"Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 Il Principe era depresso: "Tutto questo" pensava "non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre, il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli...;  e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.

"Il Gattopardo" (1963), Luchino Visconti


Dopo il libro dell'Auci "I Leoni di Sicilia" sono rimasta volutamente in terra siciliana: questa volta però con la lettura del "Il Gattopardo".
Ma leggere "Il Gattopardo" dopo " I Leoni di Sicilia" è stato come dare acqua all'assetato e cibo all'affamato, perché un libro "prodotto a tavolino" può raccontare in sé una storia piacevole ma è mancante di messaggio, è un libro silenzioso chiuso in pagine difficilmente destinate a riaprirsi; romanzi come "Il Gattopardo" ci parlano di ieri, ci parlano del nostro presente e continueranno a parlarci domani.
Eppure la pubblicazione di questo capolavoro italiano, osannato all'estero da pubblico e critica, non è sempre stata proprio indiscussa, anzi ha subìto un lungo travaglio culturale non meno complicato della sua epoca.
Il suo autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) appartenente alla piccola nobiltà siciliana, schivo, ritirato e gran lettore ma privo di contatti importanti con l'ambiente letterario morì prima di vedere alle stampe la sua opera che venne rifiutata sia dalla Mondadori sia dall'Einaudi e solamente nel 1958 vide la luce, grazie all'intervento di Elena Croce (1915-1994) figlia di Benedetto, che propose il manoscritto¹ a Giorgio Bassani che dopo averne compreso la grandezza letteraria lo pubblicò per conto di Feltrinelli.
Erano gli anni del boom economico, di una apparente stabilità sociale; la guerra era passata, di lì a tre anni si sarebbe celebrato il centenario dell'Unità d'Italia ma le crepe di un sistema fallato già erano cominciate a formarsi, con i fatti d'Ungheria, i contrasti politici, le rivolte nel Mezzogiorno.
Parte della classe politica e partigiana levò mugugni e lamentele all'indirizzo del romanzo, che ambientato nel Risorgimento, lo svalutava ad una non rivoluzione, screditandone i valori, l'eroismo, l'ideologia; sentimenti e fattori che quegli uomini avevano fatto propri nell'ultimo conflitto mondiale.
Ciò non ne impedì il successo letterario, l'anno dopo la vittoria dello Strega e la definitiva consacrazione (con buona pace di tutti) quando nel 1963 Luchino Visconti ne trasse l'omonimo e iconico film.
"Il Gattopardo" è un racconto sui cambiamenti privati e sociali del vecchio e decadente ceto aristocratico siciliano nel periodo del Risorgimento, colto nel critico passaggio dal Regno delle due Sicilie al nuovo Regno d'Italia. Ma definire il libro con questa semplice frase equivale a sminuire il suo alto significato.
"Il Gattopardo" è un'operazione nostalgia dove però il rimpianto del deposto passato non ne cela le pecche, anzi Tomasi di Lampedusa scandagliando nelle prime origini unitarie trova quel filo diretto che conduce a noi, con tutte quelle ragioni politiche, religiose, filosofiche, sociali, purtroppo perenni e irremovibili da secoli.

L'opera comprende un lasso di tempo di cinquant'anni, dal maggio 1860 quando i Mille di Garibaldi iniziano a sbarcare sulla costa siciliana, al primo decennio del XX secolo post-unitario.
Figura centrale e primaria è quella di Don Fabrizio Corbera principe di Salina, ultimo discendente di quella piccola nobiltà che aveva dominato da veri feudatari la provincia siciliana. Alto, autoritario, ancora bello, rispecchia fedelmente l'immagine del suo stesso stemma: un grosso gattopardo in atto di rampare. Fiero del suo lignaggio e dei suoi privilegi inamovibili nonostante l'alternarsi di  tempi e sovrani, il principe di Salina non ha pari nel suo regno come cultura; è un uomo dedito ai piaceri terreni e allo stesso tempo all'astrazione dei calcoli matematici e all'astronomia. 
Circondato di vanità polverose e suppellettili vetuste, egli vede passare gli eventi tumultuosi che segnano il rovesciamento degli antichi poteri nella sua isola con l'indifferenza e la noncuranza di patrizio che attende la rovina della propria classe e della propria famiglia senza reagire: pur non amando il nuovo sa che il vecchio non può sopravvivere e che un nascente ceto sociale, la borghesia faccendiera, aspetta di appropriarsi delle sue spoglie e incanalarsi negli strati alti del nuovo governo.
Per questo guarda con tenerezza alle ambizioni del suo figlioccio favorito, l'intraprendente nipote Tancredi, che si fa partecipe della recente rivoluzione soltanto per opportunismo, perché <<se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi>> e favorisce il suo matrimonio con la bella e vana Angelica, figlia dell'arricchito Don Calogero Sedara, sindaco di Donnafugata (feudo dei Salina) e rappresentante di quel ceto dalle origini oscure ma in progressiva ascesa.
Il principe di Salina si fa con gli anni ancora più sfuggente alle cose, agli uomini, agli affetti, ai beni, e disincantato da tutto, attende la propria morte con la stessa malia con cui ha posseduto tutto e l'altresì coscienza della fine della sua famiglia, della grandezza del suo passato, di un'epoca  soppiantata da un'altra, della provvisorietà perfino delle certezze e delle verità.

L'opera non poggia la sua struttura sullo sviluppo di una vera trama ma sui monologhi e pensieri del suo protagonista, il principe di Salina, personaggio controverso e accattivante, eroe ed insieme antieroe, conservatore di uno spirito da signore feudale e allo stesso tempo alieno ai rapporti con i suoi simili e più blandito dal conforto della vista delle stelle, che vede così lontane ed innocenti , incorruttibili davanti alle miserie umane, paragonandole ad un solo essere vivente, il suo fedele cane Bendicò².
Don Fabrizio riflette sul potere, sulle parole monarchia e legittimità, sullo Stato, la Chiesa, sull'effimero delle cose, il trapasso di epoche, dei governi, degli scontri di classe, di un mondo che sta per finire, con una trasparenza di osservazioni che farebbero storcere il naso anche ai benpensanti di oggi.
L'incipit del romanzo è tra i più belli della nostra letteratura: si avvia con la fine della recita famigliare del Rosario, dove il sacro si appresta a rilasciare il passo al profano, ad uno status  in decomposizione, ad una decadenza già sopraggiunta nelle finissime tovaglie rattoppate, nei piatti dalle sigle illustri ma disparati, nel giardino del palazzo dal gusto cimiteriale; tratti incoerenti con un ultimo eccesso di forma, di ritualità, di una società pigramente votata al lassismo.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa


Di contro Don Fabrizio vede salire quelle stesse scale della sua dimora la rivoluzione borghese, ritratta nel frack inopportuno di Don Calogero, nella bellezza minacciosa di Angelica che pone in ombra <<la grazia contegnosa>> della figlia Concetta e che il suo nipote Tancredi non fa che affrettare con la sua infatuazione puramente sensuale. Eventi troppo grandi per un Gattopardo che può solo piegarsi ad essi per sopravvivere.
Nell'intreccio di questi conflitti la Sicilia emerge, trascinata dal fascino gravoso del suo passato mitologico, antico, classico, esotico e da una forte sensualità che incide su tutto il romanzo. Una natura siciliana descritta da Tomasi di Lampedusa selvaggia, arida, sotto la luce di cenere indifferente alle azioni umane e scenario allegorico agli amori di Tancredi ed Angelica che si rincorrono nelle sperdute stanze del castello di Donnafugata, rintracciando ninnoli di lontani fasti, croci, frustini che ne aumentano la loro effimera tensione sessuale o nella parte del ballo dove un lusso macabro scopre lo spettacolo e insieme la farsa di un progressivo e futuro declino non più solo siciliano ma italiano.

<<Mai siamo stati tanto divisi come da quando siamo uniti. Torino non vuol cessare di essere capitale, Milano trova la nostra amministrazione inferiore a quella austriaca, Firenze ha paura che le portino via le opere d'arte, Napoli piange per le industrie che perde, e qui, qui in Sicilia sta covando qualche grosso irrazionale guaio... Per il momento, per merito anche del vostro umile servo, delle camicie rosse non si parla più, ma se ne riparlerà. Quando saranno scomparse queste ne verranno altre di diverso colore; e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire? [...] Don Fabrizio dinanzi alle prospettive inquietanti sentiva stringersi il cuore.>>

L'apice dell'opera è racchiusa tutta nell'incontro tra il principe di Salina e l'ambasciatore piemontese Chevalley di Monterzuolo. Quest'ultimo venuto ad offrirgli un posto in Senato nel nuovo Regno, si vede rifiutare di netto la sua pur prestigiosa proposta. 
Il brano può suscitare nel lettore pareri contrastanti e varie interpretazioni, tacciando Don Fabrizio ora di opportunismo, immobilismo ora di semplice rassegnazione ma ciò fornisce l'avvio a bellissime pagine di profonda e quanto mai malinconica riflessione sulla Sicilia, sulla storia della Sicilia affannata da una crudeltà di clima, rovente e tempestoso, dal <<peso di magnifiche civiltà eterogenee>> espresse in enigmatiche opere d'arte, fantasmi muti , monumenti incomprensibili ma concrete imposte; tutte condizioni che ne hanno formato una <<terrificante insularità di animo>>.
Don Fabrizio rivela all'ambasciatore su come non <<importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare>>, dove Tomasi di Lampedusa ravvedeva la radice di quella neghittosità ed acquiescenza del vituperio del Mezzogiorno in quel plebiscito-farsa del 1860³ dove era morta <<la prima espressione di libertà che a questo popolo si era mai presentata>>. Da quel momento Don Fabrizio è davanti ad un mondo che non può più cambiare: è irredimibile come la sua terra.
"Il Gattopardo" riflette quell'amara critica che arriva fino ai nostri giorni sulla preoccupazione del futuro, la questione del Mezzogiorno, sulla piaga del trasformismo politico, del dissolvimento dell'ideologia di una classe culturale che aveva fallito allora come anche dopo il secondo conflitto mondiale; le illusioni e gli dei erano caduti con quella bomba che gli Alleati sganciarono nel 1943 su Palermo devastandola.
Incredibilmente moderno e pericoloso ancora oggi, del "Il Gattopardo" rimangono purtroppo soltanto le immagini del ballo e di un mondo concluso.



M.P.





¹ La definitiva ed integrale stesura del libro (dopo il ritrovamento di vari frammenti) è quella pubblicata da Feltrinelli nel 1969, ancora oggi valida.
² In una lettera inviata ad un amico Tomasi di Lampedusa rivela che Bendicò è la chiave di tutto il romanzo.
³ Nell'ottobre 1860 si svolse il plebiscito delle province siciliane già liberate dai Borboni e sancì di fatto la fusione al Regno d'Italia. Fu però un plebiscito guidato da violenze, minacce ed irregolarità.





Libro:

"Il Gattopardo", G. Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli










Commenti

  1. Magnifica recensione a un romanzo magistrale, ti ringrazio molto di averla scritta! Penso proprio che ogni capitolo di questo libro potrebbe far scaturire discussioni di ore in un eventuale gruppo di lettura. Si tratta di una delle grandi differenze con i libri odierni: la pregnanza delle pagine che generano altri significati, nuovi spunti di riflessione. Un altro libro "siciliano" che ho adorato è "I Viceré" di De Roberto.

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    1. Anch'io, da ignorante, immaginavo questo libro come il rammarico di un fasto ottocentesco perduto, tra balli e mondanità. E invece mi sono trovata davanti un pezzo di modernità incredibile: i dubbi, le domande che si pone Tomasi di Lampedusa sono ancora nostre! Poi è incredibile su come abbia indagato e analizzato i primordi della nostra unità nazionale, non priva di falle da cui oggi scaturiscono le disastrose conseguenze.
      Ti ringrazio per aver citato il romanzo di De Roberto (che dovrò recuperare) e insieme a questo sullo stesso filone, voglio ricordare "I Vecchi e i Giovani" di Pirandello e "Noi Credevamo" della Banti.

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