giovedì 11 aprile 2019

"Revolutionary Road" di Richard Yates


Con la bocca arida, respingendolo a stento, la testa penzoloni, le membra tremanti, ripresero posto in macchina, come due persone molto vecchie e stanche. Frank avviò il motore e si rimise in viaggio con precauzione, giù fino alla curva alla base di Revolutionary Hill e poi su per la salita di asfalto nero tutta tornanti di Revolutionary Road.

"Revolutionary Road" (2009), Sam Mendes

In un articolo del "Fatto Quotidiano", apparso lo scorso mese nella sezione "Cultura", veniva approfondita (questa volta finalmente senza edulcorazioni), quella frenetica e quasi idiota mania dell'editoria italiana di stampare all'anno quanti più libri possibili.
Stando alla ultime statistiche, questa "follia" non apporterebbe ad un numero crescente di lettori, quanto, alla morte più veloce del libro. Si stima che un libro appena pubblicato abbia novanta giorni di vita, dopo di che, di esso si perdono completamente le tracce. Tutto ciò sembra non importare alle case editrici che continuano a stampare, a rigurgitare libri su libri, ad ingrassare il proprio catalogo, come quel calderone delle barzellette, ove ingredienti di buona qualità si mischiano con elementi di dubbia provenienza.
Per fortuna ci sono libri che rimangono, magari che rimangono accomodati su di uno scaffale in attesa di essere letti, che forse non verranno mai letti, ma fisicamente rimangono, come "Revolutionary Road".
Definire questo romanzo è un po' come tentare di definire "I Promessi Sposi" o "Anna Karenina", "Il Conte di Montecristo", "Cent'Anni di Solitudine", scritti eterni a cui è difficile adattare una parola, una frase sintetica che possa spiegare la loro grandezza.
"Revolutionary Road" viene indicato come il più grande capolavoro, dopo "Il Grande Gatsby", della letteratura americana, tra i pochi che accostandosi all'opera di Fitzgerald, ritrae le utopie e il disincanto del "sogno americano" nel XX secolo.
Pubblicato nel 1961 dall'allora semi-conosciuto scrittore americano Richard Yates (1926-1992), questo suo primo romanzo venne accolto con fervore dalla critica, tanto da apporre alla copertina del libro l'elogio del critico letterario Alfred Kazin : <<l'eccellente romanzo è un potente commento sul modo in cui viviamo ora. Individua la tragedia americana direttamente sul campo del matrimonio>> e risultare tra i finalisti del National Book Award. Il successo di critica non trovò comunque riscontro nelle vendite, dove il contenuto considerato fin troppo "nero", non attecchì presso il pubblico e rimase per lo più dimenticato.
Solamente negli anni duemila grazie ad una nuova pubblicazione del "The New Yorker" e alla trasposizione cinematografica (2009) del suo capolavoro da parte di Sam Mendes, "Revolutionary Road" è rientrato tra i libri più letti, amati ed emblematici della letteratura mondiale.
Immaginando un possibile dramma muoversi all'interno di una giovane coppia, Yates scopre, dietro la bella facciata della comoda e rassicurante vita americana, tutto l'inganno e la disillusione di cui la società si cullava dopo il secondo conflitto mondiale.


La vicenda si apre nella calda primavera del 1955, nel Connecticut, dove in una bella villetta a due piani, con tanto di giardino e finestra panoramica sulla collina di Revolutionary Road, vivono i Wheeler, Frank, April con i loro due bambini.
Le loro giornate sono scandite da abituali quotidianità : l'erba del giardino da tagliare, intrattenere cortesie con la logorroica signora Givens, il lavoro da pendolare di Frank, cenette a base di alcool e chiacchiere con i coniugi Campbell.
Tuttavia i Wheeler non si sentono adatti a questo stile troppo borghese, troppo conformista e legato ad una frenetica società consumista: si trovano diversi rispetto a tutti gli abitanti del complesso Revolutionary Hill, aspirano ad una vita migliore ed intellettualmente più vivace, lei come novella attrice, lui come artista.
Ma le velleità non coincidono con il loro volere e mentre Frank si perde in una umiliante relazione extra-coniugale, April sfoga le tensioni nell'immagine di una casa in apparenza ordinata e pulita.
Il germe dell'ipocrisia e dell'insoddisfazione si insinua nel complicato rapporto, nelle liti furibonde o represse, lasciando intravedere una coppia vuota, lacerata da malesseri passati, che non sia ama e che non si è mai amata.
Una terribile fine non può essere altrimenti.

Come in "Easter Parade" (1976) (e in realtà in gran parte delle opere di Yates), il romanzo è basato su una vicenda famigliare, e nel particolare sulla disintegrazione del rapporto di coppia e il successivo fallimento del matrimonio.
Esiste un mondo interno, quello dei Wheeler, una coppia che ha fondato la sua relazione sulla base di ipocrisie, inganni, turbe e mancanze individuali, pertanto sono per lo scrittore ambedue irresponsabili e sconsiderati, divisi tra desiderio e realtà, tra volere e la noia della sua attuazione.
Quello di April è il personaggio più complicato ed esistenziale; racchiude in sé le aspirazioni deluse, l' "io" frammentato, l'Identità perduta: <<E anche se lo sapessi>>, disse April, <<temo proprio che non servirebbe a nulla, perché, vedi, non so neppure io chi sono>>; l'unica a percepire il baratro su cui si poggia la loro vita e l'unica tratteggiata con un poco di pietà dallo scrittore. Frank, su cui si concentra gran parte del libro, è la figura più disgustosa finora incontrata nelle mie letture, e al contempo modernamente semplice, perfettamente riuscito  nel suo apparente anticonformismo e vederlo cadere poi nella bassezza, nella mediocrità di due vite parallele, vittima e insieme complice di quel sottosuolo borghese maschilista mai epurato.


Lo seguiamo nei suoi dialoghi immaginari, in scene che crede di ipotizzare, per giustificare o dare un vacuo vanto alle proprie azioni, per poi non aver più nulla da dire e non sapere più il perché del proprio comportamento.
Solo nell'ultima scena straziante dei due, egli perderà la facoltà dell'immaginazione trovandosi in un assordante silenzio.
Neppure la collettività, il gruppo che circonda la famiglia dei Wheeler, può salvarsi dalle colpe. I Givens, i Campbell, ogni figura porta con sé il putridume nascosto sotto un falso perbenismo e non stupisce il fatto che sia dato ad un "pazzo" la possibilità di rivelare la verità.
Questo mondo interno, dell'ambiente suburbano visto attraverso il cannocchiale di Yates, richiama un mondo esterno, quello più ampio della società degli anni Cinquanta.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale seguì negli Stati Uniti un periodo di stabilità e prosperità per la classe media bianca, una crescita dell'economia, del consumismo, innovazione e sviluppo delle periferie, dovuto al governo del presidente Dweight Eisenhower (1953-1961). Richard Yates denuncia questa pseudo stabilità e sicurezza, scoprendo dietro le rassicuranti villette dei complessi suburbani, gli inganni del sistema conformistico, il vuoto della cultura consumistica e il conseguente smarrimento di quella strada rivoluzionaria insita nei valori americani.
Come "Il Grande Gatsby", "Revolutionary Road" ha il pregio di rendere evidente il disinganno del "sogno americano", pur non essendo poetico quanto il primo, è accomunato a questo da simili simbologie: la "luce verde", "gli occhi del dottor Eckleburg" del romanzo di Fitzgerald, diventano qui la "statale 12", "i riflessi della luce al neon", "le villette", "i grattacieli", "le finestre" della casa dei Wheeler, che non riflettono ma anticipano le azioni e i pensieri dei personaggi, la solitudine e la mancanza di comunicazione dell'esistenza umana unita ad uno humor nero che distende ma non reca alcun conforto.
E con un colpo da maestro, nell'ultima scena, Yates chiude il romanzo con quella stessa cruda e pigra indifferenza che cade, ogni volta e come sempre dopo un po' di tempo, sui fatti più o meno infelici.


M.P.






Libro:

"Revolutionary Road", R. Yates, Minimum Fax.

2 commenti:

  1. Ciao!! Ho visto il film, e da allora mi ha sempre incuriosito leggere il romanzo :) spero di leggerlo il prima possibile ;)

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