"Il Generale nel suo Labirinto" di Gabriel García Márquez


<<Siamo sempre stati poveri e non c'è mancato nulla>> gli disse.
<<Il fatto è diverso>> gli disse il generale. <<Siamo sempre stati ricchi e tutto ci è mancato>>.
Entrambi gli estremi erano veri.

Copertina (dettaglio) della prima traduzione in inglese


Gabriel García Márquez (1927-2014) è stato tra i più amati ed indiscussi cantori dell'America Latina: ne ha narrato in lungo e in largo lo spazio e il tempo, scandito la cronaca più cruda e insieme l'immaginario di un paese vasto quanto varie e diverse le culture che lo compongono, illustrato le miserie e le sue colorate metafore.
Per questo non è strambo che Márquez abbia preso in prestito dal mito e dalla storia la figura del personaggio più emblematico dell'America Latina, Simón Bolívar, per scrivere un'opera dove la biografia apre al romanzo storico.
Devo dire di aver inizialmente tribolato con la lettura visto che questa proseguiva su un andamento pacato, lento, quasi privo di un fine ultimo e quest'adagio completamente diverso dagli altri libri già letti dell'autore mi ha spaesata e confusa ma poi, con un po' più di riflessione e una chiacchierata con mia sorella, ho ricominciato a conciliarmi col testo, a riuscire ad intravedere nel viaggio senza meta e nei ricordi sparpagliati del personaggio un'esistenza dolorosa perché vissuta intensamente.
Pubblicato nel 1989 "Il Generale nel suo Labirinto" è un racconto immaginario di memorie riguardanti il rivoluzionario venezuelano Simón Bolívar (1783-1830) colui che nel 1810 guidò la rivoluzione anti-spagnola, che diede il nome ad uno stato, la Bolivia (denominata fino al 1825 come "Alto Perù"), liberatore (El Libertador) e insieme dittatore che sognava la formazione di un grande, unico stato del Sud America, considerato oggi nei paesi latini al pari di eroe nazionale.
Ambientato alla fine delle guerre d'indipendenza, Márquez narra gli ultimi giorni di Bolívar (rimessosi dal potere nel 1830 e per tutti chiamato generale) partendo dal viaggio da Santa Fe de Bogotà, seguendo il fiume Magdalena, alla volta della costa caraibica per trovare rifugio nella vecchia Europa. 


Scritto in terza persona e diviso in otto capitoli, dopo aver dato le dimissioni da presidente della Grande Colombia, il generale Simón Bolívar sceglie di compiere la sua ultima missione: il suo esilio in Europa.
Non è ancora un vecchio ma il suo corpo è già minato dalle malattie, da anni di battaglie sui campi della terra natìa come tra i tavoli della politica, tra rovesci di governo, rivoluzioni e ammutinamenti; del grande condottiero che aveva sottratto il Sud America dalla dominazione spagnola, che aveva acceso l'immaginario popolare con il suo bottino principesco, le notti stellate passate con le donne più belle, la resistenza prodigiosa alle intemperie da soldato, non rimane che un uomo povero destituito dal potere.
Accompagnato da alcuni fedelissimi e dal suo servo più antico José Palacios, risalendo il Magdalena errabonda di villaggio in villaggio, accolto ora da applausi di una folla che ne riconosce el libertador, ora dalle ingiurie scritte sui muri che ne denunciano il passato da oppressore. Vaga in case forestiere portando appresso le consuetudini di una vita, dormire sull'amaca e girare nudo fra le stanze buie, trovando orologi ottagonali che segnano sempre la stessa ora, lamentandosi della malattia e di un passaporto che tarda ad arrivare. Il generale si lascia andare così ai ricordi delle tante vite vissute, alla disfatta del suo sogno <<di creare la nazione più grande del mondo: un solo paese libero e unico dal Messico a Capo Horn>>, mentre il suo indolente cammino procedendo verso il nulla si trasforma in un viaggio interiore accompagnato da fantasmi e disillusioni.

Il libro si ispira per buona parte alla letteratura picaresca e insieme ne ingloba elementi biografici, storici, fittizi e, seppur in minoranza, i motivi fantastici tanto amati da Márquez ma tutto è attraversato da una prosa scarna, un messaggio malinconico e impotente. È una mostra di esercizio di stile, di bravura, dove la sensibilità e la libertà artistica non sovraccaricano la veridicità storica, semmai ne giungono ad un mirabile incontro difficile da trovare nel romanzo storico contemporaneo.
Simón Bolívar è un personaggio scisso, diviso in due dal contrasto tra democrazia e dittatura, dall'essere liberatore e prevaricatore al contempo, e ulteriormente frammentato nella sfera privata come da ciò che gli altri gli attribuiscono: nei suoi conflitti è e resterà per il lettore una figura insolubile. Bolívar lungo il romanzo perde il suo personaggio acquistando quello di un semplice uomo che con l'approssimarsi della morte (dapprima non accettata) vede il fallimento del suo sogno, realizzato e decaduto nello stesso momento, dell'infinita, tragica distanza tra gli ideali inseguiti e la debolezza umana.
Egli si fa portavoce del dissenso politico-sociale di un popolo, delle divisioni di un paese illuso della sua grandezza, delle istanze che affliggevano allora come lo stesso Márquez ¹ al momento della stesura: la storica superbia di una Europa critica e malevola nei confronti di un mondo non pienamente accettato e compreso, il peso mortificante degli Stati Uniti, l'esecrabilità di debiti accettati da una nazione con i conseguenti interessi accumulati per secoli, gravanti sulle spalle di nuove e nuove generazioni.

<<Sicché smettetela di farci il favore di dirci quello che dobbiamo fare>> concluse. <<Non cercate di insegnarci come dobbiamo essere, non cercate di far sì  che siamo uguali a voi, non pretendete che facciamo bene in vent'anni quello che voi avete fatto così male in duemila>>.

Schiacciato dalla malattia e dal corso degli eventi, Bolívar viene intrappolato nel suo viaggio senza meta dal labirinto del tempo e del ricordo, dove il passato e il presente confondendosi creano un luogo mentale lontano e irreale, dove il fastello di ricordi scopre il raddoppio della sua vita che misteriosamente va  ripetendosi, ma l'auspicata uscita da questo spazio-temporale, <<fra i suoi mali e i suoi sogni>>, non comporta al raggiungimento di una certa felicità, bensì ad una meta finale non più ripetibile.
Se "Cent'anni di solitudine" e "L'amore ai tempi del colera" sono accettati da tutti come capolavori insuperabili dell'autore, tuttavia "Il Generale nel suo Labirinto" emerge nella qualità di un romanzo impegnato, nelle diatribe sociali ed esistenziali che mettono da una parte l'uomo con i propri ideali e dall'altra autorità più forti, nella ricerca e accettazione della verità, della vita e che ricorda ancora come Márquez tenga a presentare il potere in un miraggio caduco mentre la morte nel solo stato definitivo ed eterno.



M.P.



¹.A causa delle sue opinioni nei confronti degli Stati Uniti a Márquez è stato negato per molti anni il visto per entrare nel territorio statunitense.





Libro:

"Il Generale nel suo Labirinto", G. G. Márquez, Mondadori


Commenti

  1. Conosco molto poco, per non dire nulla, della storia sudamericana, però ogni volta che ne leggo rimango affascinata. Grazie per avermi fatto scoprire questo libro di Gabo, chissà che non mi capiti di leggerlo e di approfondire un capitolo storico inesplorato...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anch'io mi trovo a digiuna sulla storia sudamericana ma questo libro trascende dalla storia e dal mito.

      Elimina

Posta un commento