"Una donna" di Annie Ernaux

 Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia. Era necessario che mia madre nata tra i dominanti di un ambiente dal quale è voluta uscire, diventasse storia perché io mi sentissi meno sola e fasulla nel mondo dominante delle parole e delle idee in cui, secondo i suoi desideri, sono entrata.

"Paris" (1946), Nina Leen


Sono sempre stata un poco restia a leggere le opere degli scrittori contemporanei e ho sempre preferito a questi i classici della letteratura, già acquisiti in quella formazione culturale e in quei valori che definiscono la razza umana. 
Può essere considerato un ingiusto pregiudizio da non prendere assolutamente ad imitazione ma sta di fatto che molte delle letture intraprese si sono rivelate delle delusioni (in alcune non ho nemmeno trovato quei motivi per cui venivano osannate). Forse perché ritrovo negli autori o pseudo-intellettuali di oggi (alcuni) la tendenza a scrivere di meno e a parlare (spesso a sproposito) di più, preoccuparsi di apparire in televisione o nel web per discutere le ultime questioni di pubblico interesse ma invero per promuovere se stessi pubblicamente.
In un intervento di  Umberto Eco nel 1997 per "L'Espresso" a proposito del ruolo degli intellettuali nella società, dichiarò che il loro primo dovere consisteva nello stare zitti se la loro opinione non risultava avere una vera funzione: << C'è solo un caso in cui l'intellettuale ha una funzione rispetto a eventi in corso. Quando sta accadendo qualcosa di grave e nessuno se ne accorge. Solo in quei casi un suo appello può servire come allarme>>.¹
In Annie Ernaux ( nazionalità francese classe 1940) ho rintracciato invece quella voce autorevole, controcorrente, spontanea senza urgenza di fama come altre. 
Negli ultimi cinque anni ho seguito distrattamente la sua carriera letteraria ricca di successi e premi e solamente lo scorso trenta marzo mi ha incuriosita, quando rivolse al Presidente della Repubblica Francese Emmanul Macron una lettera d'accusa contro la sua gestione politica al COVID19, colpevole di aver portato una situazione di estrema urgenza sanitaria.
Apprezzata autrice, intellettuale e attivista a livello internazionale (vincitrice nel 2016 del Premio Strega Europeo con "Gli anni"), la Ernaux si è imposta nella letteratura contemporanea con uno stile e un genere completamente innovativo. La sua opera essenzialmente autobiografica non si esaurisce verso questo indirizzo ma ne diventa <<uno strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale²>>.
"Una donna" (mio primo felice incontro con l'autrice) pubblicato nel 1988, meno conosciuto, comunque si inserisce in quest'ottica dove un fatto pienamente vissuto viene espresso come esperimento di scrittura affrancatrice, insieme trascinatrice di tensione emotiva che si fa letteratura.
Questo libro affronta la morte e la malattia della madre, ripercorrendone con fugaci immagini la vita.



Il testo è un raccordo, definito dalla stessa autrice, <<tra letteratura, sociologia e storia>>, inizia e finisce con la morte della madre.
Diviso in due parti, la prima costituita da ricordi passeggeri, brevi istantanee, la seconda più lenta e dolorosa si muove come una ricerca alle origini, alla provenienza sociale della madre, al suo progressivo cambiamento di status, focalizzandosi su un ritratto di donna non ideale ma intraprendente, legata ad una forte indipendenza e voglia di riuscire non comune per l'epoca e poi di moglie e madre, fino alla malattia (il morbo di Alzheimer) dove è trasformata in un animale selvatico, quasi "non umana" nella follia <<di bambina che non sarebbe cresciuta>>, attraverso parole ed visioni di dolcezza ed identificazione.
La Ernaux esplora nei rapporti famigliari (madre-figlia tra contrasti e complicità), nei sentimenti e spaccature dell'identità intima femminile, del senso di perdita e il superamento della morte. È scrittura, autoanalisi e catarsi. Partendo dal valore della memoria individuale, Ernaux scrive una storia di memoria collettiva.
Lo stile della scrittrice francese mi ha ricordato da vicino quello di Christa Wolf . È una prosa originale, definita neutra e quindi spoglia di soggettivismo, concentrata in scarni paragrafi ma con un utilizzo efficace  ponderato delle parole e del linguaggio e di un tempo che oscilla tra passato e presente.
La profondità di un libro così fecondo di significati, l'ho trovata nella sua non vergogna nell'esporre narrativamente il declino fisico e mentale di un essere umano.
Un argomento su cui oggi è preferibile sorvolare per tabù, perché poco interessante, perché orribilmente tragico (penso al lento e crudele regresso intellettivo di Immanule Kant nel racconto di Thomas de Quincey "Gli ultimi giorni di Immanuel Kant" o a quello fisico di Simón Bolívar nel romanzo di Márquez "Il generale nel suo labirinto").
Ernaux sembra invece dimostrare quanto diritto e quanta dignità ci sia nel raccontare il declino di una esistenza, poiché anche da essa si possa recuperare l'importanza delle radici, da dove proveniamo, il nostro ruolo sociale.


M.P.




² "Una donna" terza di copertina





Libro:

"Una Donna", A. Ernaux, L'Orma Editore

Commenti

  1. Intraprendere il racconto della vita di mia madre mi dà l'idea di un'opera poderosa, ancorché necessaria. Solo affrontando il passato si può vivere a pieno titolo nel presente. Questa scrittrice mi sembra coraggiosa e dotata di una forza sovrumana. Mi interessa anche il racconto di De Quincey.

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    1. Non ci si rende mai conto quanto la storia di un singolo sia importante, e anzi fondamentalmente storica; ne è da esempio il titolo stesso del romanzo. La Ernaux rientra veramente a pieno titolo nella letteratura e nel nostro momento.

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