giovedì 5 luglio 2018

"Nord e Sud" di Elizabeth Gaskell


Più vicino nella città, l'aria aveva un sapore indistinto e odorava di fumo: forse, dopotutto, era dovuto alla perdita della fragranza dell'erba e della vegetazione, più che a un qualche sapore o odore reali. Veloci turbinarono lungo strade dritte e desolate, fiancheggiate da piccole case di mattoni tutte uguali. Come chiocce tra i loro pulcini, qua e là si ergevano grandi fabbriche, edifici rettangolari con tante finestre che emettevano sbuffi di fumo "non parlamentare", in una quantità tale che Margaret li aveva scambiati per quella nube che preannunciava la pioggia. Per le strade più lunghe e ampie, dalla stazione all'albergo, la loro carrozza si dovette fermare di continuo, carri carichi di merce bloccavano le vie principali non sufficientemente larghe.

"Nord e Sud" (2004), Brian Percival

Il primo approccio che ho avuto con la Gaskell è stato con alcuni dei suoi racconti, come quello compreso nella "La Casa Sfitta", romanzo natalizio scritto a più mani con i più grandi autori vittoriani.
La lettura, invece, di questo mio primo, lungo romanzo, è stata proposta da mia sorella a mo' di sfida, convinta che mi sarebbe piaciuto, e in effetti posso dire che abbia vinto perché questo libro mi ha avvinto fin da subito sotto vari aspetti, che ancora oggi pongono molte riflessioni e poche soluzioni; anzi un libro che potrebbe essere un ottimo consiglio di lettura per l'estate, per il suo contenuto che unisce storia, sentimento, tematiche attuali, aggiunte ad uno stile elegante e scorrevole.
"Nord e Sud" romanzo sociale che porta il lettore nei due estremi nell'Inghilterra del XIX secolo, fu pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista Household Words di Dickens nel 1854 e in volume l'anno successivo.
Il contesto storico in cui si snoda la vicenda si apre nella seconda rivoluzione industriale, quando l'Inghilterra, tra il 1850 e il 1870, godette gli anni d'oro dell'industrializzazione e del progresso, soprattutto per quanto riguardava le fabbriche del settore tessile e macchinario, unito ad un aumento della popolazione ed una rapida urbanizzazione.
Ma lungi dall'apportare un apparente benessere, la rivoluzione industriale dell'età vittoriana aveva provocato malesseri interni negli strati più bassi della società: alti tassi di mortalità degli operai dovuti alle condizioni di lavoro a cui erano costretti, lo sfruttamento dei bambini con conseguente analfabetismo, una grande concorrenza nel mercato che causava il basso salario e quindi miseria e scarse condizioni igieniche. Nascevano tumulti, scioperi, lotte di classe e contrasti con i sindacati e si aggravava con l'emigrazione irlandese¹.
Elizabeth Gaskell (1810-1865) affrontò questo momento sia in prima persona (andando a vivere dopo il matrimonio a Manchester, fulcro dell'industria dell'epoca), sia in campo letterario per le tematiche che la legavano a Charles Dickens.
Nelle loro collaborazioni, la Gaskell ebbe un ruolo importante di coadiuvante anche per aver saputo tener testa, in varie discussioni, al maestro inglese, mentre profonda è stata la sua amicizia con Charlotte Brontë, di cui scrisse anche una biografia.
Lungo gran parte del Novecento la figura della Gaskell fu sottoposta all'etichetta di "letteratura prettamente femminile" e soltanto in un secondo tempo le sue opere sono state giustamente rivalutate come acute rappresentazioni dei vari ambienti della società inglese, borghese o provinciale.
Pur non possedendo la proprietà di stile e di narrazione di Dickens, la scrittrice inglese riuscì (molto più di lui) a raccontare la realtà sociale libera da pietismi ed enfatizzazioni.


Margaret Hale figlia di un pastore anglicano e di una donna di classe più agiata, viene cresciuta a Londra da una ricca zia materna insieme alla cugina, la bellissima Edith.
Margaret ha vissuto fino ai diciannove anni in una società ancora legata all'aristocrazia, con tutti i suoi aspetti formali: balli, cene, teatri, conversazioni inutili, ospiti brillanti, ma che hanno contribuito a darle modi gentili e un'educazione da signora.
Ma quando la bella cugina si sposa e la zia ne approfitta per un viaggio in Italia, Margaret contenta e senza rimpianti, torna nel villaggio natio del sud, Helstone.
Con i genitori riprende possesso di quella terra fertile e accogliente, di quelle ore pacifiche trascorse in letture, visite, riflessioni nella natura.
Margaret cerca di progettarsi un futuro (nonostante l'amarezza per il fratello costretto all'estero), eppure ancora una volta l'imprevisto ha la meglio su di lei: il padre smosso da dubbi teologici, preferisce lasciare il suo mandato da religioso e contare di vivere sulle proprie forze.
Si trasferiscono quindi nell'unica città dove poter trovare lavoro come precettore, a Milton, perfetto centro urbano industrializzato, di grandi palazzi, di svettanti fabbriche da cui fuoriescono fumi neri, di strade sporche e strette e un via vai di persone stanche e affrettate, poco propense alla conoscenza.
Margaret entra in un mondo agli antipodi di quello lasciato ad Helstone, eppure col tempo rimane commossa dalla vita e dalle storie di questa città, tanto da diventare amica di una famiglia di poveri operai e soffrire delle loro vicende di miseria e precarietà.
Fa la sua conoscenza anche con un industriale di una fabbrica di tessuti, un gentleman e simbolo dell' "uomo fatto da sé", John Thornton, con cui si scontra in alterate discussioni, in quanto l'una difende il diritto umano, l'altro le ferree regole del capitalismo.
Viene perfino coinvolta, suo malgrado, in uno sciopero violento che scoppia nella ditta di Thornton: da quel momento la giovane donna attraverso tristi vicissitudini, diventa il simbolo di un possibile raffronto tra la classe operaia e quella industriale, tra il sud anacronistico e il moderno nord, prendendo in mano la sua vita (una terza volta), e conquistare la propria libertà, indipendenza e l'amore.

Ciò che rende interessante questo romanzo al di là della piacevolezza della trama, è lo sfondo illustrato dalla scrittrice inglese. La Gaskell ha focalizzato un momento della rivoluzione industriale che tutt'ora (purtroppo), è ancora valido.
In un periodo di grande fulgore per l'età vittoriana, che segnò il passaggio dall'ambiente rurale all'ascesa del modello urbano, vengono qui descritti gli aspetti più cupi di quel progresso: l'inquinamento e la salubrità dell'aria delle città, il dominio della ricchezza nelle mani di poche persone, le lotte di classe, i tumulti, gli scioperi (alcune delle più belle pagine del libro raccontano uno di questi), le precarie condizioni degli operai e la pochezza della loro istruzione non adeguata rispetto ai tempi e la difficoltà di conciliare burocrazia e lavoro.
Si rimane un po' spiazzati leggendo di queste tematiche così attuali ed emergenziali oggi, in un libro di metà Ottocento. Lo scenario sociale è la vera qualità di quest'opera gaskelliana nei suoi vari strati di costumi e vita quotidiana.
Da donna-scrittrice la Gaskell non poteva non comprendere il nuovo ruolo e i cambiamenti della figura della donna in un simile contesto.
Margaret Hale, benché non abbia riscosso la mia piena simpatia, è un personaggio femminile che lungo ben cinquecentotrentadue pagine diviene una donna libera, indipendente, capace di imporre la propria volontà, di affermarsi in un mondo maschile e di provvedere per se stessa, seppur ancora raffigurata qua e là in un prototipo di "rossori e lacrime".


La formazione educativa sotto cui si profila e viene esaltata la protagonista, non passa tanto attraverso le sue conoscenze basilari, ma nella presa di coscienza di avere parte attiva nella sfera sociale uguale all'uomo, di pari competenze e dignità.
Margaret presenzia alle riunioni degli uomini, pur con il suo immancabile lavoro da cucito, e ne prende parte verbalizzando le proprie opinioni anche se differenti dal sentire comune: la bella  cugina dedita a vestiti e balli è un personaggio che può andare nel dimenticatoio.
Tra i vari contrasti presenti nel romanzo, quelli di classe, quelli tra l'universo maschile e femminile, esistono quelli che antepongono il Nord e il Sud, che a ben guardare non rappresentano unicamente i due estremi geografici, ma diventano la personificazione del passato (con i suoi valori) e del presente (con il suo veloce sviluppo).
Margaret fa da congiunzione fra questi due mondi, provando uguali sentimenti e trovandovi una possibile coesione, una comunione d'intenti come soluzione di una società migliore.
Il finale pur essendo prevedibile fin dall'inizio, non è comunque precipitoso e ricorda molto da vicino "Jane Eyre" della Brontë, tuttavia in una composizione più concreta e realisticamente efficace.



M.P.



¹ Una grave carestia provocò una grande emigrazione del popolo irlandese verso altre nazioni.
² Città immaginaria ispirata a Manchester.





Libro:

"Nord e Sud", E. Gaskell, Jo March


giovedì 28 giugno 2018

Notturni estivi dal XX secolo tra realtà e sogno


Ad Alessandro,
perché la bellezza della fantasia
nasce dal coraggio.



«A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse...[...]. ]» ("La Bella Estate", Cesare Pavese)


Come ho provato a raccontare il mare d'estate nelle opere d'arte nel XX secolo e in seguito il lago, quest'anno ho scelto un altro elemento caratterizzante la bella stagione: la notte.
Perché rispetto a quelle invernali (a mio parere), quelle estive ci fanno sognare di più ad occhi aperti, rimanere svegli nelle tarde ore e poggiare i nostri piedi su quel confine invisibile che esiste tra la realtà e l'irrealtà.
Ho scelto per questo articolo una panoramica di dipinti di artisti più o meno conosciuti, ognuno di nazionalità e stili diversi, sullo sfondo della propria particolare ed influente epoca.
Molti artisti, soprattutto del Nord Europa, hanno raffigurato attraverso i colori, il movimento, i soggetti, questo emblematico tema, che non ha nulla di superficiale o puerile, poiché con il sogno e l'immaginazione, l'uomo ha fatto scaturire dalla sua mente le migliori idee; magari proprio alzando gli occhi verso uno sfondo incantato.

Buona Lettura!



"Notte d'Estate", W. Homer

Due donne strette l'una all'altra accennano ad un misterioso passo di danza, al chiaro di luna su una scura e sconosciuta costa.
L'insolita rappresentazione, resa originale proprio da quel gesto, rientra tutt'oggi come il notturno più straordinario della storia dell'arte americana. A realizzarlo nel 1890 fu l'artista statunitense Winslow Homer (1836-1910), dal titolo "Notte d'Estate".
Homer, il maggiore esponente della sua epoca nel mondo artistico oltreoceano, fu un celebre pittore autodidatta, poliedrico, capace di attirare l'attenzione con i suoi paesaggi, ritratti e per aver percorso e descritto in lungo e in largo la vita e gli avvenimenti del quotidiano americano, dalla guerra di Secessione in poi, articolandola in vari contesti.
Nel 1883 dopo aver rappresentato paesaggi rurali, donne e scene militari, si trasferì nel Maine, inaugurando così il passaggio ai soggetti marini.
Il Maine, il più settentrionale degli stati del New England che si affacciano nell'Oceano Atlantico, con la sua costa frastagliata e rocciosa, con i suoi luoghi isolati e misteriosamente ambigui (che diverranno fondamentali per i pittori della seconda metà del Novecento), conobbe un notevole sviluppo economico dopo la guerra. Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, gli Stati Uniti erano la maggior potenza al mondo, secondi solamente all'Impero Britannico e la crescita commerciale e culturale, unita ad una fase di cambiamenti ed ottimismo, incominciava a riversarsi anche nell'ambiente pittorico, producendo un proprio genere in cui riconoscersi.
Homer mise in questo lavoro non solo l'identità ma la perfetta sintesi tra realismo e simbolismo.
Intorno alle due figure femminili che ballano in una notte d'estate sulla riva dell'oceano, forse mogli di pescatori del Maine, si staglia sulla destra un incognito gruppo di persone immerse nel buio che guardano il paesaggio e le donne. Le onde si infrangono con fragore sulle rocce mentre una meravigliosa luce lunare si specchia sulla superficie dell'acqua dalla costa fino all'orizzonte. Questo contrasto tra ombre e luci crea un effetto di arcana poesia, di tumulto di sensi umani e soprannaturali che sembra quasi di sentire.

Negli ultimi anni "Nordic Summer Evening" (1889-1900) risulta tra le opere più riprodotte in commercio, per copertine di libri od oggetti di vario uso e non è difficile ritrovarselo sovente nella rete. È un'opera che innegabilmente affascina l'immaginario di chi la guarda e gli occhi dello spettatore sono catturati dai vari elementi che vi figurano, impossibili da tralasciare, nemmeno quelli più insignificanti. Tutto rende stupefacente questo dipinto.
Richard Bergh (1858-1919) ritrattista e paesaggista svedese, formatosi nella Reale Accademia di Stoccolma, fu riconosciuto alla fine dell'Ottocento il primo fra i pittori della nazione, tanto da dirigere nel 1915 il Museo Nazionale Svedese.
Tra il 1870 e il 1880 molti artisti svedesi subirono l'influsso dell'Impressionismo francese, pertanto riportarono da Parigi lo stile di dipingere en plein air, catturando i vari effetti della luce durante il giorno. Questo gruppo chiamatosi gli Oppositori diedero al loro lavoro comunque un indirizzo romantico, volendo risvegliare lo spirito patriottico e culturale della nazione, unita allora politicamente ancora alla Norvegia. Lo stesso sentimento pervade questo dipinto incentrato sulla caratteristica serata estiva nordica: una donna ed un uomo, l'una di fronte all'altro, guardano da un balcone sopra alla baia, il meraviglioso paesaggio di Kyrkviken nella luce del crepuscolo.
Il balcone, dove i due si affacciano, fa parte della casa ad Ekholmsnäs Manor, nel comune tipicamente marino e ricco di grandi foreste del Lidingö, dove il pittore vi risiedette verso la fine del XIX secolo.

"Nordic Summer Evening", R. Bergh

Mentre la coppia contempla silenziosamente il panorama, l'acqua del lago riflette la luce dorata del tramonto che carezza la parte sinistra dell'abito bianco della donna e le gambe dell'uomo. Dietro di loro, una barca ormeggiata al molo e una folta vegetazione dirige il nostro sguardo verso l'orizzonte: lo stesso campo visivo che cattura la coppia.
Nelle fattezze della donna sembra che il pittore vi abbia rappresentato la cantante Karin Pyk mentre il modello maschile sarebbe il principe Eugenio di Svezia e Norvegia (1865-1947), mecenate e artista lui stesso. Ma il quadro non presenta nessuna funzionalità di ritratto.
È una vera opera d'arte capace di comunicare l'effetto della luce in una serata estiva, il carattere romantico, la tensione emotiva di una coppia in un clima placidamente sereno e il confine che Bergh ci mostra fra le realtà umane e le suggestioni della natura.

Molto prima di votarsi alle righe, ai quadrati, rettangoli e alla scomposizione delle forme, Piet Mondrian (1872-1944), pittore olandese pioniere dell'arte astratta introdotta nel XX secolo, subì per un periodo di tempo ancora la fascinazione con quei movimenti artistici che via via stavano scomparendo con l'avanzata del pieno Novecento.
E "Notte d'Estate", questo nebuloso e meraviglioso dipinto del 1906-1907, si pone come raccordo tra tutto ciò che era il passato e quello che stava arrivando.
Diciotto anni prima Vincent van Gogh aveva dipinto la "Notte Stellata" e quattordici anni prima  Edvard Munch aveva realizzato "Sogno di una Notte di Mezza Estate". È chiaro il riferimento a queste opere.
Mondrian ha rappresentato qui il suo notturno estivo: una campagna olandese immersa nel silenzio e nell'immobilità di una notte rischiarata dalla luce di una luna psichedelica. Il fiume non è altro che un rivolo, come caduto sul terreno di un verde spento mentre dietro il corso d'acqua si stagliano delle sagome verticali, impercettibili alberi marroni.

"Notte d'Estate", P. Mondrian

La composizione è semplice e priva di dettagli, ridotta all'osso, seppur le varie masse di colore stese a zonature conferiscono all'opera un'atmosfera segretamente espressiva. Non ha nulla di romantico eppure attraverso sottili percezioni riesce a dare allo sguardo dello spettatore una porzione così vicina alla realtà e che presto avrebbe rivendicato l'assenza di forma.

Il solstizio d'estate , la notte più lunga dell'anno per molti, che segna il passaggio dalla primavera alla stagione più calda e spensierata, era un evento molto importante presso i popoli antichi, propiziatorio per accogliere nuovamente il ritorno alla fertilità della terra.
Ultimamente quello di dare il benvenuto al solstizio d'estate è ritornato ad essere un appuntamento atteso in varie parti del mondo, volto a celebrare il periodo più amato e magico, così carico di leggende, miti e tradizioni che si perdono in passati ancestrali.
In Inghilterra la vigilia d'estate viene chiamata Midsummer's Eve: una notte piena di suggestioni e desideri, dove a regnare è il surreale e la realtà e il sogno si confondono.
Il pittore inglese Edward Robert Hughes (1851-1914) si ispirò alla onirica opera "Sogno di una Notte di Mezza Estate" di Shakespeare per rappresentare la sua visione di questo momento nel dipinto "Vigilia di Mezza Estate" del 1908.
L'ambientazione notturna del quadro è un bosco molto fitto, dove al centro della scena compare una bella fanciulla vestita come una creatura delle fiabe. Forse fa parte di quella schiera di personaggi mitici che di giorno si celano negli alberi o nei fiori per poi emergere completamente di notte o è una donna che è entrata per caso in un sogno. Alla cintura porta un antico flauto usato forse come chiave per accedere in questo luogo e chiamare questa schiera di fatine disposte intorno a lei. La ragazza è un poco abbassata e tiene fra le mani un lembo del suo vestito, probabilmente per vedere meglio questi spiritelli così vivaci che portano in alto questi fiori a campana colorati.
La composizione gioiosa dell'opera colpisce per l'armonia dei giochi di luce prodotte dalle fate e dai raggi di luna che illuminano sul fondo gli alberi e i prati.
Tutto è uno sfoggio di mistero, magia e possibilità.

"Vigilia di Mezza Estate", E. Hughes
Hughes apparteneva al gruppo dei pre-raffaelliti, movimento sorto in Inghilterra nel XIX secolo, che andando contro l'accademismo ufficiale, il convenzionalismo vittoriano e la fredda società industriale, promulgavano con il loro stile un recupero dell'arte più spontaneo e focalizzato sulla natura, la vita, la bellezza, la poesia. Ma questo modo di interpretare poeticamente svariati temi sociali non aveva nulla di superficiale: con il loro stile i pre-raffaelliti presagivano le prime inquietudini di fine secolo.

Forse non c'è nulla di più suggestivo e magnetico per l'occhio occidentale che ammirare la nitida vivacità di un'opera orientale. La distanza geografica ci rende quel mondo lontano, nello spazio e nel tempo, e quindi affascinante per la varietà della sua cultura così differente dalla nostra.
Come questo placido quadro di Koitsu Tsuchiya (1870-1949) realizzato nel 1936, dove ha rappresentato uno dei tesori più sacri per l'isola nipponica.
Tsuchiya fu uno dei volti meno conosciuti dello Shin Manga nato nel XX secolo, di cui apparteneva alla terza generazione (1910-1960). Il movimento specializzato nei paesaggi, si ispirava agli impressionisti francesi, mescolando elementi occidentali e giochi di luce per ricreare atmosfera, stati d'animo ed emozioni attraverso i fenomeni naturali.
Ma non solo. Tratteggiando temi tradizionali in una visione nostalgica e romantica, questo ha raccontato un paese in via di trasformazione.
Con la nascita del Giappone moderno sotto l'epoca dei Meiji (1868-1912) avvenne il superamento della sua antica struttura feudale: l'isola divenne concretamente una nuova grande potenza mondiale, con l'aumento demografico e lo sviluppo dell-industria, del commercio e delle banche.
Sotto l'imperatore Hirohito (1926-1989) il rinnovamento urbano raggiunse le ferrovie, le strade e tutte le architetture in legno andarono a scomparire.
Tsuchiya con "Summer Moon at Miyajima" dipinse uno degli ultimi luoghi simbolo dell'antico Giappone.
Miyajima è un'isola che sorge nella parte occidentale del Mar Interno di Seto, nella baia di Hiroshima. Ufficialmente chiamata Itsukushima¹, l'isola è famosa per i suoi bellissimi fiori di ciliegio e per l'importante presenza del santuario omonimo, fiore all'occhiello del Giappone e patrimonio mondiale dell'UNESCO.
L'artista ha voluto mostrare appunto un angolo di questo tempio in una notte estiva. Nel cielo di un blu intenso, le nuvole si diradano per far apparire una luna bella tonda che si specchia in una parte di mare, dove un barcaiolo sta (ri)tornando forse nel tempio. Poco più distante si nota uno dei famosi torii, ovvero delle porte tradizionali giapponesi poste solitamente all'ingresso dei santuari, che quasi sorveglia il luogo addormentato. Contrapposta alla luce lunare c'è anche quella delle lanterne che si susseguono e mostrano il leggero movimento dell'acqua insieme alla luna.
La scena sembra quasi fotografata e particolareggiata nei vari elementi da darci l'esatta immagine di un mondo appena passato.
"Summer Moon at Miyajima", K. Tsuchiya

Non esiste una notte estiva senza le sue stelle. È il corpo che maggiormente ricerchiamo quando, ancora svegli nonostante l'ora tarda, puntiamo i nostri occhi verso il cielo. È un'azione ancestrale che compivano già gli uomini primitivi, molto probabilmente, il cui significato, di dare un senso scientifico o mitico nell'ammirare questi corpi celesti, è un mistero mai svelato per l'uomo.
"La Notte di San Lorenzo"
(2001) di Antonio Possenti (1933-2016) evoca tutto ciò: il sogno, il mito, la favola.
Antonio Possenti, nato a Lucca, non è stato semplicemente un artista ma un importante rappresentante della cultura italiana. Pittore, illustratore autodidatta, proprietario di un linguaggio, onirico e fantasioso, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti, ha raccontato dipingendo la nostra storia attraverso riviste e libri. Amatissimo da Dino Buzzati, fondamentale per Possenti fu l'incontro nel 1957 in Costa Azzurra con Chagall, da cui trasse molti elementi del suo mondo.
Il paesaggio marino realizzato da Possenti attira l'attenzione per la fantasia degli oggetti descritti, i colori e la bizzarria del contenuto.

"La Notte di San Lorenzo", A. Possenti
Sullo sfondo di un cielo stellato cadono, quasi a pioggia, delle luminose stelle cadenti, tante, che arrivano a spegnersi in un mare mosso. Se questo può sembrarci già strambo, ecco che invece, in un secondo campo, si rivela la presenza di alcuni strani uccelli marini sulla spiaggia ammiranti anche loro la volta piena di stelle. Uno in particolare sembra attirato da una scena che però appare quasi distante dall'ambientazione stessa.
È un uomo (forse il pittore stesso) che sta dormendo ignaro nel proprio letto. O può darsi che lo scenario sia solamente il sogno immaginario dell'uomo. Anche qui il reale e l'irreale si confondono, creando un presente di vita e desiderio.











« Puck :    Se noi ombre vi abbiamo irritato,
non prendetela a male, ma pensate
di aver dormito, e che questa sia
una visione della fantasia.
Non prendetevela, miei cari signori,
perché questa storia d'ogni logica è fuori:
noi altro non v'offriamo che un sogno...»
"Sogno di una Notte di Mezza Estate", W. Shakespeare






¹Miyajima significa "isola del santuario".






M.P.

giovedì 14 giugno 2018

"Vita Breve di Katherine Mansfield" di Pietro Citati


Tutti coloro che conobbero Katherine Mansfield negli anni della sua breve vita, ebbero l'impressione di scorgere una creatura più delicata degli altri esseri umani: una ceramica d'Oriente, che le onde dell'oceano avevano trascinato sulle rive dei nostri mari.




Nel mese di giugno dello scorso anno iniziai la lettura dei racconti di Katherine Mansfield (1888-1923), senza pensare che, alla fine, sarebbe stata aggiunta a quella decina di autori a cui sono più legata.
Come Virginia Woolf, Katherine Mansfield non è una scrittrice dall'approccio subitaneo, anzi ci vuole una certa perseveranza e fiducia nella lettura dei suoi testi e allora può capitare che dopo alcuni racconti o ad un certo punto di un racconto, si inneschi una folgorazione e da lì la rivelazione di un mondo che presto comincerà ad ammaliarci e da cui sarà difficile il distacco.
Quella di Katherine Mansfield fu una figura importante nella letteratura d'inizio Novecento, che mostrava la crisi di quell'ambiente borghese dominatore da secoli con le sue norme morali e sociali, che continuava imperterrito a specchiarsi, riflettendo ancora una dignitosa pulizia ma interiormente la lacerazione era già in atto.
Una figura, purtroppo, poco esplorata e adombrata dall'amica/rivale Woolf; due voci femminili così distinte dal coro dei loro colleghi uomini: la Mansfield e la Woolf furono due universi che andavano parallelamente l'una con l'altra, seppur con andamenti diversi.
Eppure la Mansfield continua, di soppiatto, ad affascinare tanti lettori che iniziano a scoprire i suoi famosi racconti e chi già l'ama per quelle straordinarie doti che fanno di lei una scrittrice eccelsa per stile, narrazione, finezza, indagine psicologica e così vicina all'animo dei suoi personaggi, da sentir palpitare il loro cuore ed intravedere i loro moti interiori e desideri.
"Vita Breve di Katherine Mansfield" fu pubblicato nel 1980 dallo scrittore e giornalista fiorentino Pietro Citati (1930).
Citati è forse uno dei più famosi biografi italiani, conosciuto anche all'estero, apprezzato autore di racconti, libri su Manzoni, Leopardi, Alessandro Magno, saggi sull'Iran; un uomo a tutto tondo nel campo letterario e vincitore dello Strega 1984 con un ritratto su Tolstoj.
Questi ha inoltre apportato nell'opera biografica un nuovo modo di intenderla e scriverla, dando si i dovuti dati anagrafici, storici qua e là su un taluno personaggio ma soprattutto inquadrare la narrazione sotto forma di un romanzo, veritiero, ponendo l'accento sugli elementi emozionali e percettivi del protagonista.
"Vita Breve di Katherine Mansfield" è una ricostruzione (basata su questo stesso modello), felice e sensibile degli ultimi nove anni di vita della scrittrice, incentrata sui suoi ricordi lasciati in Nuova Zelanda, la famiglia, la scrittura, le opere e la malattia che la portò giovane a morire a soli trentaquattro anni di tisi.


L'opera si apre nella calda estate prima della Grande Guerra: l'ultimo periodo veramente felice per Katherine Mansfield, quando dopo una breve interruzione della relazione con il critico e futuro marito John Middleton Murry (1889-1957), vive una folle avventura amorosa a Parigi con il poeta Francis Carco (1886-1958).
Ma la sua sete di vita, di bellezza, d'amore che sembra non conoscere sosta, diventa col tempo un lungo e stancante peregrinare tra Parigi, Londra, la Riviera Ligure, al momento della scoperta della malattia che ha incominciato a minare il suo corpo.
La devastazione della Prima Guerra Mondiale che porta via l'amato fratello Heron, il riavvicinamento con Murry, la nostalgia della terra natia, la sofferenza, la scrittura vissuta come religione: Citati fornisce un luminoso quadro della Mansfield attraverso i diari e le lettere, dando il profilo di una donna tremendamente vitale, con le sue mancanze, i suoi odi et amo, la natura frenetica ed instancabile che la malattia non riusciva a depennare ma che anzi ne acuiva la fervida fantasia, la sensibilità non comune con cui riusciva a percepire i sussurri, i gesti, le ombre e le luci, i colori, l'amaro equivoco celato nell'apparenza del presente, il simbolico, astratto significato dato ai fiori, alle piante, alle cose animate, la voglia di vivere che la portava da un posto all'altro e insieme la ricerca di un luogo dove potersi fermare, ogni volta dopo un lungo volo, la solitudine volontaria o costretta e il bisogno d'affetto e di cose terrene.

Vi sorprendeva con quello stesso trasalimento che si prova quando si è bevuto il tè in una sottile, innocente tazzina e all'improvviso, nel fondo, si scorge una creaturina minuscola, mezza farfalla metà donna, che ci fa l'inchino con le mani nelle maniche.

In questa biografia poetica la Mansfield viene vista e raccontata tramite i suoi sentimenti, il suo sentire di una donna oltre e dentro la sua scrittura.
Se i racconti sono conosciuti ed elogiati come gioielli letterari, la sua persona per anni misteriosa ed eclettica si apre qui come una creatura eccentrica, anacronistica, che visse un periodo di tempo così breve; un lampo scontratosi contro la sua innumerevole immaginazione.
Nell'ultimo periodo rimastogli si dedicò furiosamente alla scrittura: il paradiso che cercò invano negli angoli europei più reconditi, lo trovò nello scrivere.
Citati illustra l'incredibile arte evocativa, il metodo stilistico di abolire il narratore, ogni dato narrativo, la gracile struttura del testo che nonostante la brevità ci dà la sensazione che la chiusura sia solo apparente: «l'esistenza comincia e continua prima e dopo l'inizio e la fine di ogni storia».

«Quando giungeva davanti ad un punto psicologico arduo o estremo, sostituiva la parola e il gesto con la metafora e il simbolo (l'aloe, l'albero di pere): metafore e simboli silenziosi, muta psicologia oggettiva, che non potremo mai trascrivere in altre lingue».

Ma il suo essere non giungeva mai nel testo, rimaneva segretamente custodito nei diari e nelle lettere; per questo non si può nemmeno scorgervi tutta la sofferenza della malattia nascosta dietro una lastra di cristallo, inaccessibile al lettore.
Citati ha scritto «Ci sono persone a cui la malattia appartiene, o che piuttosto appartengono alla malattia. La Mansfield non era una di queste. Era nata per condurre un'esistenza attiva e ardente; e la malattia le venne imposta».
Come chi, definitivamente rassegnato davanti all'inevitabile, accetta la morte eppure contemporaneamente combatte per poter sopravvivere ancora, anche la Mansfield compì la sua battaglia contro il tempo, cercando di lasciare il più possibile le sue tracce sulla carta e vivere, se non fisicamente, almeno nelle sue opere. E la Mansfield decise di vivere, opponendosi come poteva alla morte.
E Pietro Citati con questo libro, con questa opera d'arte, restituisce l'opera d'arte di Katherine Mansfield.



M.P.




Libro:

"Vita Breve di Katherine Mansfield", P. Citati, Adelphi





mercoledì 6 giugno 2018

"Appuntamento a Samarra" di John O' Hara


Da piccolo comune qual era, Gibsville era diventata nel 1911 una provincia secondaria: tuttavia, nel 1930, contava ancora meno di venticinque mila abitanti. A Gibsville, un ricevimento, o party, è una cosa talmente importante da assumere l'aspetto di un vero affare di stato dal momento in cui l'anfitrione fa partecipe una seconda persona nei suoi progetti. Una volta fatti gli inviti, niente,  al di fuori della morte o di una catastrofe, può rinviare il party.




John O'Hara (1905-1970) è un nome mancante nella storia della letteratura americana; abitualmente poco menzionato quando si parla di quella del primo Novecento che fu dominata nel segno di quattro grandi scrittori, quali Fitzgerald, Hemingway, Faulkener, Steinbeck ma John O'Hara non fu uno scrittore minore nel vasto territorio statunitense.
Figlio di un'importante famiglia americana d'origine irlandese di Pottsville in Pennsylvania (che diverrà l'ambientazione ideale per le sue opere), John O'Hara fu un personaggio non molto amato nel campo letterario per via della sua personalità poco incline alla mitezza e al compromesso: si faceva conoscere per le sue liti furibonde e lo snobismo irritante che si portava addosso e che in certo qual modo fu anche la causa del suo semi anonimato.
Autore di racconti e romanzi nei quali descrisse i svariati ambienti sociali della vita americana; rispetto ai quattro colleghi era più giovane di loro. Per il linguaggio si rifaceva ad Hemingway, e lo sfondo dei suoi libri ricordava Fitzgerald, senza comunque innalzare il testo a motivi poetici.
O'Hara fu più il rappresentante di quella "vita di mezzo" che furono gli anni '30; quel mondo che era appeno uscito dalla sbornia degli anni ruggenti per entrare in quell'età della Depressione, dell'illecito, dell'intolleranza e di qui primi sentori che avrebbero annunciato periodi bui.
"Appuntamento a Samarra", il romanzo che portò O'Hara alla notorietà, fu pubblicato nel 1934 a ventinove anni, il misterioso titolo, che sembra non avere nessuna relazione con l'opera, fu estrapolato da un racconto di William Somerset Maugham, "The Sheppey", dove un servo mandato dal proprio padrone presso il mercato di Baghdad per le provviste, incontra sulla piazza la Morte nelle sembianze di una donna. Spaventato, questo fugge verso Samarra dove pensa di potersi nascondere da lei. Ma la Morte ha un appuntamento già fissato con lui proprio presso quest'ultima città.
Il racconto di Maugham funge da preambolo a questo romanzo che si pone fra il confino dell'inevitabilità del fato e la propria volontà portata all'autodistruzione e quanto l'una o l'altra possano interferire nella vita umana.


La trama si snoda nell'arco di tre giorni: dalla vigilia di Natale del 1930 alla notte di Santo Stefano.
A Gibbsville, provincia immaginaria della Pennsylvania famosa per la ricchezza di giacimenti d'antracite, la crisi del '29 sembra non aver ancora logorato la vita quotidiana, le abitudini, di una comunità regolata da tacite norme riguardanti la differenza di classi sociali, di stili di vita comandati da scambi d'affari che intercorrono nella fitta ragnatela di legami tra gli abitanti e del derivante profitto individuale.
Julian English, l'antieroe o vittima in quanto assurge nel romanzo a questo boderline continuo, proprietario dell'autoconcessionaria Gibbsville-Cadillac Motor Company, ha tutto ciò che un uomo di trent'anni può desiderare: appartenere ad una delle famiglie protestanti più in vista dell'esclusiva Lantenengo Street, una posizione importante all'interno della piccola città, come moglie una delle più deliziose donne e una vita di continuo benessere, tra auto veloci, club prestigiosi, amicizie influenti, balli, fuoriuscite di denaro, grandi bevute.
Eppure nel lasso di tempo del periodo natalizio, Julian English commette degli imperdonabili errori per la neppur immacolata cittadina di Gibbsville, delle violazioni che rompono le ferree regole sociali di un mondo ovattato e lontano ma mostrante uno spaccato di provincia americana di malvivenza e discriminazione.
English portandosi addosso un ineluttabile presagio nefasto unito ad una certa consapevolezza di essere definitivamente ostracizzato dalla collettività, compie l'ultimo gesto estremo che riporta la città a quella equivoca calma apparente di prima.

J. O'Hara

Come Fitzgerald ed Hemingway si erano fatti interpreti ed avevano immortalato nelle loro opere l'America degli anni '30, O'Hara fece lo stesso con il decennio successivo.
Il proibizionismo, la crisi economica del 1929, le manovre illusorie del presidente Hoover per scongiurare il default, l'avvento del Ku Klux Klan, i rancori, il razzismo, la delinquenza di un'America in evoluzione, riassunta e fotografata nel simbolico tessuto sociale della città di Gibbsville, il cui ordine si basa sull'accettazione di dettami per sopravvivere nell'élite , che non dipendono dai legami di sangue, come nell'ottocentesco romanzo "L'Età dell'Innocenza", ma dal denaro ed intercessioni.
Julian English è l'unico personaggio che arriva a mettere in subbuglio l'ordine precostituito, l'unico a pagare colpe (tra l'altro alquanto banali), mentre fuori esiste un mondo di imputretudini e nefandezze.
Tra una sorta di destino e libero arbitrio, English corre verso il fallimento della sua carriera, dell'amore, del proprio essere e se per Fitzgerald un sogno impossibile, una donna, la ricerca di un qualcosa portava l'uomo all'autodistruzione, per John O'Hara poteva bastare un nonnulla.



M.P.





Libro:

"Appuntamento a Samarra", J. O'Hara, Mondadori. Consiglio per la lettura l'edizione riveduta della Minimum Fax.


mercoledì 16 maggio 2018

"Un Incantevole Aprile" di Elizabeth von Arnim


Tutto ebbe inizio in un club per signore di Londra, un pomeriggio di febbraio - il club era modesto e il pomeriggio deprimente - quando Mrs Wilkins, giunta da Hampstead per fare acquisti, dopo aver pranzato al club di cui faceva parte prese il «Times» da un tavolo della sala fumatori e, scorrendo con occhio distratto la colonna degli annunci personali, vide questo annuncio:
«Per gli amanti del glicine r del sole. Piccolo castello medioevale italiano sulle coste del Mediterraneo affittasi ammobiliato per il mese di aprile. Servitù inclusa. C.P. 1000, The Times» .

Athos Faccincani "Portofino"

Il mese di maggio è rimasto meteorologicamente in modo un po' incerto: mattine dolcemente assolate che si alternavano, improvvisamente, a rumorosi temporali che non lasciavano certo spazio a progetti di scampagnate o passeggiate fuori città. L'aprile romano era invece cominciato con una tarda primavera, con fiori e piante impazienti di aprirsi alla nuova stagione. E nondimeno noi, davanti a tanto rigoglio di natura e vita, ci lasciamo un poco trasportare da nuovi sentimenti di bellezza e speranza che si erano assopiti nei mesi invernali.
Ed è lo stesso leitmotiv che si sussegue nel luminoso romanzo di Elizabeth von Arnim (1861-1941),  a cui sono stata spinta e guidata da mia sorella.
La scrittrice australiana ma d'adozione britannica, sta vivendo una seconda fioritura nelle pubblicazioni di varie case editrici e un secondo affetto da parte di un nuovo pubblico, dopo essere stata dimenticata e le sue opere relegate nella categoria del "prettamente femminile", il che voleva dire leggera, sdolcinata e con pochi contenuti; giustamente adatti per le graziose teste del gentil sesso.
Ma Elizabeth von Arnim, benché apparentemente legata all'elite mondana tardo ottocentesca, fu invece una donna che si dedicò all'animo umano, ai nuovi impulsi che sconvolsero l'Europa subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Fu ribelle, molto libera per l'epoca, capace di offrirsi alla vita intellettuale ma non tralasciando quella sensoriale, perché fermamente convinta che non si dovesse liberare sola la mente delle donne ma anche il loro corpo.
"Un Incantevole Aprile", tra i suoi romanzi più famosi, fu pubblicato nel 1923, ispirato ad una vacanza di un mese veramente effettuata dall'autrice nel 1921, presso la nostra riviera ligure¹.
Con la fine del Primo Conflitto, l'Italia conobbe un recupero nel campo del turismo, e questa volta non dipeso unicamente da curiosità e ricerche storiche, bensì dal clima, dalla bellezza e dal modo di vivere italiano.


Il romanzo si apre intorno agli anni '20, in una piovosa Londra, dove due giovani donne sedute ad un club per signore, leggono entrambe un'inserzione sul Times da parte di un ricco possidente che mette in affitto, con tanto di servitù, il suo bel castello medioevale, sulle coste del Mediterraneo, per il mese d'aprile.
Le due signore, Mrs Wilkins e Mrs Arbuthnot, sono sedotte dall'accattivante pubblicità e dalla prospettiva di poter trascorrere, per la prima volta, un mese di vacanze, sole, dopo aver dedicato per anni la loro esistenza alla vita domestica, al coniuge, al prossimo e ad una fin troppo severa morigeratezza di costumi. Infine le due accettano ma non essendo ricche, e nonostante abbiamo risparmiato del danaro "per un giorno di pioggia", il costo per l'affitto rimane elevato per loro.
Escogitano, dunque, una selezione di possibili, altre due sconosciute candidate per il soggiorno, in modo da poter dividere la somma e renderla leggera per ognuna. Per il posto si presentano una ricca ma arida vedova, Mrs Fischer, e una bellissima ma annoiata giovane dell'alta aristocrazia, Lady Caroline Dester.
Nel castello di San Salvatore, sulla riviera ligure, le quattro donne vorrebbero passare i giorni vacanzieri distanti le une dalle altre e lontano dal loro mondo lasciato in Inghilterra.
Ma la bellezza del posto con la sua brezza marina, il calore del sole, la lussureggiante e variegata vegetazione, le inducono a riflettere sulla loro vita, i loro sentimenti e su dove risieda la loro felicità e come ricercarla.
Così si avvicinano, creano legami, e il loro corpo e la loro mente si rinutre di gioiosa speranza, di nuove idee e di perdono. Nella seconda parte della vacanza subentrano altri personaggi a rendere la trama più viva ed intricata, dove tra humor ed equivoci che i protagonisti confondono o interpretano erroneamente le intenzioni dell'uno o dell'altro, la vicenda si risolve in un lieto fine aspettato ma rivelatore e significativo.

Su questo testo ho letto molti pareri contrastanti: ci sono lettori che pur trovandolo di loro gradimento per la leggerezza e la piacevolezza della lettura, ritengono invece la trama troppo debole e tutto nell'insieme poco avvincente.
Forse perché la Arnim non avrebbe mai voluto dare al suo romanzo alcunché di "avvincente", semmai di riflessione, e guardandolo sotto questo punto di vista che si scopre la sua originalità e un profumo di moderno.

Compiere un viaggio di sole donne, negli anni Venti, non era un fatto alquanto scontato e perfino riprovevole se le donne in questione erano di ordini sociali diversi.
Nel libro, infatti, pur essendovi fra le protagoniste ceti differenti, questi, una volta trovato l'ambiente opportuno, si annullano e ognuna può seguire solamente il proprio istinto.
Si innesca un incantesimo in cui sono coinvolti i personaggi come il lettore, dove a monopolizzare gli animi e i caratteri, si presenta la natura, rigogliosa, aperta a farsi ammirare e a schiudere pensieri ed emozioni. Per la Arnim il giardino era inteso come vita, esplorazione dell'amore, della bellezza, della felicità e della ribellione interiore.
D'altronde il giardino è sempre stato il locus amoenus  favorito della letteratura; nelle opere classiche o prettamente nella letteratura inglese: è nel giardino dove l'Alice di Carroll percorre la sua iniziazione alla vita e dove si avviano le vicende del Peter Pan di Barrie, mentre con la Burnett il giardino diventa il "risveglio" di Mary Lennox.
Gran parte dell'Europa stessa subì la fascinazione dei giardini vittoriani nel primo Novecento ma per l'autrice tutto questo aveva un significato diverso.
Sei anni prima della celebre affermazione di Virginia Woolf (1882-1941) sulla "stanza tutta per sé", alle donne era consentito, proprio nel giardino, poter esprimere la loro indipendenza, creatività, solitudine e poter essere libere dai vincoli domestici, coniugali a cui erano costrette in casa, sotto gli sguardi attenti dell'universo maschile, e motivo caro alla scrittrice, potevano permettersi piena autonomia di movimento e di pensiero.


M.P.



¹ Il Castello Brown a Portofino dove la scrittrice inglese prese alloggio. Oggi visitabile.





Ebook:

"Un Incantevole Aprile", E. Von Arnim, Bollati Borignhieri


mercoledì 9 maggio 2018

"The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"


"Alta sulla città, in cima a un'imponente colonna, si ergeva la statua del Principe Felice. Lui era tutto coperto di sottili foglie d'oro fino, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rosso scintillava sull'elsa della sua spada". ("Il Principe Felice", Oscar Wilde)




Fino a pochi anni fa, Oscar Wilde (1854-1900) era l'autore i cui aforismi (estrapolati non sempre appropriatamente dalle sue opere), circolavano numerosi nella rete.
Oggi i suoi aforismi sono stati dimenticati e con essi l'autore stesso; le sue opere non sono più lette e la sua figura, sensibile ed eccentrica allo stesso tempo, poco approfondita e capita.
Wilde rientra, assieme a quella lunga lista di colleghi che si allunga ancora di più con gli anni, fra gli scomparsi della letteratura e se esistesse un "Chi l'ha visto?" per tale causa, certo lui sarebbe fra i più difficili da ricercare.
Eppure, lasciando da parte il gioco, Wilde fu un personaggio popolare che dominò gran parte del primo Ottocento inglese: scrittore, critico letterario, favolista, drammaturgo; i suoi testi accoglievano consensi, grandi applausi da parte del pubblico, luci sfavillanti dei più prestigiosi teatri con le primedonne dell'epoca che sgomitavano per un ruolo prominente.
Omaggiato nei salotti più ridondanti dell'aristocrazia vittoriana, che sapeva ben amare un divo, ma con altrettanta rigidità, rinnegarlo al suo primo passo falso.
E le luci con gli applausi si spensero così anche per lui, quando nel 1895 il marchese di Queensberry, padre di Lord Alfred Douglas poeta e studente di Oxford ed amante di Wilde, impugnò un lungo processo contro di lui per sodomia, in modo tale da difendere la sua onorabilità dai pettegolezzi.
In definitiva lo scrittore venne riconosciuto colpevole e la sua pena venne comminata con due anni di carcere duro a Reading e la perdita del diritto d'autore.
Ma ciò che colpì violentemente Wilde, oltre alla difficoltà di scrivere poco, fu l'umiliante e tenace ostracismo da parte di chi, anni prima, lo aveva celebrato fra i più grandi; come un reietto o appestato, Oscar Wilde prese rifugio nel buio dell'esilio.
Proprio in questo lasso di tempo, tra l'esilio e la morte, che si incentra "The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde"; più che film una ricostruzione sugli ultimi anni di vita dello scrittore irlandese, scritto, diretto ed interpretato da Rupert Everett.
Per chi ha più di venticinque anni, certo si ricorderà il famoso britannico attore di celebri commedie ("Il matrimonio del mio migliore amico", "Shakespeare in Love") e di alcune opere dello stesso Wilde ("Un marito ideale", "Sogno di una notte di mezza estate"), intelligente  e brillante, la sua sua carriera ha subito un rallentamento dopo aver dichiarato la sua omosessualità.
Everett ha realizzato il film tra Stati Uniti, Belgio, Gran Bretagna ed Italia, avvalendosi di un cast non certo minore come Colin Firth ("Il paziente inglese", "La ragazza con l'orecchino di perla", "Il discorso del re"), Colin Morgan ("Merlin"), Emily Watson ("Storia di una ladra di libri", "La teoria del tutto").


È il 1897 quando Oscar Wilde (Rupert Everett) esce finalmente dal carcere di Reading, dopo aver scontato la sua pena di due anni. È provato nella salute a causa dei lavori forzati a cui è stato costretto, dalle umiliazioni pesanti ed è finanziariamente sul lastrico.
Della vecchia gloria, degli omaggi, dei teatri, non è rimasto più nulla. Esule in Francia sotto falso nome, è costretto a nascondersi dalla società. Viene accolto ed aiutato dagli ultimi due amici rimasti: lo scrittore Reginald Turner (Colin Firth) e il giornalista Robert Ross (Edwin Thomas), innamorato di Wilde senza essere ricambiato.
Questo sente la mancanza della moglie Costance (Emily Watson) e quella dei suoi due figli, ma l'amore che prova per "Bosie" Douglas (Colin Morgan) è ancora forte.
Costance tenta una riconciliazione col marito, ma quando scopre della ripresa del rapporto con Douglas, lei che possiede del denaro, gli nega l'unico sussidio e la patria potestà.
Intanto Wilde e Bosie fuggono a Napoli, dove trascorrono, grazie al denaro di cui quest'ultimo è fornito, giorni di sperpero  e dissolutezza fino all'intervento di Lady Quennsberry che taglia la rendita mensile al figlio. Bosie in mancanza di soldi, lascia definitivamente lo scrittore.
Questi ripiega a Parigi, dove povero e malandato, si è ridotto a chiedere l'elemosina, facendo abuso di alcool e cocaina, vagando da una bettola all'altra e dove prima allietava il bel mondo inglese, ora diverte l'ambigua gente della Suburra parigina.

«Perché la rovina ci affascina così tanto?»

In questi stretti e sporchi atri, conosce due giovani accattoni e uno dei due ne diventa l'amante, mentre insieme formano il solo pubblico a cui racconta la storia del "Il Principe Felice".
I giorni passano e Wilde si aggrava sempre di più: ricoverato in una camera d'albergo, corroso nel corpo da quel che crede sifilide (in realtà sara meningite contratta in carcere), stremato nell'animo dai rimorsi di coscienza per l'improvvisa morte della moglie e dall'ultimo rifiuto di Bosie, chiede l'estrema unzione.
Muore l'ultimo giorno di novembre, circondato dai due ragazzi e dai due fedeli amici, dopo aver concluso la favola del "Il Principe Felice".

La pellicola segue fedelmente le ultime vicende dell'autore, non risparmiandogli né la genialità né la sofferenza inflittagli ma neanche una vita di eccessi e disordini.
Il ritratto che dà è privo di quella retorica e di quell'eufemismo che si trova nelle striminzite biografie delle sue opere: è la storia di un uomo che ha conosciuto le luci e il buio di una società radicata nel pregiudizio e nel disprezzo, incapace di comprendere o perdonare; un uomo con le sue debolezze (Bosie) e le sue dipendenze (alcool e droga).
Il talentuoso Everett è stato spettacolare nell'aver saputo dare anima e corpo, alle tante sfaccettature di Oscar Wilde: quella di scrittore di successo, di uomo in disgrazia, di esule e emarginato, di padre, marito, amante e vittima/colpevole di tormenti per sé e per gli altri, perché esiste, in alcuni uomini, questa forza trascinante che è la rovina, a cui si va, inspiegabilmente, volontariamente incontro.
L'omosessualità entra prepotentemente nel film, ma viene messa sullo stesso piano della paura del diverso, della povertà, di un'esistenza non conforme ai canoni prescritti.
Così ci si stupisce, apprendendo dal film, della rivalutazione postuma, avvenuta solamente lo scorso anno, quando la regina Elisabetta ha firmato un documento nel quale ha sancito la fine di ogni forma di discriminazione per i cittadini degli stati membri del Commonwealth.



Ma una menzione la meritano anche le figure di Reginald Turner (1869-1938) e Robert Ross (1869-1918) gli amici rimasti con lui fino alla fine, e in particolare "Robbie" Ross che si occupò di diffondere ai posteri il suo testamento letterario ed umano. Anche queste persone che hanno operato con coraggio, in un periodo storico non facile, per il riconoscimento di quelle libertà, di quella formazione intellettuale, meritano il diritto di essere ricordate.
Il titolo del film richiama ad una delle più belle favole (se non la più bella), scritte da Wilde e pubblicata nel 1888, che si ripete come un dolce sottofondo musicale lungo tutta la proiezione.
Everett ha riassunto con questo racconto ("Il Principe Felice"¹) tutto l'essere dello scrittore, con tanta sensibilità ed acutezza, e il significato intrinseco della sua opera: la rondine che descrive le meraviglie dell'Egitto con il sole, il fiume, gli animali esotici al Principe Felice, non riesce ad entusiasmarlo di alcunché, poiché quest'ultimo gli confida che il mistero più grande dell'esistenza sono le miserie umane, e Wilde lo aveva capito.
Come aveva capito che c'era al mondo una cosa che andava oltre la letteratura, l'arte, il teatro, la gloria; che superava persino la bellezza, il valore sui cui aveva fondato la sua vita: questa era l'amore.

«Portami le due cose più preziose della città» disse Dio a uno dei Suoi Angeli; e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto.
«Hai scelto bene» disse Dio, «perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà per sempre, e nella mia città d'oro il Principe Felice pronuncerà le mie lodi».




M.P.



¹ "Il Principe Felice e altre storie", O. Wilde, Oscar Mondadori





mercoledì 2 maggio 2018

"Il Lungo Sguardo" di Elizabeth Jane Howard


Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.


Lauren Bacall (1924-2014)

La scrittrice inglese Angela Lambert (1940-2007) disse una volta riguardo al "Il Lungo Sguardo"«Non capirò mai perché non venga riconosciuto come uno dei grandi romanzi del XX secolo».
Ed è la stessa frase che mi sono detta leggendo questo particolare, profondo ed elegante romanzo di Elizabeth Jane Howard (1923-2014):  quanto il secolo passato, così ingente di fatti giganteschi e sconfinati, abbia volutamente disdegnato le sue vicende più piccole ed individuali.
La Howard è una di quei pochi autori, degni successori di Jane Austen, ad aver fatto del microcosmo il macrocosmo, ad aver portato in superficie gli aspetti intimi della vita borghese, vivisezionando le loro coscienze, raccontandoli nel progressivo cambiamento degli eventi storici e rendendoli importanti quanto quest'ultimi.
L'autrice che lungo il Novecento è stata riconosciuta più per il gossip che come valente scrittrice, oggi sta vivendo una seconda giovinezza in campo letterario, grazie alle repentine pubblicazioni della Fazi Editore, al successo mediatico della fortunata saga famigliare dei Cazalet, l'opera più celebre, un affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Un piano di rivalutazione riuscito però a metà, perché se il numero dei suoi lettori accresce le sue stime di giorno in giorno, ivi compresa tutta la mercanzia derivante, sottovalutato è ancora il valore rispetto ai grandi nomi maschili e i suoi libri non riescono ad andare oltre alla bella copertina, alle promozioni, non riescono insomma ad inserirsi nell'autorevolezza delle grandi opere.
Si dovrebbe inseguire uno studio più serio e accurato dei suoi lavori, per non farli passare semplicemente come un "fenomeno" o "la moda del momento"; dare quel qualcosa di "senza tempo" che solo i classici hanno e che i romanzi della Howard meriterebbero.
"Il Lungo Sguardo" fu pubblicato nel 1956 (trentadue anni prima dei Cazalet), quando ancora giovane, bella e libera, Jane Howard aveva lasciato marito e figlia per dedicarsi in modo esclusivo alla scrittura.
Questo lungo testo esplora la disintegrazione del matrimonio borghese nei primi anni del XX secolo, attraverso la tormentata e debilitata storia di una coppia inglese abbiente, usando però il metodo ingegnoso della cronologia inversa, dove la trama viene rivelata dalla fine al suo principio; espediente che dà, solo a fine lettura, una più completa visione dell'intreccio.


Sulle colline di Hampstead, nella Londra degli anni Cinquanta del Novecento, Antonia e Conrad Fleming stanno festeggiando l'ufficializzazione del matrimonio del loro figlio Julian.
Ma l'occasione che dovrebbe essere lieta e di buon auspicio per il futuro, non porta nessuna gioia o consolazione nell'animo di Antonia, che vede suo figlio sposarsi senza amore e sua figlia Deirdre  intrappolata in rapporti complicati.
Questo turbinio di sentimenti inafferrabili e irrefrenabili, rimanda Antonia allo sfacelo della sua vita coniugale, l'andamento di un matrimonio fatto solo di apparenze e nulla più. A quarantatré anni Antonia ha abbandonato l'approvazione e l'affetto per il marito per dare un presente significativo per se stessa, ormai sola.
Ma cosa ne è stato del passato? Per cosa ha inseguito negli anni, i minuti, le ore, i giorni, il futuro?
Ripercorrendo in senso antiorario, ventiquattro anni della sua esistenza, il romanzo ci riporta sguardi, episodi sporadici dell'unione di questa coppia, seguendo la prospettiva del personaggio femminile ma anche i processi mentali di Conrad, dove quest'ultimo si è sposato perché spinto da un desiderio egoistico, lei per fuga dal mondo circostante. Questa coppia, questi due corpi e menti distinte, incomunicabili tra loro e distanti, sono unite unicamente dal contratto del loro matrimonio e per questo esplorano ognuno una realtà diversa della stessa vita: lui plasmando la bellezza della moglie a suo piacimento, lei sottomettendosi al suo sguardo e rimettendosi alla sua protezione.
Così negli anni duri del secondo conflitto, nei primi di matrimonio, la luna di miele e la prima giovinezza di Antonia.

Leggendo "Il Lungo Sguardo" mi sono accorta di quanto fossi impreparata a questo tipo di testo: vi cercavo ingenuamente l'amata autrice dei Cazalet, invece ho trovato molto di più.
Ciò potrebbe confermare quanto, a volte, le letture che crediamo così abitudinarie e quasi scontate, su uno stesso autore o tematica, non siano poi così palesemente monotone e in grado di tenerci comodamente seduti in poltrona.
Quello della Howard è un romanzo in cui domina l'introspezione, un susseguirsi di suoni, gesti, ritmi e percezioni, voci, tocchi fuggevoli e sguardi che vagano fra passato e futuro.


Dietro quelle sottilissime tensioni coniugali, descritte impareggiabilmente tra silenziosi compromessi e accettate sofferenze, c'è la figura della donna, moglie od amante che sia; incastonato gioiello nelle dita dell'uomo, sottomessa e relegata nell'apparente formalità di una società maschilista ancora imbevuta di vittorianesimo, dove nulla, persino il suo corpo, le è dovuto.
Gli uomini si accomunano tutti nella loro unidimesionalità, nella ricerca di un piano stabile e sicuro, dove poter uscire e rientrare senza macchiarsi più di tanto. Le donne, invece, sono tratteggiate con tutte le sfumature e le vulnerabilità di cui sono capaci.
È chiaro che questo romanzo non può essere la storia di una coppia, come si vuol far credere, bensì di una donna e della distruzione del suo mondo che comincia già da lontano, nell'impreparazione alla vita causata dagli adulti, di una sequela di inganni dietro l'angolo, alla mancanza di un istruzione migliore, solidarietà e sicurezza verso se stesse, e che culmina col matrimonio, dove a legarsi non sono due esseri ma due ruoli, uniti nella convenzionalità ma estranei fra di loro.
Si può dire che la saga dei Cazalet siano la summa di tutte le tematiche care alla Howard mentre "Il Lungo Sguardo" la loro estensione; corposa, lenta ed intensa, un motivo di purezza incomparabile e significativa.



M.P.



Libro:

"Il Lungo Sguardo", E. J. Howard, La Biblioteca di Repubblica - L'Espresso - Fazi Editore