martedì 21 gennaio 2020

"Piccole Donne" (2019) di Greta Gerwig


"Ho attraversato molte difficoltà, perciò scrivo storie allegre." (L. M. Alcott)


"Piccole Donne" (2019), G. Gerwig

Il nove gennaio, come previsto, è uscito nelle sale italiane (in America la prima proiezione è stata anticipata alla vigilia di Natale dell'anno appena trascorso), l'atteso adattamento cinematografico del più celebre romanzo della scrittrice americana Louisa May Alcott (1832-1888), "Piccole Donne" (1868).
Già nel post relativo di dicembre avevo scritto come stando alle notizie lasciate trapelare e alla visione del trailer pubblicitario, il film sembrava annunciare un prodotto di livello superiore rispetto ai precedenti e dove il messaggio in chiave femminista si faceva molto più moderno e più forte.
Appena sono riuscita a ritagliarmi un poco di spazio libero, sono andata, (curiosa ed emozionata da fervente alcottiana) con le persone a me care, a godermi questo film su cui tanto è stato detto.
Senza forzature posso dire che le aspettative non sono state deluse e anzi hanno superato le mie prime impressioni.
Diretto dalla regista statunitense Greta Gerwig ("Lady Bird", 2017), "Piccole Donne" abbraccia i primi due volumi della quadrilogia riguardante le vicende delle quattro sorelle March.
La Gerwig si è rapportata non solo al testo ma ha svolto una importante ricerca-indagine sulla vita dell'autrice, i suoi scritti privati, ricostruendo tassello per tassello una dramma famigliare, un quadro storico e sociale dell'America durante e dopo la Guerra di Secessione, di quel mondo nuovo che stava gettando le basi per il suo ingresso nell'era moderna, soprattutto visto attraverso gli occhi delle giovani donne.
Avvalendosi di un cast di tutto rispetto (tra attori di lunga data e giovani emergenti), la produzione ha avuto il coraggio di fare ciò che nessuno prima aveva realizzato: scandagliare il romanzo lasciando emergere ciò che non era stato scritto o appena accennato, il dolore, la ribellione, il senso di solitudine, la transitorietà di caratteri e di tempi, sviluppando una composizione corale che è una celebrazione all'espressione femminile.
Il film non segue parallelamente il testo, come nelle vecchie trasposizioni, ma si muove alternando due piani, quello della finzione, con gli episodi più conosciuti che tanti lettori hanno amato, e uno reale, vicino alla vera vita della Alcott, delle sue sorelle e delle problematiche sociali e di pensiero che le donne dovevano affrontare lungo il difficile cammino per l'emancipazione, la lotta di potersi realizzare con le proprie aspirazioni, ricercare un'identità nel mondo e appartenere a se stesse potendo anche rinunciare allo stereotipo di moglie e madre. Due piani che si intersecano tra di loro dando vita ad un affresco, questa volta e finalmente, completo, attuale e senza tempo.
Una pellicola più amara e riflessiva che contempla il fallimento dei desideri, dell'indipendenza e felicità agognate, il rifiuto del peso del tempo e della morte, il grave passaggio dai sogni alla realtà, dall'adolescenza all'età matura, il tramonto di un'epoca e l'alba di un'altra.
Anche l'amore che nel romanzo ha involontariamente illuso tanti lettori, ritrova qui il suo giusto passo indietro, concedendo maggiore andamento alle personalità e alle vite delle protagoniste.

 << Le donne hanno una mente, hanno un'anima e non soltanto un cuore! Hanno ambizioni, hanno talenti e non soltanto la bellezza! Sono così stanca di sentir dire che l'amore è l'unica cosa per cui è fatta una donna, sono così stanca di questo>>.

Meg (interpretata dalla brava Emma Watson) è a mio dire la migliore Margaret March apparsa sullo schermo: il suo ruolo riveste una femminilità coraggiosa e sofferta insieme, che lascia intravedere i compromessi della quotidianità, i silenzi e le speranze a volte disattese della vita matrimoniale. Beth (Eliza Scanlen) viene rappresentata finalmente come una ragazza piena di vita, talentuosa musicista, attorniata da bambole e fiori, consapevole che il suo sacrificio è il più grande. Amy (Florence Pugh) è una giovane ferma, determinata, ritratta nel suo contrasto tra il voler diventare un'affermata artista e il posto che la società le impone come donna-ornamento. Laurie (interpretato dall'astro nascente Timothée Chalamet) in questa versione è maggiormente fedele al romanzo con il suo aspetto efebico e indolente, anello di congiunzione tra le istanze del Nuovo e il Vecchio Mondo.

 Su Saoirse Ronan (Jo) pesava il difficile compito di sovrastare o almeno far dimenticare quella perfetta e inaccessibile interpretazione di Winona Ryder in Jo nel film del 1994, e con maggiore saggezza l'attrice irlandese è riuscita a ricavare invece una Jo diversa, lontana dal modello che questa ha sempre rappresentato. La Jo della Ronan incarna sì la vitalità, la giovinezza, la rivolta verso un ambiente femminile troppo stretto ma ne aggiunge lo struggente bisogno di essere amati, le mancanze e la paura della rassegnazione e della sconfitta, l'incertezza del vivere. È una Jo che affiora dalle pagine più viva e umana. Nel film la seconda delle sorelle March si eclissa dietro la sua creatrice che di volta in volta compare nelle sue mani stanche e tremanti macchiate di nero, nel furore della sua scrittura, nelle sue proteste inascoltate e in un finale sorprendente che certo le avrebbe fatto piacere.
Le due immagini che ho nel cuore in questo adattamento sono quando Jo corre trafelata per le strade di New York andando controcorrente e nella discussione con il professor Bhaer, dove Jo-Alcott denuncia l' "oppressione" da parte di una cultura paternalistica imposta sul mondo delle donne rivolgendogli un <<Tu non rimarrai, Jo rimarrà>>.
Il risultato è un capolavoro di intelligenza e di forza delle idee e della libertà, unito a delle bellissime scenografie, ai dialoghi, i due diversi ritmi narrativi, i costumi così caratterizzanti per ognuna delle sorelle, l'efficacia dei colori ed una esatta riproduzione di Orchard House¹ con le sue stanze, busti e i disegni della sorella minore della scrittrice
Chi ancora oggi crede nell'insensatezza e nell'anacronismo delle "Piccole Donne", con questo film dovrà ricredersi e prendere o riprendere in mano un libro mai superato, la cui storia avrà ancora da raccontare per altre generazioni di lettori, donne e uomini.



M.P.




¹La casa (oggi museo) della Alcott, dove scrisse il libro.

martedì 14 gennaio 2020

"Opinioni di un Clown" di Heinrich Böll


<<E lei cos'è, in conclusione?>>
<<Io sono un clown>> risposi <<attualmente molto migliore delle mie quotazioni. E c'è una creatura cattolica di cui ho bisogno come della vita: Maria.
Ma proprio lei mi avete portato via.>>

"L'Intrigo", James Ensor


Il 2020 del blog si apre con l'ultima lettura conclusa nel dicembre ormai passato, e che per pura questione di tempo mancato la recensione non è rientrata insieme a quelle dello scorso anno. Ma pur essendo completamente agli antipodi dello spirito festaiolo che ci ha appena lasciato, la lettura di quello che è riconosciuto il più famoso romanzo di Böll, è stata coinvolgente e commuovente e si è andata ad accodare per tematiche al riepilogo letterario del 2019.
C'è la società e l'individuo (eterno conflitto mai sanato) il cui drammatico confronto diventa qui centrale.
Heinrich Böll (1917-1985) fu uno scrittore tedesco che divenne negli anni dell'immediato dopo guerra una figura di spicco nel panorama culturale di quella Germania divisa in due dal Muro di Berlino. Pacifista e antisovietico, attivo sostenitore di battaglie civili, pubblicò "Opinioni di un Clown" nel 1963 attirandosi le aspre critiche da parte della politica tedesca e dalla Chiesa che si vedevano oltraggiate e derise. Le polemiche non si arrestarono nemmeno quando, nel 1972, l'autore venne consacrato con il Nobel.
Heinrich Böll fu lo scrittore che si identificò e promosse l'erinnerungskultur ("la cultura del ricordo"), movimento intellettuale responsabile per la conservazione di quella ultima parte di storia di cui i tedeschi tanto si vergognavano e la trasmissione della memoria come monito per le future generazioni, andando contro l'ipocrisia del dilagante wirtschaftswunder ("miracolo economico"), quella rapida ricostruzione della Germania Ovest che voleva cacciare nell'oblio le miserie passate.
Dopo la realizzazione del Muro nel 1961, la Germania si ritrovava divisa socialmente e politicamente in due distinti paesi: la Repubblica Democratica Tedesca, filo-russa, con capitale Berlino est, e una Repubblica Federale, filo-americana, con capitale Bonn.
Diversamente dalla prima, economicamente svantaggiata, la Repubblica Federale Tedesca si avviava nei primi anni Sessanta verso il ripristino delle capacità produttive del paese, grazie agli imponenti aiuti finanziari degli alleati (il cosiddetto Piano Marshall).
Sotto la guida del cancelliere Konrad Adenauer (1949-63) del novello partito della CDU (democratico-conservatore), la Germania Ovest, risollevata dalla "vergogna" della guerra, rientrò in primo piano nella politica internazionale. Ma dietro il recente "risveglio tedesco" si celavano già le prime falle.
Ed è in questo momento che il protagonista di "Opinioni di un Clown" muove la sua protesta.


La vicenda si sviluppa nell'arco di tre ore, a Bonn, dove Hans Schnier, giovane artista di professione clown, ritorna nel suo appartamento dopo una sfortunata tournée che lo ha visto fallire sulla scena cadendo rovinosamente.
Hans è figlio di una ricca famiglia borghese protestante, che ha rinnegato dopo che l'adorata sorella Henriette è stata costretta, durante la recente guerra, ad entrare nel volontariato per il servizio antiaereo, per poi non ritornare più.
È un uomo prostrato dalla malinconia, dal mal di testa e dalla monogamia dopo che la compagna Maria, fervente cattolica, l'ha lasciato per abbracciare una unione più giusta e regolare seguendo i dettami della Chiesa.
Hans ha deciso di fare il clown per assicurarsi una zona di sicurezza ideologica e difendersi da una società capitalistica, perbenista e arraffatrice di cui è e vuole essere alieno, scontandone però da ribelle tutti i suoi tristi effetti, che lo portano in un abisso di isolamento e povertà.
Ha il dono di sentire gli odori attraverso la cornetta del telefono e in quelle poche ore che passa nella sua abitazione chiama parenti, amici, nemici cercando conforto e aiuto economico che nemmeno il padre, nell'unica visita, acconsente a dare.
Debilitato dal dolore alla gamba e dai ricordi che via via affiorano, il suo dramma diventa un monologo di denuncia e disperazione contro un mondo che ha perso pietà e sentimento.

Su una prosa funzionalmente laconica e priva di verbosi elementi descrittivi, che per carattere narrativo mi ha ricordato l'essenzialità di Beckett, Böll ne ha eretto una simbolica analisi del suo tempo.
Lungi dall'essere estinto, il nazismo si era tramutato in una sorta di conformismo e ottusa moralità sotto il rampante miracolo economico. Nella sfera politica (CDU) e nell'élite mondana figuravano personaggi che avevano partecipato al vecchio sistema: ex gerarchi e simpatizzanti nazisti scampati alla pena di morte o alla prigionia, di cui l'autore sottolinea l' insincerità del loro pentimento, l'ipocrisia studiata, a vantaggio della rinnovata forza tedesco-occidentale. Una società modello dove, pericolosamente, la memoria storica non trovava spazio.
Lo stesso arricchito mondo borghese, vuoto e superficiale, professava una rigorosità dell'onore vana e non contemplatrice di una vera misericordia umana poiché tanto intrappolata nella rete di affari e denaro.
All'indomani della pubblicazione anche la Chiesa si allarmò per dei passaggi del libro: la fedeltà e i doveri coniugali erano delle prerogative imprescindibili per ogni buon cattolico ma Böll li rimette in mano agli innamorati, rendendo il  vincolo più terreno e libero da rigidità e formalismi. Una Chiesa percepita come arida, colpevole di inibire il sesso e di allontanarsi da un'autentica vicinanza con il dolore e il bisogno umano.
Il giovane Hans si commisera e commisera questo mondo e da uomo ne soffre il suo ostracismo.
Questo scontro tra società ed individuo si concatena a quello privato vissuto tra l'io e l'artista. Nel sottile confine tra il reale e l'irreale, l'artista-clown assurge al ruolo dell'intellettuale, la cui gravità si sofferma sulle crudeltà e malesseri della vita e nell'interpretazione di questa. Böll ci mostra un chiaro riferimento al difficile e precario posto dell'uomo di cultura, isolato e reietto, dalla lungimiranza lentamente soffocata dal sistema.
Il passo che tanto mi ha colpito del romanzo per la sua amara modernità è stato quando Hans dichiara di spaventarsi nel vedersi allo specchio truccato, pronto con la sua maschera ad entrare nell'incomunicabilità e nell'indifferenza del suo ambiente e solamente quando si guardava attraverso gli occhi dell'amata poteva allora riconoscersi come uomo. Perché al di là delle tematiche politiche, storiche o religiose, "Opinioni di un Clown" invoca quella disperata ricerca di umanità e amore.

 <<Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?>> domandò Leo.
<<Sono un clown>> risposi <<e faccio raccolta di attimi>>. 




M.P.





Libro:

"Opinioni di un Clown", H. Böll, "La biblioteca di Repubblica"- "Mondadori"

lunedì 30 dicembre 2019

Riepilogo di un anno di letture.




L'inverno è ritornato ufficialmente nella nostra quotidianità, portando con sé le feste natalizie e gli ultimi scampoli di questo 2019.
Questo è per i lettori il momento più fertile per le letture, dove il freddo pungente (che a Roma è sempre aspettato per gennaio), le piogge, il cielo grigio, favoriscono la vicinanza con il calore del libro.
Tuttavia mi duole vedere in quale direzione stia andando quest'ultimo: tra case editrici sornione (dove quel che conta veramente non sono le vendite ma la pubblicità ricavata), influencer poco e male informate e lettori ingenui, il libro, spogliato del suo messaggio, sembra approdare unicamente in quella dimensione di "piacevole vuoto".
Non so quanto questo fenomeno possa andare avanti, tutt'al più che, nonostante campagne e gruppi di lettura dicano il contrario, la lettura è in agonia: una questione che vorrei riaffrontare nell'anno venturo.
Personalmente ho da rammaricarmi di aver aggiornato molto poco il blog, soprattutto a causa di un periodo abbastanza irrequieto e mi ritrovo ora a trarre le conclusioni delle mie letture.
Il leit-motiv che ha rappresentato, almeno la maggior parte di queste, è stato quanto la lettura possa trasmettere una certa partecipazione all'impegno civile e al risveglio di una coscienza individuale. "La Sovrana Lettrice" di Bennett è stata determinante per questo sviluppo poiché non esiste piacevolezza senza la giusta comprensione di un pensiero che sappia scuoterti.
Per il prossimo anno ho intenzione di cominciare a leggere finalmente l'ultimo capitolo della saga dei Cazalet, "Tutto Cambia", ritornare ad un libro che ho amato tanto è che considero una pietra miliare della letteratura, "La Principessa di Clèves" e continuare con gli altri tre libri del ciclo delle "Piccole Donne".



La poetessa americana Emily Dickinson é stata l'unica figura che ho affrontato biograficamente quest'anno e posso dire di essere rimasta contenta di conoscere una personalità così lontana dalla riservatezza e dalla timidezza propinatele per troppo tempo, scoprendo invece una precorritrice della "stanza tutta per sé". La Dickinson ha dimostrato quanto la mente femminile potesse essere fervida e creativa, ricettiva di realtà e fantasia pur in un corpo chiuso dentro quattro mura.
La "questione femminile" si è addentrata attraverso due libri in particolare: "Pathenope" di Rebecca West e "Piccole Donne" della Alcott. Entrambi i libri riflettono sulla precaria condizione delle donne in una società patriarcale ma se nel racconto della West tutto diventa più malinconico e grave, nel romanzo della Alcott la questione femminile si evolve in una vera rivendicazione di uguaglianza di poteri e diritti paritaria.
Quest'anno sono stati ricordati i trent'anni dalla riapertura delle frontiere tra la Germania est e la Germania ovest, e "Il Cielo Diviso" di Christa Wolf  è diventato il simbolo di quel mondo, dove la scrittrice ribadisce con un lungimirante pensiero, che non può essere un muro, un ostacolo fisico, un momento storico a dividere  ma prospettive e visioni ostili.
Anche con Matera capitale della cultura 2019 ne ho approfittato per leggere un testo da qualche anno dimenticato nelle nostre scuole: "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi. Opera memorialistica, è un viaggio alle origini della nostra civiltà, un viaggio che si abbandona commuovente al romanzo, alla poesia, alla storia e al presente.
Con "La Diva Julia" di William Somerset Maugham mi sono inoltrata in quel metateatro che che contraddistingue anche le vite più comuni insieme a  quel sottile confine esistente tra persona e personaggio, mentre in "Cambio di Rotta" della Howard mi sono spostata verso quell'amato microcosmo austeniano, quel mondo interno meno noto ma più toccante, che procede a ritmo più veloce rispetto all'ambiente esterno.
La tematica che più di tutte amo affrontare, la fine di un'epoca e il passaggio ad un'altra, viene analizzata nell'operetta lirica di Hugo von Hofmannsthal, "Il Cavaliere della Rosa" e in "Rebecca" di Daphne du Maurier, che con le loro metafore, simbolismi, le conflittualità e i privilegi di classe, gli ultimi fasti, osservano il fiammeggiare dell'ultimo tramonto.
"Il Denaro" di Zola ambientato nella sfera economico-bancaria, è un romanzo la cui straordinaria modernità potrebbe addirittura spiegare gli effetti a cui siamo giunti oggi: il  binomio Banca-Borsa è fulcro degli incrementi e delle perdite di denaro, di influenze, corruzioni, lotte di classe, dissipazioni di fondi. Zola ne illustra minuziosamente i meccanismi speculativi, affaristici, fino a descrivere vere giornate di sedute, azioni legali ed illegali, liquidazioni, compravendite.
"Revolutionary Road"  di Richard Yates è un monumento della letteratura mondiale, un grande affresco crudele, inquieto e folle che non ha mai smesso di raccontare il nostro presente, le nostre vite, quella società in fondo mai cambiata.
Tra le letture ho riscoperto due autori che ho a lungo tralasciato negli anni, forse per paura di non capirli sufficientemente, la Woolf e Calvino. Invece "La Signora Dalloway" e "Il Cavaliere Inesistente" sono state delle rivelazioni inaspettate e mi sono persa fra le pagine della festa organizzata da Clarissa come tra le avventure e le schermaglie amorose dei protagonisti dell'autore italiano. Allo stesso tempo ho viaggiato ancora molto più indietro nel tempo attraverso "Le Memorie di Adriano" della Yourcenar e "Conversazione su Tiresia" del maestro Camilleri. Due grandi opere dove i protagonisti vengono identificati come "uomini moderni", entrambi rappresentanti di quei valori di libertà e bellezza tramandateci dagli antichi e da un passato molto più vicino di quanto crediamo.
"La Casa sul Bosforo" di Pinar Selek, "Mandami tanta Vita" di Paolo di Paolo, "La Sovrana Lettrice" di Alan Bennett, "Quel che resta del giorno" di Ishiguro, "Il Buio oltre la Siepe" di Harper Lee, sono questi i romanzi che scuotono il lettore portandolo ad a prendere parte attiva del "suo" momento storico, renderlo partecipe di un qualcosa di più grande della quotidianità, anche dei fallimenti, dei dubbi, degli amori sfortunati: l'impegno civile.

 <<Non si mette la vita nei libri. La si trova>>. ("La Sovrana Lettrice")

L'unica delusione dell'anno è stata la lettura di Israel Singer con "La Fuga di Benjamin Lerner", romanzo danneggiato da tagli e rimaneggiamenti portate avanti nel corso della storia.
Qui finisce il mio anno letterario, che dovrebbe includere anche l'ultima lettura di dicembre "Opinioni di Clown" di Böll, ma per ragioni di tempo mancato sarà recensito nel prossimo anno.


  M.P.





BUON ANNO NUOVO!



giovedì 5 dicembre 2019

"Piccole Donne" di Louisa M. Alcott



"Piccole Donne" (1933), G. Cokor

Il nove gennaio del prossimo anno uscirà nelle sale dei cinema italiani l'ultimo riadattamento del romanzo "Piccole Donne", questa volta diretto dalla statunitense Greta Gerwing.
La trasposizione, stando alle notizie lasciate trapelare e ad alcuni passaggi del trailer pubblicitario, sembra annunciare una qualità del prodotto forse superiore alle precedenti e pur non riportando fedelmente i dialoghi del celebre romanzo, il messaggio appare più spontaneo e potente.
Approfittando di questa occasione che mai potrò perdermi, sono ritornata alla lettura di questo libro, dopo veramente tanti anni: sono ritornata a dove ero partita.
Sento con il cuore di aprire una premessa: anche senza la Alcott la mia passione per i libri sarebbe comunque iniziata ma a lei devo la spinta nella scelta del genere classico e a lei devo anche il mio essere.
Della Alcott ho letto tutti i suoi testi più conosciuti: la saga della "Piccole Donne", "Una Ragazza Acqua e Sapone", "Sotto i Lillà" "Incontro alla Vita Jack e Jill", "La Collina delle Zie", "Fanciulle in Fiore" e di queste piacevoli letture ne ho assorbito i valori, seppure col tempo mi sono allontanata da lei scegliendo differenti autori, lì è rimasta tuttavia gran parte di me.
Negli anni Novanta della mia infanzia la figura della scrittrice americana era ancora chiusa in una bolla di moralità ed educazione antica e polverosa e solamente negli ultimi tempi questa bolla si è finalmente rotta, lasciando scoprire quanto ci fosse di rivoluzionario nel suo profilo e nel suo testo famoso.
Louisa May Alcott (1832-1888) era la secondogenita figlia del filosofo ed educatore Amos Bronson Alcott (1799-1888), fautore di una delle primi classi miste d'America aperte ai bambini di colore, e di Abigail May, una delle prime assistenti sociali retribuite a Boston.
Ciò può far capire quanto la famiglia Alcott fosse moderna e controcorrente rispetto alla società americana del primo Ottocento. All'interno si respiravano idee trascendentaliste, progressiste: gli Alcott erano vegetariani, abolizionisti, sostenitori del voto alle donne e contro le discriminazioni di genere ¹; la loro casa amava accogliere tutte le più grandi menti del tempo, e questo mondo così attivo sul piano sociale ed etico avrebbe notevolmente influenzato la giovane Louisa.
Convinta dell'emancipazione e del ruolo della donna, la Alcott fu sarta, istitutrice, attrice, femminista, infermiera durante la Guerra Civile e nel corso della carriera di scrittrice, imprenditrice di se stessa, "nota agli editori per la strenua difesa dei diritti d'autore e per saper negoziare di persona e a proprio vantaggio i suoi compensi".
"Piccole Donne" fu la sua svolta.
Incoraggiata dal suo editore a scrivere un "romanzo per ragazze", la Alcott pubblicò "Piccole Donne" in due volumi, nel 1868-69 (scritto di corsa e con la mano sinistra per aver forzato a lungo la destra), basandosi su vicende personali e delle sue tre sorelle (intorno al 1845-48).
Il titolo porterebbe ad una citazione dickensiana o ironicamente alla posizione inferiore tenuta dalla donna rispetto alla società.
La scrittrice definì la sua opera un "dramma domestico" dove le protagoniste, le quattro sorelle March della provincia americana del Nord, attraverso esperienze ed aspirazioni, vivono la loro evoluzione da adolescenti vivaci, al passaggio di giovani donne consapevoli e determinate nel cuore della Guerra di Secessione.


Il romanzo si apre sullo sfondo dell'evento che portò gli Stati del Nord industriali contro quelli del Sud latifondisti e cotonieri.
Questa guerra di così vaste dimensioni investe anche i March, una famiglia in delicata povertà, il cui padre parte volontario come cappellano nell'esercito.
Ma a parte il contesto storico la narrazione si allontana dal crudele macrocosmo bellico per addentrarsi nel microcosmo austeniano: la questione del "voto alle donne" era stata superata da quella più urgente della "schiavitù" e durante il conflitto alle donne era stata lasciata in gestione l'andamento della casa con l'impegno di attendere il ritorno dei vari capifamiglia senza troppi drammi. Le sorelle March, Meg, Jo, Beth e Amy non attendono altro che alla vita nel romanzo, trascorrendo le loro vicissitudini non meno tormentate di quelle degli uomini al fronte.

"Piccole Donne" (2019), G. Gerwing

Raccogliendo il loro fardello, fatto di innocenza e crucci, vanno a formarsi come individui, identità libere, ricercando ognuna un posto nel mondo: fatto non scontato in un'epoca in cui era ancora universalmente riconosciuto nel matrimonio il miglioramento della condizione sociale per le donne.
Il libro diventa una rivendicazione dei diritti e dei valori femminili tutt'oggi valida; di solidarietà nel gruppo, di parità di genere (il rapporto d'amicizia tra Jo e il suo vicino Laurie non ha ombre di pregiudizio o di prevaricazione) e soprattutto del lungo raggiungimento di una certa indipendenza economica e di felicità che la scrittrice pretendeva e augurava alle future
generazioni di donne.
L'operosità con cui le March si mostrano sempre "attive" (come "api industriose") è unita alla fonte delle loro aspirazioni e sogni, collanti fondamentali dell'esistenza e di possibili e diverse strade da intraprendere, che non siano unicamente quelli prestabiliti dalla società.
Tra le scene più significative in proposito, io preferisco quella dove Jo corre a perdiafiato giù per la collina con Laurie, seminando nella corsa cappello, pettini e forcine, rivelando in sottofondo un motivo grande libertà interiore e fisica.
Pur con questo tripudio rivoluzionario, tuttavia la Alcott non denigra mai la "dimensione domestica" esaltandola invece attraverso le qualità di Meg e lo spirito di sacrificio di Beth (laddove Jo e Amy appaiono più indipendenti): le quattro giovani sanno usare l'ago da cucito come le chiavi della loro emancipazione e per questo come Parche, dispongono il filo della loro vita, ma autonomamente.
Il contributo di Louisa May Alcott dato alla causa femminista è stato notevole nelle sue opere e maggiormente in questa, grazie a quello sviluppo di carattere e di ruolo nelle protagoniste che dai libri sfociavano nella vita reale : Elizabeth Bennet, di Jane Austen, era già un personaggio femminile nuovo e diverso dalle precedenti eroine, Jane Eyre, di Charlotte Brontë, si era imposta come donna economicamente e sentimentalmente indipendente, ma sono le March a reggersi in piedi (e reggere in piedi la narrazione) senza l'ausilio di un coprotagonista maschile.
Sono donne capaci di realizzarsi da sole, bastando a se stesse come guide spirituali e alla vita come maestra per il cammino, diversamente dalla solita convinzione ottocentesca che le donne dovessero essere protette e indirizzate dal padre o dal marito. D'altronde la Alcott credeva fermamente in questa nuova immagine di donna libera ed emancipata come parte integrante della nascente società americana del dopo guerra, che mai si potesse costituire uno Stato senza l'adesione di una controparte femminile evoluta.
L'eccezionalità delle "Piccole Donne" si trova proprio in queste quattro figure ancora oggi moderne a distanza di così tanti anni: c'è in tutte noi un pezzetto di ciascuna di esse ed è per questo che i loro ritratti non si sono mai sbiaditi.
Ho perso il conto, ormai, di tutte le volte che intrapreso la lettura, e tutte le volte ne consegue la profonda consapevolezza di un omaggio al genio femminile. Spero che con l'uscita del film e un maggiore interesse intorno alla sua figura, diano alla Alcott il giusto tributo che merita nella letteratura, come rappresentante di un mondo ancora non abbastanza ascoltato.


M.P.



¹La famiglia Alcott non aveva comunque nulla di idilliaco: subì economicamente continui rovesci, anche per colpa delle utopie di Amos Alcott.





Libro:

"Piccole Donne" ("I Quattro Libri delle Piccole Donne"), L. M. Alcott, Einaudi.



martedì 26 novembre 2019

"Il Buio oltre la Siepe" di Harper Lee


<<Un giorno Atticus disse a Jem: "Preferirei che sparaste ai barattoli in cortile, ma so già che andrete dietro agli uccelli. Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è un peccato uccidere un merlo".
Era la prima volta che udivo Atticus dire che era peccato fare una certa cosa, così andai ad informarmi da Miss Maudie.
"Tuo padre ha ragione", disse. "I merli non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio di niente, cinguettano soltanto. Per questo è un peccato uccidere un merlo".

"Il Buio oltre la Siepe" (1960), Robert Mulligan

Dopo aver visto in televisione, qualche tempo fa, "Una Moglie per Papà" di Jessie Nelson e "The Help" di Tate Taylor, ho scelto di leggere sull'onda della stessa tematica un romanzo che da ragazza ho sempre snobbato, "Il Buio oltre la Siepe".
La mia memoria è ritornata ai tempi del cineforum della scuola media, quando per la prima volta vidi la trasposizione cinematografica di Robert Mulligan, ma sinceramente poco era rimasto nella mia mente di quel film, tanto da non ricordare nemmeno lo svolgersi dei fatti.
È stata a posteriori una triste mancanza, la mia, quella di disdegnare per tanto tempo un'opera miliare della letteratura, tanto potente e viva oggi, anche se scritta lontana negli anni da noi.
"Il Buio oltre la Siepe" (il cui titolo originale è "Too Kill a Mockingbird") è il libro più conosciuto della scrittrice americana Harper Lee (1926-2016) pubblicato nel 1960. L'immediato successo trascinato dalla spinta progressista delle sue tematiche, narrate con gravità e delicatezza insieme, hanno portato la sua autrice a vincere l'anno dopo il Pulitzer e nel 2007 la "medaglia presidenziale per la libertà". Oggi il romanzo è tra i più letti nelle scuole degli Stati Uniti, e divenuto simbolo di una costante lotta culturale per l'uguaglianza dei diritti di ogni singolo individuo.
Combinando finzione e fatti ispirati alla sua vita, Harper Lee attraverso gli occhi del personaggio di Scout racconta una storia di razzismo e ingiustizia sociale ambientati nei primi anni Trenta del Novecento, nel profondo sud della già problematica Alabama, nell'era della Grande Depressione.


Il libro si divide in due parti.
Maycomb (cittadina immaginaria dell'Alabama) è una comunità rurale chiusa con rigidi codici di comportamento: tutti si conoscono da tempo immemore, con il loro passato, le loro più o meno qualità individuali, pseudo tare ereditarie che prefiggono oziosi pregiudizi, come pure la consapevolezza delle distinzioni di classe e il riguardo di formalità e apparenze. La crisi economica in atto immobilizza ancor di più i suoi abitanti e con loro la segregazione razziale.
Jean Luise Finch, detta Scout, è una bambina di sei anni, scavezzacollo, vivace e curiosa, figlia dell'avvocato della contea Atticus, uomo libero da convenzioni e ipocrisie, stimato da Maycomb per la sua integrità morale.
La prima parte rende omaggio alla letteratura americana dell'infanzia e principalmente quella arrivata da Mark Twain: la narrazione si concentra sui giochi, scherzi, avventure della piccola Scout, il fratello Jem e il loro amico Dill, che amano fantasticare sul "misterioso" vicino Boo Ridley, tenuto prigioniero in casa da anni. Intanto in più occasioni comincia a germogliare nel cuore di Maycomb il seme dell'intolleranza.
La seconda parte racchiude l'apice del romanzo, quando tre anni più tardi, Atticus accetta di difendere nel processo un uomo di colore, Tom Robinson, accusato di aver violentato una giovane donna bianca, figlia di un disoccupato gretto e facinoroso.
Pur platealmente innocente l'imputato non raccoglie né la solidarietà né la compassione degli abitanti, stretti tra pregiudizi e viltà, incapaci di guardare in faccia la verità.
Scout e Jem sono messi per la prima volta davanti a questo spaccato di miserie umane, comprendendone tutta la drammaticità.

La trama si sviluppa attraverso due storie: quella del misterioso Boo Ridley e quella in cui è implicato Tom Robinson, ambedue vittime eguali di discriminazione ed indifferenza a Maycomb.
La straordinarietà del libro è la delicatezza e il candore con cui viene raccontata la vicenda dalla piccola Scout e questi termini più che semplicizzare il testo rendono il lettore ancora più responsabile e partecipe delle tematiche affrontate.
Il romanzo abbraccia l'urgente questione della segregazione razziale, già compromessa in particolare in quei stati del Sud (Alabama e Mississipi¹) dove si concentrarono gran parte delle crudeltà e dei pregiudizi della società del tempo e che il disastro economico aveva ancora più svantaggiato sul piano ideologico la popolazione nera. "Il Buio oltre la Siepe" fu scritto proprio durante quel simbolico movimento dell'American Civil Right (di cui divenne in seguito il suo rappresentante Martin Luther King).
Maycomb, cittadina all'apparenza ordinaria, presenta un sottosuolo dove il degrado economico minaccia quello morale, avvelenando di ignoranza e non cultura i suoi abitanti, approfittando dell'assenza di una controparte più forte.
Atticus, tra i personaggi più positivi della letteratura, è il solo a instillare, per la prima volta, e prendersi carico di un pensiero libero e giusto laddove la maggioranza del paese non ha il coraggio di prendere una posizione.
Unico a sparare con temerarietà contro un cane rabbioso (personificazione del pregiudizio) che si aggira per le strade, e lo fa senza i suoi onnipresenti occhiali, e quindi nudo, indifeso, ma anche immune dalla malattia che pervade Maycomb.
Di contro, ad emergere pienamente alla fine del romanzo è il mockingbird del titolo, simbolo di innocenza e vulnerabilità (dei popoli oppressi, degli indifesi e abbandonati) dalla cui protezione ne deriva la nostra salvezza umana.




M.P.



 ¹ A proposito esiste una famosa canzone cantata da Billie Holiday diventata la rappresentazione di quel triste periodo, "Strange Fruit".



Libro:

"Il Buio oltre la Siepe", H. Lee, Feltrinelli Editore


giovedì 7 novembre 2019

"Conversazione su Tiresia" di Andrea Camilleri


<<Noi tutti siamo il teatro, il pubblico, gli attori, la trama, le parole che udiamo>>.
Questo è vero per tutti ma, credetemi, ancor di più per un cieco, da quando non vedo più, io vedo meglio, vedo con più chiarezza.

Andrea Camilleri al Teatro Greco di Siracusa

Quest'anno siamo diventati tutti un poco orfani di un altro padre intellettuale andato via.
Si sta facendo sempre più allarmante e pericolosa questa società dove i grandi, vecchi maestri muoiono e ai giovani coraggiosi viene spenta la voce ancora prima di emergere e il mondo culturale soffoca di corruzione e censura.
Non ho letto nessuno scritto di Andrea Camilleri (1925-2019), questa è la mia prima volta, forse perché sono legata ad un genere giallo ancora "classico" (stile Christie e Doyle) ma non è detto che non possa ora incominciare.
Eppure ogni qual volta si presentava in televisione non mancavo mai di seguirlo perché vedevo in lui un ultimo testimone di quella onestà intellettuale italiana che alla fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe voluto costituire una nuova società culturale, scoprendo infine che dopo quel dopoguerra niente poteva cambiare.
"Conversazione su Tiresia" rientra nella sua ultima fase narrativa e difatti rappresenta il testamento poetico.
Pubblicato in edizione speciale per la messa in scena al Teatro Greco di Siracusa l'undici giugno del 2018, è stato portato alle stampe l'anno successivo per poi riportarlo sul piccolo schermo, sotto la direzione e l'interpretazione dello stesso Camilleri, due volte nello stesso anno (la seconda al momento della sua morte).
Con il sopraggiungere della cecità lo scrittore siciliano si era trovato ad identificarsi con la figura di Tiresia, l'indovino tebano superstite di tante vite, reso cieco dall'ira di Era e compensato dall'infermità con il dono di leggere il futuro. Ma in questo libricino, che si apre con un breve ma profondo excursus raccontato in prima persona da Camilleri/Tiresia intorno al suo mito e alle sue svariate ispirazioni attraverso la storia e la letteratura, il celebre veggente si spoglia della sua natura fantasiosa e stoica (e marginale), per ricoprire il ruolo tormentato dell'intellettuale.


Partendo dalle origini vengono narrate le note vicende vissute di persona dal protagonista fino a proseguire con le altrettante consumate come personaggio fra i componimenti di tanti scrittori: dalla letteratura latina a quella cristiana, a Dante, Poliziano (che lo descriveva come una creatura poetica), Foscolo, Apollinaire, Woolf (attraverso la "metamorfosi" di "Orlando"), Pavese, Pound, Eliot, Pasolini e Primo Levi (con il racconto "Tiresia" del romanzo "La Chiave a Stella").
L'opera si riveste di una moderna rivisitazione di Tiresia, visto nel suo isolamento dalla civiltà, dovuto al suo stato di intellettuale non creduto, denigrato dai palazzi del potere per la verità delle sue parole, l'amore per l'essere umano: povero uomo costretto a guardare la decadenza del mondo; qui Tiresia più che predire il futuro sente su di sé tutto lo straziante dolore dell'umanità: lo rende poesia, lo canta, lo recita, lo sdrammatizza, lo esaspera.
I secoli passano e su di essi i governi, le guerre, i costumi ma la sua voce sopravvive inalterata nel tempo e nello spazio, sempre pura, potente ed eterna.
In vita Camilleri è stato a volte portato come modello a favore di uno o più partiti politici, tuttavia è rimasto un uomo libero e questo testo rimane la sua più bella testimonianza di amore per la letteratura e bisogno di una identità libera e incontaminata.

<<Da quando Zeus, o chi ne fa la veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant'anni, ho sentito l'urgenza di riuscire a capire cosa sia l'eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne. [...]
Può darsi che ci rivediamo tra cent'anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.>>




 M.P.





Libro:

"Conversazione su Tiresia", A. Camilleri, Sellerio Editore





martedì 29 ottobre 2019

"Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro


<<L'intera questione è molto simile a quella che nel corso degli anni ha provocato un acceso dibattito all'interno della nostra categoria professionale: che cos'è che fa grande un maggiordomo?>>

"Quel che resta del giorno" (1993), James Ivory

Questo romanzo è rimasto per almeno due anni relegato in quella parte di libreria dove sono collocati tutti quei libri in attesa di essere letti.
Due anni in cui mi sono bloccata nell'intraprendere la sua lettura a causa di quel nome, dell'autore, che poco si confaceva a me, tremendamente ignorante di cultura orientale, e solamente una curiosità più pressante e il mio disaccordo verso le recenti assegnazioni degli ultimi premi Nobel per la letteratura, mi hanno riportato a questo libro.
Fra le cose belle che possono capitare ad un lettore c'è anche quello di ricredersi su una tale opera, e questa lettura è stata fra le più toccanti a cui mi sono dedicata. Ho apprezzato la prosa "pazientemente" elegante di Ishiguro e la sua storia narrata con tanta singolarità.
Kazuo Ishiguro (1954) è fra gli scrittori più influenti sullo scenario culturale inglese: nato in Giappone ma cresciuto in Inghilterra, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti; una carriera notevole coronata nel 2017 con il Nobel.
"Quel che resta del giorno" (insieme a "Non lasciarmi mai andare" del 2005) è il capolavoro della sua narrativa, pubblicato nel 1989 e che gli valse lo stesso anno il "Man Booker Prize" mentre nel 2007 il Guardian lo incluse  nell'elenco dei "libri senza i quali non puoi vivere". Nel 1993 il regista James Ivory ne trasse una trasposizione cinematografica con Anthony Hopkins e Emma Thompson.
Ambientato nell'Inghilterra del 1956, quest'opera di grande successo, è scritta sotto forma di un diario di viaggio dal suo narratore e protagonista Mr Stevens, un vecchio maggiordomo ultimo sopravvissuto di un'era di grandezza e gloria ormai persa. Attraverso le vicissitudini incontrate durante il viaggio e una libertà prima d'ora mai provata, avrà modo di rivolgere, un'ultima volta, uno sguardo al passato, fra soddisfazioni e nostalgie, ricercandone gli effetti sul suo presente.


Mr Stevens, maggiordomo vecchio stile, presta il suo servizio presso una grande ex tenuta nobiliare inglese, Darlington Hall. Il nuovo proprietario, Mr Ferraday, è un ricco e vivace imprenditore americano che ha acquistato la casa dopo la morte del precedente inquilino, Lord Darlington, quest'ultimo datore di lavoro per ben trentaquattro anni di Mr Stevens.
Il passaggio di proprietà crea al maggiordomo qualche imbarazzo, sia per l'aperta confidenza che Mr Ferraday gli concede (a cui non è abituato), sia per la modernità dei tempi, a cui il suo corpo non più agile non riesce a stare al passo.
Un pomeriggio Ferraday offre al maggiordomo una settimana di vacanza, la prima che può godere. Stevens è ben contento di accettare, soprattutto per l'eventualità di poter incontrare di nuovo un'amica, miss Kenton, governante di Darlington Hall che ha lasciato l'occupazione vent'anni prima per potersi sposare e andare a vivere con il marito in Cornovaglia.
Anzi Stevens vede questo viaggio come una missione: infatti nell'ultima lettera inviatagli proprio da miss Kenton (ora Mrs Benn), tracce di malinconia gli suggeriscono che la donna sarebbe disposta a ritornare a riprendere il suo posto, vista anche l'infelicità che rivela del suo matrimonio.
Con in mano una guida turistica d'annata e a bordo della Ford di Ferraday, Mr Stevens visita alcuni villaggi che si affacciano lungo la costa occidentale del paese, raccogliendo nel suo diario impressioni e pensieri su panorami e volti, chiacchiere con la gente del posto e nel frattempo gli si presenta davanti una realtà che prima si era sempre negato.
Il diario si arricchisce di riflessioni sulla vita, la sua carriera, su cosa rende davvero grande un maggiordomo e dove possa risiedere la dignità.
Eppure sono i ricordi a smuovere la sua coscienza: la sua vita interamente  spesa nell'osservanza dei principi di onore e fedeltà verso Lord Darlington, (un gentiluomo con tutte le qualità possibili, vittima di vili pettegolezzi sulla sua ambigua amicizia con rappresentanti nazisti), il rapporto gentile con miss Kenton, i suoi trionfi, quando Darlington Hall era la più celebre dimora in tutta l'Inghilterra, dove l'alta società amava radunarsi. Ma il tempo ha portato via con sé il meglio di quel mondo e dei suoi anni migliori.

"Quel che resta del giorno" è sempre presentato come il romanzo "più inglese" di Ishiguro eppure  a parte il contesto e l'ambientazione che indicano la sua profonda conoscenza della cultura britannica, il suo stile narrativo non ha nulla di inglese. La verbosità e l'accuratezza dei primi capitoli possono mettere a disagio un primo lettore ma la qualità della prosa, come la storia, nello scorrere delle pagine lo ripagano.
Perno del romanzo è la figura di Mr Stevens (personaggio non propriamente positivo ma umano), che ha basato tutto il suo modo di vivere sull'estremo adempimento del suo lavoro, tale da farlo divenire un tutt'uno con il suo vestito ed una maschera sul viso da cui non traspare né calore né affetto.
Ha unicamente seguito gli alti principi di grandezza e dignità, riflessi del prestigio di Lord Darlington, a cui è stato fedelmente cieco, peccando di non aver mai guardato oltre la semplice facciata.
Anche il convegno segreto che avviene di notte tra Lord Darlington, il Primo Ministro inglese e l'ambasciatore tedesco Ribbentrop (che segna il trionfo della sua carriera), Stevens pur informato non riesce (e non vuole) intravedere la prossima allarmante fine del Lord.

@Appuntario

Lo stesso diario-racconto è un intreccio di verità e reticenze volte a difendere l'operato di Darlington, di se stesso e delle sue ormai deboli illusioni.
Il viaggio si evolve in una catarsi smontando opinioni e principi: Stevens è un uomo che ha perso tutto, compreso un possibile amore. Come potrà trascorrere la breve esistenza che ancora rimane?
L'Inghilterra è un secondo protagonista all'interno dell'opera. L'autore ne raffigura la bellezza della campagna che il maggiordomo ama perché immutabile, le convenzioni, la banale pudicizia, la superficialità del periodo tra le due guerre, la complessa gerarchia delle classi sociali: uomini e donne chiusi nel ristretto campo delle loro competenze, ossequiano le volontà dei potenti che muovono, senza giusta causa, i fili del destino del mondo.
La frattura storica entra con la comparsa dell'antisemitismo, il nazismo, con la simpatia filo-germanica da parte di una élite di inglesi. Pur vittoriosa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la grande Inghilterra guarda il triste declino del suo impero, la deposizione degli onori da un ceto privilegiato ad un altro in ascesa.
Il senso di perdita e il disincanto di Mr Stevens si identifica con il tramonto di un'epoca, tuttavia il messaggio di Ishiguro non si coglie nel passaggio da una società all'altra ma nella spinta alla presenza e alla partecipazione del "nostro momento storico", non cadendo nel dilettantismo e nell'indifferenza comuni ma ricercare una conoscenza personale e una più completezza umana.
Il testo non si sofferma nel suo tempo e presenta le drammatiche istanze del presente, una politica più equa, il valore della democrazia, l'impegno intellettuale; nondimeno nelle ultime pagine il maggiordomo si rivolge ai lettori (come se anche loro facessero parte della stessa categoria professionale) invitandoli a raggiungere con le loro esistenze qualcosa di veramente vero e degno.
La conclusione è un finale che Mr Stevens apre più fiducioso e possibile per il giorno dopo.

<<Come ho detto, la felicità con la quale i cacciatori-di-divertimenti radunatisi su questo molo hanno salutato questo piccolo evento tenderebbe a farsi garante della esattezza delle affermazioni del mio compagno; per moltissime persone la sera è la parte più bella della giornata. E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata>>.




M.P.







Libro:

"Quel che resta del giorno", K. Ishiguro, Einaudi