venerdì 23 settembre 2016

"Di Qua dal Paradiso" di Francis Scott Fitzgerald


"Quelli che erano stati allora i più banali luoghi comuni della sua vita - il sonno profondo, la bellezza che lo circondava, il desiderio - erano volati via, e il vuoto che avevano lasciato era colmato soltanto da un'enorme indifferenza e disillusione."


George Barbier


Quando si ha che vedere con uno scrittore che per lungo tempo abbiamo amato e provocato delle risposte positive in noi, è facile aspettarsi sempre opere dello stesso tenore, lo stesso stile, lo stesso temperamento letterario.
Eppure non può essere così : i processi creativi che portano lo scrittore da un romanzo all'altro, sono complessi e derivanti da fattori ambientali come contrasti interni.
Il personale riscontro con il primo romanzo di Fitzgerald, non è stato quindi concluso con quella tipica soddisfazione del lettore preparato. In "Di Qua dal Paradiso" non ho ritrovato la forte intensità, quei pensieri sospesi, quelle frasi non dette, la polverina dorata dei ruggenti anni venti, di sogni e occasioni mancate che hanno reso "Belli e Dannati""Il Grande Gatsby""Tenera è la Notte", mitiche rappresentazioni della cosiddetta "lost-generation" : una mano protesa in avanti, pronta ad afferrare qualcosa di impossibile.


Le opere di Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), sono indissolubilmente legate alla sua vita, e alla vita con Zelda.
Bisogna immaginare un Fitzgerald del Middle West, belloccio ed elegantemente vestito, dagli studi non brillanti, lasciare la prestigiosa università di Princeton per arruolarsi con l'entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1917. Ma la guerra finì prima che lui potesse affermarsi e nel 1918 aveva instaurato una relazione con Zelda Sayre (1900-1948), interrotta da lei per l'insicurezza economica del neo pubblicista.
Fitzgerald iniziò a rimaneggiare ad un testo scritto in precedenza, vedendolo pubblicare per la Scribner's Son nel 1920, con il motto pubblicitario di "un libro sulle flappers per i filosofi".
L'opera ottenne uno strepitoso successo, portando il nome del da poco ventiquattrenne ragazzo, tra le stelle del firmamento letterario. Di li a pochi mesi  Fitzgerald  poté sposare Zelda in una cerimonia hollywoodiana.
"Di Qua dal Paradiso" fu letto da quella generazione più come un manifesto filosofico che un vero e proprio romanzo. Di stampo autobiografico, rifletteva sulla vita sociale e morale della gioventù post-bellica, analizzata attraverso il percorso formativo di un esempio di personaggio maschile.
Scritto in terza persona e diviso in tre libri, questo porta con sé anche l'originalità di un contenuto poliedrico, a cui si susseguono prosa, poesia, lettere e battute, in un insieme che non poteva non sbalordire l'America, accompagnato da uno slang nuovo e prettamente giovanile.

Ambientato prettamente a New York negli anni 1911-1920, Amory Blaine, figlio di una agiata famiglia irlandese, educato al culto della bellezza e dell'essere appartenente ad una classe superiore, trascorre la sua adolescenza nel mondo dorato secondo i dettami della madre Beatrice.
Si iscrive all'università di Princeton, dove conscio del suo fascino e della sua intelligenza e fortuna, aspira a diventare, più che all'essere, un ideale di egotista romantico sia nel bene che nel male.
Appassionato di letteratura, si dedica alla scrittura di poesie; a Minneapolis incontra una fanciulla interessata a facili amori, Isabelle Borgé, con la quale ha una prima delusione d'amore.
Nonostante le premesse Amory incappa in fallimenti scolastici, noia e cambi di ambizioni. Lascia infine l'università per arruolarsi oltreoceano come soldato durante la Prima Guerra Mondiale. Qui apprende anche della morte del padre e di conseguenza del suo rovescio finanziario.
Rientrato a New York, dopo la guerra, si innamora della giovane e fresca debuttante  Rosalind Connage, con la quale ha un rapporto passionale molto forte e dolce. Eppure anche questa relazione è destinata a crollare, poiché la giovane non è disposta a sacrificare la sua vita da borghese per una probabile differente esistenza.
Amory devastato dalla rottura e provato dalla triste parabola del sua vita e dal crollo dei suoi desideri, tuttavia apprende la volontà a combattere nonostante tutto, a comprendere delle responsabilità e amore per la vita e alla conoscenza di se stesso.



Si può ben definire l'esordio letterario di Fitzgerald un romanzo di formazione : tramite il giovane protagonista ne vediamo le fortune, gli insuccessi lavorativi e amorosi che spingono Amory Blaine, come molti altri personaggi dello scrittore¹ al rovesciamento delle antiche credenze e delle disillusioni, contro un passato di sogni vagheggiati.
Ancor di più è un'analisi pratica ed emozionale di un momento distinto della storia americana.
La guerra non ha qui la colpevolezza di portare via vite e destini, come sembrerebbe nell' "Addio alle Armi" di Hemingway, ma di aver partorito una generazione dipesa dall'edonismo, dalla vacuità morale "al timore della povertà all'adorazione del successo, divenuta adulta per scoprire che tutti gli dei erano morti, tutte le guerre combattute e tutte le fedi nell'uomo ormai vacillanti."
Una gioventù persa nel movimento folle del jazz, dell'alcool, del denaro e nelle pericolose civetterie delle flappers², giovani debuttanti emancipate, nuove donne che sapevano dimostrarsi pari agli uomini nella comunicazione come nel sesso. Ed è proprio di una di loro che il protagonista ne subisce il trauma, non dalla guerra. Le realtà quotidiane superano quelle collettive.
Come ho già scritto nella premessa, non ho trovato molte affinità col libro, probabilmente per la poca trama e per una visione d'insieme ristretta rispetto ai successivi romanzi, non sono riuscita ad essere trasportata completamente dalle parole.
In fondo "Di Qua dal Paradiso" non è che il principio di quell'esasperata ricerca fitzgeraldiana, verso il miraggio di un appagamento irrealizzabile.




M.P.




¹ Amory Blaine, Anthony Patch, Dick Diver,sono tutti personaggi che ambiscono a qualcosa, a diventare qualcuno e ne rimangono disillusi. L'unico che non potrà mai rendersi conto della verità è Jay Gatsby. Per noi sta ancora aspettando la chiamata di Daisy.
² Per chi amasse gli spunti biografici diciamo che  Isabelle Borgé è il ritratto della prima donna dello scrittore, Ginevra King, mentre Rosalind Connage è chiaramente Zelda.



Ebook :

"Di Qua dal Paradiso", F. S. Fitzgerald, Minimum Fax 2011

domenica 18 settembre 2016

Una mattinata alla Reggia di Caserta



Non c'è nulla che ti porti a stretto contatto con la storia che l'esperienza diretta.
Il poter rivivere brevi momenti di un passato lontano, le cui memorie, protagonisti e fasti riecheggiano nel riflesso di uno specchio, negli stucchi pregiati di un soffitto o negli eleganti saloni dove si decisero le sorti di milioni di uomini, per me si rivelano dei sogni esauditi.
Per questo il regalo di una mattinata alla Reggia di Caserta non può essere rifiutato.
Da ragazzetta visitai Versailles, ma per anni il mio pensiero era di vedere quella di Caserta, per il ruolo che svolse nella storia.
Partiti di buon'ora, siamo arrivati nella zona più periferica di Caserta; tra quelle viuzze popolate di gente indaffarata è impossibile non notare lo splendido palazzo che si erge poco distante.
Una visione che lascia a bocca aperta per la bellezza e insieme curiosa per le molte case che la circondano.


Progettata da Mario Gioffredo nel 1742, come una fortezza ove Carlo III di Borbone (1716-1788), potesse trovar riparo dalle minacce belliche, fu successivamente realizzato da Luigi Vanvitelli (1700-1773), come una reggia sul modello di Versailles. Se non poteva superarla, certo la poteva uguagliare.
Questi tenne la direzione dal 1752 al 1773, quando nel '74 subentrò il figlio Carlo.
I lavori si protrassero fino alla prima metà dell'Ottocento. Il palazzo a pianta rettangolare, su cinque piani, alla fine comprendeva anche un parco reale molto vasto e un giardino all'inglese.
Nel 1997 la reggia fu dichiarata patrimonio dell'UNESCO e tra le residenze più belle del mondo.

All'entrata si viene accolti dalla scenografica scalinata rivestita di marmo, lo Scalone d'Onore, con la rampa centrale e le due laterali. Lo sguardo resta fisso nella bianchezza e lucentezza della pietra e degli affreschi del soffitto, volti a stordire di splendore lo spettatore.

Vestibolo

Scalone Reale



Al di sopra di esso si trova la Cappella Palatina dove il re e la sua corte adempivano alle funzioni religiose. Analoga alla sorella di Versailles, durante la seconda guerra mondiale, una bomba distrusse la maggior parte delle decorazioni.



Agli appartamenti reali si accede attraverso ben tre anticamere che avevano la funzione di sale di attesa, secondo il rigido cerimoniale di corte : la Sala degli Alabardieri, delle Guardie del Corpo e la Sala di Alessandro, dedicata al condottiero (destinata all'attesa dei non titolati), ove si può ammirare il dipinto realizzato da Mariano Rossi (1731-1807), sulle nozze del macedone con la principessa persiana Rossane.

Sala degli Alabardieri



Gli appartamenti ottocenteschi (in un percorso a ritroso), si aprono con la Sala di Marte ove attendevano di essere ricevuti i nobiluomini, a cui seguiva la Sala di Astrea, destinata invece alle nobildonne.

Sala di Astrea

La maestosa Sala del Trono, ricca di fregi e stucchi dorati, rappresenta la sala delle pubbliche udienze. Alle pareti si scoprono i ritratti dei quarantasei regnanti, da Ruggero il Normanno a Ferdinando II. Lunga quaranta metri presenta un trono portatile in legno dorato, intagliato e tappezzato di velluto.


Sala del Trono



"La Posa della Prima Pietra", Gennaro Maldarelli

Dopo la Sala del Consiglio, si passa all'importante Camera da Letto di Francesco II.
Ultimo sovrano delle Due Sicilie, "Franceschiello" (1836-1894), era figlio di Ferdinando II e della "Regina Santa" Maria Cristina.
Malinconico, introverso e studioso, ereditò il regno posto "tra l'acqua santa e l'acqua salata"¹ nel 1859. Lo stesso anno aveva sposato la bella e spensierata Maria Sofia di Wittelsbach (1841-1925), sorella dell'imperatrice Sissi, rimasta nell'immaginario come "l'eroina di Gaeta", per il coraggio dimostrato contro le truppe piemontesi e da D'Annunzio come "l'aquiletta bavara".
La reggia di Caserta era nelle brame già da tempo della casata Savoia che vi si insediò nel 1861, spogliandola. Da qui iniziò la sua decadenza.

Camera di Francesco II

Sala da Bagno
Dipinto di Maria Sofia nella camera di Francesco II

Una parentesi napoleonica si ebbe nel 1808, quando fu nominato re di Napoli Gioacchino Murat (1767-1815), cognato dell'imperatore, di cui è rimasto l'Appartamento con mobilio in stile impero.
Gli appartamenti settecenteschi si aprono invece con le Sale delle Stagioni, ognuna con gli elementi tipici e sul soffitto i magnifici lampadari di Burano; la Camera da Letto di Ferdinando II, ove egli morì e gli Appartamenti della Regina Maria Carolina con la Sala di Ricevimento e la Sala delle Dame di Corte.


Camera da letto di Gioacchino Murat
Sala della Primavera


Sala dell'Estate


Studio di Ferdinando IV

Appartamento di Maria Carolina

Scorcio della Sala da Bagno

Negli appartamenti della regina si trovano due orologi sospesi con gabbia. Questi furono donati da Maria Antonietta alla prediletta sorella.

Maria Carolina (1752-1814), figlia della grande Maria Teresa d'Austria, andò in sposa nel 1767 al re di Napoli Ferdinando IV. A corte con la sua vivacità rinnovò la politica e la società del regno.
Nel 1806 dovette lasciare la corona a Napoleone, rifugiandosi prima in Sicilia, poi in Austria. Fino alla morte cercò in tutti i modi di contrastare l'antico avversario per riprendere il legittimo regno.
Ma si spense senza mai vedere il tramonto dell'odiato francese.
A queste sale si sussegue la Biblioteca del Palazzo con i suoi 14.000 volumi, occupando tre ampi ambienti, ricchi per lo più di testi classici.

La regina Maria Carolina

Biblioteca
Finita la visita agli appartamenti è doveroso apprezzare i ben centoventi ettari di superficie che si estendono nel parco reale.
I giardini pur non essendo rigogliosi come quelli presenti a Versailles, possiedono pompose fontane che si avvicendano lungo un  percorso in salita, accessibile grazie anche al servizio navetta (2.50 euro a/r a persona).
Da non perdere è la lunga e grande cascata e ai piedi la Fontana di Diana e Atteone, ispirata al mito, ove la bella dea con le sue ancelle, irata con il cacciatore Atteone colpevole di averla vista nuda nel fiume, lo trasforma in un cervo e di conseguenza muore sbranato dai suoi stessi cani.
Purtroppo per mancanza di tempo ho dovuto perdere la vera attrazione del parco, il Giardino all'Inglese (ma era solo parzialmente visibile), voluto dalla regina Maria Carolina.


Fontana Margherita
Fontana dei Delfini
Fontana di Diana e Atteone



Da anni si parla dello stato di abbandono di questo patrimonio artistico, di tutti i "ma" che i visitatori riportano nei lori commenti a freddo, e ahimè debbo confermarli anche io.
L'apparenza di una facciata principale pulita e ristrutturata, non riesce a nascondere tuttavia il deterioramento e lo sporco della sua parte interna.
Alla biglietteria ho dovuto scontrarmi con la poca gentilezza di una signora che alla mia richiesta di una mappa-guida, mi ha risposto : "Si ma devi pagare 1 euro e 50!" E pagare 1 e 50 per cinque pagine penso sia veramente troppo.
Eppure la sgradevolezza e l'assurdità hanno avuto il culmine nell'essere seguiti da varie signore vestite come se fossero a casa loro, munite di scopa e paletta, spazzare i pavimenti; per non parlare della visione di una ragazza che puliva mobili di gran valore storico con il semplice piumino raccogli-polvere colorato da casalinga. E tutto questo nei normali orari di visita.
Alla domanda di una turista su dove fosse il Teatro di Corte, un ragazzo addetto alle pulizie rispondeva che era già chiuso da qualche mese e non capiva nemmeno lui bene il perché.
La bellezza dei giardini invece, diminuiva purtroppo con la secchezza e la poca cura dell'erba.
Insomma la visita alla Reggia di Caserta mi ha lasciato l'impressione che non fosse tutta lì, che dietro quelle altre porte chiuse si nascondessero altri tesori abbandonati e il degrado non fosse opera del tempo ma dell'incuria dell'uomo. Lungi da me colpevolizzare chi lavora in quell'ambiente; non conosco le loro mansioni, ma consigliare un maggior amore, questo si.
Perché quelle atmosfere di antichità, eleganza, magnificenza sono ancora presenti nella nostra cultura, e il nostro vanto.
Vorrei concludere questo articolo con l'ultimo passo² di una vecchia intervista che un un giornalista del "Corriere della Sera" Giovanni Ansaldo, fece nel 1924 all'ex regina Maria Sofia che mostra tutta la vetustà di un'epoca di splendori :

"Mentre tentavo il mio primo inchino cortigiano, Maria Sofia accennava ancora, tristemente, col capo, alle avventure del mondo; che essa non vedrà più. Ma forse osservava anche la mia goffaggine plebea nell'ossequio alla Maestà, e l'impiccio in cui ero per uscire dalla stanza, senza voltare le spalle, come ho letto nei libri che si pratica con i re : e compiangeva questi miseri tempi, in cui non si insegna neppure l'inchino dinnanzi alle regine."



M.P.



Le foto di Alessandro Tommasi sono riservate.





¹ "La Regina del Sud. Amori e Guerre Segrete di Maria Sofia di Borbone", Arrigo Petacco, Mondadori 1992.
² Ibidem


lunedì 12 settembre 2016

"La Donna che amò Hitler" di Angela Lambert.


"Con una spiegazione un po' forzata, potremmo limitarci a dire che Hitler costituiva il destino di Eva, proprio come costituiva il destino della Germania : il modo in cui egli trattò questa giovane donna - prima ammaliandola, poi dominandola e infine distruggendola - riflette in piccolo il modo in cui sedusse e distrusse il popolo tedesco."


Eva Braun

Da sempre a rivaleggiare con gli amati romanzi classici, nella personale libreria, si trovano le biografie. Esse occupano uno spazio prestigioso e sono il frutto di anni di ricerche nelle varie librerie o bancarelle. Hanno per lo più come protagoniste donne riuscite a crearsi un posto nella storia, alcune più conosciute, altre dolorosamente dimenticate, eppur tutte da ammirare per il ruolo svolto in un mondo troppo stretto per loro.
Sapevo che con Eva Braun sarebbe stato diverso perché ci voleva molta oggettività e distacco nella lettura, non per ammirare, ma almeno per comprendere la sua figura che probabilmente fu un nulla rispetto a tutto l'orrore che accadde, ma che delineava assai bene quella vuotezza ed esasperazione del genere umano promulgati ed alimentati in quegli anni bui.

Pubblicata nel 2006 col titolo più appropriato di "La Vita Perduta di Eva Braun" dell'autorevole scrittrice e giornalista inglese Angela Lambert (1940-2007), già autrice di romanzi di successo, confermava l'attitudine tutta britannica nel saper raccontare con obiettività e finezza storica un personaggio, anche scomodo.
Il libro ripercorre la vita e la memoria di quel che fu prima l'amante e poi la sposa per un giorno¹ di Adolf Hitler (1889-1945). Una donna viziosa, nazista da capo a piedi, crudele ed indifferente alla vita. No. Contrariamente al nostro pensiero Eva Braun non fu questo. Era una brava ragazza bavarese con delle aspirazioni e dei sogni, anche se questi ultimi non coincidevano con la vita, ma con un destino di morte.

Nata nel 1912 a Monaco da una buona famiglia cattolica, sotto gli ultimi fuochi dell'imperialismo, cresciuta sotto le rovine di una Germania avvilita e vinta dopo la Grande Guerra, cullata da nenie e storie dal significato oscuro, Eva Braun era intelligente, vivace, appartenente alla nuova generazione di giovani che si affacciavano negli anni '20-'30, eppur restrittiva nei confronti delle donne, il cui scopo era quello di ritornare alle buone vergini e alle buone fattrici dopo il sopruso lavorativo ai danni del genere maschile durante il conflitto.
Lo incontrò quando diciassettenne, nel 1929, lavorava come commessa e apprendista presso lo studio fotografico di Heinrich Hoffmann. Non fu semplice diventarne l'amante fra tante donne affascinate dal suo carisma, eppure ella ci riuscì con caparbietà e pazienza. Se prima Eva risultava un mero oggetto sessuale, col tempo ne diventò la quotidianità. Nella residenza del Berghof (Baviera), dove si radunavano i gerarchi più fedeli, la giovane trascorse gli anni dal 1932-1945 tra passeggiate nei boschi, nuotate nei laghi, feste, immortalandosi in foto o in pochi minuti di pellicola, cambi d'abito e pettinature e lunghe ore di ginnastica per modellare il suo bel corpo. Una energia da cui scaturivano forza e vigore di giovinezza.
Un lusso ozioso contornato di superficialità e solitudine che contrastava con lo spirito combattivo ed esasperato dell'ideologia nazista.
Albert Speer² la definì "la donna più infelice di Germania" perché non era tutto oro quello che luceva.
La sua fu un'esistenza di contrasti, pur padrona di un piccolo rifugio, veniva sorvegliata ad ogni passo da qualche soldato o faccendiere, non aveva il permesso di muoversi né (umiliazione più grande), presenziare al fianco del suo uomo nelle cerimonie ufficiali. Silenziosa e nell'ombra, il suo scopo era di attendere giorni, a volte settimane il suo ritorno.
Ma sapeva essere ribelle nel suo piccolo : se in quell'epoca le donne non potevano comportarsi da uomini, ecco che lei si faceva vedere truccata mentre fumava, se il nazismo promuoveva unicamente canzoni popolari, atte a dimostrare la superiorità ariana, Eva si dava la jazz, dove si comandava l'emarginazione degli ebrei, lei andava a rifornirsi nei loro negozi di abbigliamento.
Tuttavia non era un'eroina, Eva amava veramente Hitler; in lui non vedeva il Führer ma l'uomo.
Il ventinove aprile del 1945 quando gli alleati riuscirono a sfondare il bunker del Reich, trovando i pochi resti dei due corpi, non capirono chi fosse quella donna.
Se ne era andata nel silenzio, come era vissuta. Il suo ultimo gesto estremo passò inosservato e di lei si incominciò a parlare solo ai processi di Norimberga.

Durante la lunga lettura sorge spontaneo e inevitabile porsi delle domande : come poteva questa giovane donna essere attratta da colui che aveva piegato, nel secolo scorso, l'umanità intera?

"Ma le donne ingenue possono amare gli assassini, i torturatori, i violenti e gli stupratori - e i fondamentalisti religiosi e i politici corrotti - ed Eva amava Hitler. In tempi normali sarebbe stata semplicemente una donna gentile, generosa, sensibile, leale."

E se ciò non bastasse, psicologicamente si potrebbe dire che nell'essere umano, anche il più crudele, si possono trovare tratti amabili, a dimostrare al tempo stesso che non è mai "tutto bianco o tutto nero". Ed Eva questo vi scorgeva.
Quasi certamente sapeva cosa avveniva fuori dal suo paradiso terrestre, "tutti sapevano", eppure non avrebbe avuto comunque la possibilità di far qualcosa, la sua persona, nonostante tutto, aveva ben poca influenza.
Questa biografia, così splendidamente portata avanti dalla Lambert, mostra tutte le ambiguità, le fragilità e la forza di un personaggio femminile che diventò immagine speculare di una distopica visione.



Sono rimasta entusiasta dalle sue pagine che via via si voltavano molto più in fretta del solito, per le dettagliate ricostruzioni che la scrittrice è andata a scovare di persona nei luoghi citati, tra le persone allora in vita. Un panorama storico sotto cui non sono venuti meno (la storiografia si dimentica spesso di menzionarle a favore degli elementi più macabri), le organizzazioni che sfidando il proprio coraggio, hanno tentato di fermare il sistema; a dimostrazione che resistere fosse possibile³.
Stupisce invece la reticenza di una parte di tedeschi ancor'oggi risentiti di una colpa addossata a loro, tale da non soffermarsi troppo sul loro passato, quasi a cancellarlo nei ricordi come negli angoli delle città.
Mi sono chiesta quindi a fine lettura : perché leggere, conoscere, comprendere vicende o parti di storie e continuare ad approfondire personaggi dalle personalità ambigue e non certo da ammirare, invece di relegare tutto in una memoria lontana e inaccessibile per non far più male?

"A mia madre piaceva rievocare quelli che per lei erano stati i giorni felici e innocenti dell'infanzia e della gioventù. Le sue storie, che crescendo ho sentito narrare tante volte, si accavallano a quelle di Eva. Adesso vorrei solo aver chiesto di più e ascoltato con maggiore attenzione."
Angela Lambert (Introduzione al libro).

Ho trovato in questa affermazione la miglior risposta.



M.P.




¹ Hitler non volle mai sposarsi (solo nell'ultimo istante si decise), perché si sentiva votato alla Germania, tuttavia ne aveva paura. Nato da un rapporto incestuoso tra zio/nipote, nella sua famiglia erano presenti persone con dei ritardi mentali. Non avrebbe mai potuto sopportare un figlio problematico.
² Albert Speer (1095-1981), architetto e uno dei più fedeli accoliti di Hitler. Ai processi di Norimberga fu l'unico a pentirsi dei fatti accaduti (non si sa quanta finzione ci mise),e contrariamente ad altri imputati, gli fu risparmiata la vita ma venne condannato a vent'anni di reclusione nel carcere di Spandau, dove redasse gli appunti per le successive "Memorie del Terzo Reich".
³ Dalle donne tedesche che si radunarono sulla  Rosenstrasse per reclamare con veemenza i propri mariti ebrei, partiti per i campi di sterminio, riuscendovi, alla Swing Jugend, un gruppo di giovani appassionati di swing e jazz che attraverso la musica sbeffeggiavano i cardini del nazismo e come non citare Sophie Scholl (1921-1943), ragazza leader insieme al fratello Hans del gruppo clandestino della "Rosa Bianca", il cui scopo era quello di rendere pubbliche le atrocità di Hitler. Scoperti e dichiarati colpevoli, vennero messi a morte. Invece nessun ebreo bulgaro fu inviato nei campi di sterminio, grazie alla ribellione della popolazione.





Libro :

"La Donna che amò Hitler", A. Lambert, Rizzoli Storica 2006

lunedì 5 settembre 2016

Il Museo Napoleonico di Roma



In piazza ponte Umberto I, in una delle zone più belle e turistiche di Roma, fra dimore storiche e i locali che di notte si animano, ti trova defilato e poco osservato dai più, il palazzo del Museo Napoleonico, piccolo ma incredibilmente legato alla sua città.
Il palazzo costituiva la residenza dell'originale ed eclettico conte Giuseppe Primoli (1851-1927), appartenete alla decadente nobiltà romana di fine Ottocento. Erudito e bibliofilo, il suo salotto letterario fu frequentato da esponenti della cultura e della politica italiana e francese. Appassionato di fotografia¹, di cui fu abile pioniere raffigurando spaccati di vita romana e parigina negli anni 1885-1905, il conte Primoli poteva vantare parenti illustri, come diretto discendente dei Bonaparte, essendo figlio di Charlotte Bonaparte (1832-1901), nipote di Giuseppe, fratello di Napoleone.
Per anni il conte collezionò e recuperò importanti opere d'arte, cimeli, costumi, tesori, magnifiche manifatture di grande valore storico della famiglia materna, meritevoli di essere ancor più conosciuti e ammirati.
Alla morte, secondo le sue volontà, Primoli li donò alla città di Roma insieme al suo palazzo, a dimostrazione dell'affetto nutrito per la capitale.
Oggi il museo storico è ubicato al pianterreno e ultimamente, secondo le direttive del Ministero dei Beni Culturali, visitabile gratuitamente.


Carlo Maria Buonaparte (1746-1785) = Maria Letizia Ramolino (1750-1836)
  •         Giuseppe Bonaparte (1768-1844), re di Napoli e Sardegna
Zénaide (1801-1854)
Charlotte(1802-1839)
  •          Napoleone I  (1769-1821)
Napoleone II (1811-1832), duca di Reichstadt
  •          Luciano (1775-1840), principe di Canino. Ramo romano 
Carlo Luciano (1803-1857) =  Zénaide, da cui una figlia Charlotte (1832-1901) sposa il conte Pietro Primoli conte di Foglia (1820-1883), da cui Giuseppe Primoli.
  •         Luigi (1778-1846), re d’Olanda. 
Napoleone III (1808-1873), imperatore dei Francesi

  •        Girolamo (1784-1860), re di Vestfalia, da cui discende il ramo americano dei Bonaparte, estinto nel 1945. Da Caterina di Wurttemberg ebbe la principessa Matilde.

Il percorso si articola in XI sale, ognuna con tematiche singole. Nella sala I-II la più ricca in fatto di oggettistica, vengono riportati alla luce i fasti del Primo Impero (1804-1814), attraverso dipinti, busti e soprattutto gioielli, cammei e cadeux che dovevano rappresentare non solo il legame affettivo tra i Napoleonidi ma una propaganda pubblicitaria del potere detenuto.
Con particolare attenzione si notano il piccolo salotto di Napoleone Bonaparte portato dalla sua residenza di Saint-Claude, il magnifico ritratto dell'imperatrice Giuseppina (1763-1814), prima moglie di Napoleone, in gran costume accanto ad un vaso con le sue amate rose, eseguito dal pittore Robert Lefèvre nel 1805.





Salotto dell'imperatore

Ritratto di Giuseppina

Nella II-III sala veniamo richiamati dalla magnificenza e splendore tipiche del Secondo Impero (1852-1870), di Napoleone III, ricreate secondo il gusto sfarzoso dell'epoca. Troneggiano qui i ritratti dei due sovrani eseguiti dal Winterhalter nel 1852.
L'imperatrice dei Francesi Eugenia (1826-1920), di origini spagnole, è raffigurata in tutta la sua bellezza, la corona imperiale le si trova accanto, mentre indica sullo sfondo uno scorcio delle antiche Tuileries. Affascinante e famosa per i suoi grandi abiti, non era tuttavia molto amata dal suo popolo che la vedeva come una figura intrigante.
Il mobilio della sala risiedeva invece nel salotto parigino della principessa Matilde (1820-1904).




Napoleone III

L'imperatrice Eugenia

La IV sala del museo è dedicata a quel che solo per titolo e mai de facto, il Re di Roma, ovvero Napoleone Francesco, noto come Napoleone II (1811-1832), figlio di Napoleone e della seconda moglie Maria Luisa d'Austria, divenuto nel 1832 duca di Reichstadt dopo la fine dell'era napoleonica.
Bello e intelligente, nella stanza sono presenti dipinti ed oggetti personali della breve e sfortunata vita dell'Aiglon, i cui sogni del padre lo avevano promesso ad una gloria perpetua, non ad una solitaria dipartita.
Sotto una teca invece è visibile l'ultimo gioco che l'imperatore portò con sé nell'ultima residenza a Sant'Elena.

Ultimo gioco di Napoleone

Dopo la sala riguardante la Repubblica Romana (1798), trova spazio la sorella più famosa del Bonaparte, la bella Paolina, su cui la storia e i pettegolezzi tanto hanno favoleggiato.
Paolina possedeva una personalità non dissimile da una Giulia imperiale, seducente e spregiudicata con i suoi amanti, eppur fedele ad un solo uomo, il fratello.
Si possono ammirare mobili tipicamente femminili come la toletta, lo specchio portatile (poi donato alla nipote Charlotte), come le scarpette e il bel dipinto di Francois Kinson (1808), ad immortalarne la bellezza.

Toletta

Specchio portatile


Paolina Bonaparte

Successivamente alla sala del Regno di Napoli, omaggiante al fratello maggiore di Napoleone, Giuseppe (1768-1844), re di Napoli e Sardegna, segue quella dedicata a Zénaïde e Charlotte, figlie di Giuseppe e Julie Clary.
Le sorelle sono dipinte in una splendida opera di Jacques-Louis David del 1821, unite elegantemente mentre leggono una lettera del padre.



Nécessaire da viaggio di Zénaïde. Esso comprendeva l'occorrente per scrivere, pezzi di toletta e cucito.

Alla sala dedicata a Luciano Bonaparte (1775-1840), principe di Canino, altro fratello dell'imperatore, con il ritratto della seconda moglie Alexandrine de Bleschamp (a Spoleto c'è il suo bellissimo abito di corte), si prende conoscenza con il ramo romano della famiglia con i ritratti del proprietario del palazzo e della cugina Matilde, donna del bel mondo francese e libertina, grande protettrice di scrittori come Gustave Fluabert, Alexandre Dumas figlio, Ernest Renan.
La libreria di Napoleone con i suoi ultimi volumi della sua collezione a Sant'Elena è sicuramente il pezzo più prestigioso del museo, in cui si rimarca la passione dell'imperatore per i classici e saggi storici.


Napoleone Bonaparte



Alexandrine de Bleschamp


Libri di Sant'Elena


Giuseppe Primoli e la Principessa Matilde


Entrando nel piccolo museo si rimane strabiliati dalla enorme quantità di memorabilia risalente ad un periodo così lungo, una galleria di memorie simile più ad una macchina del tempo, trasporta il visitatore dagli inizi dell'Ottocento arrivando alla sua fin-de-siècle per tutti gli appassionati di storia e storie di una città che non ha mai finito di stupire ed ammaliare e al suo diritto di essere per questo riamata.


M.P.



Le foto sono riservate.



Sito del Museo Napoleonico di Roma.


¹ Nel suo viaggio a Roma (31 ottobre - 15 dicembre 1894), lo scrittore Émile Zola citava i fratelli Primoli con la loro "lanterna magica".



Per chi voglia leggere biografie su alcune donne della famiglia Bonaparte consiglio :

"Josephine. Dalla Martinica al trono di Francia la donna che sposò Napoleone", Ernest J. Knapton, Mondadori.
"Paolina Bonaparte. La Venere dell'Impero", Flora Fraser, Mondadori
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