte le miserie e delle fortune che accecarono gli ultimi anni del regno di Napoleone III.
Il romanzo diventa poi un affresco più ampio,storico, culturale e sociale, volto a raffigurare quei primi cenni di antisemitismo e i traffici verso l'Oriente che avrebbero preannunciato le oscurità del primo Novecento.


La vicenda si apre a Parigi nel 1864, concludendosi nel 1869.
Antieroe protagonista del libro è Aristide Rougon, uomo corroso dalla ereditaria bramosia del denaro che ama veder scialacquare in imprese folli e distruttive.
Truffatore senza scrupoli (cambia nel frattempo il suo cognome in Saccard per poter essere più facilmente favorito dal fratello Eugène, ministro dell'imperatore), dopo aver evitato di poco il disastro finanziario in una speculazione edilizia¹, si lancia nel mondo della Borsa fondando la Banque Universelle, nel suo sogno la più grande banca cattolica capace di abbattere l'alta finanza ebraica e, attraverso nuove rotte commerciali con l'Oriente, conquistare l'Asia per il papato. Grazie ad appoggi aristocratici, all'ingegnere Hamelin (incaricato per i rapporti con l'Oriente) e alla sua buona sorella Madame Caroline, la Banque Universelle parte da un credito di venticinque milioni di franchi divisi in cinquecento azioni. Ma se da principio questa, godendo di una certa stabilità dovuta ad una guida saggia e sicura nel fermento causato dall'Esposizione Universale, riesce ad imporsi facendo scricchiolare i patrimoni di tanti banchieri ebrei, dopo, con la pericolosa compravendita delle azioni da parte di Saccard e seguaci, utilizzando i cosiddetti "uomini di paglia" e l'eccessiva ondata speculazioni, la catastrofe arriva mietendo vittime nei vari ceti sociali: il fatuo benessere che si era colto era posato su un edificio destinato già a crollare per il troppo esubero.

Si è portati a valutare gli ultimi volumi del ciclo dei Rougon-Macquart come dei romanzi minori dello scrittore, meno conosciuti, dove il genio letterario si era andato esaurendo con l'età e con una saga famigliare troppo estesa. Eppure stando a questa lettura "Il Denaro" è ancora un imponente libro che non ha nulla da invidiare a "Nana", "L'Assommoir" o "Germinal"; si tratta di un'opera molto più tecnica, anche per via dell'ambiente dove è concentrata, che riesce ad approdare in tematiche storiche, sociali, politico-filosofiche, a partire da un fatto di cronaca.
Èmile Zola prese spunto dal fallimento nel 1882 dell'Union Généralle, banca d'ispirazione cattolica il cui disastro divenne uno dei più grossi scandali del Secondo Impero e di cui vennero accusati senza la minima attinenza i banchieri ebrei, presi poi di mira nei ceti cattolici (l'affare Dreyfus scoppierà qualche anno più tardi), fomentando l'odio semita.
Al momento della stesura era in atto lo scandalo di Panama ma i molti riferimenti storici vanno dalla spedizione in Messico, la terza guerra di indipendenza italiana, passando per l'Esposizone Universale del 1867, all'imminente guerra franco-prussiana.
Baccanale preposto a sfruttare il momento storico è il binomio Banca-Borsa, fulcro degli incrementi e delle perdite di denaro, di influenze, corruzioni, lotte di classe, dissipazioni di fondi. Zola ne illustra minuziosamente i meccanismi speculativi, affaristici, fino a descrivere vere giornate di sedute, azioni legali ed illegali, liquidazioni, compravendite, mentre il tracollo della Banca di Saccard è immaginato come un campo di battaglia a fine guerra, pochi superstiti, vinti mutilati, morti.
Questa visione apocalittica non ha nulla di paradossale: il compito che si prefiggeva l'autore non era di inserire una vicenda privata in un contesto borsistico ma mostrare gli effetti devastanti del denaro (o della mancanza di esso);  dove se da una parte apporta ad una vita degna, all'educazione e alla possibilità di creare un bene comune <<il concime con cui crescere l'umanità del futuro>>, dall'altra, con la sua attività frenetica, avvelena e distrugge l'essere umano.

 <<All'indomani dell'Esposizione, in una Parigi ebbra di piaceri e potenza, si viveva un momento unico, un momento di fiducia nel benessere, la certezza di una buona sorte illimitata. Tutti i titoli erano saliti, i meno solidi trovavano acquirenti creduli, una pletora di affari putridi intasava il mercato, lo congestionava fino all'apoplessia, mentre, sotto, rimbombava il vuoto, il reale esaurimento di un regno che aveva molto goduto, spendendo miliardi in grandi opere, ingrassando istituti di credito faraonici, le cui casse spalancate si squarciavano da tutte le parti>>.

Il sistema ideato da Saccard, marionettista dominato dalla passione in rivalità con il banchiere ebreo Gundermann guidato dalla logica, si inoltra anche nelle vite di venti personaggi, il ribassista Moser, il rialzista Pillerault, l'usuraio Bush, la fredda baronessa Sandorff, il mercante di seta in bancarotta Sédille, le contesse di Beauviller che ostentano una ricchezza ormai persa, la principessa d'Orviedo con la sua inutile generosità, lo stesso Eugène Rougon vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, pronto a concedere più libertà pur di non perdere la sua posizione, fino ad arrivare alle ambigue figure provenienti dalla pubblicità e dal giornalismo, non meno corrotti, tutti stritolati da tare ereditarie e società, nelle analogie tra denaro e libido (causa della sconfitta di Saccard). Unico a salvarsi dal girone infernale è il giornalista Jordan (cammeo dell'autore agli esordi) che vive del suo lavoro, di fatica e speranza.
Romanzo moderno "Il Denaro" stupisce per la correlazione con il nostro tempo, per tutti quegli apparati descritti che oggi dominano la realtà: in uno dei passi più belli del libro lo scrittore francese mette in bocca alla contessa di Beauviller l'evocazione dei tre elementi di scambio su cui si sono rinnovate di volta in volta le sorti della storia: il baratto, la terra, il denaro e, ultimo in nome del progresso, il mercato azionario.
Se il trionfo del capitalismo cade su se stesso anche le teorie socialiste (marxiste) vengono condannate per il loro pensiero utopico e pericoloso di porre su un unico livello tutti gli uomini, non tenendo conto delle diverse intelligenze e individualità, creando una sorta di dittatura inconsapevole.
Ma il destino dell'essere umano, le cause del peggioramento del suo status sono veramente da ricercare fra i fattori del denaro, del potere, o più da intravedere nel cuore dell'uomo? Questo è l'interrogativo che si pone Zola.
<<E, al ricordo della vergogna che aveva provato per la sua relazione con Saccard, pensava alla spaventosa sporcizia che imbratta anche l'amore. Perché far portare al denaro il peso delle porcherie e dei crimini che provoca? È davvero meno sudicio l'amore, quell'amore che crea la vita?>>.



M.P.




¹Vicende presenti nel secondo volume della saga, "La Preda".




Libro:

"Il Denaro", E. Zola, Mondadori.

giovedì 16 maggio 2019

Palazzo Barberini a Roma, cassaforte di capolavori e di storia romana




Sulla bella piazza Barberini di Roma, divenuta oggi pietra dello scandalo dopo la chiusura della sua stazione metropolitana, si affaccia l'omonimo palazzo (da cui la piazza prende il nome), tra i più eleganti in stile barocco della capitale.
Tutt'ora sede delle Gallerie Nazionali d'Arte Antica insieme a Palazzo Corsini, il maestoso palazzo Barberini fu iniziato dal Maderno, con l'aiuto del Borromini, nel 1625, e compiuto dal Bernini nel 1633; questo innanzitutto presenta una pianta insolita: manca il cortile, ha un atrio sviluppatissimo e la facciata si apre verso il giardino, serrata tra due avancorpi che si prolungano fino al prospetto posteriore.
Il valore dell'edificio è chiaramente rappresentato dall'insieme armonico delle realizzazioni dei suoi architetti: il Maderno ne costruì i suoi avancorpi a tre piani, parte della facciata posteriore; al Bernini si attribuì il corpo centrale, il portico, lo scalone quadrato; al Borromini la caratteristica scala elicoidale e le finestre sui raccordi tra ali e facciata.
A fregiarsi dell'imponente palazzo e della raccolta delle sue meraviglie furono i Barberini, famiglia d'adozione romana che svolse, almeno fino al XIX secolo, un influente ruolo nei giochi di potere dei salotti romani, tanto che ogni pietra della città eterna sembra rimembrare i fasti e le leggende di questa casa.
Originaria di Barnerino in Val d'Elsa (Siena) e stabilitasi sin dal XIII secolo a Firenze, partecipando attivamente alla vita politica nella fazione antimedicea, nel 1530 si trasferì a Roma.
Nello stato pontificio seppero assumere una posizione così eminente da portare alla tiara, col nome di Urbano VIII, il loro congiunto Maffeo (1568-1644); proprio a quest'ultimo si deve il volere della costruzione del palazzo.
Eletto papa nel 1623, convinto sostenitore della suprema autorità della Chiesa, che governò nel pieno della guerra dei Trent'anni, fu grande mecenate, colto, umanista e abbellì la città promuovendo opere pubbliche imponenti; rafforzò armamenti, fortificazioni, arsenali ma non curò l'erario che rimase seriamente compromesso.




La rapacità dei Barberini nello sfruttare i vantaggi della tiara, il loro diffuso nepotismo, unito al celebre saccheggio dei monumenti antichi per le loro costruzioni, diedero la nascita a quel motto che ancora riecheggia tra i romani: <<Quod non fecerunt barbari, Barberini fecerunt>>.
In compenso i principi raccolsero nel loro palazzo gentilizio una galleria di dipinti che, mediante la cessione allo stato di alcune delle opere più importanti (simbolica la "Fornarina" di Raffaello), fu liberata dal vincolo fidecommissario nel 1934; nel 1955 la residenza divenne di proprietà della Repubblica Italiana.
Le Gallerie Nazionali d'Arte Antica oggi comprendono un valore inestimabile di dipinti e sculture che vanno dal XIII secolo al XVIII, tra artisti italiani ed europei.
Il percorso museale inizia al piano terra con una serie di dipinti del Duecento e del Quattrocento. Attraverso lo scalone quadrato del Bernini si accede alla scala elicoidale che Borromini progettò su ispirazione della scala del Mascherino al Quirinale. Il piano nobile è dove risiede la maggior parte dei capolavori.
Nominare tutta la sua collezione sarebbe impossibile e direi anche noioso, pertanto ho scelto di citare soltanto alcune di questa e naturalmente quelle che mi hanno più colpito.

Scala del Bernini

Scala del Borromini

 L' "Annunciazione e due adoratori" (1435) di Filippo Lippi (1406-1469) è tra questi.
In un ambiente domestico, tripartito da archi, avviene l'evento dell'Annunciazione alla Madonna, che riceve dall'arcangelo Gabriele il giglio simbolo della purezza. Questa viene sorpresa mentre sta leggendo il libro delle Sacre Scritture mentre alla sua sinistra due adoratori ( molto probabilmente i committenti) assistono al momento religioso. Ma è lo sfondo a colpire gli occhi dello spettatore: il letto su cui si poggia una tenda, a sinistra due ancelle che spaventate corrono via e la splendida prospettiva che si apre sul giardino nella parte centrale. Ogni dettaglio è rifinito con precisione e stile quasi leonardeschi.

 
"La Fornarina" realizzata da Raffaello Sanzio (1483-1520) nel 1520 è divenuto il dipinto simbolo del palazzo. Mi ricordo di essermi soffermata qualche minuto in più davanti a questo capolavoro, dove sembra essere ritratta Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere (chiamata per questo la "fornarina"), amante dell'artista.



È impossibile non rimanere rapiti e sedotti da questa Venere bruna e reale, dai suoi occhi neri voltati verso il suo ritrattista, e la firma di quest'ultimo non si trova unicamente nel bracciale indossato dalla donna ma nell'esaltazione della sensualità che emana ancora.
"Santa Maria Maddalena che legge" (1490-95) del pittore fiorentino Piero di Cosimo (1462-1522) incanta per la dolcezza del viso del noto personaggio femminile dei Vangeli. Ma qui la Maddalena è raffigurata più come una donna colta, dagli abiti contemporanei, i capelli lunghi sulle spalle adorni di pelle (come già l'artista aveva fatto con Simonetta Vespucci), mentre alcuni dettagli (un libro e un misterioso biglietto) fuoriescono da una finta architettura.
Nella peculiare sala dei ritratti sovrastano sopra alle altre le figure ben distinte di Enrico VIII e Beatrice Cenci.


Il "Ritratto di Enrico VIII" del pittore di corte Hans Holbein figlio (1497-1543), fu eseguito nel 1540 all'epoca del quarto matrimonio del re d'Inghilterra con la duchessa tedesca Anne di Clèves, matrimonio che non durò più di sei mesi, visto il poco gradimento che lo sposo provava verso la fanciulla.
Eppure il lavoro di Holbein ha poco a che vedere con lo sfortunato sposalizio ma molto con una glorificazione del potere, questo tutto nelle mani del re inglese.


 Colui che aveva provocato "la rottura religiosa con Roma", ripudiato la prima moglie per sposare una seconda, conosciuto per i suoi terribili appetiti, si erge qui con la sua imponente corporatura: lo sguardo autoritario, gli abiti di un sovrano sfarzoso, ricco e per questo temibile, la presa forte delle grandi mani, definiscono l'immagine di un'Inghilterra riflessa nel suo monarca.
Diversa tematica è il "Ritratto di Beatrice Cenci" (1599) attribuito a Guido Reni (1575-1642), che si colloca in una brutta storia romana di fine Cinquecento. La ragazza raffigurata era una nobildonna romana figlia del conte Francesco, un uomo triviale e meschino che con inaudita crudeltà seviziava Beatrice e i suoi fratelli minori. Con raccolto coraggio Beatrice uccise il padre ma poco tempo, scoperto l'assassinio, venne accusata di parricidio e condannata a morte da Clemente VIII presso Castel Sant'Angelo.
Reni dipinse Beatrice poco prima dell'esecuzione mettendo in risalto il suo viso giovane, quasi di bimba, dolce ma provato, conscio dell'imminente fine eppure liberato dalle tante sofferte pene, una innocente donna vittima delle mostruosità umane.


 Fra le poche sculture presenti a Palazzo Barberini, non si può non citare quella singolare di Antonio Corradini (1688-1752) "La Velata (vestale Tuccia)" (1743). Maestro nell'esecuzione delle figure velate, Corradini ricorse al mito latino per realizzare questa statua rappresentante la celebre vestale Tuccia, che accusata di aver violato il voto di castità, venne punita con l'antica prova consistente nel raccogliere tutta l'acqua del Tevere dentro un setaccio. Tuccia, grazie all'aiuto della dea Vesta, riuscì nell'impresa e comprovò la sua innocenza.


 Una sala scura e poco illuminata accoglie con teatralità le opere più considerevoli: il "Narciso" (1597-1599) e "Giuditta e Oloferne" (1599) di Caravaggio (1571-1610). Soprattutto davanti a quest'ultimo, ai visitatori è concesso potersi sedere e ammirare da vicino tutto il dinamismo, la contrapposizione tra colori e ombre, che fuoriescono dalla potenza del quadro.



 La storia e la gloria di questa famiglia passa attraverso la sala più importante e ampia del palazzo, quella realizzata dal pittore e architetto toscano Pietro da Cortona (1597-1669).



 Ampia ben quattrocento metri quadrati, è decorata con l'enorme affresco sul soffitto, "Il Trionfo della Divina Provvidenza", realizzato tra la fine del 1632 e il 1639 per esaltare il Papa, la famiglia e la Chiesa, è composto da un vortice di figure (una miriade di personaggi), con elementi naturali ed architettonici; al centro figura la Divina Provvidenza che comanda alla Fama di incoronare i Barberini e renderli ancora una volta i depositari di uno momento di storia, arte e bellezza che non smette di essere raccontato per le vie di Roma.





M.P.



Sito del Palazzo Barberini



martedì 23 aprile 2019

"La Sovrana Lettrice" di Alan Bennett


<<La letteratura>>, scrisse, <<mi pare come un vasto paese dai confini remoti, verso i quali mi sono diretta ma che non mi sarà mai dato raggiungere>>.


@Appuntario


Oltre alla passione per la letteratura, i miei interessi si sono spesso rivolti all'arte, alla biografia, alla storia e alle storie e al costume delle famiglie reali, scomparse o ancora attuali.
Naturalmente quella inglese ha un posto di prim'ordine, per via del suo imponente e affascinante retaggio di anticaglie e usi, bizzarrie e formalità di un mondo distante da noi ma non abbastanza per perderne l'immaginario, tutto unito per un prodotto che sa ancora vendere bene dopo svariati secoli.
Questo a poco a che vedere con la mia ultima lettura, se non per l'ambientazione stessa, la Corte inglese e nel piccolo la stessa regina Elisabetta.
Elisabetta II è oggi conosciuta per essere la sovrana più longeva nella storia dell'Inghilterra, l'ultimo baluardo della grande monarchia britannica, celebre per i suoi amati corgi, cappellini, borsette, una famiglia non proprio modello, ma cosa succederebbe se la regina, per un puro accidente, lasciasse perdere cani, cappellini, borsette e famiglia per dedicarsi totalmente alla lettura?
Pubblicato nel 2007 "La Sovrana Lettrice" è un breve racconto che attraverso l'espediente letterario della regina Elisabetta e un irriverente umorismo e una profondità inaspettata, analizza quell'amore potente e pericoloso che è la lettura. Il suo fortunato autore Alan Bennett (1934) è un famoso scrittore, drammaturgo, sceneggiatore inglese, noto nel panorama letterario come difensore dell'educazione e del sistema scolastico pubblico britannico.


In libera uscita con i suoi amatissimi e pestiferi cagnolini, la regina Elisabetta, si imbatte per caso in una biblioteca circolante davanti al palazzo di Buckingham; più per curiosità che per interesse, chiede in prestito un libro di Ivy Compton-Burnett e fa la conoscenza di Norman, un lavapiatti alle dipendenze delle reali cucine e soprattutto appassionato lettore.
La regina ha sempre letto ma per dovere, quasi mai per diletto e proprio ora intende recuperare il tempo perduto ma la lettura della Compton-Burnett si rivela troppo ostica e noiosa, pur avendo omaggiato la celebre scrittrice col titolo di "dame" anni prima. Pertanto riportando indietro il libro, trova finalmente nel testo della Mitford "Inseguendo l'Amore" il libro adatto per incominciare.
La sovrana, iniziata alla lettura, diventa accanita lettrice: non manca infatti di portare con sé nelle cerimonie, più o meno ufficiali, nelle feste, nei banchetti e perfino fra i cuscini della carrozza reale, un libro, come sul suo scrittoio o nel proprio letto e non perde tempo a fare di Norman il suo consigliere "letterario"; intanto sempre con più rapidità e fervore accumula libri su libri.
Se questa "mania" nuova veniva vista inizialmente dai suoi attendenti, cameriere personali  nobili della corte, come un innocente "passatempo", col tempo si accorgono del totale cambiamento della regina, la cui proverbiale puntualità sembra venire meno, così come il suo "stile", l'austerità e, cosa inaudita, non ricorre più alle solite domande ripetute ormai da decenni ma si informa sulle letture in corso delle persone, non solo, si prodiga nel procurare alla corte libri appropriati secondo interessi e professioni. Questa ostinazione improvvisa comincia a provocare dei malumori e irritazioni, per giunta anche al Primo Ministro che cerca con ogni mezzo di bloccare questo effluvio di libri e riportare sua Maestà alla realtà. Ma nulla sembra fermarla o almeno distrarla, tranne che, dopo qualche periodo, viene veramente vista leggere di meno.

Il racconto di Bennett si muove intorno al tipico umorismo inglese, canzonatorio dei molteplici drammi della vita umana e proprio ciò rende piacevole e divertente la sua lettura: è impossibile non sorridere davanti a tanta sottile ed innocente comicità.
Eppure esaurire l'originalità del libro esclusivamente nell'umorismo equivale a chiudere gli occhi di fronte allo spessore del suo messaggio. Il personaggio della regina Elisabetta diventa non tanto un inno alla lettura ma un omaggio al lettore, a noi lettori. Il suo viaggio verso la lettura racchiude tutti quei motivi che sono comuni a noi lettori: la nostra assiduità, i compromessi, i momenti rubati che si inventano per leggere, il grande potere che diamo alla parola e al pensiero libero, la delusione per aver incominciato troppo tardi o per quella lunga lista che non finiremo mai di completare, per le emozioni che ci provocano, smuovendo qualcosa nel nostro intimo, la voglia che abbiamo di trasmettere agli altri la nostra passione, anche se questa non viene sempre compresa.

<<Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre>>.

Da un'altra parte la protagonista incarna un secondo profilo, quel meccanismo politico e sociale non trincerato nel servilismo di salamelecchi e litanie anacronistiche, nel falso perbenismo e nell'ipocrisia di menti ottuse: significativi sono i colloqui tra la regina, astuta e caparbia, e un Primo Ministro che non vede più in là del suo naso.
Lo scrittore inglese condanna l'immobilismo delle vecchie cariatidi, una cultura povera che reca una società priva di valori, troppo presa dalla costanza di un moto lento e perpetuo.
Elisabetta II invece apporta un cambiamento attraverso la lettura e leggendo scopre il suo lato umano, quello più sensibile e ricettivo alle sofferenze e alle difficoltà del mondo; si spoglia della corona e dei privilegi per indossare i panni non dell'intellettuale ma di una più ampia coscienza.
L'ultimo muro da abbattere è quello per cui si crede la lettura una partecipazione puramente "passiva", che non abbia nulla che la leghi all'azione e sia quindi vana a se stessa.
Con un finale lontano dall'immaginario e perciò strepitoso, l'anziana monarca regala uno dei passi più belli dell'opera: la commuovente rivelazione che la lettura scuote la natura migliore in noi e quella parte attiva (il nostro modo di pensare e agire), a volte dimenticata dalla frenesia moderna, che se compresa, riesce ad insinuarsi perfino nelle nostre vite.
Alan Bennett, da talentuoso scrittore ed esperto di letteratura, mette in scena questa commedia di coraggio e umanità.

<<Non si mette la vita nei libri. La si trova>>.



M.P.





Libro:

"La Sovrana Lettrice", A. Bennett, Adelphi

giovedì 11 aprile 2019

"Revolutionary Road" di Richard Yates


Con la bocca arida, respingendolo a stento, la testa penzoloni, le membra tremanti, ripresero posto in macchina, come due persone molto vecchie e stanche. Frank avviò il motore e si rimise in viaggio con precauzione, giù fino alla curva alla base di Revolutionary Hill e poi su per la salita di asfalto nero tutta tornanti di Revolutionary Road.

"Revolutionary Road" (2009), Sam Mendes

In un articolo del "Fatto Quotidiano", apparso lo scorso mese nella sezione "Cultura", veniva approfondita (questa volta finalmente senza edulcorazioni), quella frenetica e quasi idiota mania dell'editoria italiana di stampare all'anno quanti più libri possibili.
Stando alla ultime statistiche, questa "follia" non apporterebbe ad un numero crescente di lettori, quanto, alla morte più veloce del libro. Si stima che un libro appena pubblicato abbia novanta giorni di vita, dopo di che, di esso si perdono completamente le tracce. Tutto ciò sembra non importare alle case editrici che continuano a stampare, a rigurgitare libri su libri, ad ingrassare il proprio catalogo, come quel calderone delle barzellette, ove ingredienti di buona qualità si mischiano con elementi di dubbia provenienza.
Per fortuna ci sono libri che rimangono, magari che rimangono accomodati su di uno scaffale in attesa di essere letti, che forse non verranno mai letti, ma fisicamente rimangono, come "Revolutionary Road".
Definire questo romanzo è un po' come tentare di definire "I Promessi Sposi" o "Anna Karenina", "Il Conte di Montecristo", "Cent'Anni di Solitudine", scritti eterni a cui è difficile adattare una parola, una frase sintetica che possa spiegare la loro grandezza.
"Revolutionary Road" viene indicato come il più grande capolavoro, dopo "Il Grande Gatsby", della letteratura americana, tra i pochi che accostandosi all'opera di Fitzgerald, ritrae le utopie e il disincanto del "sogno americano" nel XX secolo.
Pubblicato nel 1961 dall'allora semi-conosciuto scrittore americano Richard Yates (1926-1992), questo suo primo romanzo venne accolto con fervore dalla critica, tanto da apporre alla copertina del libro l'elogio del critico letterario Alfred Kazin : <<l'eccellente romanzo è un potente commento sul modo in cui viviamo ora. Individua la tragedia americana direttamente sul campo del matrimonio>> e risultare tra i finalisti del National Book Award. Il successo di critica non trovò comunque riscontro nelle vendite, dove il contenuto considerato fin troppo "nero", non attecchì presso il pubblico e rimase per lo più dimenticato.
Solamente negli anni duemila grazie ad una nuova pubblicazione del "The New Yorker" e alla trasposizione cinematografica (2009) del suo capolavoro da parte di Sam Mendes, "Revolutionary Road" è rientrato tra i libri più letti, amati ed emblematici della letteratura mondiale.
Immaginando un possibile dramma muoversi all'interno di una giovane coppia, Yates scopre, dietro la bella facciata della comoda e rassicurante vita americana, tutto l'inganno e la disillusione di cui la società si cullava dopo il secondo conflitto mondiale.


La vicenda si apre nella calda primavera del 1955, nel Connecticut, dove in una bella villetta a due piani, con tanto di giardino e finestra panoramica sulla collina di Revolutionary Road, vivono i Wheeler, Frank, April con i loro due bambini.
Le loro giornate sono scandite da abituali quotidianità : l'erba del giardino da tagliare, intrattenere cortesie con la logorroica signora Givens, il lavoro da pendolare di Frank, cenette a base di alcool e chiacchiere con i coniugi Campbell.
Tuttavia i Wheeler non si sentono adatti a questo stile troppo borghese, troppo conformista e legato ad una frenetica società consumista: si trovano diversi rispetto a tutti gli abitanti del complesso Revolutionary Hill, aspirano ad una vita migliore ed intellettualmente più vivace, lei come novella attrice, lui come artista.
Ma le velleità non coincidono con il loro volere e mentre Frank si perde in una umiliante relazione extra-coniugale, April sfoga le tensioni nell'immagine di una casa in apparenza ordinata e pulita.
Il germe dell'ipocrisia e dell'insoddisfazione si insinua nel complicato rapporto, nelle liti furibonde o represse, lasciando intravedere una coppia vuota, lacerata da malesseri passati, che non sia ama e che non si è mai amata.
Una terribile fine non può essere altrimenti.

Come in "Easter Parade" (1976) (e in realtà in gran parte delle opere di Yates), il romanzo è basato su una vicenda famigliare, e nel particolare sulla disintegrazione del rapporto di coppia e il successivo fallimento del matrimonio.
Esiste un mondo interno, quello dei Wheeler, una coppia che ha fondato la sua relazione sulla base di ipocrisie, inganni, turbe e mancanze individuali, pertanto sono per lo scrittore ambedue irresponsabili e sconsiderati, divisi tra desiderio e realtà, tra volere e la noia della sua attuazione.
Quello di April è il personaggio più complicato ed esistenziale; racchiude in sé le aspirazioni deluse, l' "io" frammentato, l'Identità perduta: <<E anche se lo sapessi>>, disse April, <<temo proprio che non servirebbe a nulla, perché, vedi, non so neppure io chi sono>>; l'unica a percepire il baratro su cui si poggia la loro vita e l'unica tratteggiata con un poco di pietà dallo scrittore. Frank, su cui si concentra gran parte del libro, è la figura più disgustosa finora incontrata nelle mie letture, e al contempo modernamente semplice, perfettamente riuscito  nel suo apparente anticonformismo e vederlo cadere poi nella bassezza, nella mediocrità di due vite parallele, vittima e insieme complice di quel sottosuolo borghese maschilista mai epurato.


Lo seguiamo nei suoi dialoghi immaginari, in scene che crede di ipotizzare, per giustificare o dare un vacuo vanto alle proprie azioni, per poi non aver più nulla da dire e non sapere più il perché del proprio comportamento.
Solo nell'ultima scena straziante dei due, egli perderà la facoltà dell'immaginazione trovandosi in un assordante silenzio.
Neppure la collettività, il gruppo che circonda la famiglia dei Wheeler, può salvarsi dalle colpe. I Givens, i Campbell, ogni figura porta con sé il putridume nascosto sotto un falso perbenismo e non stupisce il fatto che sia dato ad un "pazzo" la possibilità di rivelare la verità.
Questo mondo interno, dell'ambiente suburbano visto attraverso il cannocchiale di Yates, richiama un mondo esterno, quello più ampio della società degli anni Cinquanta.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale seguì negli Stati Uniti un periodo di stabilità e prosperità per la classe media bianca, una crescita dell'economia, del consumismo, innovazione e sviluppo delle periferie, dovuto al governo del presidente Dweight Eisenhower (1953-1961). Richard Yates denuncia questa pseudo stabilità e sicurezza, scoprendo dietro le rassicuranti villette dei complessi suburbani, gli inganni del sistema conformistico, il vuoto della cultura consumistica e il conseguente smarrimento di quella strada rivoluzionaria insita nei valori americani.
Come "Il Grande Gatsby", "Revolutionary Road" ha il pregio di rendere evidente il disinganno del "sogno americano", pur non essendo poetico quanto il primo, è accomunato a questo da simili simbologie: la "luce verde", "gli occhi del dottor Eckleburg" del romanzo di Fitzgerald, diventano qui la "statale 12", "i riflessi della luce al neon", "le villette", "i grattacieli", "le finestre" della casa dei Wheeler, che non riflettono ma anticipano le azioni e i pensieri dei personaggi, la solitudine e la mancanza di comunicazione dell'esistenza umana unita ad uno humor nero che distende ma non reca alcun conforto.
E con un colpo da maestro, nell'ultima scena, Yates chiude il romanzo con quella stessa cruda e pigra indifferenza che cade, ogni volta e come sempre dopo un po' di tempo, sui fatti più o meno infelici.


M.P.






Libro:

"Revolutionary Road", R. Yates, Minimum Fax.

venerdì 5 aprile 2019

"Parthenope" di Rebecca West


Mentre andava in cucina, mio zio si sedette nel salone e notò che, nonostante il mobilio squisito e l'abbondanza di spazio e di luce, la sensazione era quella di uno spazio polveroso, la stessa che aveva provato nella casa dell'Ammiraglio tanto tempo prima.
È polvere che proviene da un altro pianeta, pensò con orrore, e le domestiche di questo mondo sono impotenti contro di essa.
Si deposita ovunque queste donne vivano, e Parthenope è costretta a vivere con loro.

Rebecca West

La Columbia Encyclopedia definì Rebecca West (1892-1983) "una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo". Virginia Woolf la descrisse come un "mastino" per la sua figura imperiosa mentre Katherine Mansfield la lodò molto come scrittrice.
Ciò può rendere un poco l'idea di come Rebecca West, di nazionalità britannica, rappresentasse lungo gran parte del Novecento una talentuosa e fortunata scrittrice come poche della sua epoca.
Dopo la sua morte, la sua figura si è affievolita fino a scomparire quasi del tutto; solamente lo scorso anno grazie ad una nuova pubblicazione della sua opera più conosciuta, la trilogia incompiuta della famiglia Aubrey, la West è ritornata agli onori della letteratura, ma ad un triste prezzo.
La West viene vista, oggi, quasi esclusivamente come l'autrice di una saga famigliare, immagine limitante per una figura eclettica e versatile, nella persona quanto nella scrittura.
Suffragetta, giornalista, viaggiatrice, esperta di architettura e appassionata soprattutto dell'arte romana e nel tramonto di quel mondo antico ne intravedeva l'imminente declino dell'impero britannico.
Autrice di romanzi, racconti, articoli, saggi, excursus come quello sulla regione balcanica, considerato attualmente come il testo più bello scritto a proposito.
Nonostante la varietà del suo bagaglio letterario, non è comunque riuscita a sfuggire all'odierno concetto per cui la trama di un'opera debba avere un impatto maggiore del suo contenuto, delle tematiche, del suo messaggio e si preferisce, per pure questioni di marketing, di accostarla imprudentemente alla più giovane Elizabeth Jane Howard (1923-2014).
"Parthenope", questo libricino di cinquantasei pagine prestatomi da mia sorella, fu pubblicato nel 1959 per il periodico "The New Yorker" ma pur nella sua brevità il racconto fornisce un variopinto sunto del mondo della West e dove tra fiaba e mistero si arriva alla crudezza e al realismo di una questione femminile mai superata.


Una anonima narratrice, ricordando l'amato e stravagante zio Arthur, prende a raccontare una storia dai contorni tristi quanto inverosimili, ascoltata molti anni prima proprio da questo stesso zio che ne fu pure l'accidentale testimone.
Cento anni prima, in uno squallido sobborgo dell'Est End di Londra, un giovane Arthur, di bassa estrazione sociale, trascorre parte delle vacanze a casa di una zia; qui da una finestra scorge nella casa del giardino accanto sette fanciulle giocare insieme come bambine: queste sono le sette figlie di un celebre ammiraglio del posto. Le fanciulle, tutte bellissime e vestite di vari colori, hanno la particolarità di avere nomi di personaggi femminili della mitologia. Incantato dalla loro leggiadria e dai loro sorrisi, nel frattempo scopre che alcune di queste sono già sposate e madri, sfrutta l'occasione di una commissione per conoscerle. Durante la visita rimane però turbato dai loro occhi color dell'acqua, tranne una, la più alta, dagli occhi grigi, Parthenope.
Tra di loro si instaura un rapporto di reciproca confidenza e si scambiano la promessa di un nuovo incontro per l'anno successivo ma di fatto questo non avverrà mai.
Solamente qualche anno dopo Arthur scoprirà dell'improvvisa morte di quest'ultima.

Senza rivelare troppo della trama, data l'intensità del mistero che l'avvolge, il punto focale del racconto si raccoglie intorno al concetto della condizione della donna in una società patriarcale. In poche pagine la West riesce a raffigurare la precaria figura del soggetto femminile condensata sotto vari aspetti, tipicamente maschilisti.
Oltre alla sua sottomissione, all'obbedienza dovuta, si aggiunge la mera visione di un'immagine ininfluente, poco intelligente, remissiva e gratificata unicamente se provvista di bellezza, dolcezza, serenità, denaro.

 Avrebbero potuto riflettere sul fatto che donne che ridono facilmente altrettanto facilmente possono urlare [...]

Le "zone d'ombra" quali possono essere la ribellione, la sensibilità o le fragilità, non trovano considerazione nella mente dell'uomo, perché attraverso il suo egoismo, ieri come oggi, si continua a credere nell'inadeguatezza delle donne a provvedersi da sole.
Questo pensiero ha comportato in esse l'incapacità di realizzarsi, di amare e di scegliere la propria vita al di fuori di un sistema e di una società.
La lettura di questo libricino viene oggi portata avanti in molti centri di antiviolenza; lettura necessaria non solo per una problematica attualmente pressante e così modernamente descritta dalla West con tanto realismo ma soprattutto per quelle simbologie annidate nella narrazione, come quella polvere, impossibile da togliere, in cui Parthenope è costretta a vivere, dimenticata insieme a quella libertà negatagli.



M.P.





Libro:

"Parthenope", R. West, Mattioli 1885

giovedì 21 marzo 2019

"La Diva Julia" di William Somerset Maugham


Scrisse l'indirizzo sulla busta, gettò il biglietto da visita nel cestino e infilò il vestito per il primo atto. Passò il buttafuori bussando ai camerini.
<<Pronti a andare in scena>>.
Quelle parole, udite sa il cielo quante volte, le davano ancora un brivido. La rinvigorivano come un tonico. La vita acquistava significato. Stava per lasciare il mondo della finzione per entrare nel mondo della realtà.

Tallulah Bankhead

La prima cosa che mi piace di William Somerset Mugham (1874-1965), scrittore  e commediografo britannico, è che non si sa mai dove ti trascinerà.
Le sue storie iniziano in modo semplice, divertente, oserei dire pure riposante.
Ma dopo una ventina di pagine, o poco più, la trama riposante prende una piega insolita, sempre divertente ma incrinata da improvvise spaccature e la sicurezza che si credeva di avere all'inizio scompare, venendo così portati in balia dello scrittore, attraverso vicissitudini inspiegabili che trovano la risoluzione solo a fine lettura.
La seconda cosa che mi piace è il suo scavare nella psiche umana.
Maugham non fa differenze di genere, pertanto le debolezze, i tabù più disonorevoli, erompono inconsapevolmente da uomini e donne su toni dissacranti quanto cinici.
Questo è ciò che avviene anche nel romanzo "La Diva Julia".
Pubblicato nel 1937 sotto il titolo originale di "Teatro", Maugham era allora un affermato e ricco scrittore di sessantatré anni, già famoso per "Schiavo d' Amore" (1915) e "Il Velo Dipinto" (1925), riscosse un buon seguito di critica e di lettori, se si vogliono escludere i malumori e i rimbrotti nell'ambiente teatrale.
"La Diva Julia" non era un'opera per il teatro ma sul teatro, visto che la protagonista assume le fattezze di una scafata e talentuosa attrice inglese, le cui azioni non certo esemplari, suscitarono la disapprovazione di tante attrici, questa volte vere degli anni '30, che allontanarono da loro quell'immagine che definivano irreale.
In realtà il personaggio femminile, uscendo dal mondo artistico, andava a incarnare il simbolo della società del tempo; quel sottile confine tra persona e personaggio che sotto la spinta di Freud esplorava nelle lacune dell'identità umana e in quel limite indefinibile che esiste tra realtà e finzione.


Julia Lambert, quarantasei anni, è la più grande attrice d'Inghilterra, figlia della provincia londinese, non è bellissima ma nessuna indossa gli abiti aderenti meglio di lei, il suo geniale istinto artistico la porta a calarsi subito nei panni del personaggio da interpretare senza troppa fatica perché Julia ha fatto della sua professione, ma anche della sua vita, il motto  : <<non bisogna essere naturali ma sembrare naturali>>.
Osannata dal pubblico e negli ambienti aristocratici e alto-borghesi, usa i suoi mille volti per compiacere i suoi interlocutori e attirare l'attenzione sui personali ruoli di grande attrice, signora del bel mondo, moglie e madre esemplare. Solo il lettore conosce i suoi veri pensieri, i suoi sentimenti, punti deboli, chiusi nell'intimo perché nascosti all'ombra di Julia Lambert, l'attrice.
Potrebbe sembrare un modello di perfetto adattamento alla vita ma quando all'improvviso compare nella sua routine il giovane e bel ragioniere Tom Fennell, uomo vanesio ed intrigante, Julia se ne innamora perdutamente, tanto da tralasciare la carriera e le amicizie fruttuose; l'aura su cui ha ammantato la sua persona e personaggio cade e qualcosa si rompe nel suo ménage. Pur nella rottura alla donna si apre la scoperta di una verità imprescindibile.

"La Diva Julia" è un'opera brillante, eccentrica, dallo stile fluido, pervasa da un umorismo arguto e rivelatore dei prodotti della coscienza umana.
Nella società londinese degli anni Trenta si innestano tematiche tipiche della letteratura del primo Novecento, la crisi d'identità, la maschera, i mille volti della personalità.
Tutto è concentrato in Julia Lambert, attrice la cui teatralità non si esaurisce nella professione bensì continua invadendone anche la sfera privata: la persona si fonde con il suo personaggio, e anzi è la vita a diventare finzione mentre il teatro la sua realtà, perfino più dominante. Da questo paradosso psicologico ne nasce una donna unica, multi sfaccettata, convincente nell'interpretazione dei suoi ruoli, che possono o non possono essere parti integranti della sua personalità ma che denotano una profonda conoscenza dell'animo umano.
In questo perenne metateatro, Julia Lmbert, di cui seguiamo con partecipazione le vicissitudini, non può considerarsi comunque un modello; Maugham ne tratteggia l'incostanza, la malignità, gli eccessi eppure la società mondana che la circonda, che sia quella aristocratica, borghese o di campagna, possiede il suo medesimo vivere, semmai inconsapevolmente più cinico e profittatore. Gli stessi personaggi maschili non hanno carattere, sono immobilizzati nelle loro vanità, egoismi che arrivano all'idiozia e alla vacuità delle loro azioni.
La scissione tra persona e personaggio avviene quando Julia, innamorandosi, trasporta la sua vita nel teatro, la finzione nel teatro, e di colpo la sua carriera subisce una frattura.
In una scena dove si raggiunge l'apice della narrazione, il figlio Roger, in un aspro dialogo con la madre, denuncia la sua falsità, la perpetua recitazione e togliendole la maschera, o le maschere, scopre, a suo dire, il vuoto, nessuno.
Si allontanerà in seguito dalla famiglia per ricercare una possibile verità.
Ma questa verità verrà trovata da Julia Lambert, in un appartato tavolino di un hotel lussuoso, guardando su una pista da ballo, uomini, donne, giovani, vecchi animarsi come attori su un palcoscenico: in fondo <<Tutto il mondo è teatro, e uomini e donne solo commedianti. Ma l'illusione sono loro, oltre quegli archi; la realtà siamo noi, gli attori>>.
E sono sicura che Maugham vedesse in questo mondo anche il proprio, di scrittore.



M.P.





Libro:

"La Diva Julia", W. S. Maugham, la biblioteca di Repubblica-Adelphi