sabato 11 febbraio 2017

"I Doni della Vita" di Irène Némirovsky


"Si attendeva la guerra come l'uomo attende la morte. Sa di non poterle sfuggire; implora solo una proroga. «D'accordo, verrai, ma aspetta un po', aspetta che abbia costruito questa casa, piantato quest'albero, fatto sposare mio figlio, aspetta che non abbia più voglia di vivere».
Alla guerra non si chiedeva altro. Ancora qualche mese di tranquillità, ancora un anno, ancora una dolce e spensierata stagione..."


Irène Némirovsky

In questo ultimo periodo ho messo momentaneamente in attesa alcuni libri, a favore di due caldamente consigliati da mia sorella.
La seconda cosa positiva di condividere con una persona l'amore per i libri (la prima, che avevo già scritto, è quella di parlarne ogni giorno, con scambi di opinione), è quella di possedere non una, bensì due librerie distinte (assieme alla costante paura dei miei genitori di doversi vedere un giorno sfollati, per far posto ai libri).
Di Irène Némirovsky (1903-1942), avevo letto solo un racconto, "Il Ballo" (1930), che pur addentrandomi nel suo distaccato stile narrativo, mi aveva lasciato la curiosità di leggere altro.
Se si pensa alla Nèmirovsky, la mente corre subito al suo capolavoro "Suite Francese", da cui pochi anni fa, fu tratto anche un film di successo.
Ma mia sorella mi ha invitata subito alla lettura de "I Doni della Vita", sicuramente il romanzo più felice dell'autrice, meno conosciuto certo, ma che può considerarsi una sorta di "antefatto" all'opera più celebre.


Scritto fra il 1941 e il 1942, pochi mesi prima dell'arresto, "I Doni della Vita" fu pubblicato postumo solamente nel 1947.
Tragica la vita della Némirovsky : figlia di immigrati ucraini di origine ebraica, negli anni più bui del Nazismo, lottava per vedersi pubblicare i suoi lavori con ogni sforzo possibile, nonostante il divieto imposto ad una Francia occupata e abbruttita. Eppure la Némirovsky aveva reciso il suo passato, dimenticato le sue origini. Più che europea si sentiva francese, nella lingua come nella vita e nella letteratura. Nel 1939 si era anche convertita al cattolicesimo e nella vitalità e nella leggerezza francese, aveva riposto le proprie aspettative e la sua salvezza.
"I Doni della Vita" rispecchiano questo ultimo, fugace, momento di speranza.

Le vicende ripercorrono i primi anni del XX secolo francese. A Saint-Elme, piccolo villaggio del Nord della Francia, reazionario e immutato da secoli di convenzionali consuetudini borghesi: dominano la scena l'antica famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari con il loro retaggio di denaro e matrimoni combinati, dove la sopravvivenza famigliare ha la meglio su sentimenti e affetti.
A sconvolgere l'assopito e ciarliero mondo di Saint-Elme sarà l'amore, scoppiato tra i fuochi d'artificio di un ultimo tranquillo autunno, fra il giovane Hardelot, Pierre, con la meno abbiente Agnes. La loro unione passerà incolume sugli orrori della Grande Guerra, su piccoli drammi coniugali, capovolgimenti sociali e sull'evocato terrore di una seconda guerra ancora più devastante e immane. Soltanto dopo mesi di lunga lontananza, i due, dopo che ognuno avrà adempito al proprio ruolo, ritorneranno insieme, come se avessero aspettato proprio l'età matura per cogliere a mani aperte, il significato del loro profondo amore.

Più che una saga famigliare, "I Doni della Vita" sono una saga di sentimenti e di trasformazioni sociali, sulla scia degli eventi che sconvolsero la provincia francese dal 1900 al 1940.
I personaggi sono appena abbozzati, come nella miglior letteratura francese, e i protagonisti sono in realtà i ruoli che essi rappresentano :  dal vecchio Hardelot, simbolo degli antichi privilegi della borghesia ottocentesca, alle nuove generazioni, dalle esistenze vissute con più passioni ed ardori, trasportate dal ritmo frenetico delle emozioni del momento.
La guerra e la Francia sono il fulcro del romanzo, come lo sono stati per la stessa scrittrice.
Ammiro sempre i diversi punti di vista o i diversi modi di raccontare la guerra da vari romanzieri e non ultimo la Némirovsky.

I. Némirovsky

Questa ne carpisce più il lato più psicologico : le angosce per quello che si perde o per quello che non potrà più essere. Essa trascina con sé certezze consolidate, fortune, imperi, e dopo il suo passaggio, del vecchio mondo, nel bene come nel male, non ne rimane più nulla.
C'è una sorta di orgoglio francese nella resistenza e nel coraggio di Pierre, Agnes e degli abitanti : un ultimo vessillo di speranza, a cui la Némirovsky doveva sembrare molto più di un miraggio, qualcosa di concreto a cui aggrapparsi, per potersi rialzare ancora un'altra volta.
Di questo libro ho apprezzato soprattutto le mirabili descrizioni, dei cieli, delle notti stellate sotto i fuochi d'artificio o le bombe e della natura, bella e indifferente davanti alle sofferenze umane.
La scrittura è tagliente e crudele, concisa nei dettagli, morbida nelle emozioni, non facile da amare.
"I Doni della Vita" si conclude con "l'armistizio di Compiègne", dove inizierà poi "Suite Francese".
Seppur non esista nessuna connessione fra le due opere, i motivi intrapresi nel primo avranno poi un seguito nell'ultimo romanzo, con la stessa cadenza, la stessa scrittura, forse un po' più malinconica e grave. Soltanto leggendo "I Doni della Vita" si potrà capire questa fase discendente.
Al momento della sua stesura, la Némirovsky già stava preparando la grande impresa che sarebbe stato il suo capolavoro, quando la salvezza del mondo era possibile e i suoi doni più belli ancora da cogliere.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?"


M.P.





Libro :

"I Doni della Vita", I. Némirovsky, Newton Compton Editori.



giovedì 2 febbraio 2017

Edward Hopper al Complesso del Vittoriano


"Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere." Edward Hopper




Quando ho saputo che ci sarebbe stata a Roma la mostra di Edward Hopper, avevo già programmato di visitarla a Gennaio. Ma non sempre fare progetti a lungo termine, ahimè, aiuta.
Ho rischiato di non andarci, per via di questo brutto tempo e dei patetici blocchi del traffico domenicale (di domenica risiedo sempre fuori Roma), così mi sono ridotta all'ultima domenica del mese per passare una mattinata al museo.
Una splendida, fortunatamente, calda giornata, resa ancora più bella dalla presenza del Vittoriano, dei Fori Imperiali e del Colosseo.
La titubanza riguardava, invece, l'organizzazione della mostra al complesso del Vittoriano. Quella tanto celebrata del 2014 sui capolavori del Museo d'Orsay, mi ha lasciata delusa ed amareggiata per la completa disorganizzazione e poca cura.
Doppia fortuna perché per Hopper non è stato così.

Edward Hopper

Inaugurata il primo ottobre dello scorso anno, sotto la collaborazione del Whitney Museum of American Art di New York, l'esposizione offre un dettagliato e approfondito percorso pittorico sull'artista americano più conosciuto in Europa, Edward Hopper (1882-1967).
Maestro della pittura potentemente evocativa, Hopper ha indagato nei suoi soggetti (camere d'interni, paesaggi, personaggi inconsueti), spaccati della vita americana del tempo : quella provinciale anacronistica, non toccata dal progresso, e perciò carica di atmosfere solitarie, sorprendentemente inquiete ed estranianti, colpite, a volte, da una luce non sempre consolatrice. Sentimenti nascosti che quasi governano interi dipinti.
Un'affermazione che per il pittore sarebbe stata incontrastata durante tutto il primo Novecento, se, a sua volta, la stella di Jackson Pollock (1912-1956), non avrebbe brillato contemporaneamente.
Sessanta opere, dal 1902 al 1960, per comprendere la sua evoluzione da pittore innamorato dell'impressionismo alla completa adesione al realismo.

Il percorso museale inizia aprendo il sipario sulle prime opere del pittore, fra cui "Staircase 4 Rue de Lille" del 1906, anno del suo approdo nella capitale francese. Qui già cominciano ad intravedersi quelle tematiche che saranno poi ricorrenti in seguito, come i dipinti d'interni.
A Parigi Hopper visse un periodo di grande formazione, frequentando cafè, artisti e la vita mondana che la città aveva da offrire. Ammirò il gruppo degli Impressionisti e le opere del periodo conformano la sua passione, in particolare per Degas e Toulouse-Lautrec.
Al ritorno negli Stati Uniti, pur trattenendo, ancora, alcune ispirazioni francesi, la sua arte diventa più particolare come nei dipinti d'interni "Summer Interior" (1909), dove una donna, accasciata sul pavimento, mostra tutta la sua fragilità, la sua immensa solitudine. Forse ha avuto un rapporto da poco, e quindi sente la mancanza del partner. Una luce vivace entra dalla finestra e la donna tende il suo piede in quella direzione, quasi a cercare in quella luce una serenità insperata.

"Summer Interior"

Nel "New York Interior" del 1921 è rappresentata anche qui una camera. Al centro, possiamo spiare di spalle una donna, molto probabilmente una ballerina (omaggio a Degas), che sta cucendo con un ago e filo invisibili, il suo vestito. I colori scuri caricano il dipinto d'intensità.
Campeggia al centro di una parete il capolavoro del "Soir Bleu" (1914), vero fulcro della mostra. Dipinto non molto amato dai critici e per molto tempo arrotolato nello studio del pittore, viene raffigurato un locale, forse cinese, per via delle lanterne colorate o francese. All'estrema sinistra vi è un operaio assorto, al centro due uomini sono seduti al tavolo con un clown dalla sguardo assente, dietro di loro una coppia borghese. In piedi, dietro al parapetto una prostituta guarda la scena. Fra di loro non hanno niente in comune, i loro visi sono spaesati, l'attimo sembra congelato. Attendono chissà forse un gesto, una parola, un sentimento di uno da uno di loro.

"Soir Bleu"

Una sala è dedicata ai lavori in cui la luce sovrasta nei dipinti case, strade o paesaggi. È la nuova fase artistica di Hopper, quella degli scatti simil-fotografici, della vita americana con i suoi contrasti.
"A Two Lights" (1927), è il quadro celebrato della mostra, dove più su d'ogni altro si posano gli occhi dei tanti visitatori. A chi chiedeva a Hopper il motivo per cui non raffigurasse grattacieli, l'artista rispondeva : "Sono i fari i miei grattacieli."


"A Two Lights"

Si possono apprezzare anche i suoi disegni preparatori, vere opere d'arte non minori rispetto ai dipinti. Ve ne sono molti, ma quello che più mi ha catturato è "Study for Office at Night" (1940).
Qui Hopper mostra se stesso seduto alla sua scrivania, una donna, la moglie, sta guardando nella sua direzione. Quello dell'ufficio non era tra i temi più raffigurati nel mondo dell'arte ma egli riesce dare un taglio nuovo, cinematografico. Mi ha ricordato vecchi film americani.

"Study for Office at Night"

La menzione della moglie è un'occasione per presentare la donna e la musa che fu accanto alla sua vita fino alla fine dei suoi giorni. Jo Hopper (1883-1968), pittrice anche lei, sposò Edward Hopper nel 1924. Il loro fu un matrimonio travagliato, fatto di litigi, perfino nelle interviste. Lui riservato e schivo, lei vivace e loquace, si accompagnarono sempre insieme, nel bene e nel male.
A concludere la visita vengono mostrate le ultime opere, dove la maestria e lo stile raggiungono il suo acme, dove la solitudine e l'estraneità vanno facendosi più vibranti e visibili.
"South Carolina Morning" (1955), un campo lungo, una donna dai tratti afroamericani e dalle forme generose attende inquieta qualcuno o qualcosa, dietro di noi "Cape Cod Sunset" (1934), raffigura la casa in stile vittoriano che gli Hopper fecero costruire nella penisola a sud est di Boston. Imponente nella struttura, la casa da al dipinto un'atmosfera di inquietudine e insensatezza.
Davanti a noi "Second Story Sunlight" (1960), tipica composizione hopperiana con le due donne i cui occhi mai si incontreranno perché una è rivolta al presenta, l'altra al futuro.

"South Carolina Morning"

"Cape Cod Sunset"

"Second Story Sunlight"

L'ambiente è curato e pulito e a questo si aggiungono un'audioguida con spiegazioni artistiche, storiche e critiche oltre ad una sala disegno, dove ci si può cimentare nel riprodurre i capolavori del pittore, un tavolo touchscreen per osservare un quaderno di bozze, uno spazio dedicato alle influenze che Hopper ebbe sul cinema, in particolare Alfred Hitchcock, di cui prese i campi lunghi e quell'atmosfera di suspense e ambiguità.
Divertente è invece il poter entrare nel dipinto "Second Story Sunlight", grazie ad un effetto speciale che lascia veramente sorpresi come bambini. Tutto incorniciato da alte pareti con fotografie e citazioni.
Unici difetti sono il dover portare l'audioguida all'orecchio, forzando quindi il braccio (dopo qualche minuto e lungo il percorso se ne risente), e proprio quando i nostri occhi sono ormai abituati alle silenziose storie e non si vorrebbe più uscire, ecco che invece veniamo disillusi e si chiude il sipario definitivamente.
Consiglio a tutti di inoltrarsi in questa bella mostra, anche perché rimangono ancora una manciata di giorni (fino al dodici febbraio).
Ma quello che ho amato di Edward Hopper e mi ha ancora più addentrato nella sua pittura, è stato quel modo di raccontare l'America meno ordinaria, attraverso tutte le sfaccettature dell'animo, dando corpo ad ogni sentimento.




M.P.





sabato 28 gennaio 2017

"Il Commesso" di Bernard Malamud

"Zito's Bakery" (1937), Berenice Abbott

Due anni fa feci la mia conoscenza letteraria con lo scrittore americano Bernard Malamud (1914-1986), appartenente alla fortunata generazione di romanzieri americani di origine ebrea, quali Saul Bellow (1915-2015), Philip Roth (1933), Paul Auster (1947), attraverso la raccolta di racconti surreali "Il Cappello di Rembrandt" del 1973.
Spinta a proseguire fra le sue opere dalla prosa asciutta e diretta e dalle tematiche originali e poco usuali nella letteratura occidentale, ho accettato di dare il mio secondo appuntamento allo scrittore, con uno dei suoi primi scritti, consigliatomi sia dall'amica-blogger Cristina di Athenae Noctua sia dalle entusiastiche osservazioni delle ragazze della Minimun Fax, alla manifestazione letteraria romana di Più Libri Più Liberi.
Pubblicato nel 1957 "Il Commesso" è il secondo romanzo di Malamud, considerato il suo capolavoro e che gli fece vincere a sorpresa il "National Book Award".
Al momento della lettura, mi sono trovata non più nelle rocambolesche avventure non-sense dei racconti, ma nella realistica e quanto mai circoscritta Brooklyn.
Qui non ci sono solamente tristi vicende di ebrei con le loro fatiche da sopportare né sinagoghe, né precetti, né Torah, bensì l'America dei primi anni Cinquanta con le sue contraddizioni, il flusso degli immigrati e della volontà di redimersi.


Bernard Malamud porta il lettore in una Brooklyn lontana dal rumore e dalla frenesia tipica del dopo-guerra : ne analizza una parte ristretta, quella assopita e stabile del ghetto ebraico.
Una "Winsburg Ohio" delineata da case, un cinema, da una biblioteca e un parco, un mondo appartato, animato da piccoli drammi individuali.
Come formiche al microscopio, vengono presentate tre diverse esistenze : quella di Morris Bober, emigrato russo, negoziante d'alimentari, sempre in lotta per la propria sopravvivenza, contro la sfortuna e per il principio morale di mantenersi onesto e rispettoso.
La figlia Helen, figura passionale ed inquieta, carica di illusioni e speranze; un corpo voluttuoso e sano che protende verso grandi aspettative, nei sogni chiusi della sua scarna cameretta.
E poi Frank Alpine, il goy, l'Italyaner, l'intruso dal passato oscuro.
Delinquentuccio che nel "momento migliore commette lo sbaglio peggiore", diventa commesso nel negozio di Bober, lavorando allo stremo delle forze, cercando di conformarsi alla comunità, fallendo e fallendo ancora, sino alla sua evoluzione.

La fluida scorrevolezza del romanzo, fatta di molte battute brevi e pensieri interni dei protagonisti, richiama il passato dell'autore, figlio di immigrati russi, arrivati in America in cerca di un posto al sole.
L'amore per i libri è presentato nell'ordinaria vita di Helen come un rifugio straordinario per conoscersi e riconoscersi, nel dolore delle pagine.
Ma non è solo questo. Malamud mostra l'America più nascosta, quella degli immigrati con il cuore gonfio di attesa: ne osserva le frustrazioni, lo squallore morale, le ossessioni, degli individui più poveri e falliti. Anche se qui c'è la figura di Bober e la sua ostinazione a mantenersi retto.

"La vita era ben povera cosa e il mondo cambiava in peggio. L'America era diventata troppo complicata e un uomo non contava più nulla. [...] Cosa aveva voluto fuggire, venendo qui?"


Quando Frank Alpine chiede a Bober che cosa voglia dire essere un ebreo, il negoziante risponde : "comportarsi bene, essere onesti, essere buoni." Qualità insite non in una religione in particolare, semplicemente esse sono qualità umane.
La stessa rettitudine di Bober non risulta celebrata : siamo umani sempre, anche nelle nostre nascoste debolezze. Non è il giudaismo a guidare qui, ma la coscienza.
Più che un romanzo "Il Commesso" ha l'andamento metaforico di una Bibbia, profana, americana; un lungo percorso, ancora da compiere, verso il riscatto morale.
Perfetta fusione fra letteratura americana e yiddish, non ne ho trovato comunque motivi di un capolavoro. Attendo per questo altre letture.




M.P.




Libro ;

"Il Commesso", B. Malamud, Minimum Fax

venerdì 20 gennaio 2017

"Cassandra" di Christa Wolf


"Ecco dove accadde. Lei è stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, l'hanno fissata. Questa fortezza, una volta inespugnabile, cumulo di pietre ora, fu l'ultima cosa che vide. Un nemico da tempo dimenticato e i secoli, sole, pioggia, vento, l'hanno spianata. Immutato il cielo, un blocco d'azzurro intenso, alto, distante. Vicine oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino : verso la porta dal cui fondo non fiotta più sangue. Nelle tenebre. Nel macello. E sola."


"The Heroic Story of the Trojan War" di Alice e  Martin Provensen

Cassandra la più bella delle figlie di Priamo, Cassandra la veggente mai creduta.
Nello studio dei poemi epici e nella mia passione per la mitologia, sono sempre stata attirata e colpita dalla figura di Cassandra. Leggevo, cercavo informazioni, sentivo l'unicità di questo personaggio : nelle sue visioni, nei suoi deliri e nella morte, ne vedevo la fierezza, l'indipendenza, l'attaccamento alla terra natia e ai valori famigliari.
Lei che si stagliava dalle alte mura di Troia, urlando, diventava il simbolo delle tante voci femminili mai ascoltate.
La sua storia meritava, non poteva essere solamente un personaggio minore di un libro di eroi. Della sua immagine ne capivo tutta l'importanza.
In un vecchio testo scolastico sull'"Eneide", trovai alcuni stralci di opere ispirati alla guerra di Troia, fra cui la "Cassandra" di Christa Wolf.
Qui la principessa perdeva la sua veste sacerdotale per mostrare la donna.
Pagine amate e subitaneamente dimenticate; ma i libri a volte si ripresentano dopo tanti anni, per essere letti : aspettano, se possibile, il momento migliore.


Christa Wolf (1929-2011), fu una delle più influenti scrittrici della letteratura tedesca del Novecento.
Convinta promulgatrice dell'importanza della letteratura, non solo nell'ambito dell'educazione e della conoscenza, ma anche nel campo politico. Prima di essa subì due dittature (nazista e sovietica), la guerra fredda e la costruzione del muro di Berlino. Tutte le sue opere riflettono quel mondo passato.
"Cassandra" fu certamente il lavoro più importante, pubblicato nel 1983 e tradotto in tutte le lingue, contemporaneamente censurato in Germania.
L'ispirazione che divenne in seguito ricerca e passione, le fu data quasi per caso.
Perso il volo che da Berlino doveva portarla ad Atene, la Wolf rimase ad attendere nell'aeroporto, ma come ogni buon lettore, aveva portato con sé un libro, "L'Orestea" di Eschilo.
La Wolf andò oltre l'immagine mitizzata di Cassandra, percorse anche lo stesso viaggio che dall'Asia Minore, portò la principessa a Micene, fermandosi alla Porta dei Leoni, su cui ella certamente posò un'ultima volta gli occhi.
Il libro si sviluppa mediante una reinterpretazione della storia, più moderna e soprattutto potentissima nel suo significato morale e apertamente diretta al lettore. Non è la scrittrice a raccontare, ma la stessa protagonista a narrare o ricordare, attraverso un monologo interiore, un profluvio di parole inarrestabile, per poi lasciare spazio al silenzio.



Cassandra prigioniera di guerra del re Agamennone, si trova chiusa in una cesta, nel carro davanti al monumentale ingresso di Micene. E' in attesa che la mano della regina Clitennestra la colpisca insieme ai due figli e alla fedele ancella Marpessa.
Nell'arco di un tramonto di Micene, a pochi minuti dalla sua morte, Cassandra ricorda il tramonto della sua epoca e della distruzione di Troia.
Figlia dell'amato re Priamo, l'unica donna a presenziare al consiglio per la sua sapienza e il suo giudizio, essa ripercorre la giovinezza, fra le alte mura della cittadella, con i suoi colori, profumi e la vitalità degli abitanti : l'iniziazione ai misteri sacerdotali, il dono di Apollo e il grande rifiuto che allontana Cassandra dalla madre Ecuba, delusa per la ribellione nei confronti del Dio. La rivalità con la sorella Polissena, l'amore per i fratelli e per Enea, candidato scelto per la sua deflorazione, che mancherà per amore, conseguendolo solo più tardi per lo stesso motivo.
Tutto perso al momento del difficile scontro tra greci e troiani; due fazioni diverse per storia e costumi, tuttavia ambedue assetate di rivalsa e potere.
Il fratello ritrovato, Paride, non ha riportato da Sparta la bella Elena, ma il suo simulacro può ben servire per incoraggiare la causa.
Gli occhi di Cassandra vedono inganni, orrori, la sudditanza maschile, l'abomini di Achille "la bestia", il cuore duro del padre. Ribellandosi alle leggi dello Stato, viene esclusa dalla collettività.
Riesce a trovare rifugio solamente fra le donne che ogni giorno si riuniscono sulle rive del fiume Scamandro, capeggiate dallo stanco Anchise, pronto ad ascoltarle e impartire insegnamenti.
Ma la rovina è imminente, la superbia e l'ingenuità dei troiani punita. Tra le fiamme di una città decaduta, Cassandra rivede per l'ultima volta Enea, rifiutando il suo aiuto sarà libera di accogliere il fato.



Ho cercato, per quanto mi fosse possibile, di non arrestare troppo a lungo la voce di Cassandra. Ho cercato il silenzio più assoluto per essere meglio appagata da questo autentico capolavoro letterario, meritevole, a mio dire, di essersi fatto portavoce di paure e speranze di milioni di donne, di quelle che sono esistite, che esistono e che esisteranno.
La Wolf ripropone il mito della guerra di Troia, ma libero della sua storia consueta : non ci sono bellissime donne rapite a causare la guerra, bensì questioni economiche e di predominio sul territorio.
Fuoriesce dal romanzo uno scontro distinto fra il mondo maschile e il mondo femminile e l'origine del passaggio dalla società patriarcale a quella matriarcale.
Gli uomini avidi del loro presente, rimarcano le loro violenze, lo sprezzo per la vita e del genere umano, nessuno si salva : né Agamennone che ha sacrificato la figlia Ifigenia, né Priamo che ha messo in pericolo Polissena. Tutto l'odio è riversato su Achille "la bestia", emblema della crudeltà dell'uomo.
Le donne rifugiatesi presso lo Scamandro, fuori dalla cupa città, formano una comunità a sé stante, capace di tirare fuori l'istinto di conservazione, "tra uccidere e morire c'è una terza via : vivere", altresì di lasciare tracce delle loro esistenze da tramandare al futuro : dipingendo, costruendo oggetti, intrecciando ceste.
Vengono rievocate nelle compassionevoli immagini di Briseide, venduta per cupidigia, Pentesilea, regina delle Amazzoni che ferita da Achille, preferisce morire che divenire sua schiava a Mirrina, la prima a cadere dopo l'inganno del cavallo e Polissena, tremante davanti alla furia achea, chiede alla sorella Cassandra di ucciderla con il suo pugnale, per non essere rimessa alla loro vendetta.
L'amore non manca in questo romanzo, espresso nella sua pienezza e profondità della principessa per l'assente/presente Enea. Animi e menti diverse, inconciliabili per un amore terreno. Eppure uniti, essi creano pagine di infinita bellezza poetica.

"La luce dell'ora che precede il tramonto. Quando ogni oggetto comincia a brillare autonomamente e a porre in risalto il colore che è suo. Enea diceva : per affermarsi ancora una volta prima della notte. Io dicevo : per consumare fino in fondo ciò che resta della luce e del calore e poi accogliere il buio e il gelo dentro di sé."



Non mi vergogno di aver pianto nelle ultime righe, quando Cassandra impietrita, vede trascinare via la sorella Polissena e nell'atto finale, in una città in agonia, la donna ribadisce ad Enea il suo essere libero, la sua indipendenza : "non posso amare un eroe", andando contro ogni forma di sottomissione.
Christa Wolf ha reso il libro più complesso e immediato, rifacendosi alla letteratura di primo Novecento, usufruendo del flusso di coscienza.
La regolarità del tempo non viene rispettata, i segni di interpunzione non vengono disposti correttamente, discorsi diretti si intrecciano a discorsi indiretti, eppur questo non riesce a limitare la lettura, mantenendo semmai più vivo il testo.
Penso che scrivendo "Cassandra", Christa Wolf abbia innalzato un elogia alla natura femminile e denunciato gli orrori della guerra, eguali in ogni tempo e spazio. Al contempo, e soprattutto, voluto dimostrare la vicinanza che esiste tra il mondo antico e il nostro mondo moderno.
Ogni memoria è leggibile nei disegni sulle anfore, nelle tombe degli eroi, nelle pietre scolpite, su cui il sole si poggia scandendo le ore.
Basta accostarsi un poco di più per intravedere anche il nostro futuro.

"Eravamo grate perché era concesso proprio a noi di godere del massimo privilegio che esiste, far avanzare una sottile striscia di futuro dentro l'oscuro presente che occupa ogni tempo."



M.P.




Libro :

"Cassandra", C. Wolf, Edizioni e/o


giovedì 12 gennaio 2017

"Altezza Reale" di Thomas Mann


"E' Klaus Heinrich, il fratello  minore di Albercht II, nonché agnato prossimo al trono. Eccolo che passa, si può ancora vederlo. Conosciuto eppure estraneo si muove fra la gente, cammina tra la folla ma sembra circondato dal vuoto, avanza solitario e porta sulle spalle strette il peso della propria Altezza."


"Viandante sul Mare di Nebbia" (1818 part.), C. David Friedrich


Come ho già scritto nel resoconto di fine anno, la saga famigliare de "I Buddenbrook", dello scrittore tedesco  Thomas Mann (1875-1955),  ha rappresentato la più bella lettura del 2016. Un'epopea così profondamente piena di dramma e personaggi, intrisi dal sapore amaro di un ineluttabile decadenza, è rimasta nel mio immaginario, nonostante l'anno sia ormai passato.
Per questo ho finito l'anno come era iniziato : ancora con Mann, e questa volta con un altro dei suoi romanzi più conosciuti : "Altezza Reale".
Approfittando di un ebook gratuito sul kindle con una traduzione e introduzione ben fatta, ad opera della Mondadori, mi sono immersa, di buono spirito, in questo, celebre per essere stato letto, e tuttora letto, da regnanti, principi e principesse o da appassionati di stirpi reali.
Perché "Altezza Reale" è una fiaba, realistica.


Pubblicato nel 1909, nove anni dopo il clamore dei "Buddenbrook", il libro si discosta da tutte le opere precedenti di Mann e da quelle che seguiranno poi; "Altezza Reale" rappresenta una sorta di intermezzo nell'attività letteraria dell'autore, non sempre ben accettata dai critici e dai lettori, delusi dal suo ritmo lento e dal finale troppo felicemente scontato.

Ambientato in un piccolo stato immaginario della Germania guglielmina, occupato da un popolo "non molto attivo e progredito", ancora prettamente sostenuto da un sistema di stampo feudale dominato da decenni dal granducato dei Grimmburg, casata in decadenza e in debito come il paese. Ma il protagonista non è il piccolo stato, bensì il secondogenito reale Klaus Heinrich. Il lettore assiste alla sua crescita con dovizia di particolari, dalla sua nascita, offesa con una mano sinistra atrofizzata, al suo battesimo, gli studi conseguiti, le uscite pubbliche, fino a sostituire del tutto gli alti uffici del fratello sovrano Albrecht II, impedito dalla salute cagionevole.
Amato dai sudditi, ma solitario nelle stanze del suo castello spoglio e ammantato di belle ma false apparenze, viene conquistato, redento e portato alla realtà, grazie alla bella e intelligente Imma Spoelmann, figlia di un ricco plutocrate.
Il loro matrimonio salverà dal debito lo stato e l'antico rosaio del castello sarebbe ritornato a profumare "nel più soave e naturale dei modi", dopo un'ancestrale maledizione che ne impediva l'odore.

Mann in una caricatura del 1889


Il romanzo non è una facile lettura : non ci sono drammi consistenti né figure peculiari come quelle dei Buddenbrook. La scorrevolezza compositiva va ad inciampare in lunghi e a volte tediosi dettagli sulla vita di corte, sull'economia e sui fatti più o meno irrilevanti.
Anche il finale sembra limitare piuttosto che aggiungere un merito al futuro premio Nobel.
Gli elementi fiabeschi si ritrovano nella cornice, nei principi e principesse, nella maledizione del rosaio, la realtà è invece espressa nella puntigliosa, quasi maniacale, descrizione degli ambienti e delle classi sociali e della decadenza che se nella saga famigliare ha un lento processo, qui è già iniziata, arrestata poi dal matrimonio milionario.
Ma "Altezza Reale" come ho scritto è un intermezzo o ancora meglio un lungo racconto simbolico.
L'"Altezza", titolo che noi diamo ai regnanti, per Mann ha un diverso significato : "Altezza" è il modello per cui poeti, scrittori o artisti debbono attenersi, affinché un popolo possa in essi riconoscersi. Ma proprio per questo poeti, scrittori o artisti (come l'archetipo del principe), sono figure solitarie e distaccate dalla vita, soffrendo il doloroso raffronto fra arte e vita (lo stesso Thomas Buddenbrook era un esempio) :

"Rappresentare, naturalmente, è qualcosa di più e più alto del semplice essere, Klaus Heinrich - per questo la chiamano Altezza."

Mann trovò la soluzione e la redenzione, quando nel 1905 sposò la bella e vivace Katia Pringsheim, figlia di un ricco industriale. Molta della loro storia si trova in queste pagine.
Seppur differente dal primo romanzo, anche quest'ultimo presenta le amate cadenze di Mann che approfondiscono il lato psicologico dei personaggi e danno un che di musicale all'opera, come "nella mano sinistra puntata sul fianco" di Klaus Heinrich o "gli occhi grandi e scuri e inquisitori" di Imma.
Ma se il personaggio di Alex Martini rappresenta il "poeta ideale", mentre quello del professore Überbein¹ l'immagine di una Germania passata e retrograda, il compito dell'autore era, come scriveva egli stesso, "innalzare il romanzo tedesco come forma d'arte e raccontare la mia vita."




M.P.



¹ Su Überbein, personaggio così legato al mito e alla filosofia tedesca, si potrebbe dire molto, ma si dovrebbe avere una profonda cultura più che tedesca, germanica (cosa che purtroppo non ho).






Ebook :

"Altezza Reale", T. Mann, Mondadori





giovedì 5 gennaio 2017

Camere con Vista : la condizione delle donne nei dipinti d'interni


Con l'arrivo di gennaio, Roma si è scoperta più fredda; il cielo a sprazzi azzurro di dicembre, ha lasciato il posto ad uno bianco fitto, il sole è diventato più pallido e non riesce a scaldarmi come prima le mie guance, quando cammino per la strada. Viene più voglia a starsene nella propria stanza, al caldo, magari leggendo qualche amato libro.
Ma non è ozio. Penso che ogni persona all'interno della propria stanza, sola, possa dare libero sfogo a un così flusso di pensieri che potrebbero trasformarsi in desideri, creatività e libertà.
Non era Virginia Woolf che scriveva che una donna dovesse avere soldi e una stanza tutta per sé per conquistare la propria indipendenza?
Non è nella luce fioca di una camera, dove, le donne si preparano per intraprendere il cammino della loro vita? E un posto nel mondo?
I cinque dipinti che seguono rappresentano delle scene di interni, camere o sale, eseguite tutte da mano femminile, più o meno conosciuta. Oltre a mostrare elementi o decori, essi ritraggono la condizione della donna in varie epoche e la loro risolutezza per emergere in un ambiente dominato da uomini.

"La Proposta" (1631), Judith Leyster

Negli anni del Secolo d'Oro olandese (17° secolo), dove i Paesi Bassi, allora i più ricchi stati del mondo, si cullavano nella loro potenza navale, commerciale e culturale; nasceva nel 1609 ad Haarlem, la città dei tulipani (immortalata da Alexandre Dumas ne "Il Tulipano Nero"), una futura grande pittrice.
Judith Leyster, figlia di un noto birraio locale, diventò una delle poche artiste professioniste dell'epoca; piccola minoranza femminile adombrata dai grandi maestri olandesi.
La Leyster si impose giovanissima per l'opulenta classe borghese protestante, con le sue opere di carattere per lo più domestico : di costume, ritratti, nature morte, tutto finalizzato con caratteri allegri.
Nel 1629 riuscì ad aprire un atelier indipendente.
Un genio artistico di siffatta spigliatezza e vivacità, influenzato dai Carravagisti di Utrecht¹, avrebbe meritato maggior gloria postuma, ma Judith Leyster non l'ebbe.
Sposatasi nel 1636 con un pittore mediocre, fu completamente assorbita dalla vita domestica e famigliare. I suoi dipinti diminuirono insieme alla celebrità. La donna intellettualmente impegnata, ritornò ad essere sposa e madre. Morì nel 1660.
Una sua opera che descrive l'ambiente privato femminile e la condizione stessa della donna d'epoca, è "La Proposta" realizzata nel 1631 a soli ventidue anni.
Pur nella sua essenzialità, il dipinto non deve essere sottovalutato, poiché questo illustra il coraggio della Leyster davanti ad un tema non indifferente.
In un ambiente che potrebbe essere la stanza di una casa, rischiarata solo dalla luce di una lampada, una donna è intenta nel cucito. Un uomo al suo fianco, appoggiato ad una scrivania, posa il suo braccio sinistro sulla spalla destra della donna, mentre con la mano destra le porge una manciata di monete. L'uomo in questione non è un marito premuroso e nemmeno un cliente che sta pagando il lavoro della donna. Dal suo sguardo sornione e dalla sua eccessiva confidenza, si potrebbe dedurre ad una proposta sessuale, ricompensabile con una offerta in denaro.
Ma la donna con gli occhi fissi nel suo lavoro, sembra rimanere distaccata da quel che avviene intorno a lei.
Fra le tante interpretazioni che sono state date nel corso degli ultimi anni, è indubbio che la pittrice abbia voluto ritrarre l'assoggettamento della figura femminile.
 La donna è presentata con abiti chiari, vestita di tutto punto e con semplicità, quindi non una prostituta. Sotto il suo piede compaiono dei carboni ardenti, simbolo del focolare domestico e quindi dello stato civile di essa, certamente coniugata.L'uomo è raffigurato con colori scuri, accentuando sulla scena la sua presenza inquietante.
Generi pittorici così maliziosi erano molto in voga e i maggiori artisti raffiguravano scenari con doppi sensi : uomini-clienti in attesa, donne dalle vesti accese e disponibili, mezzane. La Leyster rovescia questo mondo mostrando invece una donna ferrea nella sua moralità e decisa a custodire le sue virtù : il suo corpo e la possibilità del rifiuto.
Se il dipinto non presenta un atto di denuncia, certo la sua autrice volle con questo dichiarare l'impossibilità di una certa indipendenza della figura femminile se questa ne vedeva l'onnipresenza costante dell'uomo.




Bella, vivace, ambiziosa, figlia del romanziere di origine spagnola Emmanuel Gonzalès, Eva Gonzalès (1849-1883), pittrice francese, è annoverata da tempo nel gruppo delle artiste impressioniste insieme a Berthe Morisot e Mary Cassat. Ma se quest'ultime godono ora di una fama ben meritata, per Eva Gonzalès non è così. Rispetto alle sue colleghe non ebbe il tempo di far sopravvivere la sua arte, morendo giovanissima di parto e nell'aver sempre rifiutato di partecipare alle mostre del gruppo. Eppure il suo stile e il suo talento sono innegabili.
Cresciuta nello studio di Edouard Manet (1832-1883), dove apprese l'arte del colore e facendo da modella per i suoi quadri, nel 1870 fu accettata al Salon di Parigi, dove divenne celebre per i ritratti e scene di interni.
La femminilità e la sua padronanza professionale viene svelata nel dipinto "Il Risveglio" del 1876.
Una giovane e bella donna, la sorella Jeanne, si è appena svegliata dal lungo sonno notturno. E' nella sua camera, mollemente adagiata sul letto; la luce del mattino entra nella stanza mostrando le sue belle forme, il viso è trasognato. Il bianco è il colore predominante nelle sue varie sfumature, dai cuscini, dalle tendine alla sua veste.
Uniche note di colore, il bouquet di fiori viola e un libro posti su un comodino e il vezzoso braccialetto d'oro.
Nell'ambiente privato la Gonzalès non ritrae una donna indaffarata nelle sue mansioni, di pulire o rammendare, ma libera e colta in un pensiero astratto, seppure non mancante di intelligenza, come si denota dal libro chiuso vicino a lei.
Ne esce un capolavoro di poesia, sensualità e intimità, dalle pennellate morbide in cui si sente come non mai l'influenza del maestro.

"Il Risveglio" (1876), Eva Gonzales


"Ero libera di dipingere per quanto mi pareva nella mia stanza." Vanessa Bell

Già nel recente post su May Nieriker (sorella di Louisa May Alcott), avevo scritto di come talvolta la celebrità di un fratello maggiore adombri il talento del minore. Questo è anche il caso di Vanessa Bell (1879-1961).
Sorella della più famosa Virginia Woolf, Vanessa Bell occupa uno spazio di poca rilevanza nella storia dell'arte, anche se la sua vita è stata una continua ricerca verso la perfezione professionale e il superamento dei limiti imposti all'arte e al suo sesso. Le sue opere raccontano storie e in particolare storie legate alla sua vita.
Figlia dello scrittore inglese Leslie Stephen, Vanessa ebbe un'infanzia buia e violenta, a cui si aggiungeva una educazione di basso livello (sofferenza profonda per le due intellettuali sorelle Stephen), bigotta e legata alle convenzioni vittoriane. Con la morte del padre, Vanessa si scoprì una donna libera, libera di viaggiare, di dipingere, di scegliere anche la sua vita sessuale.
"Interno con Tavolo" (1921), una delle sue opere più conosciute, rispecchia la sua rinascita che ad occhio superficiale potrebbe sembrare un semplice lavoro, ma ad una osservazione accurata ne mostra in realtà una grande audacia.

"Interno con Tavolo" (1921), Vanessa Bell

La Bell dipinge un angolo di casa molto accogliente, corredato con gusto da tende bianche, una bella vetrata con davanti un tavolino su cui è presente un vaso con fiori, una porzione di una sedia a dondolo, il pavimento rosso. Uno scenario confortante per qualsiasi donna certamente, eppure la vista dello spettatore è portata lì, ove si vede la bella vallata illuminata dal sole con case e alberi.
La pittrice inglese più che a guardare dentro ci porta a guardare fuori, dove ci sono vite e possibilità per ciascuno di noi e soprattutto per le donne. Anche gli oggetti non solo solo meri abbellimenti ma attori sullo scenario. La luce, i colori vivaci, gli scambi di linee e le forme morbide ne fanno uno dei dipinti più soddisfacenti e contemplativi, tipicamente di gusto post-impressionista.
La Bell ribadisce come non mai la repulsione e il superamento degli schemi della pittura vittoriana e delle sue regole sociali oltre ad un un invito alla libertà.


"[...] si da per scontato che le donne siano una categoria umana inferiore per storia e tradizione consacrata... Nessuno si è dato la briga di andare a vedere, a studiare, ad approfondire questi dipinti, dando per scontato che essendo di mano femminile, sia in partenza arte marginale, trascurabile, infantile, primitiva, irrilevante. Ma questo si chiama pregiudizio. Sentimento che si trasforma facilmente in discriminazione. Discriminazione da pregiudizio."
Dacia Maraini

Di ideali e pensieri simili a Vanessa Bell, ma con una coscienza più matura, grazie anche a tempi moderni, è stata la vita della pittrice, gallerista e collezionista d'arte italiana, Lia Pasqualino Noto (1909-1998), una delle figure più significative del panorama artistico palermitano del Novecento.
Affermatasi durante il Ventennio, Lia Pasqualino Noto non solo faceva arte, ma se ne occupava anche. In quel periodo, nella città di Palermo, si vide fiorire una nuova generazioni di donne artiste, quali Pina Calì Cuffaro (1905-1949), Ida Nasini (1894-1979), Topazia Alliata (1913-2015), la stessa Pasqualino che uscendo dal consueto ambiente domestico, formarono le loro personalità in vere scuole d'arte, proprio come i colleghi uomini, dove prima erano invece escluse. Non solo. Rivendicando il loro ruolo, si riunivano in associazioni, sindacati; a mercanteggiare arte, sfidando così negli affari il titolato potere maschile. La Noto nel 1937 aprì la prima galleria privata della città siciliana e il suo salotto culturale divenne uno dei punti di riferimento dell'aristocrazia e degli artisti ed intellettuali dell'epoca.
La sua pittura riprendeva i classici rimandi a Felice Casorati, unendoli alle nuove visioni di Renato Guttuso, fino alle avanguardie novecentesche.
Fra le sue opere di pittura di genere, è da menzionare "Ragazze alla Finestra" del 1932, esposto per la prima interregionale del Sindacato nazionale artisti a Firenze. L'opera rispecchia tutta la lotta della sua autrice per l'affermazione e il riconoscimento intellettuale delle donne.

"Ragazze alla Finestra" (1932), Lia Pasqualino Noto

Il dipinto presenta due campi di visivi. Il primo, e più lontano dai nostri occhi, raffigura un ambiente famigliare : un signore anziano dalla barba lunga sta impartendo una lezione ad una donna, seduta placidamente nel salotto. Nel secondo campo, in primo piano, due giovani donne sono affacciate alla finestra : esse sono spoglie di qualsiasi leziosità femminile, braccia conserte, ma il loro sguardo corre lontano e con esso i loro pensieri verso un ideale nuovo o una vita diversa.
Lo sfondo richiama chiaramente l'ambiente chiuso e ovattato, entro le mura di una casa, a cui le donne dovevano sottomettersi nel passato, ma relegato così nel fondo, allude al superamento di queste antiche concezioni. Ormai nuovi mondi si stanno aprendo, con essi un  posto, per le donne, più vicino alla luce del sole.  Fra loro e tutte le possibili giovani donne, reali, che si sono sporte dalla propria finestra della camera, non c'è differenza alcuna.



Recentemente sono rimasta affascinata dai dipinti e dai colori di una pittrice americana. Questa e Catherine Nolin. Un'affermazione nel panorama artistico : i suoi quadri vengono venduti nella buona società come vengono pubblicizzati dalle migliori riviste del settore.
Specializzata in ritratti e scene d'interni, autodidatta di origini italiane, la Nolin ha studiato al Museum of Fine Arts di Boston, in seguito ha scoperto per caso la pittura accomunandola alla sua passione per il Rinascimento. Le sue opere attraggono lo spettatore per la vivacità dei colori, per le forme, per la fine bellezza dei dettagli e non ultimo il suo romantico non-sense.
"La Luna che tu Vedrai" (2016), una donna elegantemente vestita sta guardando una superluna.

"La Luna che tu Vedrai" (2016), Catherine Nolin

Non ne vediamo il viso ma dalla sua immobilità certo e rapita dalla bellezza del cielo con il quale è quasi in comunione. L'interno del suo ambiente è ricco e curioso : sopra un comodino è posta una bilancia su cui sembra posarsi una colomba idealizzata. Sulla parete uno specchio a forma di sole riflette il cielo fuori mentre un cervo fa capolino. Eppure non si finisce di vagare con gli occhi, alla ricerca di nuovi magici elementi. Tutto è pervaso da un'atmosfera irreale e di aspettativa su chi sa cosa. Non conosciamo nulla della donna né se quella sia veramente la sua casa, ma che importa, come lei sentiamo davanti a questo universo gli stessi sentimenti.






M.P.



¹ Gruppo di pittori dell'omonima città che nel XVII secolo assimilarono lo stile del grande pittore italiano.


giovedì 29 dicembre 2016

Tutto il bello che c'è stato





Siamo alla fine dell'anno...Eppure sembra solo ieri il giorno in cui ho scritto l'ultimo post del 2015, ma come dice un vecchio adagio di nonne e zie, arrivati ad una determinata età, tutto sembra andare più velocemente...
Ma a parte ragioni personali, questo è stato per Appuntario un anno soddisfacente. Non parlo di partecipazioni o adesioni di nuovi lettori o maggiori visualizzazioni del blog (benché ci siano stati), ma di nuove e più storie che hanno arricchito il sito.
Per questo ho deciso di concludere la fine dell'anno con un resoconto, soggettivo, di tutto quello che ho trovato di bello in un anno che sta entrando già nel passato.
A cominciare dalle escursioni, tanto desiderate e finalmente avverate, nella splendida, seppur decadente, Reggia di Caserta, arrivando ad un altro monumento italiano, benché questo naturale, del giardino di Ninfa, nei pressi di Latina. Lo splendore della ricchezza è ancora nei miei occhi, ricordando i tesori di inestimabile valore storico nel Museo Napoleonico di Roma.
Non può nemmeno mancare fra i bilanci positivi, la mia sortita alla manifestazione letteraria romana di Più Libri Più Liberi, vissuta tra emozione e timidezza.
Le care, amate, figure femminili della storia hanno avuto anch'esse un giusto spazio e fra quelle in cui è stato più forte il piacere di informarmi e raccontarle, presenziano con maggiore spessore l'inglese Elizabeth Ratcliff, cameriera-artista che nel XVI secolo si distinse nel Galles per la creazione di opere realizzate con pezzetti di vetro, pietre e madreperle. Niente conosceremo di Van Gogh e dei suoi dipinti, senza l'instancabile lotta per la loro sopravvivenza dovuta alla cognata, Johanna Bonger, e meritano di essere citate anche le pittrici Jeanne Hébuterne, moglie di Amedeo Modigliani e May Nieriker, sorella della scrittrice Louisa May Alcott, la cui fama è andata purtroppo persa nel corso dei secoli.
Ma voglio anche riportare, come molti blogger stanno facendo, le migliori letture intraprese nel corso dell'anno, rivelatrici di nuovi autori e spunti tematici :
"I Buddenbrook" di Thomas Mann, pubblicato nel 1901, la saga famigliare per eccellenza e la rappresentazione più riuscita di un dramma borghese di fine Ottocento. Metterei sicuramente questo testo come migliore lettura, sia per l'intensità del libro, della trama, dei suoi personaggi e per la narrazione che sembra procedere in motivi musicali decadenti e ripetuti.

"E venne finalmente il giorno in cui tutti i libri che potevo comprare furono allineati sugli scaffali, e fu possibile camminare per il negozio senza inciampare in scale a pioli e barattoli di pittura. Shakespeare and Company aperse dunque i battenti : era il 19 novembre 1919."("Shakespeare and Company", Sylvia Beach)

Scritto nel 1952, "Shakespeare and Company", più che un'autobiografia, è un memoriale di fatti e personaggi che contribuirono alla nascita e allo sviluppo della libreria più famosa di Parigi. In esso la sua realizzatrice e autrice, Sylvia Beach, ripercorre il suo sogno : una cultura più libera e moderna per un mondo migliore. Fra Fitzgerald, Hemingway e Joyce, ogni appassionato lettore può perdersi fra le sue pagine ricche di storia e letteratura.
Un libro che mi ha stupito per la sua complessità, di cui mai avrei creduto, è stato "Aspettando Godot", pubblicato nel 1952 a Parigi da Samuel Beckett. Forse tra le più famose opere originali del Novecento,   è diventata simpaticamente allegoria dell'attesa vana e utopistica della vita ma anche riflesso non troppo surreale dell'esistenza dell'uomo moderno.
Quest'anno ha visto come non mai numerosi anniversari letterari, come il bicentenario della nascita della scrittrice inglese Charlotte Brontë. Per l'occasione ho riletto il suo romanzo più celebre, se non il migliore, "Jane Eyre". Publicato nel 1847, in pieno periodo vittoriano, riproduce meglio di qualsiasi altra opera del periodo, il paradossale e vetusto mondo inglese, all'interno di particolare storia d'amore tra un aristocratico e una donna di ceto inferiore.
Un inno alla vita e alla bellezza si ritrovano nella figura di Kitty Garstin, bella e vivace protagonista dello stupendo romanzo di William Somerset Maugham "Il Velo Dipinto". Una lettura commuovente, che tutti i lettori dovrebbero intraprendere, perchè la felicità può trovarsi anche dopo aver superato strade polverose e fatiche.

"Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano dal caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono. Fra tutte, la cosa più ricca di bellezza è una vita bella. E' questa l'opera d'arte più perfetta."


Bottino Natalizio

Una lettura del tutto estranea alle altre è stato il complesso dramma di Anton Pavloviĉ Ĉechov, "Il Giardino dei Ciliegi", composto nel 1903. Ambientato in una provincia russa del XX secolo, la trama si sviluppa in una alternanza sociale tra caste e poteri diversi e raffronto tra il vecchio e il nuovo mondo
"Lessico Famigliare", gioiello-capolavoro di Natalia Ginzsburg, mi ha invece trasportata con i suoi suoni ed immagini nell'Italia del Ventennio fascista, con i fatti e personaggi del'epoca. Una saga famigliare privata che ci riporta anche alla nostra storia, con la delicatezza e l'eleganza stilistica della sua autrice.
Per i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare, ho proposto il suo testo più conosciuto, non il più osannato ma sicuramente quello meno capito, "Romeo e Giulietta". La sua estrema popolarità, nell'apparenza della sua trama semplice, nel suo ricco lirismo, nell'amore giovanile che divampa fra le pagine, essa racchiude un mondo, che è quello del teatro e della vita. Insomma dietro la storia d'amore dei due giovani si nascondono tutti gli ideali e i pensieri di quel movimento elisabettiano in fase di tramonto.
L'ultima parte dell'anno è stata dedicata alle biografie e a due personaggi femminili diversissimi. "La Donna che amò Hitler" di Angela Lambert, è il racconto preciso e dettagliato della vita dell'amante e poi moglie di Adolf Hitler, Eva Braun. Una figura che probabilmente fu un nulla rispetto a tutto l'orrore che accadde, ma che delinea assai bene quella vuotezza ed esasperazione del genere umano promulgati ed alimentati in quegli anni bui.
Un posto speciale occupa inoltre l'autobiografia della scrittrice di gialli per eccellenza Agatha Christie, con "La Mia Vita". Ricordi, mode, passioni, conflitti, sguardi e riflessioni di un mondo lontano. Descrizioni fiabesche di città come Aleppo, Mosul, Bagdad, Esfahan, oggi martoriate dalla guerra e dalla politica. Un libro che è molto più di una semplice autobiografia.
Non avrei mai conosciuto la saga dei Cazalet senza il consiglio di Cristina del blog Athenae Noctua. Da quel momento mi sono innamorata di questa numerosa famiglia inglese alto-borghese, le cui esistenze si dipanano nell'arco di dieci anni, nei cinque volumi della scrittrice Elizabeth Jane Howard, dagli ultimi anni degli anni trenta del Novecento fino alla sua prima metà. Terza pubblicazione è "Confusione" un romanzo che ho trovato il migliore per la ricchezza di temi nuovi e suoi personaggi alle prese questa volta con drammi più grandi di loro e della stessa guerra.


Con quest'ultimo intervento saluto tutti gli amici blogger e i lettori, augurando un bellissimo anno nuovo e come scrivo ogni anno, di coltivare sempre la bellezza e le passioni.



M.P.

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