giovedì 12 gennaio 2017

"Altezza Reale" di Thomas Mann


"E' Klaus Heinrich, il fratello  minore di Albercht II, nonché agnato prossimo al trono. Eccolo che passa, si può ancora vederlo. Conosciuto eppure estraneo si muove fra la gente, cammina tra la folla ma sembra circondato dal vuoto, avanza solitario e porta sulle spalle strette il peso della propria Altezza."


"Viandante sul Mare di Nebbia" (1818 part.), C. David Friedrich


Come ho già scritto nel resoconto di fine anno, la saga famigliare de "I Buddenbrook", dello scrittore tedesco  Thomas Mann (1875-1955),  ha rappresentato la più bella lettura del 2016. Un'epopea così profondamente piena di dramma e personaggi, intrisi dal sapore amaro di un ineluttabile decadenza, è rimasta nel mio immaginario, nonostante l'anno sia ormai passato.
Per questo ho finito l'anno come era iniziato : ancora con Mann, e questa volta con un altro dei suoi romanzi più conosciuti : "Altezza Reale".
Approfittando di un ebook gratuito sul kindle con una traduzione e introduzione ben fatta, ad opera della Mondadori, mi sono immersa, di buono spirito, in questo, celebre per essere stato letto, e tuttora letto, da regnanti, principi e principesse o da appassionati di stirpi reali.
Perché "Altezza Reale" è una fiaba, realistica.


Pubblicato nel 1909, nove anni dopo il clamore dei "Buddenbrook", il libro si discosta da tutte le opere precedenti di Mann e da quelle che seguiranno poi; "Altezza Reale" rappresenta una sorta di intermezzo nell'attività letteraria dell'autore, non sempre ben accettata dai critici e dai lettori, delusi dal suo ritmo lento e dal finale troppo felicemente scontato.

Ambientato in un piccolo stato immaginario della Germania guglielmina, occupato da un popolo "non molto attivo e progredito", ancora prettamente sostenuto da un sistema di stampo feudale dominato da decenni dal granducato dei Grimmburg, casata in decadenza e in debito come il paese. Ma il protagonista non è il piccolo stato, bensì il secondogenito reale Klaus Heinrich. Il lettore assiste alla sua crescita con dovizia di particolari, dalla sua nascita, offesa con una mano sinistra atrofizzata, al suo battesimo, gli studi conseguiti, le uscite pubbliche, fino a sostituire del tutto gli alti uffici del fratello sovrano Albrecht II, impedito dalla salute cagionevole.
Amato dai sudditi, ma solitario nelle stanze del suo castello spoglio e ammantato di belle ma false apparenze, viene conquistato, redento e portato alla realtà, grazie alla bella e intelligente Imma Spoelmann, figlia di un ricco plutocrate.
Il loro matrimonio salverà dal debito lo stato e l'antico rosaio del castello sarebbe ritornato a profumare "nel più soave e naturale dei modi", dopo un'ancestrale maledizione che ne impediva l'odore.

Mann in una caricatura del 1889


Il romanzo non è una facile lettura : non ci sono drammi consistenti né figure peculiari come quelle dei Buddenbrook. La scorrevolezza compositiva va ad inciampare in lunghi e a volte tediosi dettagli sulla vita di corte, sull'economia e sui fatti più o meno irrilevanti.
Anche il finale sembra limitare piuttosto che aggiungere un merito al futuro premio Nobel.
Gli elementi fiabeschi si ritrovano nella cornice, nei principi e principesse, nella maledizione del rosaio, la realtà è invece espressa nella puntigliosa, quasi maniacale, descrizione degli ambienti e delle classi sociali e della decadenza che se nella saga famigliare ha un lento processo, qui è già iniziata, arrestata poi dal matrimonio milionario.
Ma "Altezza Reale" come ho scritto è un intermezzo o ancora meglio un lungo racconto simbolico.
L'"Altezza", titolo che noi diamo ai regnanti, per Mann ha un diverso significato : "Altezza" è il modello per cui poeti, scrittori o artisti debbono attenersi, affinché un popolo possa in essi riconoscersi. Ma proprio per questo poeti, scrittori o artisti (come l'archetipo del principe), sono figure solitarie e distaccate dalla vita, soffrendo il doloroso raffronto fra arte e vita (lo stesso Thomas Buddenbrook era un esempio) :

"Rappresentare, naturalmente, è qualcosa di più e più alto del semplice essere, Klaus Heinrich - per questo la chiamano Altezza."

Mann trovò la soluzione e la redenzione, quando nel 1905 sposò la bella e vivace Katia Pringsheim, figlia di un ricco industriale. Molta della loro storia si trova in queste pagine.
Seppur differente dal primo romanzo, anche quest'ultimo presenta le amate cadenze di Mann che approfondiscono il lato psicologico dei personaggi e danno un che di musicale all'opera, come "nella mano sinistra puntata sul fianco" di Klaus Heinrich o "gli occhi grandi e scuri e inquisitori" di Imma.
Ma se il personaggio di Alex Martini rappresenta il "poeta ideale", mentre quello del professore Überbein¹ l'immagine di una Germania passata e retrograda, il compito dell'autore era, come scriveva egli stesso, "innalzare il romanzo tedesco come forma d'arte e raccontare la mia vita."




M.P.



¹ Su Überbein, personaggio così legato al mito e alla filosofia tedesca, si potrebbe dire molto, ma si dovrebbe avere una profonda cultura più che tedesca, germanica (cosa che purtroppo non ho).






Ebook :

"Altezza Reale", T. Mann, Mondadori





giovedì 5 gennaio 2017

Camere con Vista : la condizione delle donne nei dipinti d'interni


Con l'arrivo di gennaio, Roma si è scoperta più fredda; il cielo a sprazzi azzurro di dicembre, ha lasciato il posto ad uno bianco fitto, il sole è diventato più pallido e non riesce a scaldarmi come prima le mie guance, quando cammino per la strada. Viene più voglia a starsene nella propria stanza, al caldo, magari leggendo qualche amato libro.
Ma non è ozio. Penso che ogni persona all'interno della propria stanza, sola, possa dare libero sfogo a un così flusso di pensieri che potrebbero trasformarsi in desideri, creatività e libertà.
Non era Virginia Woolf che scriveva che una donna dovesse avere soldi e una stanza tutta per sé per conquistare la propria indipendenza?
Non è nella luce fioca di una camera, dove, le donne si preparano per intraprendere il cammino della loro vita? E un posto nel mondo?
I cinque dipinti che seguono rappresentano delle scene di interni, camere o sale, eseguite tutte da mano femminile, più o meno conosciuta. Oltre a mostrare elementi o decori, essi ritraggono la condizione della donna in varie epoche e la loro risolutezza per emergere in un ambiente dominato da uomini.

"La Proposta" (1631), Judith Leyster

Negli anni del Secolo d'Oro olandese (17° secolo), dove i Paesi Bassi, allora i più ricchi stati del mondo, si cullavano nella loro potenza navale, commerciale e culturale; nasceva nel 1609 ad Haarlem, la città dei tulipani (immortalata da Alexandre Dumas ne "Il Tulipano Nero"), una futura grande pittrice.
Judith Leyster, figlia di un noto birraio locale, diventò una delle poche artiste professioniste dell'epoca; piccola minoranza femminile adombrata dai grandi maestri olandesi.
La Leyster si impose giovanissima per l'opulenta classe borghese protestante, con le sue opere di carattere per lo più domestico : di costume, ritratti, nature morte, tutto finalizzato con caratteri allegri.
Nel 1629 riuscì ad aprire un atelier indipendente.
Un genio artistico di siffatta spigliatezza e vivacità, influenzato dai Carravagisti di Utrecht¹, avrebbe meritato maggior gloria postuma, ma Judith Leyster non l'ebbe.
Sposatasi nel 1636 con un pittore mediocre, fu completamente assorbita dalla vita domestica e famigliare. I suoi dipinti diminuirono insieme alla celebrità. La donna intellettualmente impegnata, ritornò ad essere sposa e madre. Morì nel 1660.
Una sua opera che descrive l'ambiente privato femminile e la condizione stessa della donna d'epoca, è "La Proposta" realizzata nel 1631 a soli ventidue anni.
Pur nella sua essenzialità, il dipinto non deve essere sottovalutato, poiché questo illustra il coraggio della Leyster davanti ad un tema non indifferente.
In un ambiente che potrebbe essere la stanza di una casa, rischiarata solo dalla luce di una lampada, una donna è intenta nel cucito. Un uomo al suo fianco, appoggiato ad una scrivania, posa il suo braccio sinistro sulla spalla destra della donna, mentre con la mano destra le porge una manciata di monete. L'uomo in questione non è un marito premuroso e nemmeno un cliente che sta pagando il lavoro della donna. Dal suo sguardo sornione e dalla sua eccessiva confidenza, si potrebbe dedurre ad una proposta sessuale, ricompensabile con una offerta in denaro.
Ma la donna con gli occhi fissi nel suo lavoro, sembra rimanere distaccata da quel che avviene intorno a lei.
Fra le tante interpretazioni che sono state date nel corso degli ultimi anni, è indubbio che la pittrice abbia voluto ritrarre l'assoggettamento della figura femminile.
 La donna è presentata con abiti chiari, vestita di tutto punto e con semplicità, quindi non una prostituta. Sotto il suo piede compaiono dei carboni ardenti, simbolo del focolare domestico e quindi dello stato civile di essa, certamente coniugata.L'uomo è raffigurato con colori scuri, accentuando sulla scena la sua presenza inquietante.
Generi pittorici così maliziosi erano molto in voga e i maggiori artisti raffiguravano scenari con doppi sensi : uomini-clienti in attesa, donne dalle vesti accese e disponibili, mezzane. La Leyster rovescia questo mondo mostrando invece una donna ferrea nella sua moralità e decisa a custodire le sue virtù : il suo corpo e la possibilità del rifiuto.
Se il dipinto non presenta un atto di denuncia, certo la sua autrice volle con questo dichiarare l'impossibilità di una certa indipendenza della figura femminile se questa ne vedeva l'onnipresenza costante dell'uomo.




Bella, vivace, ambiziosa, figlia del romanziere di origine spagnola Emmanuel Gonzalès, Eva Gonzalès (1849-1883), pittrice francese, è annoverata da tempo nel gruppo delle artiste impressioniste insieme a Berthe Morisot e Mary Cassat. Ma se quest'ultime godono ora di una fama ben meritata, per Eva Gonzalès non è così. Rispetto alle sue colleghe non ebbe il tempo di far sopravvivere la sua arte, morendo giovanissima di parto e nell'aver sempre rifiutato di partecipare alle mostre del gruppo. Eppure il suo stile e il suo talento sono innegabili.
Cresciuta nello studio di Edouard Manet (1832-1883), dove apprese l'arte del colore e facendo da modella per i suoi quadri, nel 1870 fu accettata al Salon di Parigi, dove divenne celebre per i ritratti e scene di interni.
La femminilità e la sua padronanza professionale viene svelata nel dipinto "Il Risveglio" del 1876.
Una giovane e bella donna, la sorella Jeanne, si è appena svegliata dal lungo sonno notturno. E' nella sua camera, mollemente adagiata sul letto; la luce del mattino entra nella stanza mostrando le sue belle forme, il viso è trasognato. Il bianco è il colore predominante nelle sue varie sfumature, dai cuscini, dalle tendine alla sua veste.
Uniche note di colore, il bouquet di fiori viola e un libro posti su un comodino e il vezzoso braccialetto d'oro.
Nell'ambiente privato la Gonzalès non ritrae una donna indaffarata nelle sue mansioni, di pulire o rammendare, ma libera e colta in un pensiero astratto, seppure non mancante di intelligenza, come si denota dal libro chiuso vicino a lei.
Ne esce un capolavoro di poesia, sensualità e intimità, dalle pennellate morbide in cui si sente come non mai l'influenza del maestro.

"Il Risveglio" (1876), Eva Gonzales


"Ero libera di dipingere per quanto mi pareva nella mia stanza." Vanessa Bell

Già nel recente post su May Nieriker (sorella di Louisa May Alcott), avevo scritto di come talvolta la celebrità di un fratello maggiore adombri il talento del minore. Questo è anche il caso di Vanessa Bell (1879-1961).
Sorella della più famosa Virginia Woolf, Vanessa Bell occupa uno spazio di poca rilevanza nella storia dell'arte, anche se la sua vita è stata una continua ricerca verso la perfezione professionale e il superamento dei limiti imposti all'arte e al suo sesso. Le sue opere raccontano storie e in particolare storie legate alla sua vita.
Figlia dello scrittore inglese Leslie Stephen, Vanessa ebbe un'infanzia buia e violenta, a cui si aggiungeva una educazione di basso livello (sofferenza profonda per le due intellettuali sorelle Stephen), bigotta e legata alle convenzioni vittoriane. Con la morte del padre, Vanessa si scoprì una donna libera, libera di viaggiare, di dipingere, di scegliere anche la sua vita sessuale.
"Interno con Tavolo" (1921), una delle sue opere più conosciute, rispecchia la sua rinascita che ad occhio superficiale potrebbe sembrare un semplice lavoro, ma ad una osservazione accurata ne mostra in realtà una grande audacia.

"Interno con Tavolo" (1921), Vanessa Bell

La Bell dipinge un angolo di casa molto accogliente, corredato con gusto da tende bianche, una bella vetrata con davanti un tavolino su cui è presente un vaso con fiori, una porzione di una sedia a dondolo, il pavimento rosso. Uno scenario confortante per qualsiasi donna certamente, eppure la vista dello spettatore è portata lì, ove si vede la bella vallata illuminata dal sole con case e alberi.
La pittrice inglese più che a guardare dentro ci porta a guardare fuori, dove ci sono vite e possibilità per ciascuno di noi e soprattutto per le donne. Anche gli oggetti non solo solo meri abbellimenti ma attori sullo scenario. La luce, i colori vivaci, gli scambi di linee e le forme morbide ne fanno uno dei dipinti più soddisfacenti e contemplativi, tipicamente di gusto post-impressionista.
La Bell ribadisce come non mai la repulsione e il superamento degli schemi della pittura vittoriana e delle sue regole sociali oltre ad un un invito alla libertà.


"[...] si da per scontato che le donne siano una categoria umana inferiore per storia e tradizione consacrata... Nessuno si è dato la briga di andare a vedere, a studiare, ad approfondire questi dipinti, dando per scontato che essendo di mano femminile, sia in partenza arte marginale, trascurabile, infantile, primitiva, irrilevante. Ma questo si chiama pregiudizio. Sentimento che si trasforma facilmente in discriminazione. Discriminazione da pregiudizio."
Dacia Maraini

Di ideali e pensieri simili a Vanessa Bell, ma con una coscienza più matura, grazie anche a tempi moderni, è stata la vita della pittrice, gallerista e collezionista d'arte italiana, Lia Pasqualino Noto (1909-1998), una delle figure più significative del panorama artistico palermitano del Novecento.
Affermatasi durante il Ventennio, Lia Pasqualino Noto non solo faceva arte, ma se ne occupava anche. In quel periodo, nella città di Palermo, si vide fiorire una nuova generazioni di donne artiste, quali Pina Calì Cuffaro (1905-1949), Ida Nasini (1894-1979), Topazia Alliata (1913-2015), la stessa Pasqualino che uscendo dal consueto ambiente domestico, formarono le loro personalità in vere scuole d'arte, proprio come i colleghi uomini, dove prima erano invece escluse. Non solo. Rivendicando il loro ruolo, si riunivano in associazioni, sindacati; a mercanteggiare arte, sfidando così negli affari il titolato potere maschile. La Noto nel 1937 aprì la prima galleria privata della città siciliana e il suo salotto culturale divenne uno dei punti di riferimento dell'aristocrazia e degli artisti ed intellettuali dell'epoca.
La sua pittura riprendeva i classici rimandi a Felice Casorati, unendoli alle nuove visioni di Renato Guttuso, fino alle avanguardie novecentesche.
Fra le sue opere di pittura di genere, è da menzionare "Ragazze alla Finestra" del 1932, esposto per la prima interregionale del Sindacato nazionale artisti a Firenze. L'opera rispecchia tutta la lotta della sua autrice per l'affermazione e il riconoscimento intellettuale delle donne.

"Ragazze alla Finestra" (1932), Lia Pasqualino Noto

Il dipinto presenta due campi di visivi. Il primo, e più lontano dai nostri occhi, raffigura un ambiente famigliare : un signore anziano dalla barba lunga sta impartendo una lezione ad una donna, seduta placidamente nel salotto. Nel secondo campo, in primo piano, due giovani donne sono affacciate alla finestra : esse sono spoglie di qualsiasi leziosità femminile, braccia conserte, ma il loro sguardo corre lontano e con esso i loro pensieri verso un ideale nuovo o una vita diversa.
Lo sfondo richiama chiaramente l'ambiente chiuso e ovattato, entro le mura di una casa, a cui le donne dovevano sottomettersi nel passato, ma relegato così nel fondo, allude al superamento di queste antiche concezioni. Ormai nuovi mondi si stanno aprendo, con essi un  posto, per le donne, più vicino alla luce del sole.  Fra loro e tutte le possibili giovani donne, reali, che si sono sporte dalla propria finestra della camera, non c'è differenza alcuna.



Recentemente sono rimasta affascinata dai dipinti e dai colori di una pittrice americana. Questa e Catherine Nolin. Un'affermazione nel panorama artistico : i suoi quadri vengono venduti nella buona società come vengono pubblicizzati dalle migliori riviste del settore.
Specializzata in ritratti e scene d'interni, autodidatta di origini italiane, la Nolin ha studiato al Museum of Fine Arts di Boston, in seguito ha scoperto per caso la pittura accomunandola alla sua passione per il Rinascimento. Le sue opere attraggono lo spettatore per la vivacità dei colori, per le forme, per la fine bellezza dei dettagli e non ultimo il suo romantico non-sense.
"La Luna che tu Vedrai" (2016), una donna elegantemente vestita sta guardando una superluna.

"La Luna che tu Vedrai" (2016), Catherine Nolin

Non ne vediamo il viso ma dalla sua immobilità certo e rapita dalla bellezza del cielo con il quale è quasi in comunione. L'interno del suo ambiente è ricco e curioso : sopra un comodino è posta una bilancia su cui sembra posarsi una colomba idealizzata. Sulla parete uno specchio a forma di sole riflette il cielo fuori mentre un cervo fa capolino. Eppure non si finisce di vagare con gli occhi, alla ricerca di nuovi magici elementi. Tutto è pervaso da un'atmosfera irreale e di aspettativa su chi sa cosa. Non conosciamo nulla della donna né se quella sia veramente la sua casa, ma che importa, come lei sentiamo davanti a questo universo gli stessi sentimenti.






M.P.



¹ Gruppo di pittori dell'omonima città che nel XVII secolo assimilarono lo stile del grande pittore italiano.


giovedì 29 dicembre 2016

Tutto il bello che c'è stato





Siamo alla fine dell'anno...Eppure sembra solo ieri il giorno in cui ho scritto l'ultimo post del 2015, ma come dice un vecchio adagio di nonne e zie, arrivati ad una determinata età, tutto sembra andare più velocemente...
Ma a parte ragioni personali, questo è stato per Appuntario un anno soddisfacente. Non parlo di partecipazioni o adesioni di nuovi lettori o maggiori visualizzazioni del blog (benché ci siano stati), ma di nuove e più storie che hanno arricchito il sito.
Per questo ho deciso di concludere la fine dell'anno con un resoconto, soggettivo, di tutto quello che ho trovato di bello in un anno che sta entrando già nel passato.
A cominciare dalle escursioni, tanto desiderate e finalmente avverate, nella splendida, seppur decadente, Reggia di Caserta, arrivando ad un altro monumento italiano, benché questo naturale, del giardino di Ninfa, nei pressi di Latina. Lo splendore della ricchezza è ancora nei miei occhi, ricordando i tesori di inestimabile valore storico nel Museo Napoleonico di Roma.
Non può nemmeno mancare fra i bilanci positivi, la mia sortita alla manifestazione letteraria romana di Più Libri Più Liberi, vissuta tra emozione e timidezza.
Le care, amate, figure femminili della storia hanno avuto anch'esse un giusto spazio e fra quelle in cui è stato più forte il piacere di informarmi e raccontarle, presenziano con maggiore spessore l'inglese Elizabeth Ratcliff, cameriera-artista che nel XVI secolo si distinse nel Galles per la creazione di opere realizzate con pezzetti di vetro, pietre e madreperle. Niente conosceremo di Van Gogh e dei suoi dipinti, senza l'instancabile lotta per la loro sopravvivenza dovuta alla cognata, Johanna Bonger, e meritano di essere citate anche le pittrici Jeanne Hébuterne, moglie di Amedeo Modigliani e May Nieriker, sorella della scrittrice Louisa May Alcott, la cui fama è andata purtroppo persa nel corso dei secoli.
Ma voglio anche riportare, come molti blogger stanno facendo, le migliori letture intraprese nel corso dell'anno, rivelatrici di nuovi autori e spunti tematici :
"I Buddenbrook" di Thomas Mann, pubblicato nel 1901, la saga famigliare per eccellenza e la rappresentazione più riuscita di un dramma borghese di fine Ottocento. Metterei sicuramente questo testo come migliore lettura, sia per l'intensità del libro, della trama, dei suoi personaggi e per la narrazione che sembra procedere in motivi musicali decadenti e ripetuti.

"E venne finalmente il giorno in cui tutti i libri che potevo comprare furono allineati sugli scaffali, e fu possibile camminare per il negozio senza inciampare in scale a pioli e barattoli di pittura. Shakespeare and Company aperse dunque i battenti : era il 19 novembre 1919."("Shakespeare and Company", Sylvia Beach)

Scritto nel 1952, "Shakespeare and Company", più che un'autobiografia, è un memoriale di fatti e personaggi che contribuirono alla nascita e allo sviluppo della libreria più famosa di Parigi. In esso la sua realizzatrice e autrice, Sylvia Beach, ripercorre il suo sogno : una cultura più libera e moderna per un mondo migliore. Fra Fitzgerald, Hemingway e Joyce, ogni appassionato lettore può perdersi fra le sue pagine ricche di storia e letteratura.
Un libro che mi ha stupito per la sua complessità, di cui mai avrei creduto, è stato "Aspettando Godot", pubblicato nel 1952 a Parigi da Samuel Beckett. Forse tra le più famose opere originali del Novecento,   è diventata simpaticamente allegoria dell'attesa vana e utopistica della vita ma anche riflesso non troppo surreale dell'esistenza dell'uomo moderno.
Quest'anno ha visto come non mai numerosi anniversari letterari, come il bicentenario della nascita della scrittrice inglese Charlotte Brontë. Per l'occasione ho riletto il suo romanzo più celebre, se non il migliore, "Jane Eyre". Publicato nel 1847, in pieno periodo vittoriano, riproduce meglio di qualsiasi altra opera del periodo, il paradossale e vetusto mondo inglese, all'interno di particolare storia d'amore tra un aristocratico e una donna di ceto inferiore.
Un inno alla vita e alla bellezza si ritrovano nella figura di Kitty Garstin, bella e vivace protagonista dello stupendo romanzo di William Somerset Maugham "Il Velo Dipinto". Una lettura commuovente, che tutti i lettori dovrebbero intraprendere, perchè la felicità può trovarsi anche dopo aver superato strade polverose e fatiche.

"Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano dal caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono. Fra tutte, la cosa più ricca di bellezza è una vita bella. E' questa l'opera d'arte più perfetta."


Bottino Natalizio

Una lettura del tutto estranea alle altre è stato il complesso dramma di Anton Pavloviĉ Ĉechov, "Il Giardino dei Ciliegi", composto nel 1903. Ambientato in una provincia russa del XX secolo, la trama si sviluppa in una alternanza sociale tra caste e poteri diversi e raffronto tra il vecchio e il nuovo mondo
"Lessico Famigliare", gioiello-capolavoro di Natalia Ginzsburg, mi ha invece trasportata con i suoi suoni ed immagini nell'Italia del Ventennio fascista, con i fatti e personaggi del'epoca. Una saga famigliare privata che ci riporta anche alla nostra storia, con la delicatezza e l'eleganza stilistica della sua autrice.
Per i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare, ho proposto il suo testo più conosciuto, non il più osannato ma sicuramente quello meno capito, "Romeo e Giulietta". La sua estrema popolarità, nell'apparenza della sua trama semplice, nel suo ricco lirismo, nell'amore giovanile che divampa fra le pagine, essa racchiude un mondo, che è quello del teatro e della vita. Insomma dietro la storia d'amore dei due giovani si nascondono tutti gli ideali e i pensieri di quel movimento elisabettiano in fase di tramonto.
L'ultima parte dell'anno è stata dedicata alle biografie e a due personaggi femminili diversissimi. "La Donna che amò Hitler" di Angela Lambert, è il racconto preciso e dettagliato della vita dell'amante e poi moglie di Adolf Hitler, Eva Braun. Una figura che probabilmente fu un nulla rispetto a tutto l'orrore che accadde, ma che delinea assai bene quella vuotezza ed esasperazione del genere umano promulgati ed alimentati in quegli anni bui.
Un posto speciale occupa inoltre l'autobiografia della scrittrice di gialli per eccellenza Agatha Christie, con "La Mia Vita". Ricordi, mode, passioni, conflitti, sguardi e riflessioni di un mondo lontano. Descrizioni fiabesche di città come Aleppo, Mosul, Bagdad, Esfahan, oggi martoriate dalla guerra e dalla politica. Un libro che è molto più di una semplice autobiografia.
Non avrei mai conosciuto la saga dei Cazalet senza il consiglio di Cristina del blog Athenae Noctua. Da quel momento mi sono innamorata di questa numerosa famiglia inglese alto-borghese, le cui esistenze si dipanano nell'arco di dieci anni, nei cinque volumi della scrittrice Elizabeth Jane Howard, dagli ultimi anni degli anni trenta del Novecento fino alla sua prima metà. Terza pubblicazione è "Confusione" un romanzo che ho trovato il migliore per la ricchezza di temi nuovi e suoi personaggi alle prese questa volta con drammi più grandi di loro e della stessa guerra.


Con quest'ultimo intervento saluto tutti gli amici blogger e i lettori, augurando un bellissimo anno nuovo e come scrivo ogni anno, di coltivare sempre la bellezza e le passioni.



M.P.

mercoledì 21 dicembre 2016

"Un Natale tutto per Sé" AA.VV.


"Il Canto di Natale", illustrazione di R. Innocenti

Il Natale ha un legame tutto particolare con la storia dell'uomo. Per chi creda o no alla sua festa religiosa, è indubbio che da esso vengano tramandati racconti, leggende o più semplicemente tradizioni di passati e terre lontane. 
Ogni Natale ha le sue storie e ricordi tutti diversi.
Se penso al Natale, in campo letterario, mi ritorna in mente la battuta iniziale di "Piccole Donne", pronunciata da una sconsolata Amy March : <Natale non sembrerà nemmeno Natale senza regali>.
E in questo momento è una frase che mi risuona sempre con dolcezza.
Charles Dickens (1812-1870), "l'uomo che inventò il moderno Natale", fu tra i primi a pubblicare serie di racconti o romanzi natalizi, allo scopo di commuovere ed educare il pubblico vittoriano, che dopo un grande sacrificio arriva una grande serenità, che dopo una buona azione, tutto si veda con occhi diversi. 
I motivi, oggi, suonano moralmente falsi, eppure questo genere è entrato di diritto nell'alta letteratura.
I seguenti poeti o scrittori emularono l'esempio del maestro inglese, descrivendo nelle loro opere la magia e l'atmosfera del periodo natalizio.
Le moderne case editrici, oggi, gareggiano sotto le feste per far uscire storie inedite di autori più o meno conosciuti, e si comprende che questo percorso dall'Ottocento, non si sia mai arrestato.

Il mese scorso anche la casa editrice Croce ha pubblicato un libro di piccoli racconti incentrati sul Natale. Il titolo "Un Natale tutto per Sé", rivendica l'esclusiva scelta di lavori tutti intrapresi da mano femminile.
Dieci racconti : cinque ad opera di scrittrici italiane, di egual numero per le scrittrici internazionali; diversi tutti per culture e impianto storico.
Nei primi quattro racconti italiani, di radice moralistica, ho apprezzato l'irruzione di protagoniste femminili moderne, meno vaghe e stereotipate, che rientravano però dentro al proprio ruolo domestico nel finale, giusto per non disturbare ulteriormente l'immagine di donna pacata e dolce quale era nell'Italia post-unitaria, nelle storie di Cordelia, pseudonimo della scrittrice Virginia Tedéschi-Trèves¹ (1855-1916), con "Da un Natale all'altro" (1886), ad Haydée, pseudonimo di Ida Finzi (1867-1946) "Racconto di Natale" (1908) e Maria Messina (1887-1944), con "Storiella di Natale" (1921), ambientato nella Prima Guerra Mondiale, dove se gli uomini al fronte facevano il loro dovere per la patria, anche le donne dovevano dimostrarsi pazienti e buone in patria.
Mentre in un "Natale a Napoli" (1905), la Matilde Serao (1856-1927), dedica ai suoi lettori un pratico bozzetto di consigli sui regali, alla maniera umoristico-francese.
Nel "Vecchio Moisé"(1930), la Sardegna di Grazia Deledda (1871-1926), ritorna con il suo folklore, i suoi miti e notti buie, in una novella anch'essa famigliare ed umoristica.
Nella seconda parte una Elizabeth Gaskell (1810-1865), sottotono ("Temporale e Raggi di Sole Natalizi", 1848), una Katherine Mansfield (1888-1923) ("Una Lieta Vigilia di Natale", 1899), ancora troppo acerba per essere apprezzata e una Emilia Pardo Bazán (1851-1921), desueta e sentimentale ("La Tentazione di Suor Maria", 1887), unita ad un piccolo stralcio di Natale romano di Colette (1873-1954), con "L'Inverno a Roma" (1917), deludono il piacere della lettura e vengono purtroppo a noia. 



L'unica degna di questa raccolta sembra essere Louisa May Alcott (1832-1888), con "Un Natale in Campagna" (1881). Gioiello della scrittrice americana, nel racconto riemergono i temi a lei cari : l'amore devoto e incondizionato, la bellezza di una vita semplice, pratica e a contatto con la natura, opposta a quella frivola e mondana e la propensione ai lavori domestici che non è da intendersi come ad un ritorno alla donna schiava del proprio ruolo, bensì a quell'immagine di "ape industriosa" (come non ricordare "Piccole Donne"?), capace di tenere attivo corpo a mente, contro ogni dispiacere del genere umano.
Attraverso le parole di zia Plumy (parente stretta di Marmee), la Alcott ribadisce il suo modello di scrittura e la vita, vera, a cui ispirarsi per scrivere.
Magistrale è infine la rievocazione di un piccolo squarcio di mondo ottocentesco, in così poche righe che esiliano per qualche momento il lettore.

Pur ammirando la cura con cui è stata seguita e corredata questa raccolta (molte case editrici dovrebbero imparare a porre ai vari libri buone introduzioni e note bio e bibliografiche, oltre a realizzare belle copertine), e una professionalità che si evince nei minimi dettagli, il progetto dell'immagine femminile (che poteva essere un buon motivo vincente), andava, a mio parere, maggiormente esteso e caratterizzato. La scelta delle storie poteva essere più oculata, magari in una ricerca più matura ed espressiva, pur stimando il coraggio della casa editrice di far uscire dal dimenticatoio autrici poco note e rivalutarle nel ruolo avuto in campo letterario.
Quello di "Un Natale tutto per Sé" è una lettura natalizia da prendere a cuor leggero.


Buon Natale 2016 da Appuntario!



M.P.



¹ Moglie del noto editore Giuseppe Trèves.




Libro :

"Un Natale tutto per Sé", AA.VV., Edizioni Croce.

giovedì 15 dicembre 2016

La mia Giornata a Più Libri Più Liberi 2016



Molti appassionati lettori hanno invidiato quest'anno la bella fiera letteraria del Salone del Libro di Torino, chiusasi a maggio con forti polemiche ma pure con numerose presenze ed esaltante riuscita.
Arrivare a Torino non è un viaggio per tutte le tasche, ma Roma, da ben quindici edizioni, vanta l'unica fiera al mondo dedicata all'editoria indipendente. Un successo andato via via in crescendo fino a diventare uno dei più grandi appuntamenti letterari, forte della partecipazione di piccole e medie case editrici, unite a letture, dibattiti, incontri con gli autori, presentazioni di libri e casi editoriali o di attualità.
Un nuovo modo di promuovere la lettura più semplicemente e arrivando più direttamente al lettore, senza vanesie articolarità e alla portata di tutte le età.


"Più Libri Più Liberi 2016" si è svolto quest'anno dal sette all'undici dicembre, approfittando del lungo ponte dell'Immacolata, come sempre nel Palazzo dei Congressi, a pochi passi dalla bianca e luminosa Piazza Marconi e davanti alla splendida immagine del "Colosseo Quadrato".
Ritagliatami uno spazio nella giornata di giovedì, ho potuto debuttare alla mia prima importante fiera del libro.
Oltre quattrocento stand posizionati su due livelli hanno portato, me povera novellina, imbarazzata e confusa in un paese dei balocchi. Camminando lungo la fiera, pochi minuti dopo l'entrata, già si poteva pregustare il piacere di vedere lunghi bancali di libri, molti ancora da riposizionare e dietro giovani a parlottare sull'organizzazione della giornata.
Ho apprezzato in modo particolare l'ampia opportunità a scelta fra i diversi generi : non solo case editrici oggi in voga come la Sellerio, l'Iperborea o la NN Editore, ma case storiche o nuove di cinema, filosofia, politica, religione, perfino sui percorsi in montagna e finalmente tante sezioni dedicate all'infanzia, fiabe, miti, disegni da colorare, tutto per unire il gioco alla conoscenza e avvicinare il bambino più restio, come da anni fa la Topipittori.
Un interculturalità che si manifesta anche guardando i visi delle tante persone accorse : giovani, bambini, anziani, stranieri; intenti a fugaci letture prima di comprare il desiderato libro, scambi di opinioni con responsabili o amici, corse per poter farsi autografare un romanzo, camion di catering che arrivavano e poi telecamere, addetti alle informazioni, radio collegate, ragazzi che offrivano riviste e una sala stampa sempre in movimento. Lo scenario sembrava simile a quei dipinti brulicanti di Hieronymus Bosch; certamente non inquietante.
Ho trovato persone gentili e competenti in vari stand, tra i quali l'"Orma Editore", la "Add Editore" e la "Minimum Fax", altre mi hanno un po' deluso.
Un incontro a cui non potevo mancare era il "Premio Alghero Donna 2016 di Letteratura e Giornalismo", dedicato agli ottant'anni dalla morte della scrittrice sarda e premio Nobel Grazia Deledda.
Premi andati per i lavori svolti dall'attrice e conduttrice Barbara de Rossi e alla giornalista e scrittrice Concita de Gregorio che ha discusso sull'evoluzione della donna e sul suo libro-indagine "Cosa Pensano le Ragazze".



La manifestazione si è animata ulteriormente a metà mattinata e con essa i visitatori e addetti, grazie anche ad un personaggio.
Non sono un amante dei fumetti, eppure mi sono emozionata ad aver vicino Zerocalcare allo stand della Bao.





Proprio qui, mi ricordo di aver visto una delle scene più commuoventi : un ragazzo timido e con le mani tremanti, in attesa di un autografo dal fumettista.
Tra gli appunti negativi, devo scrivere dell'area ristoro che non ha nulla di riguardante sui libri, ma che ha trovato il grande disappunto del mio ragazzo (il quale non ha nessuna familiarità con la lettura). Un posto angusto, con pochi tavoli, troppo pochi per far accomodare tante persone e uno spazio (riservato a chi prendeva qualche primo piatto), praticamente vuoto ma inottenibile.
Abbiamo mangiato in piedi, poco male, tuttavia stretti come sardine.
Ma anche l'allestimento degli stand non seguiva un percorso lineare, tanto da passare più volte dove si era già ripassati.
Il prezzo dei libri (eterno dibattito fra lettori e blogger), pur favoriti dallo sconto del venti per cento, rimanevano per alcuni inaccessibili.
La mattinata ha poi lasciato il posto al pomeriggio e mal mi sono accomiatata da questo posto, sperando però di ritornarci il prossimo anno, con più consapevolezza.
Non so quanto di vero e buono ci sia in un evento come questo (una prima e breve esperienza non può dire molto), ma conosco la difficoltà di fare cultura in una città come Roma, di quanti ostacoli si trovino e di quante rinunce alla fine si presentino. Vivo da anni nell'ambiguità di trovarmi nella Capitale del più grande patrimonio culturale del mondo e insieme della più depredata. Perché quando si realizza un progetto non è per un perdurare negli anni, ma un bene da sfruttare per pochi. Auspico per la mia città una cultura più libera e non provata, almeno questa, dalla corruzione.






M.P.



Le foto sono di Alessandro Tommasi.

venerdì 9 dicembre 2016

"Confusione" di Elizabeth Jane Howard


"Per anni e anni la fine della guerra era stato qualcosa da attendere con ansia, un tempo a venire in cui tutto sarebbe stato migliore e sarebbero accadute meraviglie."

"London Piccadilly", Maurice W. Greiffenhagen

Ho questo libro da settembre ma mi ero ripromessa di leggerlo nel mese di dicembre, per unire a questo clima di magia, l'emozione di aver letto uno dei libri più belli. Volevo insomma chiudere l'anno con l'ultimo romanzo della fortunata saga dei Cazalet che pochi mesi prima avevo iniziato.
In dicembre e in questo romanzo avevo riposto le mie buone aspettative.
Pubblicato nel 1993 in Inghilterra dalla scrittrice dalla vita mondana e travagliata Elizabeth Jane Howard (1923-2014), "Confusione", terzo capitolo della saga dei Cazalet, ci riporta alla famiglia alto-borghese, imprenditrice di legname, le cui vite private dei componenti si dipanano nell'arco di dieci anni, in cinque volumi.
Il periodo apparentemente stabile e felice degli "Anni della Leggerezza" è stato superato dall'arrivo di una più crudele guerra, trascinata nell'angoscia de "Il Tempo dell'Attesa".
In questo capitolo dopo una insofferente immobilità fisica e mentale, gli uomini e le donne della famiglia si ritrovano ad affrontare drammi più grandi di loro e della stessa guerra.


Le vicende ripartono un anno dopo l'attacco alla base navale di Pearl Harbor, dal marzo 1942 fino a concludersi nel luglio 1945.
Ad Home Place, nel Sussex, le vite della famiglia dei Cazalet sembrano andare con la solita lentezza verso una assuefazione alla guerra : non c'è più tempo per sperare né illudersi.
Ma l'ambiente privato non è più il centro delle loro esistenze. I protagonisti della seconda e terza generazione si ritrovano fuori e divisi, ognuno in situazioni più o meno complicate, in balia di nuove emozioni dove c'è chi si sente intrappolato in doppie realtà, chi non riesce a vivere la propria relazione allo scoperto e chi si abbandona senza pudori in altre ed altre ancora, ricavandone solo un'amara lezione.
Gli eventi del secondo conflitto diventano meri fatti ordinari, a cui nessuno presta attenzione perché questa volta sono l'amore e la vita ad addossarsi ai lori destini in modo così straordinario.
Come sempre il romanzo segue con particolarità gli episodi delle tre protagoniste principali, Louise, Polly e Clary; questa volta giovani donne alle prese con i loro turbamenti amorosi, nuove strade da percorrere e coraggio da sfoderare.
L'opera si chiude con al fine della guerra e la resa della Germania : tutto è finito eppure quel mondo ormai è cambiato.

"<<Dici che è per via della guerra?>> suggerì Polly.
<<Come facciamo noi a saperlo? Non abbiamo nemmeno una vaga idea di come sia la vita senza la guerra!>>"

E. J. Howard


Fra i tre romanzi della saga famigliare, ho trovato in "Confusione" il migliore, per la ricchezza di nuovi temi che cominciano ad affacciarsi e i primi accenni ad una società che andava facendosi moderna.
La Howard continua la sua analisi nell'ambiente femminile e nella sua evoluzione, attraverso la disparità dei sessi che durante la guerra dava alle donne minori possibilità di scelta pofessionali e di realizzarsi in modo indipendente.
Ma anche nel matrimonio, l'unico scenario ammesso per una donna, la scrittrice inglese ne rivela le sue ambiguità, i compromessi, la tacita sottomissione del ruolo femminile, superando il connubio tutto vittoriano di "sposa fedele e madre amorevole" e presentando quindi nella figura di Louise, una donna più realistica, meno stereotipata, che non è mai stata amata, mai ha amato, fino a scoprire l'amore troppo tardi. La verità universalmente riconosciuta della Austen trova anche qui la sua conferma.
Un'altra figura femminile inconsueta è nel personaggio di Zoë. Non moglie né vedova, Zoë cede con passione e fragilità, ad un rapporto clandestino, contro le convenzioni, uno scandalo famigliare e l'immagine di novella Penelope in attesa del ritorno del marito dalla guerra. Mi ha rammentato l'abbandono alla passione (meno poetica), della bella Marthe (moglie di un soldato al fronte), fra le braccia del giovane quindicenne de "Il Diavolo in Corpo" di Raymond Radiguet.
Oltre a questo il libro introduce già tematiche politiche come lo scontro, non ancora imminente ma vicino, tra due visioni opposte, come il socialismo e il conservatorismo. Il vecchio mondo con i suoi privilegi sta tramontando, mentre gli ideali di una società giusta e uguale per tutti sta albeggiando.
In "Confusione" si trovano momenti di poesia che ho amato molto come l'attesa di Zoe per il ritorno dell'amante in spedizione oltreoceano e il finale che ho sempre aspettato.
I passi storici non sono dominanti ma catturano l'attenzione del lettore per l'importanza : lo sbarco in Normandia, la liberazione della Francia e il suicidio di Hitler.
Ma se questo non vi bastasse a spronarvi a leggere questo capolavoro letterario, sappiate che "Confusione" riesce a scavare come poche altre opere, nel comunissimo e particolare senso umano, dell'amore e delle sue perdite e delusioni.



M.P.





Libro :

"Confusione", Elizabeth J. Howard, Fazi Editore 2016

giovedì 1 dicembre 2016

"Nessuno scrive al Colonnello" di Gabriel G. Márquez


"Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni - da quando era finita l'ultima guerra civile - il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano."


Targa all'Hotel des Trois Collège


Se di Márquez si ama l'irrealtà, i ritratti di alcuni personaggi, la magia, le passioni più o meno lecite, bisognerebbe non mancare di leggere "Nessuno scrive al Colonnello", proprio per la mancanza di questi elementi.
Credo che il magnetismo di questo autore risieda nella sua imprevedibilità : quando diventiamo consci di aver assorbito definitivamente la sua narrativa, i suoi tempi e spazi, ecco che con un libro di ben poche pagine, il nostro castello di nozioni viene smantellato che ci possa piacere o no.
Pubblicato interamente nel 1961, è un romanzo di solitudine, amaro, uno di quelli che portano il lettore a camminare, insieme al protagonista, su quel filo estremo che è la sopravvivenza umana e la sua vana ostinazione.
Dal ritorno di un suo viaggio a Parigi, mia sorella mi disse di aver visto una targa all'entrata del prestigioso Hotel des Trois Collège commemorante  lo scrittore colombiano che proprio li aveva scritto "Nessuno scrive al Colonnello" nel 1957.

Impiegato nel giornale di Bogotà "El espectador", chiuso sotto la dittatura di Rojas Pinilla (1900-1975), Gabriel García Márquez (1927-2014), fu costretto ad emigrare in Europa e in seguito nella capitale francese dove trascorse un periodo infelice a causa delle ristrettezze economiche e di un mancato salario. Certamente fu l'esperienza più dura e triste e questi sentimenti si riflettono nell'opera.

In un villaggio tropicale (che potrebbe sembrare benissimo lo stesso della "Mala Ora"), quindici anni dopo il patto di Neerlandia, un colonnello ex veterano della guerra dei Mille Giorni, sotto il comando di Aureliano Buendía, aspetta da anni la sua meritata pensione
Ogni venerdì, al momento della lancia della posta, si reca ala porto con la speranza di ricevere la famigerata lettera che potrebbe dargli la possibilità di uscire dalle sue disperate condizioni economiche, eppure come ogni venerdì l'impiegato risponde di non aver nulla per lui..
Il colonnello vive in una casa malsana, con una moglie malata d'asma e prigioniero di una vita di fame e di stenti. Unico conforto un gallo da combattimento, ereditato dall'amato figlio ucciso per aver distribuito riviste clandestine.
Il colonnello e la moglie si tolgono il cibo dalla bocca per alimentare il gallo, possibile futura fonte di reddito, ma colpiti ancor più duramente dal passare dei giorni senza cibo e l'arrivo di dicembre, decidono di vendere l'animale all'uomo più ricco e corrotto del paese, per poi ripensarci ancora una volta : "l'illusione non si mangia, ma alimenta".

"Still Life" (1913), Diego Rivera
In questa lettura ho trovato una prosa più equilibrata e asciutta, diversa da tutte le altre opere dello scrittore. Non c'è il suo "realismo magico", non ci sono leggende da ascoltare né situazioni irreali.
C'è solo un profondo malessere sociale e quindi politico, di una comunità che non ha più bocca né per mangiare né per esprimersi.
Nel villaggio si ripetono quotidianamente le stesse azioni, padre Angel sorveglia l'ingresso al cinematografo, don Sabas sfrutta l'ingenuità dei suoi paesani per arricchirsi, mentre per le strade si aggirano poliziotti sospettosi tra violenti acquazzoni.
Ma sono tutti personaggi di contorno che servono a mettere maggiormente in rilievo la tragica figura del colonnello, uomo pacato dalla incrollabile fede e risolutezza, ultimo detentore di ideali di giustizia e libertà, la cui attesa della pensione e il gallo diventano il simbolo di un possibile riscatto che fin dalle prime pagine del libro sappiamo che mai si realizzerà.
Di "Nessuno scrive al Colonnello" Márquez disse che quest'opera rappresentava il suo lavoro più soddisfacente; "Cent'Anni di Solitudine" non sarebbe mai stato scritto senza il primo e non si stenta a crederlo : da quella potente realtà ne stava nascendo una fiaba.



M.P.




Libro :

"Nessuno scrive la Colonnello", G. G. Márquez , Oscar Mondadori 1994

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