mercoledì 29 maggio 2019

"Il Denaro" di Émile Zola

Alcuni passanti voltavano il capo, attratti e spaventati da quanto accadeva lì, da quel mistero delle operazioni finanziarie che poche menti francesi sono in grado di penetrare, quei tracolli e quelle fortune improvvise, incomprensibili, in tutto quel gesticolio e quelle grida barbare. E lui, fermo sul bordo del canaletto di scolo, assordato dalle voci lontane, urtato da quella baraonda di gente frettolosa, sognava una volta di più la sovranità dell'oro, in quel quartier generale di tutte le febbri, al centro del quale la Borsa, dall'una alle tre, batte come un cuore enorme.

"Ritratti alla Borsa" (1879-79), E. Degas

In uno speciale dedicato ad Umberto Eco, di qualche tempo fa, si parlava di quanto l' "assenza" di questo magnifico scrittore fosse così profonda nella società di oggi.
Quando si verificava un evento o un fatto di cronaca o costume che si imponeva agli occhi del pubblico, Eco era sempre presente con le sue, ormai, consuete e pronte riflessioni, solerte nel rassicurarci o nel porgerci delle istanze, delle prospettive o possibilità.
Manca veramente quella figura dell'intellettuale dal pensiero libero, pulito da tutta quell'ipocrisia malsana nascosta negli (alcuni) intellettuali odierni, invischiati tra consensi politici e sociali, tra circostanze e schermaglie televisive, che fanno della letteratura o dell'arte una presa di posizione, destra o sinistra che sia.
Riprendendo, dopo qualche anno, la lettura del mio scrittore preferito, Èmile Zola, ho riavuto la stessa sensazione : la dolorosa assenza di queste figure.
Èmile Zola (1840-1902) imponente volto del passato, scrittore, critico, padre del Naturalismo, autore  con il suo "J'accuse...!" del più potente atto di libertà della storia, viene volutamente ancora poco considerato nella letteratura del nostro tempo e relegato, impropriamente, solo alla sua epoca.
Nei suoi testi, invece, terribilmente gravi e bui, egli ha raccontato il suo periodo ma anche quello che stiamo vivendo ora; l'incredibile rivelazione di un tempo mai andato avanti o il cui corso si sia ripetuto troppo spesso, eppure il motivo di questa veggenza si avvicina più a quella profonda conoscenza dell'animo umano unita ad una professionalità mai corruttibile.
Pubblicato nel 1891 "Il Denaro" è il diciottesimo (terzultimo) dei venti volumi che comprendono la grande opera dello scrittore francese, la saga famigliare dei "Rougon-Macquart", con la quale intese costruire una sorta di storia sociale e naturale nella Francia del Secondo Impero. Questo lungo ciclo che ha come sfondo la lotta tra il ramo legittimo, i Rougon, e il ramo illegittimo, i Macquart, inizia nel 1851, con il colpo di stato attuato da Napoleone III, e culmina con il 1870, anno della sconfitta di Sedan e il conseguente crollo dell'Impero.
"Il Denaro" apre il cammino a quest'incipiente fine che ha come origine l'ambiente finanziario, dove la sua catastrofe prefigura quella militare. Ma il "denaro" che dà il titolo al romanzo non ha qui la funzione di patrimonio da accumulare e tutelare nei secoli ma prodotto di quella febbre per gli affari, per l'effluvio di dissipazioni delittuose, per le rischiose speculazioni che hanno come centro il desiderio, portato fino alla nevrosi, di dominare il mondo della Borsa, cuore di tutte le miserie e delle fortune che accecarono gli ultimi anni del regno di Napoleone III.
Il romanzo diventa poi un affresco più ampio,storico, culturale e sociale, volto a raffigurare quei primi cenni di antisemitismo e i traffici verso l'Oriente che avrebbero preannunciato le oscurità del primo Novecento.


La vicenda si apre a Parigi nel 1864, concludendosi nel 1869.
Antieroe protagonista del libro è Aristide Rougon, uomo corroso dalla ereditaria bramosia del denaro che ama veder scialacquare in imprese folli e distruttive.
Truffatore senza scrupoli (cambia nel frattempo il suo cognome in Saccard per poter essere più facilmente favorito dal fratello Eugène, ministro dell'imperatore), dopo aver evitato di poco il disastro finanziario in una speculazione edilizia¹, si lancia nel mondo della Borsa fondando la Banque Universelle, nel suo sogno la più grande banca cattolica capace di abbattere l'alta finanza ebraica e, attraverso nuove rotte commerciali con l'Oriente, conquistare l'Asia per il papato. Grazie ad appoggi aristocratici, all'ingegnere Hamelin (incaricato per i rapporti con l'Oriente) e alla sua buona sorella Madame Caroline, la Banque Universelle parte da un credito di venticinque milioni di franchi divisi in cinquecento azioni. Ma se da principio questa, godendo di una certa stabilità dovuta ad una guida saggia e sicura nel fermento causato dall'Esposizione Universale, riesce ad imporsi facendo scricchiolare i patrimoni di tanti banchieri ebrei, dopo, con la pericolosa compravendita delle azioni da parte di Saccard e seguaci, utilizzando i cosiddetti "uomini di paglia" e l'eccessiva ondata speculazioni, la catastrofe arriva mietendo vittime nei vari ceti sociali: il fatuo benessere che si era colto era posato su un edificio destinato già a crollare per il troppo esubero.

Si è portati a valutare gli ultimi volumi del ciclo dei Rougon-Macquart come dei romanzi minori dello scrittore, meno conosciuti, dove il genio letterario si era andato esaurendo con l'età e con una saga famigliare troppo estesa. Eppure stando a questa lettura "Il Denaro" è ancora un imponente libro che non ha nulla da invidiare a "Nana", "L'Assommoir" o "Germinal"; si tratta di un'opera molto più tecnica, anche per via dell'ambiente dove è concentrata, che riesce ad approdare in tematiche storiche, sociali, politico-filosofiche, a partire da un fatto di cronaca.
Èmile Zola prese spunto dal fallimento nel 1882 dell'Union Généralle, banca d'ispirazione cattolica il cui disastro divenne uno dei più grossi scandali del Secondo Impero e di cui vennero accusati senza la minima attinenza i banchieri ebrei, presi poi di mira nei ceti cattolici (l'affare Dreyfus scoppierà qualche anno più tardi), fomentando l'odio semita.
Al momento della stesura era in atto lo scandalo di Panama ma i molti riferimenti storici vanno dalla spedizione in Messico, la terza guerra di indipendenza italiana, passando per l'Esposizone Universale del 1867, all'imminente guerra franco-prussiana.
Baccanale preposto a sfruttare il momento storico è il binomio Banca-Borsa, fulcro degli incrementi e delle perdite di denaro, di influenze, corruzioni, lotte di classe, dissipazioni di fondi. Zola ne illustra minuziosamente i meccanismi speculativi, affaristici, fino a descrivere vere giornate di sedute, azioni legali ed illegali, liquidazioni, compravendite, mentre il tracollo della Banca di Saccard è immaginato come un campo di battaglia a fine guerra, pochi superstiti, vinti mutilati, morti.
Questa visione apocalittica non ha nulla di paradossale: il compito che si prefiggeva l'autore non era di inserire una vicenda privata in un contesto borsistico ma mostrare gli effetti devastanti del denaro (o della mancanza di esso);  dove se da una parte apporta ad una vita degna, all'educazione e alla possibilità di creare un bene comune <<il concime con cui crescere l'umanità del futuro>>, dall'altra, con la sua attività frenetica, avvelena e distrugge l'essere umano.

 <<All'indomani dell'Esposizione, in una Parigi ebbra di piaceri e potenza, si viveva un momento unico, un momento di fiducia nel benessere, la certezza di una buona sorte illimitata. Tutti i titoli erano saliti, i meno solidi trovavano acquirenti creduli, una pletora di affari putridi intasava il mercato, lo congestionava fino all'apoplessia, mentre, sotto, rimbombava il vuoto, il reale esaurimento di un regno che aveva molto goduto, spendendo miliardi in grandi opere, ingrassando istituti di credito faraonici, le cui casse spalancate si squarciavano da tutte le parti>>.

Il sistema ideato da Saccard, marionettista dominato dalla passione in rivalità con il banchiere ebreo Gundermann guidato dalla logica, si inoltra anche nelle vite di venti personaggi, il ribassista Moser, il rialzista Pillerault, l'usuraio Bush, la fredda baronessa Sandorff, il mercante di seta in bancarotta Sédille, le contesse di Beauviller che ostentano una ricchezza ormai persa, la principessa d'Orviedo con la sua inutile generosità, lo stesso Eugène Rougon vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, pronto a concedere più libertà pur di non perdere la sua posizione, fino ad arrivare alle ambigue figure provenienti dalla pubblicità e dal giornalismo, non meno corrotti, tutti stritolati da tare ereditarie e società, nelle analogie tra denaro e libido (causa della sconfitta di Saccard). Unico a salvarsi dal girone infernale è il giornalista Jordan (cammeo dell'autore agli esordi) che vive del suo lavoro, di fatica e speranza.
Romanzo moderno "Il Denaro" stupisce per la correlazione con il nostro tempo, per tutti quegli apparati descritti che oggi dominano la realtà: in uno dei passi più belli del libro lo scrittore francese mette in bocca alla contessa di Beauviller l'evocazione dei tre elementi di scambio su cui si sono rinnovate di volta in volta le sorti della storia: il baratto, la terra, il denaro e, ultimo in nome del progresso, il mercato azionario.
Se il trionfo del capitalismo cade su se stesso anche le teorie socialiste (marxiste) vengono condannate per il loro pensiero utopico e pericoloso di porre su un unico livello tutti gli uomini, non tenendo conto delle diverse intelligenze e individualità, creando una sorta di dittatura inconsapevole.
Ma il destino dell'essere umano, le cause del peggioramento del suo status sono veramente da ricercare fra i fattori del denaro, del potere, o più da intravedere nel cuore dell'uomo? Questo è l'interrogativo che si pone Zola.
<<E, al ricordo della vergogna che aveva provato per la sua relazione con Saccard, pensava alla spaventosa sporcizia che imbratta anche l'amore. Perché far portare al denaro il peso delle porcherie e dei crimini che provoca? È davvero meno sudicio l'amore, quell'amore che crea la vita?>>.



M.P.




¹Vicende presenti nel secondo volume della saga, "La Preda".




Libro:

"Il Denaro", E. Zola, Mondadori.

giovedì 16 maggio 2019

Palazzo Barberini a Roma, cassaforte di capolavori e di storia romana




Sulla bella piazza Barberini di Roma, divenuta oggi pietra dello scandalo dopo la chiusura della sua stazione metropolitana, si affaccia l'omonimo palazzo (da cui la piazza prende il nome), tra i più eleganti in stile barocco della capitale.
Tutt'ora sede delle Gallerie Nazionali d'Arte Antica insieme a Palazzo Corsini, il maestoso palazzo Barberini fu iniziato dal Maderno, con l'aiuto del Borromini, nel 1625, e compiuto dal Bernini nel 1633; questo innanzitutto presenta una pianta insolita: manca il cortile, ha un atrio sviluppatissimo e la facciata si apre verso il giardino, serrata tra due avancorpi che si prolungano fino al prospetto posteriore.
Il valore dell'edificio è chiaramente rappresentato dall'insieme armonico delle realizzazioni dei suoi architetti: il Maderno ne costruì i suoi avancorpi a tre piani, parte della facciata posteriore; al Bernini si attribuì il corpo centrale, il portico, lo scalone quadrato; al Borromini la caratteristica scala elicoidale e le finestre sui raccordi tra ali e facciata.
A fregiarsi dell'imponente palazzo e della raccolta delle sue meraviglie furono i Barberini, famiglia d'adozione romana che svolse, almeno fino al XIX secolo, un influente ruolo nei giochi di potere dei salotti romani, tanto che ogni pietra della città eterna sembra rimembrare i fasti e le leggende di questa casa.
Originaria di Barnerino in Val d'Elsa (Siena) e stabilitasi sin dal XIII secolo a Firenze, partecipando attivamente alla vita politica nella fazione antimedicea, nel 1530 si trasferì a Roma.
Nello stato pontificio seppero assumere una posizione così eminente da portare alla tiara, col nome di Urbano VIII, il loro congiunto Maffeo (1568-1644); proprio a quest'ultimo si deve il volere della costruzione del palazzo.
Eletto papa nel 1623, convinto sostenitore della suprema autorità della Chiesa, che governò nel pieno della guerra dei Trent'anni, fu grande mecenate, colto, umanista e abbellì la città promuovendo opere pubbliche imponenti; rafforzò armamenti, fortificazioni, arsenali ma non curò l'erario che rimase seriamente compromesso.




La rapacità dei Barberini nello sfruttare i vantaggi della tiara, il loro diffuso nepotismo, unito al celebre saccheggio dei monumenti antichi per le loro costruzioni, diedero la nascita a quel motto che ancora riecheggia tra i romani: <<Quod non fecerunt barbari, Barberini fecerunt>>.
In compenso i principi raccolsero nel loro palazzo gentilizio una galleria di dipinti che, mediante la cessione allo stato di alcune delle opere più importanti (simbolica la "Fornarina" di Raffaello), fu liberata dal vincolo fidecommissario nel 1934; nel 1955 la residenza divenne di proprietà della Repubblica Italiana.
Le Gallerie Nazionali d'Arte Antica oggi comprendono un valore inestimabile di dipinti e sculture che vanno dal XIII secolo al XVIII, tra artisti italiani ed europei.
Il percorso museale inizia al piano terra con una serie di dipinti del Duecento e del Quattrocento. Attraverso lo scalone quadrato del Bernini si accede alla scala elicoidale che Borromini progettò su ispirazione della scala del Mascherino al Quirinale. Il piano nobile è dove risiede la maggior parte dei capolavori.
Nominare tutta la sua collezione sarebbe impossibile e direi anche noioso, pertanto ho scelto di citare soltanto alcune di questa e naturalmente quelle che mi hanno più colpito.

Scala del Bernini

Scala del Borromini

 L' "Annunciazione e due adoratori" (1435) di Filippo Lippi (1406-1469) è tra questi.
In un ambiente domestico, tripartito da archi, avviene l'evento dell'Annunciazione alla Madonna, che riceve dall'arcangelo Gabriele il giglio simbolo della purezza. Questa viene sorpresa mentre sta leggendo il libro delle Sacre Scritture mentre alla sua sinistra due adoratori ( molto probabilmente i committenti) assistono al momento religioso. Ma è lo sfondo a colpire gli occhi dello spettatore: il letto su cui si poggia una tenda, a sinistra due ancelle che spaventate corrono via e la splendida prospettiva che si apre sul giardino nella parte centrale. Ogni dettaglio è rifinito con precisione e stile quasi leonardeschi.

 
"La Fornarina" realizzata da Raffaello Sanzio (1483-1520) nel 1520 è divenuto il dipinto simbolo del palazzo. Mi ricordo di essermi soffermata qualche minuto in più davanti a questo capolavoro, dove sembra essere ritratta Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere (chiamata per questo la "fornarina"), amante dell'artista.



È impossibile non rimanere rapiti e sedotti da questa Venere bruna e reale, dai suoi occhi neri voltati verso il suo ritrattista, e la firma di quest'ultimo non si trova unicamente nel bracciale indossato dalla donna ma nell'esaltazione della sensualità che emana ancora.
"Santa Maria Maddalena che legge" (1490-95) del pittore fiorentino Piero di Cosimo (1462-1522) incanta per la dolcezza del viso del noto personaggio femminile dei Vangeli. Ma qui la Maddalena è raffigurata più come una donna colta, dagli abiti contemporanei, i capelli lunghi sulle spalle adorni di pelle (come già l'artista aveva fatto con Simonetta Vespucci), mentre alcuni dettagli (un libro e un misterioso biglietto) fuoriescono da una finta architettura.
Nella peculiare sala dei ritratti sovrastano sopra alle altre le figure ben distinte di Enrico VIII e Beatrice Cenci.


Il "Ritratto di Enrico VIII" del pittore di corte Hans Holbein figlio (1497-1543), fu eseguito nel 1540 all'epoca del quarto matrimonio del re d'Inghilterra con la duchessa tedesca Anne di Clèves, matrimonio che non durò più di sei mesi, visto il poco gradimento che lo sposo provava verso la fanciulla.
Eppure il lavoro di Holbein ha poco a che vedere con lo sfortunato sposalizio ma molto con una glorificazione del potere, questo tutto nelle mani del re inglese.


 Colui che aveva provocato "la rottura religiosa con Roma", ripudiato la prima moglie per sposare una seconda, conosciuto per i suoi terribili appetiti, si erge qui con la sua imponente corporatura: lo sguardo autoritario, gli abiti di un sovrano sfarzoso, ricco e per questo temibile, la presa forte delle grandi mani, definiscono l'immagine di un'Inghilterra riflessa nel suo monarca.
Diversa tematica è il "Ritratto di Beatrice Cenci" (1599) attribuito a Guido Reni (1575-1642), che si colloca in una brutta storia romana di fine Cinquecento. La ragazza raffigurata era una nobildonna romana figlia del conte Francesco, un uomo triviale e meschino che con inaudita crudeltà seviziava Beatrice e i suoi fratelli minori. Con raccolto coraggio Beatrice uccise il padre ma poco tempo, scoperto l'assassinio, venne accusata di parricidio e condannata a morte da Clemente VIII presso Castel Sant'Angelo.
Reni dipinse Beatrice poco prima dell'esecuzione mettendo in risalto il suo viso giovane, quasi di bimba, dolce ma provato, conscio dell'imminente fine eppure liberato dalle tante sofferte pene, una innocente donna vittima delle mostruosità umane.


 Fra le poche sculture presenti a Palazzo Barberini, non si può non citare quella singolare di Antonio Corradini (1688-1752) "La Velata (vestale Tuccia)" (1743). Maestro nell'esecuzione delle figure velate, Corradini ricorse al mito latino per realizzare questa statua rappresentante la celebre vestale Tuccia, che accusata di aver violato il voto di castità, venne punita con l'antica prova consistente nel raccogliere tutta l'acqua del Tevere dentro un setaccio. Tuccia, grazie all'aiuto della dea Vesta, riuscì nell'impresa e comprovò la sua innocenza.


 Una sala scura e poco illuminata accoglie con teatralità le opere più considerevoli: il "Narciso" (1597-1599) e "Giuditta e Oloferne" (1599) di Caravaggio (1571-1610). Soprattutto davanti a quest'ultimo, ai visitatori è concesso potersi sedere e ammirare da vicino tutto il dinamismo, la contrapposizione tra colori e ombre, che fuoriescono dalla potenza del quadro.



 La storia e la gloria di questa famiglia passa attraverso la sala più importante e ampia del palazzo, quella realizzata dal pittore e architetto toscano Pietro da Cortona (1597-1669).



 Ampia ben quattrocento metri quadrati, è decorata con l'enorme affresco sul soffitto, "Il Trionfo della Divina Provvidenza", realizzato tra la fine del 1632 e il 1639 per esaltare il Papa, la famiglia e la Chiesa, è composto da un vortice di figure (una miriade di personaggi), con elementi naturali ed architettonici; al centro figura la Divina Provvidenza che comanda alla Fama di incoronare i Barberini e renderli ancora una volta i depositari di uno momento di storia, arte e bellezza che non smette di essere raccontato per le vie di Roma.





M.P.



Sito del Palazzo Barberini