giovedì 21 marzo 2019

"La Diva Julia" di William Somerset Maugham


Scrisse l'indirizzo sulla busta, gettò il biglietto da visita nel cestino e infilò il vestito per il primo atto. Passò il buttafuori bussando ai camerini.
<<Pronti a andare in scena>>.
Quelle parole, udite sa il cielo quante volte, le davano ancora un brivido. La rinvigorivano come un tonico. La vita acquistava significato. Stava per lasciare il mondo della finzione per entrare nel mondo della realtà.

Tallulah Bankhead

La prima cosa che mi piace di William Somerset Mugham (1874-1965), scrittore  e commediografo britannico, è che non si sa mai dove ti trascinerà.
Le sue storie iniziano in modo semplice, divertente, oserei dire pure riposante.
Ma dopo una ventina di pagine, o poco più, la trama riposante prende una piega insolita, sempre divertente ma incrinata da improvvise spaccature e la sicurezza che si credeva di avere all'inizio scompare, venendo così portati in balia dello scrittore, attraverso vicissitudini inspiegabili che trovano la risoluzione solo a fine lettura.
La seconda cosa che mi piace è il suo scavare nella psiche umana.
Maugham non fa differenze di genere, pertanto le debolezze, i tabù più disonorevoli, erompono inconsapevolmente da uomini e donne su toni dissacranti quanto cinici.
Questo è ciò che avviene anche nel romanzo "La Diva Julia".
Pubblicato nel 1937 sotto il titolo originale di "Teatro", Maugham era allora un affermato e ricco scrittore di sessantatré anni, già famoso per "Schiavo d' Amore" (1915) e "Il Velo Dipinto" (1925), riscosse un buon seguito di critica e di lettori, se si vogliono escludere i malumori e i rimbrotti nell'ambiente teatrale.
"La Diva Julia" non era un'opera per il teatro ma sul teatro, visto che la protagonista assume le fattezze di una scafata e talentuosa attrice inglese, le cui azioni non certo esemplari, suscitarono la disapprovazione di tante attrici, questa volte vere degli anni '30, che allontanarono da loro quell'immagine che definivano irreale.
In realtà il personaggio femminile, uscendo dal mondo artistico, andava a incarnare il simbolo della società del tempo; quel sottile confine tra persona e personaggio che sotto la spinta di Freud esplorava nelle lacune dell'identità umana e in quel limite indefinibile che esiste tra realtà e finzione.


Julia Lambert, quarantasei anni, è la più grande attrice d'Inghilterra, figlia della provincia londinese, non è bellissima ma nessuna indossa gli abiti aderenti meglio di lei, il suo geniale istinto artistico la porta a calarsi subito nei panni del personaggio da interpretare senza troppa fatica perché Julia ha fatto della sua professione, ma anche della sua vita, il motto  : <<non bisogna essere naturali ma sembrare naturali>>.
Osannata dal pubblico e negli ambienti aristocratici e alto-borghesi, usa i suoi mille volti per compiacere i suoi interlocutori e attirare l'attenzione sui personali ruoli di grande attrice, signora del bel mondo, moglie e madre esemplare. Solo il lettore conosce i suoi veri pensieri, i suoi sentimenti, punti deboli, chiusi nell'intimo perché nascosti all'ombra di Julia Lambert, l'attrice.
Potrebbe sembrare un modello di perfetto adattamento alla vita ma quando all'improvviso compare nella sua routine il giovane e bel ragioniere Tom Fennell, uomo vanesio ed intrigante, Julia se ne innamora perdutamente, tanto da tralasciare la carriera e le amicizie fruttuose; l'aura su cui ha ammantato la sua persona e personaggio cade e qualcosa si rompe nel suo ménage. Pur nella rottura alla donna si apre la scoperta di una verità imprescindibile.

"La Diva Julia" è un'opera brillante, eccentrica, dallo stile fluido, pervasa da un umorismo arguto e rivelatore dei prodotti della coscienza umana.
Nella società londinese degli anni Trenta si innestano tematiche tipiche della letteratura del primo Novecento, la crisi d'identità, la maschera, i mille volti della personalità.
Tutto è concentrato in Julia Lambert, attrice la cui teatralità non si esaurisce nella professione bensì continua invadendone anche la sfera privata: la persona si fonde con il suo personaggio, e anzi è la vita a diventare finzione mentre il teatro la sua realtà, perfino più dominante. Da questo paradosso psicologico ne nasce una donna unica, multi sfaccettata, convincente nell'interpretazione dei suoi ruoli, che possono o non possono essere parti integranti della sua personalità ma che denotano una profonda conoscenza dell'animo umano.
In questo perenne metateatro, Julia Lmbert, di cui seguiamo con partecipazione le vicissitudini, non può considerarsi comunque un modello; Maugham ne tratteggia l'incostanza, la malignità, gli eccessi eppure la società mondana che la circonda, che sia quella aristocratica, borghese o di campagna, possiede il suo medesimo vivere, semmai inconsapevolmente più cinico e profittatore. Gli stessi personaggi maschili non hanno carattere, sono immobilizzati nelle loro vanità, egoismi che arrivano all'idiozia e alla vacuità delle loro azioni.
La scissione tra persona e personaggio avviene quando Julia, innamorandosi, trasporta la sua vita nel teatro, la finzione nel teatro, e di colpo la sua carriera subisce una frattura.
In una scena dove si raggiunge l'apice della narrazione, il figlio Roger, in un aspro dialogo con la madre, denuncia la sua falsità, la perpetua recitazione e togliendole la maschera, o le maschere, scopre, a suo dire, il vuoto, nessuno.
Si allontanerà in seguito dalla famiglia per ricercare una possibile verità.
Ma questa verità verrà trovata da Julia Lambert, in un appartato tavolino di un hotel lussuoso, guardando su una pista da ballo, uomini, donne, giovani, vecchi animarsi come attori su un palcoscenico: in fondo <<Tutto il mondo è teatro, e uomini e donne solo commedianti. Ma l'illusione sono loro, oltre quegli archi; la realtà siamo noi, gli attori>>.
E sono sicura che Maugham vedesse in questo mondo anche il proprio, di scrittore.



M.P.





Libro:

"La Diva Julia", W. S. Maugham, la biblioteca di Repubblica-Adelphi

mercoledì 13 marzo 2019

"Mandami tanta Vita" di Paolo Di Paolo


Era il tempo delle lettere. Planavano come stormi sopra le città di mattina presto. Le buste si bagnavano di pioggia e poi si gonfiavano, fino a diventare scrigni. [...] La vita era anche questo - scrivere lettere, aspettarle.




Con la lettura, lo scorso anno, di "Vite che sono latua. Il bello dei romanzi in 27 storie", posso dire di essermi ritrovata nello stile e nel modo di raccontare di Paolo Di Paolo; ho apprezzato il suo porsi davanti a tanti romanzi citati nell'antologia esponendo la sua persona, il suo "io lettore" prima ancora "dell'io scrittore", con un amore per la letteratura e le parole, tali che ho acquistato alcune delle opere nominate e comprato questo libro, a detta di molti, il più stimato dello scrittore.
"Mandami tanta Vita" è stato pubblicato nel 2013 e successivamente candidato al Premio Strega.
L'impianto narrativo del testo non ha nulla di usuale ma possiede l'originalità di presentare due vite, fra di loro sconosciute, che procedono parallelamente, per poi scontrarsi accidentalmente per pochi istanti, e riprendere infine il proprio cammino ma non più uguale a prima.
Una di queste vite, che di Paolo prende in prestito dalla nostra storia, è quella di Piero Gobetti (1901-1926), giovane intellettuale ed editore, oppositore al fascismo in cui vedeva l'incarnazione di tutte le insufficienze della nazione e lo combatté  nelle sue radici, con un'intransigenza che gli costò vessazioni morali e fisiche, in seguito alle quali andò esule in Francia, dove morì dopo pochi giorni a nemmeno venticinque anni.
Il libro è per questo ambientato nel 1926, tra Torino e Parigi, a metà tra racconto e romanzo psicologico.


Moraldo, studente universitario della Facoltà di Lettere, è un giovane schivo ed introverso, che arrivato ai ventiquattro anni d'età sente di non aver concluso nulla di veramente importante nella sua vita; pur nella sua ancora giovinezza, avverte un senso di insicurezza e inadeguatezza nella propria persona, in un mondo dove, apparentemente, gli altri sono sicuri e coerenti.
Nella Facoltà conosce un ragazzo pallido dai capelli ricci, Piero, scrittore ed editore di una piccola rivista; lui è il suo esatto contrario: spavaldo, ribelle ed intellettualmente attivo.
Moraldo comincia ad ammirare il giovane e ripetutamente gli scrive alcune lettere per poter collaborare come illustratore nella rivista ma nessuna di queste trova risposta.
Nel frattempo parte per Torino per una sessione di esami ma con uno scambio di valigie incontra Carlotta, una fotografa.
Si infatua perdutamente di lei tanto che il pensiero di Piero viene nascosto dall'immagine della ragazza e arriva a seguirla a Parigi.
Anche Piero intanto è giunto nella capitale francese, lasciando in patria l'amata Ada e il figlio appena nato. È in cerca di una nuova casa e una sede per rifondare la rivista; in fuga dal caos di un'Italia soggiogata dalla dittatura, violenze, censure e silenzi che egli squarcia nelle sue lettere e pensieri con il potere delle idee, delle parole e dell'amore profondo per Ada.
In una calda mattina di febbraio, i due si incontrano casualmente in un parco: Piero malato e Moraldo da poco piantata in asso da Carlotta.
Pur riconoscendolo, quest'ultimo non può far altro che scambiare qualche battuta di cortesia ma ormai libero da altri pensieri tornerà a cercarlo.

La lettura di "Mandami tanta vita" è stata tra le più belle che ho intrapreso di uno scrittore italiano contemporaneo; vi ho trovato molta sensibilità ed accuratezza nella narrazione, molta profondità nelle riflessioni espresse da Piero.
Piero Gobetti era una figura che conoscevo in relazione a Matteotti e Gramsci ma non interamente la sua vicenda, oggi andata completamente persa. Di Paolo presenta l'intellettuale, lo scrittore, il ribelle, l'idealista eppure il ritratto più convincente è quello umano, di un giovane uomo con le sue debolezze, i crolli emotivi, il dolore per l'ineluttabilità del tempo che vince sulle miserie umane, così che l'autore rende un Piero più vicino a noi, moderno.
Il passato, in fondo, è un po' come lo descriveva Anna Banti, non dalle barbe lunghe e pensieri astrusi bensì giovane e chimerico.
Il personaggio di Piero è qui posto maggiormente per "ridestare" il protagonista Moraldo, volgergli la coscienza all'importanza del momento storico, renderlo partecipe di un qualcosa di più grande della quotidianità, anche dei fallimenti, dei dubbi, degli amori sfortunati: è la vita che si affaccia a Moraldo, quando persa la giovinezza ne scopriamo l'inevitabilità delle cose, l'inafferrabilità di altre, ben consci che ciò che perdiamo è anche nostro.

Adesso che l'impiegato batte forte il timbro sull'affrancatura, vorrebbe dirgli Mi scusi, devo fermarla, avrei una frase da aggiungere, è una frase che mi è tornata in mente adesso, l'ho scritta una volta sola, è passato qualche anno, ma l'ho pensata spesso, l'ho pensata sempre, era per la mia fidanzata, che adesso è mia moglie e la madre di mio figlio, se ricordo bene diceva così: Una lettera di Didì è la vita sai?Quindi mandami tanta vita.



M.P.







Libro:

"Mandami tanta vita", P. Di Paolo, Feltrinelli

venerdì 8 marzo 2019

Quando l'arte diventa il corpo delle donne


Come la letteratura anche l'arte ha le sue misconosciute, donne che posseggono una menzione, qualche trafiletto sulla propria professione, o donne, più fortunate, che detengono qualche paragrafo in più, e ad altre, malaugurate, non rimane che l'oscurità.
Ma dalla notte dei tempi le donne hanno lasciato tracce della loro vita sul proprio corpo, paure, silenzi, contraddizioni, pensieri nascosti e stretti sotto strati di tessuti. Le artiste, pazze e ribelli per la società, ne hanno mostrato i loro dolori ed impulsi, che sono gli stessi, ieri come sempre.


"Donna davanti alla toilette", B. Morisot

Ci è voluto gran parte del Novecento per riconoscere alle pittrici impressioniste il loro giusto valore e la loro posizione preminente all'interno del gruppo, eppure ancora oggi un quadro di Monet o Renoir viene stimato molto di più rispetto ad un Morisot o a un Cassatt, e il motivo non è dipeso dal maggior talento dei primi ma alla solita e ricorrente discriminazione di genere.
A Berthe Morisot (1841-1895), fra le prime artiste ad essere incluse nel gruppo, il suo stile è sempre stato assimilato con quello del padre dell'Impressionismo, come se una donna non potesse identificarsi con un proprio: in realtà la sua arte così nebulosa e intangibile, come quando sogniamo, rappresenta l'unicità del suo lavoro.
"Donna davanti alla Toilette" (1875-1880) rientra pienamente fra queste visioni.
In una camera da letto una giovane donna si sta sistemando i capelli davanti allo specchio. Il suo abito di raso è alla moda e una spallina è scesa mostrando la bianchezza delle sue spalle ma il suo volto non è rivelato. Intorno alla sua bella figura si notano alcuni oggetti, una rosa, una finestra e forse una parte del letto alla sua destra ma nulla è abbastanza nitido; le pennellate veloci, le sfumature ricorrenti di rosa, bianco e blu danno l'effetto di un turbinio incantato e la luce, i colori e la leggerezza sono i veri protagonisti.
Potrebbe apparire un dipinto dalla tematica consueta e banale, affrontata numerose volte da Degas, Renoir o Manet, ma se in loro si denotano sottili connotazioni erotiche nella composizione, nella Morisot non esiste né curiosità né malizia. In un fugace momento, l'artista ha espresso quella femminilità silenziosa chiusa in un attimo privato, lontano dall'universo maschile.

Suzanne Valandon (1865-1938) fu tra le modelle più amate dai pittori impressionisti francesi, forse anche la più amata, grazie al suo fascino particolare e uno sguardo moderno e imperscrutabile, ma pochi, allora come oggi, hanno considerato adeguatamente il suo lavoro di artista.
Suzanne Valandon ha per così dire subito una fine ancora più anonima rispetto alle colleghe Morisot o Cassatt, e ingiustamente visto che la sua ricerca artistica si è spinta in territori poco consoni ad una donna dell'epoca, per tematiche e stili. Legata al gruppo di Renoir e Degas, l'artista con tempo aveva abbracciato il post-impressionismo.
"La Bambola Abbandonata"  realizzata nel 1921 rappresenta una delle sue opere più coraggiose ed originali e che meglio rientrano nel suo pensiero di donna e di artista insieme.



"La Bambola Abbandonata", S. Valandon
 Nel dipinto appare una parte di una camera disadorna, un letto su cui sono sedute due figure femminili, una più matura che tenta di asciugare il corpo di una graziosa fanciulla, nuda, forse la figlia, dopo il bagno. La ragazza si mostra indifferente alle cure della madre mentre è completamente assorbita dalla sua immagine riflessa in un piccolo specchio chiuso nella sua mano sinistra. Sul pavimento si nota il particolare di una bambola, chiaramente dimenticata.
Il dipinto potrebbe ritrarre una scena di vita domestica, come quelle intraprese dalla Cassatt ma non è così. La sua forte simbologia, celata in alcuni dettagli, raffigura l'intimo e delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza.
Il nudo era un genere  per lo più riservato al mondo maschile, che presentava le donne, dee o reali che fossero, come oggetti sessuali o comunque cariche di tensione erotica. La Valandon porta invece questo genere a suo vantaggio, incarnando nelle nudità della ragazza, l'approssimarsi della pubertà e della sua scoperta.
La bambola abbandonata dabbasso simboleggia il distacco ormai effettivo dai giochi, dall'infanzia, e il nastro rosa sul capo richiama quello della ragazza, ultimo rimasuglio d'innocenza: presto, come la madre, abbandonerà anche quello.
Lo specchio interpreta la fascinazione di questo improvviso cambiamento: la giovane guardando rapita la propria immagine scopre un mondo al quale prima non era interessata, la propria identità, il suo io, la  femminilità; tutta la luce è riversata sul suo campo. La madre, dietro, non può che rimanere estranea a questo silenzioso mistero che si sta compiendo.

"La donna d'oro" come venne chiamata da D'Annunzio e in seguito dai suoi contemporanei, Tamara de Lempicka (1898-1980) divenne emblema di quella nuova visione della donna libera ed emancipata che si stava diffondendo nella società e nelle cultura della seconda metà del XX secolo: intraprendente, svincolata dal giogo maschile e non più oggetto sessuale dello stesso. I suoi dipinti hanno attraversato varie volte la questione femminile (la posizione sociale, il sesso, il rapporto con l'uomo e la modernità), laddove la situazione era ancora stagnate.

"Andromeda", T. de Lempicka

Con "Andromeda" del 1929 l'artista rimanda al mito greco della bella principessa etiope incatenata ad uno scoglio e pronta per essere uccisa da un mostro e infine salvata da Perseo; qui però la giovane donna in catene sembra non la vittima sacrificale di un mostro ma dello scenario accanto: una città cubo-futuristica che grava alle sue spalle.
La donna è ritratta nuda, carnosa, gli occhi languidi, la sua prorompente femminilità imprigionata, come la sua incapacità di esprimersi in un contesto sfavorevole, tra conflitti interni ed esterni.

"Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. È l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto provocatorio, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso". Alda Merini



"Le Alienate", E. M. Boglino

Elisa Maria Boglino (1905-2002) è stata una delle tante pittrici inghiottite dall'oblio di un tempo maschilista e mai recuperata da un mondo che non ha cambiato tempo. Danese di nascita, italiana d'adozione, la Boglino divenne una pittrice molto conosciuta e apprezzata nel panorama artistico della prima metà nel Novecento italiano, arrivando a partecipare nel 1930 alla Biennale di Venezia. Di lei oggi si sa troppo poco eppure guardando questo dipinto, che fu a detta di molti il suo capolavoro, "Le Alienate" (1933), sono rimasta così affascinata da volere comunque includerlo in questa sequenza.
Su di un alto edificio appaiono un gruppo di figure femminili, senza vesti, contro un muro di mattoni rossi ma più che donne, esse sembrano più un groviglio di corpi deformi e contorti. Alcune di queste portano le loro mani sui volti, altre sulla bocca, mentre altre ancora bisbigliano tra loro; i loro visi emaciati sono più delle caricature. Dal titolo capiamo che queste non sono prigioniere o schiave ma donne la cui mente è stata fuorviata dalla follia.
Siamo nel pieno del fascismo, dove il modello femminile promosso dallo Stato era quello di una donna sana, capace di generare figli e sottomessa al volere e al diritto di una società patriarcale. La Boglino, con audacia, ritrae invece quelle che per la dittatura erano le reiette, le escluse: le "pazze".
Mediante i colori scuri, le linee disarmoniche e mostrando senza vergogna anche la bruttezza e l'oscenità dei loro gesti, la pittrice aggiunge una cupa drammaticità a queste infelici, la cui unica colpa potrebbe rientrare nel non essere state all'altezza di un sistema.

Frida Kahlo (1907-1954) è l'artista donna più conosciuta del nostro tempo. La sua immagine è diventata un'icona di coraggio e di indipendenza, per la sua vita singolare e controcorrente e per l'aver raffigurato nei quadri una sofferenza, un dolore propri dell'universo femminile.
"La Colonna Rotta" (1944) è tra le migliori interpretazioni di questa visione, dove si riversa un sentimento forte e penetrante, di tormento fisico e psicologico e di empatia.
In un paesaggio, forse marino, si staglia la figura eretta ma dolorosa della stessa pittrice, ritrattasi come una martire. La parte inferiore del suo busto nudo è coperto da un lenzuolo bianco (che ricorda quello delle Deposizioni di Gesù Cristo), gran parte della sue pelle, fino al viso, presenta dei chiodi di varie dimensioni piantati come spilli. L'interno del suo petto è squarciato malamente da una colonna ionica, spezzata in più punti, che la divide in due e che funge per lei come una colonna vertebrale. Dai suoi occhi cadono lacrime mentre le sue sopracciglia unite sembrano dare forma ad uccello ed insieme simboleggiano l'estremo patimento sopportato.

"La Colonna Rotta", F. Kahlo


"Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere". Frida Kahlo

L'ambiente arido e scosceso aumenta l'isolamento del personaggio e il busto che sorregge la parte alta del suo corpo allude alle restrizioni fisiche subite dopo l'intervento chirurgico alla colonna vertebrale ma pur nella sofferenza e nel dolore che ne recepiamo, la Kahlo ci guarda mostrandoci la sua dignità e la sua femminilità che nonostante le avversità del momento sono ancora intatte e presenti: il suo sguardo provato ma fermo mette a nudo la sua anima che richiama quella di tante altre donne.





M.P.