lunedì 25 luglio 2016

Di aspettative estive, di pause e di libri.


Come penso molti la scorsa settimana, e lo stesso vale per venerdì scorso, ho trascorso gran parte del mio tempo tra notiziari vari, sgomenta dagli orrori che hanno portato questo luglio 2016 ad essere tristemente ricordato tra le cronache a venire. La barbarie umana che sembrava aver toccato il punto più alto della sua crudeltà nel secolo scorso, continua oggi senza più remore.
Ma oltrepassando questo stillicidio di miserie, mi accingo a scrivere l'ultimo post estivo dell'anno, non perché parta per le meritate vacanze, a parte una gita fuori Roma (visto che il portafoglio ha deciso per me), ma per dare spazio a me stessa.
E' doveroso in questo continuo movimento, affaccendarsi di consuetudini ed inezie, fermarsi; non molto per riflettere, bensì per godersi gli attimi di una breve estate.
Perché le estati portano sempre con loro qualcosa di irripetibile, aspettative e desideri che si infrangono solamente ai primi freddi dell'inverno.


Lo stesso Hemingway consigliava di fermarsi quando ci si trovava nel momento migliore.
Non so se mi trovo nel mio momento migliore, comunque ho bisogno di anteporre alla proficuità l'ozio di giornate corredate di leggerezza ed affetti.
Mi sono fatta delle promesse su luoghi che voglio visitare, eppure non sarà un cruccio se all'ultimo momento cambierò la meta per un'altra. Oh non parlo di grandi viaggi ma di cieli stellati, albe e notti piccole.
I libri avranno la loro giusta parte in un secondo tempo. Ho qualcuno in programma come quello che sto già leggendo, i racconti della Lindau "Sul Mare. Racconti di Sole e di Vento", brevi storie poco conosciute di grandi autori, tutte ambientate sul mare. La bella stagione è anche il ritorno alle biografie con "La Donna che amò Hitler", vita della bella e vana Eva Braun e della sua insana passione per l'uomo più potente dell'epoca, scritto da Angela Lambert. Una rilettura è "Dalla Parte delle Bambine" dell'insegnante montessoriana Elena Gianini Belotti, saggio datato ma pur moderno sulla diversa educazione imposta al genere maschile e femminile nell'infanzia.
Voglio concludere appunto, con una marea di libri : alcuni li ho scelti poiché mi ricordano il momento di una estate, non sempre esplicitamente. Altri sono ripresi da vari amici blogger di cui ho amato le recensioni e ne sono rimasta affascinata.

"Vestivamo alla Marinara" di Susanna Agnelli. Non è un'autobiografia ma un'opera memorialistica diventata best-seller. La storia di una ragazza dell'alta società torinese, si interseca con i fatti e le vicende di una Italia negli anni del fascismo, della guerra fino alla fine del conflitto. Mirabili i fugaci ritratti di personaggi come Galeazzo Ciano  e Maria Josè.

"La Bella Estate" Premio Strega 1950, questo tra i più famosi racconti dello scrittore Cesare Pavese, narra la vicenda di una irripetibile estate piena di aspettative seguita da un inverno che ne svela tutti gli inganni. La popolana Ginia, giovane ed ingenua che si lascia iniziare alla vita e ai suoi sensi.

 "Il Velo Dipinto" .Tra le opere più celebri di William Somerset Maugham, è stata tra le letture più piacevoli dell'anno. Nella Hong Kong degli anni '20 Kitty Garstin è costretta a seguire il marito in missione nella città di Mei-tan -fu devastata dal colera. Sarà una svolta nella sua vita e una rinascita verso la libertà.

"Un Pittore di Paesaggi". Pur non amando molto Henry James, ho trovato questo breve racconto delizioso e curioso per le sue sfumature ironiche sulla bizzarra vicenda del povero e ingenuo Locksley.

"Lettera di una Sconosciuta". Scritto nel 1922 questo racconto dello scrittore austriaco Stefan Zweig, è la storia dolce e commuovente di un amore assoluto non corrisposto. Una Sconosciuta innamorata fin da piccola di un celebre romanziere tenta tutte le volte di introdursi, anche se per fugaci momenti,  nella sua vita, senza però essere mai ricordata.

"Il Vecchio e il Mare". Premio Pulitzer nel '53, Nobel per la Letteratura l'anno successivo, "Il Vecchio e il Mare" di Ernest Hemingway, racconta la disperata lotta del vecchio pescatore Santiago che diventa l'emblema della lotta per l'esistenza.

"La Mala Ora".   Pubblicato nel 1962 da Gabriel Garcia Márquez, cinque anni prima di "Cent'Anni di Solitudine", narra le misteriose vicende di un villaggio tropicale, in apparenza tranquillo, dove tutte le notti appaiono sui muri delle case foglietti anonimi nei quali vengono svelati pettegolezzi, segreti e tradimenti dei suoi abitanti. Questi ultimi andranno alla ricerca del colpevole.


"Esther Aarts"



"Il Tramonto Birmano. La mia vita da Principessa Shan" dal blog Athenae Noctua. Autobiografia di Inge Sargent, l'ultima principessa dello stato shan di Hsipaw e della travagliata storia del mondo lontano della Birmana.

"L'autobiografia di Agatha Christie" dal blog Ipsa Legit. Ancora un'altra autobiografia della più famosa giallista del mondo. Dall'infanzia dorata alle opere più famose fino alla vecchiaia, la Christie ci mostra aneddoti storici e di vita sulla sua vita inaspettatamente avventurosa.

"Sul Mare. Racconti di Sole e di Vento" del blog Il giro del mondo attraverso i libri. Il libro che sto leggendo, lunga raccolta di vari scrittori con protagonista il mare.

"Il Tempo dell'Attesa" dal blog What we talk about when we talk about books?. Secondo volume della saga famigliare dei Cazalet, famiglia della buona borghesia inglese degli anni '20, di Elizabeth Jane Howard, ritroviamo i suoi protagonisti questa volta alle prese con l'incertezza e le aspirazioni rubate durante Seconda Guerra Mondiale. Aspettando il terzo volume a settembre.

"Furore" dal blog LIBRI NELLA MENTE.   Grande capolavoro dello scrittore americano, premio Nobel 1962, John Steinbeck, pubblicato nel 1939, "Furore" saga famigliare dei Joad, diventa il simbolo della grave depressione americana degli anni Trenta.

"Storie dalle Stelle" dal blog interno storie. Non esistono estati senza cieli stellati! E questo stupendo atlante di Susanna Hislop ne conferma la bellezza immutabile delle stelle, astri tanto cari agli uomini antichi quanto a noi. Pur non essendo un romanzo o una raccolta di racconti, il libro ci introduce nella conoscenza geografica delle costellazioni e nella mitologia e nella storia a esse correlate.


Ma una parte di Appuntario non si ferma qui. Come lo scorso anno, ritornerà su Facebook la rubrica "Appuntario Estate", con articoli su letteratura, arte e curiosità scritti nei mesi antecedenti.
Augurando infine a tutti i lettori  e gli amici blogger una strepitosa estate di leggerezza e pigrizia universali, il blog chiude, per ora, arrivederci a... Beh, non lo so... il bello dell'estate è anche viverla giorno dopo giorno.




M.P.

lunedì 18 luglio 2016

"Buchi nella Sabbia" di Marco Malvaldi


"Nessuna situazione come l'opera è in grado di passare in un attimo dal commuovente al ridicolo, se il destino ci si mette di mezzo."


Se il caldo opprimente e una fastidiosa umidità hanno reso Roma una camera di combustione (a ricordarmi che no, l'estate non fa proprio per me), almeno in quest'ultima piacevole lettura, ho potuto ossigenarmi e divertirmi un po' nella comicità di Malvaldi, lasciandomi alle spalle il trambusto di una capitale ancora in movimento.



Edito nel 2015 dalla Sellerio Editore, "Buchi nella Sabbia" è l'ultimo giallo a sfondo storico dello scrittore pisano Marco Malvaldi (1974), dopo il grande successo ottenuto da un'altra opera dello stesso genere e che ha consacrato ulteriormente l'autore, "Odore di Chiuso" (2011).
Se in "Odore di Chiuso" le vicende erano ambientate in una Italia post-unitaria, in quest'ultimo libro la monarchia sabauda è definitivamente consolidata ma non ha stabilizzato né risolto le insoddisfazioni di una nazione uscita da un Ottocento turbolento. Nei panni del simil-investigatore il curioso inventore della cucina moderna Pellegrino Artusi, lascia il posto al poeta Ernesto Ragazzoni.


Siamo nel 1901. Vittorio Emanuele III è diventato re subentrando al padre Umberto I, assassinato pochi mesi prima dallo studente anarchico Gaetano Bresci, ridotto anch'egli al silenzio per sempre.
A Pisa, città di tumulti anarchici, viene portata in scena al Teatro Nuovo, la "Tosca" del maestro Giacomo Puccini, sotto la presenza dello stesso re e omaggiarlo degnamente, per questo vengono chiamati i migliori artisti in circolazione, della rinomata compagnia di Bartolomeo Cantalamessa.
Ma la rappresentazione rischia di fomentare la ribellione dei cittadini, anche per il contenuto scomodo dell'opera. Si teme per la stessa vita del nuovo re, eppure a venire ucciso non sarà Vittorio Emanuele ma il celebre tenore carrarino, vanesio e donnaiolo, nonché anarchico Ruggero Balestrieri.
Le indagini seguite dal tenente delle Guardie Reali GianFilippo Pellerey non portano a nessuna risoluzione, tanto che viene già annunciato l'arresto del Puccini.
Sarà il giornalista de "La Stampa", Ernesto Ragazzoni, abile scrutatore e gran bevitore, esperto di musica a trovare i giusti indizi.

Teatro Verdi di Pisa

Ernesto Ragazzoni (1870-1920), fu giornalista di costume, poeta crepuscolare dei "Buchi nella Sabbia e delle Pagine invisibili" (cioè non scritte), perché la poetica era ritratta dalla sua stessa vita da spirito libero, qui defilato osservatore del dramma umano che si sta svolgendo sotto i suoi occhi.
L'umorismo sfrontato accompagna il lettore in un labirinto di personaggi, situazioni, duelli, seppur le parti avvincenti non risiedono nelle azioni ma nelle concatenazioni logiche della vicenda.
Lasciando da parte la pur brillante comicità unita ad uno stile arguto, ,Malvaldi ricrea mirabilmente l'atmosfera di inizio Novecento italiano.
Gli ideali e le aspirazioni che avevano portato alla formazione dello Stato italiano guidato da un monarca si erano scontrati, nella realtà dei fatti, in una unificazione traballante e fallace, ove covava al suo interno, tensioni sociali, insubordinazioni, ineguaglianze.
La stessa monarchia dei Savoia incurante di una Italia in fermento, snobbava quei rancori che andavano ad espandersi nei vari ceti. Un frangente che ancora oggi ne porta i suoi strascichi.
Ho trovato "Buchi nella Sabbia" un libro godibile, ricco di tecnicismi, aneddoti buffi, dove l'autore ritorna agli antichi fasti, tuttavia mancante di quella spontaneità e genuinità narrativa del precedente giallo.




M.P.







Libro :

"Buchi nella Sabbia", M. Malvaldi, Sellerio editore 2015.

giovedì 7 luglio 2016

"Addio alle Armi" di Ernest Hemingway


"Avevo il giornale ma non lo leggevo perché non volevo leggere cose sulla guerra. Stavo andando a dimenticare la guerra. Avevo fatto una pace separata."


"Addio alle Armi" (1957), film di Charles Vidor

Ci sono libri che trasmettono un certo timore reverenziale, si ha quasi paura di toccarli e maneggiarli troppo a lungo e questo per il loro valore storico, morale o stilistico, come quando guardiamo un'opera d'arte o la bellezza delle rocce di una montagna o l'acqua limpida di un mare azzurro. Ecco come ho sempre pensato all'eternità : ad un processo emozionale sopravvissuto nei nostri ricordi.
Come è stata anche questa lettura di "Addio alle Armi", monumento letterario dello scrittore americano Ernest Hemingway (1898-1961), colui che rivoluzionò e cambiò il modo di scrivere e in questo capolavoro echeggiano come non mai i suoi virtuosismi, uniti alla grandezza di semplicità ed espressione, alla trama coinvolgente e monitoria.
Una lettura forte ed imprevista che mi ha accompagnata in queste prime fiammate di luglio.


"Addio alle Armi", romanzo di "amore e guerra", vide la luce nell'anno 1929, appena un mese prima del crollo della borsa di New York, dopo molti ripensamenti e revisioni; ispiratogli dalla sua partecipazione sul fronte italiano nel periodo della Grande Guerra.
Nel mondo dove la Prima Guerra Mondiale era un ricordo lontano ed erano ancora più lontane dalla mente della gente probabili avvisaglie di una nuova imminente guerra, il libro riscosse un grande successo, oltremodo superiore rispetto ai precedenti lavori e diviso solamente da un altro capolavoro uscito nello stesso anno "Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale" di Remarque.
Diversamente in Italia fu posto sotto censura. Il suo dichiarato antimilitarismo stonava con le utopie belliche di Mussolini, la storia di un disertore che voltava le spalle alla patria adottata, certo non si accordava agli ideali del Ventennio fascista e la descrizione della disfatta di Caporetto era un argomento ancora tabù nelle alte gerarchie nazionali.
L'unica persona che si occupò della sua traduzione italiana fu la traduttrice e scrittrice, la fin troppo dimenticata Fernanda Pivano (1917-2009), che per questo subì l'arresto nel 1943.
Ernest Hemingway, in seguito, venuto a conoscenza dell'accaduto, strinse un forte rapporto di amicizia con la scrittrice italiana che durò fino alla morte dell'autore.

Diviso in cinque libri "Addio alle Armi" copre il periodo della Prima Guerra Mondiale che va dal 1916 al 1917. Il tenente Frederic Henry, figlio di un ambasciatore americano si è arruolato nell'esercito italiano, prestando servizio nei reparti sanitari dirigendo le ambulanze. Ma le sue aspettative riguardo alla guerra cominciano a vacillare attraverso i resoconti dei soldati italiani stufi delle privazioni e degli orrori a cui sono sottoposti e della nostalgia e preoccupazione per i famigliari lontani.
Sul fronte Frederic conosce un'infermiera inglese, bella e vivace, Catherine Barkley, da cui è molto attratto fisicamente.
Ferito al ginocchio da una bombarda, il tenente è portato in un ospedale di Milano dove rincontra la pronta Catherine. Durante la guarigione i due si innamorano seriamente e passano la loro estate più felice tra passeggiate e corse ai cavalli. Vivono la loro unione pensando al presente senza preoccuparsi troppo del domani e di cosa succede intorno a loro.
Ma al momento della richiamata alle armi Frederic è costretto a lasciare Catherine ora incinta.
Nell'area goriziana il giovane scopre la debolezza e la morale abbattuta dell'esercito, infatti poco dopo gli austriaci riescono a sfondare le linee italiane a Caporetto. A causa della ritirata frenetica il tenente e alcuni uomini si perdono e al momento della traversata del Tagliamento vengono arrestati dall'arma dei carabinieri con l'accusa di tradimento e diserzione.
Frederic con una rocambolesca fuga riesce a salvarsi raggiungendo a Stresa Catherine. Ma nemmeno l'appoggio nel comune piemontese è sicuro visto il mandato di cattura per il giovane. I due sono costretti a rifugiarsi in Svizzera con una barca a remi. Qui a Losanna trascorrono un'esistenza felice in montagna, nel corso degli ultimi mesi di gravidanza della bella Catherine eppur breve a causa del suo doloroso quanto complicato parto dove muore insieme al bimbo.
Frederic ritornerà in albergo mesto e solitario sotto la pioggia.

Le scene mirabili del libro si riscontrano nelle parti dedicate al fronte, alle vicissitudini dei soldati, dove la storia irrompe attraverso i loro pensieri e paure, nelle figure emblematiche dello strafottente capitano Rinaldi e nelle commuoventi battute del cappellano abruzzese.
La disfatta di Caporetto, descritta nel libro, a cui Hemingway non assistette, non è altro che la ritirata greca in Tracia nel 1922, dove invece fu presente nel ruolo di corrispondente.
Ma come nelle matriosche russe, all'interno di questo conflitto si instaura una storia d'amore meno poetica e più realistica di "Romeo e Giulietta".
Catherine Barkley è dolce, sottomessa ed erotica, tipico ideale di Hemingway, fusione delle donne da lui amate. Frederic Henry antieroe, è un disertore che ha rinnegato la guerra per abbracciare l'amore.
I due vivono il tempo rimasto in due stagioni irripetibili e per questo effimere e non si può non sorprendersi dalla sensualità, pienezza del loro amore, accompagnato nelle ore dolorose sempre dal rumore della pioggia, quasi a profetizzarne la distruzione delle loro aspettative di felicità.
La morte incombe irreparabilmente nelle loro vite, ma ci si chiede se tutto questo sarebbe accaduto anche senza la guerra.
Renato Guttuso per "Addio alle Armi"

Nella prefazione l'autore condanna in modo esplicito la guerra e chi ne è il fautore, mosso unicamente da motivi economici.
Scrivere che nella guerra non vi è nulla di glorioso, sacro o dignitoso, era un pensiero ardito nel mondo del 1929 e lo scrittore porta il lettore a riflettere su fatto che questa non porti via solo vittime umane, tra l'altro innocenti, ma mini la probabilità di una possibile esistenza migliore.
Frederic Henry che nella parte finale cammina sconsolato sotto la pioggia, è l'accettazione e la sconfitta dell'essere umano nei confronti della vita.
Perle non minori sono le innovazioni stilistiche : una prosa asciutta e rapida, libera da ipotassi, immaginifica nel processo narrativo con il completamento di termini e locuzioni propri della lingua parlata americana.
Una bellezza di contenuti e scrittura che rappresentano in quest'opera di Ernest Hemingway l'inizio di una nuova fase più spontanea e lontana dai falsi pudori della vecchia America.

"No. Non troviamo mai niente. Siamo nati con tutto quello che abbiamo e non impariamo mai. Non troviamo mai niente di nuovo. Incominciamo tutti già completi."




M.P.





Libro :

"Addio alle Armi", E. Hemingway,Oscar Mondadori 2009.

lunedì 27 giugno 2016

"Lessico Famigliare", Natalia Ginzsburg.


"... mi riproponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro : ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito."

"Bambina che Gioca su un Tappeto Rosso" (1912), Felice Casorati

Ho in mente una figuretta di donna, di mezza età, rientrare trafelata nella propria casa, allegra ma muta dopo il matrimonio dell'amatissima figlia. Si siede sul divano, le gambe accavallate e la mente altrove. Sta pensando di certo al matrimonio della figlia e forse questo le ha rammentato il suo, il primo, e si saranno confusi insieme, e il pensiero sarà andato oltre, in un passato lontano.
Chissà se sarà stato veramente così il momento della stesura di "Lessico Famigliare", gioiello-capolavoro della scrittrice Natalia Ginzsburg (1916-1991), per molti anni nota traduttrice e saggista, per poi affermarsi in letteratura proprio con questo libro negli anni dei contrasti tra socialisti e democratici e del boom economico italiano.
Donna impegnata nella politica, nell'attivismo sociale, amica di intellettuali,  la Ginzsburg arriverà a vincere il Premio Strega nel 1963.

"Lessico Famigliare" non è come ci si aspetterebbe un'autobiografia, ma un memoriale che copre un periodo che va dagli anni del Ventennio fascista ai primi anni '50.
E' una storia famigliare, quella dell'autrice, i Levi, dove viene raccontato il proprio mondo intimo e riservato, fatto di comportamenti, abitudini, aspetti quotidiani della famiglia dominata dalla figura del padre Giuseppe, famoso scienziato, irascibile e dalle continue quanto immotivate sfuriate, in contrasto con il gaio ottimismo della madre Lidia e dalle vite avventurose dei suoi quattro fratelli.
A caratterizzarne l'impianto narrativo, la Ginzsburg usa la rievocazione delle comunicazioni linguistiche che intercorrevano nel proprio gruppo; fatte principalmente di termini derivanti dal dialetto veneto.
Pur nella sua ricchezza di particolari e aneddoti, la scrittrice non parla mai di se stessa, se non in alcuni episodi come il matrimonio con Leone Giunzsburg (1909-1944), letterato e antifascista, il confino in Abruzzo e la morte del marito, torturato nel carcere di Regina Coeli a Roma.
Eppure nell'opera non c'è spazio per il dolore, nonostante i duri anni del fascismo, le privazioni, gli amici scomparsi, tutto è descritto con la delicatezza della sua scrittura e l'umorismo dei numerosi personaggi che affollavano la sua vita.
Un andirivieni di figure simbolo di quegli anni, venute per rimanere, alcune per scomparire, memorie redivive attraverso i libri erotici di Pitigrilli, i dipinti di Casorati, la generosità incondizionata dell'industriale Olivetti, la vivacità dell'intellettuale Felice Balbo, ma anche persone comuni, famiglie, donne coraggiose e solitarie, delineate con lo scopo di far emergere la bellezza delle loro anime.

Natalia Ginzsburg

Un'anima atea però che trova un posto importante all'interno dell'opera è quella dello scrittore Cesare Pavese (1908-1950), con i suoi malumori, scontrosità e disamore per la vita, la Ginzsburg ne mostra la visione di un uomo lungimirante.
Gran parte è dedicata inoltre alle passioni della scrittrice : la politica, il lavoro alla casa editrice Einaudi, mentre una certa malinconia traspare al concretizzarsi di quella disillusione proveniente dal mancato raggiungimento di quegli ideali e aspirazioni di una classe di giovani poeti ed intellettuali incapaci di seguire la vera poesia e le vere parole, preferendo abbandonare tutto al silenzio. E poi ancora si ritorna alla famiglia nelle ultime battute finali, per fissare un momento passato a cui però ci si può ancora aggrappare.

Mi ci sono ritrovata in "Lessico Famigliare", un po' perché adoro le storie famigliari, poiché mi danno il senso della continuità e perché pur essendo nata nella capitale, fin da piccola assorbivo il dialetto abruzzese dei parenti e ancora il riproporsi di quei termini mi riporta a numerosi ricordi.
Il poter dare un suono e non solo un'immagine al nostro passato è una originalità che chissà quale altro autore se ne sia servito, in un'epoca come la nostra dove il dialetto viene visto come poca signorilità e dove perfino il Premio Strega ne ha limitato l'uso quest'anno.
Ci si chiede sempre quale sia l'importanza di queste opere-memorialistiche, mi viene in mente un altro libro best-seller nella seconda metà degli anni '70 del secolo scorso "Vestivamo alla Marinara" di Susanna Agnelli, e sulla realtà storica delle stesse. Io ho imparato molto più da queste che dai testi perbenisti della mia adolescenza.
Non so il motivo per il quale la Ginzsburg abbia scritto il libro, ma ad ognuno di noi, è data la possibilità di dare voce a chi abbiamo amato tanto o stimato e questo non solo come esempio per le generazioni nuove. Serbare i loro ricordi aiutano noi a vivere ancora.




M.P.





Libro :

"Lessico Famigliare", N. Ginzsburg, Einaudi 2014.

lunedì 20 giugno 2016

"Eccoci Qui", Dorothy Parker.


Mi sono accorta negli ultimi tempi, di aver letto, senza volere, molti romanzi incentrati nei celebri anni '20-'30. Forse che la mia età dell'oro si sia spostata negli anni ruggenti, non lo so dire, ma quest'ultima scoperta letteraria mi ha addentrato ancor più in profondità, in quell'epoca di grande fertilità culturale.
In particolare nell'America del primo dopoguerra era sorta una generazione nuova di scrittori, spinta dalla ribellione agli orrori della Grande Guerra e agli standard ormai obsoleti del romanzo canonico.
Non è un caso che in un periodo di business e insieme di euforia e liberazioni culturali e sociali, nacquero figure come Fitzgerald, Pound, Hemingway, Faulkner, Steinbeck, con i loro libri dalle grandi tirature e in seguito alcuni anche premi Nobel, e poi un po' fuori dal coro una donna che dominò la New York con suo personale e i suoi scritti, Dorothy Parker.


Una strana figura la Parker (1893-1967), donna brillante e intelligente, da una infanzia infelice ma da una carriera strabiliante : dal 1914 alla rivista Vanity Fair, due anni a Vogue, presenza stabile al The New Yorker", a sceneggiatrice a Hollywood ("E' Nata una Stella").
 "Giano bifronte", all'esterno si affermò per lo spirito sarcastico, la battuta tagliente pronta a ironizzare su personaggi e fatti che riportava nei giornali, dall'alto del suo talento dettava stili e mode. Nel suo epitaffio fece scrivere "Scusate se faccio la polvere."
All'interno un'esistenza all'ombra di depressioni, farmaci e tentativi di suicidio. Dorothy Parker nei suoi brevi racconti, narrava i vizi, il cinismo e la falsa moralità della nuova borghesia americana.

"Eccoci Qui" è una raccolta di dieci storie scelte dalla casa editrice tra i suoi componimenti. Dieci vicende personali di uomini e donne della buona borghesia, dalle zone periferiche alle grandi città, la scrittrice analizza relazioni coniugali, pregiudizi, apparenze.
Come nella "Composizione in Bianco e Nero", dove una donna ricca ad una festa elegante, desiderosa di conoscere un cantante famoso spiritual di colore, inciampa in battute e pantomima che svelano in realtà il suo totale razzismo, appena celato sotto una leziosa vanità.
Il maschilismo più bieco si nasconde invece nel bel viso pulito di "Mr Durant", direttore di una fabbrica di gomma, soddisfa il suo ego con una relazione adulterina, per poi togliersi l'impaccio di una gravidanza indesiderata come si toglie la polvere dal bavero della giacca.
"Una Bella Bionda", il suo capolavoro per la complessità e alcuni cenni autobiografici, racconta di Hezel Morse, "bella donna alta e formosa" che passa la sua esistenza unicamente nell'accompagnare uomini ricchi in serate piacevoli ed allegre. Eppure la consuetudine dei giorni e delle notti si trasforma in depressione e tentativo di suicidio, per ricominciare ancora una volta come sempre.

"Sognava giorni in cui non avrebbe mai più dovuto infilarsi le scarpine strette, e non avrebbe mai più dovuto ridere e ascoltare e meravigliarsi, ed essere una di buona compagnia. Mai più."

Il matrimonio è messo sotto la lente in "Che Peccato" ed "Eccoci Qui", dove nell'apparenza di una bella casa si insinuano fra coniugi, incomprensioni, incomunicabilità e litigi; l'uomo e la donna non si riconoscono più come un'unione, ma due elementi ben distinti.
Divertente il racconto da cui prende il titolo la raccolta, in cui due sposini in luna di miele, bisticciano per inezie; lei tra gelosie inesistenti e cappellini nuovi, lui ansioso per la fretta di consumare finalmente il matrimonio. Quella che ho preferito, "Cavallina", una buona e diligente infermiera viene schernita da una coppia di coniugi dove lavora, per il suo volto assomigliante a un cavallo.
Soltanto a fine racconto si scoprirà tutta l'arroganza dei due e il passato infelice della donna.

Dorothy Parker
Ho trovato molte similitudini con la scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard, nell'analizzare piccoli scorci famigliari, ma lo stile della Parker si esprime con un sorriso beffardo con cui prende in giro i suoi personaggi, prototipi di uomini d'affari, operai, donne di classe o attrici.
La donna non è la maschietta dell'"età del jazz" né le flapper con lunghi vestiti dritti, bensì una figura femminile svuotata, superficiale, sottomessa o complessa.
I temi della Parker non si trovano nei grandi mutamenti dell'America, ma all'interno delle proprie case.
E in fondo a quella patina dorata che aleggiava in quegli anni così folli, la scrittrice americana con il suo umorismo ne misurava tutta la malinconia del mondo umano.





M.P.




Ebook :

"Eccoci Qui", D. Parker, Astoria Edizioni 2013

lunedì 13 giugno 2016

Atmosfere marine dal secolo XX.


Ho sempre avuto con il mare un rapporto ambiguo. Starei ore e ore a guardarne la sua enorme distesa d'acqua mentre si perde all'orizzonte, le sue onde violente che si abbattono sugli scogli o una leggera brezza che le muove giusto un poco. Ma soffro terribilmente dovermene stare sdraiata sulla battigia a prendere il sole. In quella mollezza mi annoio e il mare perde tutto il mio interesse, così preferisco ammirarlo un poco lontano e nei momenti più solitari.
 Ma in vista dell'arrivo della stagione estiva, vorrei gratificarvi con le immagini di alcuni dipinti che hanno come sfondo il mare e darvi il senso della grande influenza che esso ebbe non solo nell'arte, ma anche nel simboleggiare un momento della storia, della cultura o di una vita privata.


"Terrazza sul Mare di Sainte-Andresse", Claude Monet

E' il 1867 quando il pittore impressionista francese Claude Monet (1840-1926), nel suo soggiorno estivo a Sainte-Andresse, nell'Alta Normandia, ritrae un braccio di mare del Canale della Manica, da una finestra della casa di una parente. "Terrazza sul Mare di Sainte-Andresse" si tratta di una composizione straordinaria per l'epoca con la veduta dall'alto e che verrà esposta alla quarta mostra impressionista.
Il dipinto è posto su tre livelli : quello della terrazza, dove tra gladioli e nasturzi dai colori vivaci, riposano un uomo e una donna, più in là sul parapetto altre due figure intente in una conversazione. Due bandiere sventolano, mentre in un mare scuro e mosso, trenta barche di diversa grandezza viaggiano alla volta dell'Inghilterra; sopra una striscia di cielo in parte serena e in parte nuvolosa.
Monet dà allo spettatore l'immagine di una fresca e pigra giornata di mare, eppure vuole raccontare anche altro.
Le imbarcazioni che si vedono in lontananza sono confusamente raffigurate in antiche e moderne, dai velieri, alle barche a vela alle navi a vapore. Il pittore è riuscito a rappresentare in una piccola porzione di mare, la storia dell'industria navale.
E' questo un periodo di grande costruzioni, fortificazioni, sotto quell'ideale di movimento e crescita finanziaria voluta dall'impero di Napoleone III (1852-1870), nel 1859 la Francia promosse la costruzione del celebre Canale di Suez. L'inarrestabile progresso che stava invadendo e trasformando la capitale francese rientrerà prepotentemente in quello della lunga saga famigliare, storica, politica e sociale dei "Rougon-Macquart" (1871-93).


Forse nessun altro pittore ha così amato e dipinto il mare con tanta particolarità e nitidezza di Joaquín Sorolla (1863-1923), spagnolo post-impressionista.
Di ritorno dal successo ottenuto negli Stati Uniti, Sorolla realizza nel 1909 uno dei suoi quadri più belli ed estatici della carriera. L'ambientazione è come sempre la sua Valencia, nella spiaggia di Cbanyal, dove ritrae in una elegante passeggiata di inizio sera, la moglie Clotilde e la figlia Maria ne "La Passeggiata sulla Spiaggia".
Le donne sono in riva la mare, a grandezza naturale, mentre passeggiano solenni. Sono entrambe alla moda, vestite di chiffon bianco : Maria, la prima, ha il volto scoperto, in mano un grazioso cappellino ornato di fiori, dietro Clotilde. Ha il cappello in testa e un velo verde le copre il viso, nella mano sinistra un parasole posato verso terra. La brezza marina agita e gonfia le loro vesti leggere, alle spalle un mare lievemente increspato.
Sorolla elimina l'orizzonte creando un'atmosfera di grande vitalità, colore, dove la luce del Mediterraneo piomba sulle due donne accentuandone il bianco.
Ma il rapimento dello spettatore è rivolto allo spettacolo dell'eleganza, della posa e dell'abbigliamento delle protagoniste.
L'autore pone l'attenzione alle classi aristocratiche e borghesi che cominciavano a scoprire la Spagna come luogo di bellezza e turismo, sotto la restaurazione borbonica, raggiungendo il culmine negli anni 20-30, radicata anche da quella spinta ideologica e profonda del saggista José Ortega y Gasset (1883-1955).

"La Passeggiata sulla Spiaggia", Joaquín Sorolla


In un momento idilliaco, quasi di un tempo che non potrà più tornare, il pittore livornese Vittorio Maria Corcos (1859-1933), nella sua "In Lettura al Mare" (1910), ambienta un pomeriggio di lettura e svago nei pressi della località balneare, allora in voga, di Castiglioncello in Toscana.
A pochi istanti dall'incombere del tramonto, tre figure prendono la scena del quadro : il ragazzo posto all'estrema sinistra, è disteso su un parapetto con decori liberty. E' completamente assorto nella lettura del suo libro, inconsapevole di quel che accade intorno a lui, mentre il ragazzo a destra si trova seduto col busto reclinato in avanti; guarda lontano, perso in pensieri a noi sconosciuti.
Vera protagonista è invece la donna, la bella Ada, figliastra del pittore, troneggia sulla sua sedia con mani incrociate, lo sguardo fiero e determinato, forse è stata interrotta nella lettura, come dimostra il libro aperto sul grembo. Il morbido abito ne fascia il corpo esaltandone la figura sensuale e florida propria della sua giovinezza. Accanto a lei un mobile antico con alcuni libri pronti per essere letti o discussi. Dietro alle figure si staglia un mare appena mosso dalla brezza del vento contro un cielo nuvoloso.

"In Lettura al Mare", V. Maria Corcos
Risulta un dipinto di grande eleganza e raffinatezza dovuto anche alla particolarità del bianco dei vestiti dei giovani, colore dominante negli armadi dell'epoca. Ma il motivo di Corcos non sta nel descrivere l' interessante giornata di una classe borghese in vacanza, bensì dare uno spaccato di vita nella Belle Époque di inizio Novecento. Non è un caso che usi la città di Castiglioncello, in un epoca dove il grande turismo stava muovendo il nostro paese e non solo quello. Nell'era giolittiana (1903-19140), l'Italia si avviava verso una fase di sviluppo economico attraverso il protezionismo, la nascita di industrie di notevoli dimensioni che si collegavano a quel clima di apparente benessere e serenità che imperversava in Europa. Pascoli e D'Annunzio erano le letture delle donne e degli uomini del bel mondo frivolo e decadente. Ma l'opera non ha nulla di limpido e trasparente se si notano il cielo adombrato da nuvole e il volto del ragazzo seduto, riflessivo e in attesa di qualcosa.
Corcos rappresentò l'ultima istantanea di un mondo che stava finendo.


Il mare è qui lontano, lontano per noi e per la protagonista. Si sta svegliando da un sonno profondo, dal suo volto sembra confusa, come se non si accorgesse cosa sta succedendo. Si vedono colonne, forse una terrazza, uva e una barca con due vele di diverso colore andare anch'essa lontano.
Impossibile non riconoscere il mito di Arianna e l'isola di Nasso.
Edward Southall (1861-1944), pittore inglese legato al movimento dei "Arts and Craft" realizza il dipinto "Arianna a Nasso" nel 1925, prendendo spunto dalla mitologia greca.
Arianna che ha aiutato l'eroe Teseo ad uscire dal labirinto attraverso l'espediente del filo, è stata da poco abbandonata da sola sull'isola di Nasso, la maggiore e la più fertile delle Cicladi, riconoscibile dall'uva, dal vaso di frutta posato per terra. In mare Teseo sta ritornando dal padre Egeo, dimentico della promessa fattagli di issare vele bianche per il rimpatrio.

"Arianna a Nasso", E. Southall
 La composizione di stile classico attrae per i molti colori nitidi; Arianna ha la fisionomia delle muse preraffaellite e i toni della sua veste richiamano tutta l'opera. Il mare azzurrissimo, senza onde, presenta leggere linee al movimento della nave.
Emergono dal dipinto quegli ideali di Southall che caratterizzavano il suo movimento inglese, mosso a rivalutare l'artigianato e l'opera nei confronti dell'industrializzazione e della produzione in serie che avevano determinato l'abbassamento dei costi, ma anche il generale scadimento del gusto.*


E' difficile trovare in tutto il panorama artistico del Novecento un pittore che ha saputo portare la fantasia e l'immaginazione ai livelli di una trasfigurazione poetica, a meno che questo sia Alberto Savinio (1891-1952).
Fratello del più famoso Giorgio de Chirico (1888-1978), fu iniltre poeta e pianista, unico italiano a seguire il movimento surrealista.

"Il Sogno di Achille", A. Savinio

 "Il Sogno di Achille" è tra le opere che preferisco e che più mi avvicinano alla sua arte giocosa mutevole. Alberto Savinio propone nel 1929 in chiave pittorica, una delle pagine più belle ma anche dimenticate dell'Iliade : l'apparizione di Patroclo in sogno ad Achille. Un commuovente e dolce
incontro del giovane Patroclo, morto per mano del troiano Ettore, che consola e sprona l'amico/amante a riprendere il cammnino del suo destino.
L'artista raffigura il Pelide nel momento in cui è vinto dal sonno, sdraiato sulla spaiggia, all'ombra di un palmeto, la spada posata sulla riva.
Achille abbraccia gli arbusti, forse è in uno stato meditativo; la parte irrazionale ha la meglio sul suo essere guerriero : non è un'eroe che Savinio presenta nel suo abbandono, ma l'uomo.
La lunga distesa di mare è sgombra di navi, mossa dal vento, anch'essa inquieta. Nel cielo fosco appaiono delle forme appuntite simili ad un arcobaleno.
Tutta l'opera mostra una grazia poetica che ferma un momento preciso tra illusione e realtà. Una profonda inquietudine molto vicina ai duri anni del fascismo in Italia.

 Se la notte d'estate cede un poco
su la riva del mare sorgeranno
- nati in silenzio come i suoi colori -
uomini nudi e leggeri che vanno.
Ma come il vento muove il mare, muovono
anche, gridando, gli uomini le barche.

Sorge sull'ultimo sudore il sole.
 Sandro Penna (1906-1977)


"Arriva la Notte", G. Abercrombie

 Nella selezione di ambienti marini da poter mostrare in questo post, avevo pensato inizialmente di porvi uno di Edward Hopper, il grande pittore americano del Novecento, visto che ne fece molti, ma oggi si fa un gran parlare di questo artista (giustamente), eppure non volevo scomodarlo ulteriormente. Ho quindi preferito una donna. Una pittrice anche lei americana, meno conosciuta ma dalle opere di una suggestione infinita e cariche di enigmi.
Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale si affaccia la figura di Gertrude Abercrombie (1909-1977), appartente al movimento del Realismo magico, una donna dal grande umorismo, si faceva spesso fotografare con cappelli da strega e nei suoi dipinti riccorrono spesso gatti e manici di scopa. Benché dietro quello sfacciato umorismo, la Abercrombie nascondeva una esistenza dolorosa e sofferta.
Nell'opera "Arriva la Notte", datata 1948, la pittrice raffigura se stessa in un paesaggio onirico.
Una luna piena è bassa all'orizzonte, in un mare che è solamente una copiosa pennallata di blu, appaiono una balena quasi sorridente e un faro poco distante.
La protagonista con un morbido abito corallo è ferma sulla riva davanti ad una conchiglia, ha gli occhi chiusi. Niente pare turbare questo sogno tranquillo a parte una cosa.
Una strana maschera, proprio nella parte posteriore della testa della donna che riprende la forma dell'isola su cui  c'è il faro.
La sua presenza suggerisce una struggente lotta personale con la propria identità.


 Una timida striscia blu si confonde tra la spiaggia e il cielo. Questo è il mare raffigurato da Jack Vettriano (1951), nel suo capolavoro pittorico "Il Maggiordomo Cantante" realizzato nel 1992.
Al secolo Jack Hoggan, questo eccentrico pittore scozzese di origine italiana, autodidatta, si è affermato nel panorama artistico mondiale divenendone una stella emergente. Vettriano è il pittore vivente con i più incassi. Un "re Mida" i cui lavori raggiungono cifre esorbitanti. Spesso la sua arte è stata definita volgare, scomoda e vicina all'iperrealismo, eppure "Il Maggiordomo Cantante" è stata la sua consacrazione. Per i suoi meriti fu onorato dalla regina Elisabetta II con l'Ordine dell'Impero Britannico.

"Il Maggiordomo Cantante", J. Vettriano

In una spiaggia dorata, quella di Fife in Scozia, una coppia in abito elegante è sorpresa in un ballo sensuale. Accanto alle due figure una cameriera e un maggiordomo, anche loro vestiti di tutto punto reggono con non poca fatica degli ombrelli, mentre il vento ne agita i vestiti. Sembra che la coppia sia arrivata in questo posto e per caso si sia messa a danzare senza un motivo. Il titolo del dipinto deriva molto verosimilmente dal fatto che il maggiordomo intoni un motivetto per la coppia; sopra di loro un cielo fosco e minaccioso. La composizione affascinante ed enigmatica insieme, cattura per i colori nitidi e il movimento.
In seguito venduta per 744.000 sterline, è l'opera più riprodotta in Gran Bretagna.






M.P.




* "Arts and Craft" da Artesplorando.

lunedì 6 giugno 2016

"Romeo e Giulietta" di William Shakespeare.


"L'amore è un fumo fatto col vapore dei sospiri; purificato, è un fuoco che esplode negli occhi degli amanti."



"Romeo e Giulietta"  di William Shakespeare (1564-1616), non era una delle letture previste quest'anno, visto che la prima lettura risale già ai tempi della mia prima giovinezza; la seconda è nata come una sfida personale, ispiratami da un post del blog "La Leggivendola", su una serie "di romanzi d'amore che in realtà non sono romanzi d'amore", che includeva tra gli altri, proprio la storia degli sfortunati amanti di Verona.
Poteva l'opera di Shakespeare essere riassunta solamente come la vicenda di una lunga scia di morti, provocata da un banale amore?
Io non ci credevo. La recensione stessa è stata molto più faticosa delle altre, proprio per la quantità di materiali, motivi, riflessioni, che volevo apporvi senza troppe prolissità.
Ma cosa spinge, a detta di tutti la più grande celebrazione dell'amore romantico nella letteratura occidentale, ad essere così amata, odiata, giudicata e soprattutto non capita?
La sua estrema popolarità. Nell'apparenza della sua trama semplice, nel suo ricco lirismo, nell'amore giovanile che divampa fra le pagine, essa racchiude un mondo, che è quello del teatro e della vita.


"Romeo e Giulietta", Ford Madox Brown

Scritta tra il 1595-1596, "Romeo e Giulietta" è considerata la prima tragedia dell'illustre cittadino di Stratford-up-Avon. Le fonti a cui si ispirò per l'opera, risalgono ai primordi; già Dante Alighieri nel sesto canto del Purgatorio (v. 106), allude all'amore dei due giovani, arrivando alla IX novella del Bandello, che Shakespeare sicuramente aveva letto o ascoltato nella cerchia aristocratica del duca di Southampton*, come pure aveva appreso le storie e le bellezze delle città italiane, tra le cui Verona, apparsa in altri lavori.
Al momento della sua stesura, l'Inghilterra viveva gli ultimi anni del periodo elisabettiano (1558-1603), nel 1588 aveva sconfitto l'Invincibile Armata spagnola, rappresentava una potenza protestante, con un impero coloniale a cui seguì una fioritura culturale nel campo della letteratura in particolare.
Ma questa floridezza rispecchiava tutt'altro l'instabilità politica dell'epoca : la regina Elisabetta non aveva nominato un successore e le molte insurrezioni e capovolgimenti sociali erano in atto e si profilavano all'orizzonte. In più lo stato si trovava e ne andava fiero, della sua posizione ancor medioevale, guardando  con occhi non benevoli all'ormai declino del Rinascimento italiano**.
Shakespeare come qualsiasi inglese subiva questo clima e i suoi contrasti e nella sua prima tragedia ne riportò le faide, i rancori, gli egoismi nefasti e vi pose in mezzo l'unica cosa necessaria, un amore.
Un amore corrisposto si, diversamente dalle altre opere del drammaturgo dove di amore ne esiste ben poco (Amleto ama forse Ofelia? Otello Desdemona? Bastiano ama Porzia?), eppure di impossibile realizzazione felice, perché contrastato dalle rispettive famiglie dei due giovani che però non sanno.
E' stata criticata all'opera il poco spessore tragico dei protagonisti.
All'inizio della vicenda Romeo prefigura un Werther, ambisce alla morte fin dal principio, diventandone più conscio solo all'incontro con la sua Giulietta. Mentre la quest'ultima, forse la più cara a Shakespeare tra i  personaggi femminili, per la sua intraprendenza, libertà. Non è un'eroina, una musa, una santa o regina, ma una donna innamorata e sensuale, e le fa pronunciare la dichiarazione più nobile della letteratura :

"Eppure desidero la cosa che possiedo.
La mia generosità è smisurata come il mare,
Il mio amore altrettanto profondo. Quanto più
Do a te, tanto più possiedo, entrambi
Essendo infiniti." (Atto II, scena 2)

1940 a Broadway, Laurence Oliver e Vivien Leigh in "Romeo and Juliet".

La tragicità non sta nei protagonisti, bensì nella concatenazione degli eventi, quell'inspiegabile dualismo tra fato e avventatezza.
Qui sta insieme la pecca e la grandezza del suo autore, il non aver dato la supremazia né all'uno né all'altra, perché la vita e il teatro non sono la combinazione perfetta tra i due?
La morte è qui preponderante, tuttavia si nota come essa scelga la giovinezza, il momento migliore della vita; non è un caso in Shakespeare, in questo clima di guerre e insicurezze, sia la gioventù a patire le conseguenze. E Mercuzio è l'emblema. Potrebbe essere il vero protagonista, con la sua spavalderia, le battute oscene, la sua negazione dell'amore, prende tutta la scena, attenua il lirismo di Giulietta, e con la sua morte ci si avvia alla tragedia, profetizzata dalle sue parole "La peste a tutt'e due le famiglie" (Atto III, scena 1). E l'opera riprende il giusto corso.
L'amore è il tema più discusso : per alcuni non vi è traccia, per altri ne sono invece convinti, ognuno ha il proprio pensiero, ma è indubbio la rivoluzione che lo scrittore apportò alla letteratura inglese.
L'amore prima di lui era visto nella sua forma cortese, platonica o erotica; Shakespeare lo avvicina alla sua forma più reale ed umana.
Romeo e Giulietta seguono la loro maturazione amorosa, quasi psicologica (per la profondità psicologica bisognerà aspettare il 1678 con la pubblicazione della "Principessa di Clèves" di Madame de La Fayette).
Pur non avendo la complessità delle tragedie successive, "Romeo e Giulietta" ha ancora un'altra ragione per essere ancora così discussa, la modernità. Quel mondo raccontato da Shakespeare, se riflettiamo, non è poi così lontano da noi.



M.P.




* Henry Wriothesley III (1573-1624), protettore di William Shakespeare.
** Il Rinascimento arriverà in Inghilterra un secolo dopo.



Libro :

"Romeo e Giulietta", Feltrinelli.
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