"Il Barone Rampante" di Italo Calvino

 Prima era diverso, c'era mio fratello; di dicevo: << c'è già lui che ci pensa>> e io badavo a vivere.[...] Ora che lui non c'è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirle con parole ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.



Illustrazione di Roger Olmos


Dai primi di gennaio che non aggiorno più questo mio infelice blog. L'inizio di questo 2021 è stato per me un avvio disgraziato, cominciato dal covid e seguito dal ricovero prima di mia madre, poi di mio padre; il nuovo lavoro intrapreso alla fine dello scorso anno si è alternato alle pause forzate delle zone rosse, e in questa caotica alternanza non ho trovato la voglia di rinnovare questo spazio, di scrivere pur qualche riga. Scarse sono state anche le letture, tra queste la biografia su Dante Alighieri elaborata dallo storico Alessandro Barbero, che attraverso la rappresentazione del pensiero dell'uomo medioevale, la complessità di Dante e delle sue opere ha realizzato un ritratto ampio, moderno e sentito di mirabile finezza ed equità. Appresso le lettere di Louisa May Alcott pubblicate quest'anno dall' Orma Editore mi hanno riportata a quel genere che fin da piccola non ho mai smesso di ricordare. Poi più nulla. Quest'apatia letteraria si è sbloccata con la scelta di un romanzo che mi ha ricondotta al conforto della lettura, alle sue emozioni e commozioni che tirano avanti una vita anche complicata. Con "Il Barone Rampante" di Italo Calvino ho ritrovato quei motivi che si provano quando si legge, quando si apre il pensiero, e come ha detto bene Piero Dorfles (parlando proprio di questo libro) quando ci permettiamo di fuggire dalla realtà con la ragione.
Secondo volume della trilogia araldica "I Nostri Antenati", fu pubblicato per Einaudi nel 1957.
La surreale avventura del barone Cosimo Piovasco di Rondò  è ancora oggi tra le storie più lette, più proposte nei gruppi di lettura, ascoltate nei vari canali social come capace di suscitare ad ogni generazione di lettori spunti e riflessioni differenti. 
L'opera di Calvino (ambientata nel XVIII secolo e narrata in terza persona dal fratello del protagonista) è un florilegio della più bella letteratura e delle più belle idee che si stavano affacciando in quell'epoca, imitandone lo stile e le tecnicità letterarie, e di cui Cosimo ne diventa insieme esempio ed eccezione.


Le pagine del "Il Barone Rampante" percorrono un vasto periodo storico, partendo dagli ultimi fuochi dell' ancien régime, passando per il secolo dei lumi, la Rivoluzione Francese, la bufera napoleonica, fino ai primi anni della Restaurazione.
Nell'immaginaria cittadina ligure di Ombrosa, un giorno del quindici giugno del 1767, il giovane baroncino Cosimo Piovasco di Rondò, rampollo di una antica casata nobiliare in decadimento, sale su di un albero per non discenderne mai più dopo aver rifiutato un piatto di lumache, provocando l'ira e lo sconcerto dei familiari presenti. Quel che poteva sembrare un semplice capriccio diventa per Cosimo un punto di rottura con un sistema sociale e politico chiuso ed obsoleto, non corrispondente alle nuove istanze richieste da una nascente età moderna, su un'esistenza solidale e libera per tutti gli uomini.
Cosimo passa tutta la vita, dall'adolescenza, la giovinezza, la maturità, alla vecchiaia, rampando da un albero all'altro, osservando il mondo dall'alto e commisurando altre e diverse prospettive, guardando uomini, donne, fatti e imperi passare sotto di sé. Abitando sugli alberi il barone non inselvatichisce la sua persona ma si fa carico di una coscienza civile aiutando ed ammodernando gli usi e costumi del popolo di Ombrosa, leggendo libri d'oltre confine, filosofeggiando, prendendo parte attiva al corso della storia, conoscendo le miserie umane, la solitudine, la sofferenza causata dalla propria tenacità, l'amore totalizzante.
Fino alla fine dei suoi giorni Cosimo manterrà fede a se stesso.

Scritto in un momento fondamentale della sua vita, ossia durante la crisi del partito della sinistra italiana alla luce della rivoluzione d'Ungheria nel 1956 che portò al definitivo distacco dello scrittore nonché alla progressiva disillusione dovuta a quel mancato raggiungimento di una classe di giovani poeti ed intellettuali che avevano combattuto nel secondo conflitto mondiale e sperato in un cambiamento culturale; "Il Barone Rampante" risente di questo prologo retrospettivo.
Il romanzo si apre come un passaggio verso un'età di risveglio politico, filosofico, letterario, scientifico, dove il personaggio di Cosimo incarna la personificazione dell'uomo moderno, la cui covata ribellione lo porta  in rotta con il suo retaggio culturale, definendolo promotore di ideali, valori, saggezza, indipendenza di pensiero, persino di leggi e possibili repubbliche arboree.
È naturale, quindi, trovare in Cosimo l'implicita parabola della figura del poeta e dell'intellettuale, distante eppure partecipe alle vicende dell'essere umano, la cui doverosa responsabilità civile sprona alla ricerca di una rinnovata fratellanza fra gli uomini (capace di rendere più giusta e duratura la convivenza tra etica e natura), scontrandosi allo stesso tempo con un'intrinseca sofferenza di solitudine ed esclusione sociale propria del difficile ruolo assegnatosi. Queste sono le fondamenta su cui si basa il romanzo di gusto illuministico.
Forse, coma mai prima in Italia, siamo privati di tali grandi figure, soprattutto in questa  situazione così complicata avrebbero avuto molto da dire: i loro successori, oggi, sembrano preferire terreni più comodi.
Nel "Il Barone Rampante" ho scoperto passi di malinconica bellezza, come la passione per i  libri (tra cui la commuovente storia del brigante-lettore Gian de Brughi), l'amore consumato tra gli alberi con la bella Viola, l'incredibile e ironico incontro con Napoleone e con un ufficiale russo che non si ricorda per cosa stia combattendo dopo tanti anni di guerre, mentre Cosimo gli risponde di aver già dato un senso alla sua vita: <<vivere sugli alberi>>, perché l'insegnamento che maggiormente ci arriva dall'opera è che anche nella ribellione, nell'indipendenza delle proprie scelte bisogna mantenere tenacità e disciplina, perseverando nella resistenza di essere se stessi nonostante ogni complicazione.
Di uguale bellezza è la conclusione del libro (allo stesso modo del ""Il Cavaliere Inesistente") dove si celebra l'amore per letteratura, per il  libro che come un albero attorcigliandosi, ritorcendosi, biforcandosi, correndo dirama verso l'alto le nostre <<parole, idee, sogni>>.


M.P.




Libro:

"Il Barone Rampante", I. Calvino, Oscar Mondadori




Commenti

  1. Mi è mancata la tua voce, Michela, pertanto bentornata! Mi dispiace per le disavventure dei mesi scorsi, ti auguro che l'anno prosegua in modo migliore e che Il barone rampante sia stato il motore del superamento dell'apatia letteraria. Questo è uno dei romanzi che preferisci e che faccio leggere a scuola perché offre tanti spunti, presentandosi come un piccolo capolavoro da "spremere". In questi bislacchi mesi credo che Cosimo/Calvino avrebbe avuto molto da dire, molto su cui riflettere e prendere posizioni pungenti e impietose, molto da cui ricavare storie fantasiose e paradossali.

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    1. Grazie cara Cristina, sicuramente non avrò molto tempo, come prima per aggiornare ma ci proverò comunque... Sì, infatti manca veramente una grande voce capace di distinguersi da tutto questo "gran vociare".

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