"Costruire il nemico" di Umberto Eco

 Anni fa a New York sono capitato con un tassista di difficile decifrazione e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo e gli ho detto dall'Italia. Mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l'inglese.
Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio "prego?" ha  chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine e così via. Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno.

Karl Koehler


<<Non ce lo meritavamo>>.
È una monotonia che ricorre spesso in questi giorni bui, che apre ad un marzo freddo e ventoso, già carico di angosce ed interrogativi intimi ed incredibilmente storici, come se la storia non avesse già fatto sentire il suo peso negli ultimi due anni.
Non avevamo bisogno anche di questo, non avevamo il bisogno di ripercorrere in prima persona quello che fin da piccoli avevamo studiato sui libri, di rivivere quelle storie raccontate dai nostri nonni, perché avevamo la certezza che tutto questo sarebbe rimasto lì, nei libri e nei racconti.
Non ne abbiamo interpretato bene il monito o forse sottovalutato la ciclicità della storia o dell'ereditarietà, delle irrisolte questioni geo-politiche o della natura dell'essere umano.
Presa alla sprovvista dall'assurdità del mondo, ho occupato parte di questo lasso di tempo leggendo un volumetto di Umberto Eco (1932-2016) che ben si inserisce nel contesto moderno e ne sviluppa tutti i retroscena di un dramma già visto. 
"Costruire il nemico", oggi pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo, è ripreso da un intervento che lo scrittore rilasciò davanti alla nascita di nuove, preoccupanti forme di isterismo e odio collettivo (sviluppatesi maggiormente con l'arrivo della guerra in Afghanistan) e rinfocolate ad arte e propaganda da democrazie imperfette, regimi ibridi e autoritari.
Attraverso un excursus storico-letterario Eco riflette su quell'insano bisogno umano di anteporre davanti a sé un avversario, per legittimare la propria esistenza e portare avanti un'ideologia, uno scopo.

"Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell'affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo".

Costruirlo implica per Eco dare innanzitutto una figura alquanto negativa agli occhi altrui, accusarlo di ogni più turpe perversione morale e di costumi, come già esercitavano gli antichi come Cicerone, semplicemente perché il nemico possiede abitudini, stili di vita, religioni differenti dalla nostra e quindi pericolose. A questi aspetti comportamentali si aggiungono quelli fisici: già i barbari nei bassorilievi romani venivano ritratti come barbuti e camusi, dal linguaggio difettoso e di conseguenza anche di pensiero; così oggi gli extracomunitari, gli stranieri: non è la loro potenziale minacciosità a risaltare la diversità ma la loro diversità a risultare minacciosa.
Il negro è stato definito brutto, il nemico deve essere brutto perché il bello si identifica con il buono; il nemico è mostruoso e ricorre nell'immaginario come menomato (Polifemo) o dalle sembianze luciferine (Attila), puzzolente.
Talora il nemico viene anche raffigurato di classe inferiore come Tersite nell'Iliade socialmente inferiore, brutto, codardo rispetto ad Agamennone e Achille o il Franti di "Cuore" di De Amicis.
Per secoli il capro espiatorio della storia è stato l'ebreo, rappresentato da tanti scrittori e filosofi come il male umano, con il suo idioma acuto e stridente (Wagner), l'imperfezione fisica (Hitler) e assiduo omicida di bambini di cui si abbeverava del sangue ("I Racconti di Canterbury"), e contemporaneamente a lui, la donna. 

"Per il maschio che governa e scrive, o scrivendo governa, si dagli inizi è stata raffigurata come nemica la donna."

Se la letteratura maggiore è dominata dalle eroine, il mondo della satira (che secondo Eco rappresenta l'immaginario popolare) la femmina viene demonizzata continuamente, partendo dagli Epigrammi di Marziale, dai moralisti medioevali, sino al capolavoro della civiltà moderna che l'ha identificata con l'epiteto di strega.
Attraverso l'osservazione di questi modelli storico-letterari il lettore è portato a concludere che in fondo del nemico non se ne può fare a meno e che la sua manifestazione non può essere abolita dai processi di civilizzazione, dove la sua figura si sposta da oggetto umano ad una forza minacciosa e tale deve essere vinta. 
Una via d'uscita percorribile sarebbe non tanto quella di fingere che un nemico non ci sia ma di comprenderne la diversità distruggendo il cliché, senza negarne o cancellarne l'alterità.

"Non c'è in Eschilo un astio verso i Persiani, la cui tragedia egli vive tra loro e dal loro punto di vista. [...] e Tacito ammira i Germani, trovandoli anche di bella complessione [...]"

Ma queste belle parole non potranno mai corrispondere ai nostri giorni ("sono proprio dei poeti, dei santi o dei traditori") poiché la guerra, matrice speciale nella costruzione di nemici, permette a una comunità di riconoscersi come nazione, stabilire la legittimità di un governo. La pace produce instabilità e presa di coscienza, la guerra riconduce tutto in uno status, riequilibrando le varie classi sociali. Persino l'uso indiscriminato di bombardamenti sui centri civili provvede ecologicamente a eliminare vite in eccedenza, laddove fino al XIX secolo si salvavano solo gli inetti.

Leggendo questo testo di poche pagine ho pensato a quel romanzo-capolavoro scritto da Agatha Christie (1890-1976) "Dieci Piccoli Indiani" (1939), elaborato in un periodo non lontano dalla futura drammaticità di un secondo conflitto mondiale, e dove proprio qui compaiono i primi sintomi di quell'aspra e deleteria megalomania umana di ergersi a giustizia per profitto o ossessione personale, sostituirsi alla legittimità di un sistema democratico e libero.
Pensando ad oggi mi tornano in mente le arti propagandistiche di Putin nel costruire il suo nemico: alla sua missione di denazificazione, liberazione dal fascismo, ai bambini russi in tv, ai quali si racconta delle minacce di un paese cattivo, ai cartoni animati dove possono vedere un ragazzo ucraino colpevole di tradimento e quindi giustamente rincorso e bastonato come punizione, ai giovani soldati russi mandati a morire con l'inganno.
Cancellare la memoria storica, censurare, nascondere la verità è diventato altrettanto efficace per costruirsi un nemico, come uccidere.


M.P.






Libro:

"Costruire il nemico", U. Eco, supplemento gratuito con "La Repubblica" in collaborazione con "La Nave di Teseo".




Commenti

  1. Stiamo in questi tristi giorni scoprendo che il passato non è mai tanto lontano da non poter diventare di colpo presente. È ancora così facile inventare delle false verità usando la propaganda, nonostante le connessioni veloci e i mille modi per informarsi. Dietro a slogan e proclami Putin e chi per lui riescono a negare che stiano invadendo un Paese sovrano, uccidendo civili innocenti e addirittura minando i corridoi umanitari e sono in grado di convincere molti che le vittime siano i colpevoli.

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    1. Delle volte, Cristina, penso a come sia possibile che con i mezzi di oggi (velocissimi, diversificati, immediati) possano ancora passare come autorevoli certe propagande, pur confezionate ad arte...Non parlo solamente di stati lontani e impegolati in prima persona ma anche qui in Italia...

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  2. Avevo letto questo post quando l'hai pubblicato, ma ci tengo ora a commentarlo come si deve. La costruzione del nemico è un classico delle autocrazie e dei regimi totalitari, del resto in minima parte viene anche applicato dalle democrazie quando si tratta di stornare l'attenzione dai problemi interni per dirottarli su qualcosa di esterno. Mi viene in mente la guerra delle Falklands combattuta dal Regno Unito sotto l'era Thatcher proprio per distogliere l'opinione pubblica dalle difficoltà in cui si ci si dibatteva il governo in termini di disoccupazione, instabilità sociale, aumento del costo della vita.
    L'elenco dei numerosi nemici storici che fa Eco è tragicamente vero (la donna, l'ebreo, il negro, il diverso...). Poi, ecco, c'è la voce intellettuale che esce dal coro, come quella di Eschilo o di Tacito, ma si tratta purtroppo di mosche bianche.
    Mi piacerebbe leggere questo libro, grazie per la tua proposta.

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