mercoledì 13 marzo 2019

"Mandami tanta Vita" di Paolo Di Paolo


Era il tempo delle lettere. Planavano come stormi sopra le città di mattina presto. Le buste si bagnavano di pioggia e poi si gonfiavano, fino a diventare scrigni. [...] La vita era anche questo - scrivere lettere, aspettarle.




Con la lettura, lo scorso anno, di "Vite che sono latua. Il bello dei romanzi in 27 storie", posso dire di essermi ritrovata nello stile e nel modo di raccontare di Paolo Di Paolo; ho apprezzato il suo porsi davanti a tanti romanzi citati nell'antologia esponendo la sua persona, il suo "io lettore" prima ancora "dell'io scrittore", con un amore per la letteratura e le parole, tali che ho acquistato alcune delle opere nominate e comprato questo libro, a detta di molti, il più stimato dello scrittore.
"Mandami tanta Vita" è stato pubblicato nel 2013 e successivamente candidato al Premio Strega.
L'impianto narrativo del testo non ha nulla di usuale ma possiede l'originalità di presentare due vite, fra di loro sconosciute, che procedono parallelamente, per poi scontrarsi accidentalmente per pochi istanti, e riprendere infine il proprio cammino ma non più uguale a prima.
Una di queste vite, che di Paolo prende in prestito dalla nostra storia, è quella di Piero Gobetti (1901-1926), giovane intellettuale ed editore, oppositore al fascismo in cui vedeva l'incarnazione di tutte le insufficienze della nazione e lo combatté  nelle sue radici, con un'intransigenza che gli costò vessazioni morali e fisiche, in seguito alle quali andò esule in Francia, dove morì dopo pochi giorni a nemmeno venticinque anni.
Il libro è per questo ambientato nel 1926, tra Torino e Parigi, a metà tra racconto e romanzo psicologico.


Moraldo, studente universitario della Facoltà di Lettere, è un giovane schivo ed introverso, che arrivato ai ventiquattro anni d'età sente di non aver concluso nulla di veramente importante nella sua vita; pur nella sua ancora giovinezza, avverte un senso di insicurezza e inadeguatezza nella propria persona, in un mondo dove, apparentemente, gli altri sono sicuri e coerenti.
Nella Facoltà conosce un ragazzo pallido dai capelli ricci, Piero, scrittore ed editore di una piccola rivista; lui è il suo esatto contrario: spavaldo, ribelle ed intellettualmente attivo.
Moraldo comincia ad ammirare il giovane e ripetutamente gli scrive alcune lettere per poter collaborare come illustratore nella rivista ma nessuna di queste trova risposta.
Nel frattempo parte per Torino per una sessione di esami ma con uno scambio di valigie incontra Carlotta, una fotografa.
Si infatua perdutamente di lei tanto che il pensiero di Piero viene nascosto dall'immagine della ragazza e arriva a seguirla a Parigi.
Anche Piero intanto è giunto nella capitale francese, lasciando in patria l'amata Ada e il figlio appena nato. È in cerca di una nuova casa e una sede per rifondare la rivista; in fuga dal caos di un'Italia soggiogata dalla dittatura, violenze, censure e silenzi che egli squarcia nelle sue lettere e pensieri con il potere delle idee, delle parole e dell'amore profondo per Ada.
In una calda mattina di febbraio, i due si incontrano casualmente in un parco: Piero malato e Moraldo da poco piantata in asso da Carlotta.
Pur riconoscendolo, quest'ultimo non può far altro che scambiare qualche battuta di cortesia ma ormai libero da altri pensieri tornerà a cercarlo.

La lettura di "Mandami tanta vita" è stata tra le più belle che ho intrapreso di uno scrittore italiano contemporaneo; vi ho trovato molta sensibilità ed accuratezza nella narrazione, molta profondità nelle riflessioni espresse da Piero.
Piero Gobetti era una figura che conoscevo in relazione a Matteotti e Gramsci ma non interamente la sua vicenda, oggi andata completamente persa. Di Paolo presenta l'intellettuale, lo scrittore, il ribelle, l'idealista eppure il ritratto più convincente è quello umano, di un giovane uomo con le sue debolezze, i crolli emotivi, il dolore per l'ineluttabilità del tempo che vince sulle miserie umane, così che l'autore rende un Piero più vicino a noi, moderno.
Il passato, in fondo, è un po' come lo descriveva Anna Banti, non dalle barbe lunghe e pensieri astrusi bensì giovane e chimerico.
Il personaggio di Piero è qui posto maggiormente per "ridestare" il protagonista Moraldo, volgergli la coscienza all'importanza del momento storico, renderlo partecipe di un qualcosa di più grande della quotidianità, anche dei fallimenti, dei dubbi, degli amori sfortunati: è la vita che si affaccia a Moraldo, quando persa la giovinezza ne scopriamo l'inevitabilità delle cose, l'inafferrabilità di altre, ben consci che ciò che perdiamo è anche nostro.

Adesso che l'impiegato batte forte il timbro sull'affrancatura, vorrebbe dirgli Mi scusi, devo fermarla, avrei una frase da aggiungere, è una frase che mi è tornata in mente adesso, l'ho scritta una volta sola, è passato qualche anno, ma l'ho pensata spesso, l'ho pensata sempre, era per la mia fidanzata, che adesso è mia moglie e la madre di mio figlio, se ricordo bene diceva così: Una lettera di Didì è la vita sai?Quindi mandami tanta vita.



M.P.







Libro:

"Mandami tanta vita", P. Di Paolo, Feltrinelli

venerdì 8 marzo 2019

Quando l'arte diventa il corpo delle donne


Come la letteratura anche l'arte ha le sue misconosciute, donne che posseggono una menzione, qualche trafiletto sulla propria professione, o donne, più fortunate, che detengono qualche paragrafo in più, e ad altre, malaugurate, non rimane che l'oscurità.
Ma dalla notte dei tempi le donne hanno lasciato tracce della loro vita sul proprio corpo, paure, silenzi, contraddizioni, pensieri nascosti e stretti sotto strati di tessuti. Le artiste, pazze e ribelli per la società, ne hanno mostrato i loro dolori ed impulsi, che sono gli stessi, ieri come sempre.


"Donna davanti alla toilette", B. Morisot

Ci è voluto gran parte del Novecento per riconoscere alle pittrici impressioniste il loro giusto valore e la loro posizione preminente all'interno del gruppo, eppure ancora oggi un quadro di Monet o Renoir viene stimato molto di più rispetto ad un Morisot o a un Cassatt, e il motivo non è dipeso dal maggior talento dei primi ma alla solita e ricorrente discriminazione di genere.
A Berthe Morisot (1841-1895), fra le prime artiste ad essere incluse nel gruppo, il suo stile è sempre stato assimilato con quello del padre dell'Impressionismo, come se una donna non potesse identificarsi con un proprio: in realtà la sua arte così nebulosa e intangibile, come quando sogniamo, rappresenta l'unicità del suo lavoro.
"Donna davanti alla Toilette" (1875-1880) rientra pienamente fra queste visioni.
In una camera da letto una giovane donna si sta sistemando i capelli davanti allo specchio. Il suo abito di raso è alla moda e una spallina è scesa mostrando la bianchezza delle sue spalle ma il suo volto non è rivelato. Intorno alla sua bella figura si notano alcuni oggetti, una rosa, una finestra e forse una parte del letto alla sua destra ma nulla è abbastanza nitido; le pennellate veloci, le sfumature ricorrenti di rosa, bianco e blu danno l'effetto di un turbinio incantato e la luce, i colori e la leggerezza sono i veri protagonisti.
Potrebbe apparire un dipinto dalla tematica consueta e banale, affrontata numerose volte da Degas, Renoir o Manet, ma se in loro si denotano sottili connotazioni erotiche nella composizione, nella Morisot non esiste né curiosità né malizia. In un fugace momento, l'artista ha espresso quella femminilità silenziosa chiusa in un attimo privato, lontano dall'universo maschile.

Suzanne Valandon (1865-1938) fu tra le modelle più amate dai pittori impressionisti francesi, forse anche la più amata, grazie al suo fascino particolare e uno sguardo moderno e imperscrutabile, ma pochi, allora come oggi, hanno considerato adeguatamente il suo lavoro di artista.
Suzanne Valandon ha per così dire subito una fine ancora più anonima rispetto alle colleghe Morisot o Cassatt, e ingiustamente visto che la sua ricerca artistica si è spinta in territori poco consoni ad una donna dell'epoca, per tematiche e stili. Legata al gruppo di Renoir e Degas, l'artista con tempo aveva abbracciato il post-impressionismo.
"La Bambola Abbandonata"  realizzata nel 1921 rappresenta una delle sue opere più coraggiose ed originali e che meglio rientrano nel suo pensiero di donna e di artista insieme.



"La Bambola Abbandonata", S. Valandon
 Nel dipinto appare una parte di una camera disadorna, un letto su cui sono sedute due figure femminili, una più matura che tenta di asciugare il corpo di una graziosa fanciulla, nuda, forse la figlia, dopo il bagno. La ragazza si mostra indifferente alle cure della madre mentre è completamente assorbita dalla sua immagine riflessa in un piccolo specchio chiuso nella sua mano sinistra. Sul pavimento si nota il particolare di una bambola, chiaramente dimenticata.
Il dipinto potrebbe ritrarre una scena di vita domestica, come quelle intraprese dalla Cassatt ma non è così. La sua forte simbologia, celata in alcuni dettagli, raffigura l'intimo e delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza.
Il nudo era un genere  per lo più riservato al mondo maschile, che presentava le donne, dee o reali che fossero, come oggetti sessuali o comunque cariche di tensione erotica. La Valandon porta invece questo genere a suo vantaggio, incarnando nelle nudità della ragazza, l'approssimarsi della pubertà e della sua scoperta.
La bambola abbandonata dabbasso simboleggia il distacco ormai effettivo dai giochi, dall'infanzia, e il nastro rosa sul capo richiama quello della ragazza, ultimo rimasuglio d'innocenza: presto, come la madre, abbandonerà anche quello.
Lo specchio interpreta la fascinazione di questo improvviso cambiamento: la giovane guardando rapita la propria immagine scopre un mondo al quale prima non era interessata, la propria identità, il suo io, la  femminilità; tutta la luce è riversata sul suo campo. La madre, dietro, non può che rimanere estranea a questo silenzioso mistero che si sta compiendo.

"La donna d'oro" come venne chiamata da D'Annunzio e in seguito dai suoi contemporanei, Tamara de Lempicka (1898-1980) divenne emblema di quella nuova visione della donna libera ed emancipata che si stava diffondendo nella società e nelle cultura della seconda metà del XX secolo: intraprendente, svincolata dal giogo maschile e non più oggetto sessuale dello stesso. I suoi dipinti hanno attraversato varie volte la questione femminile (la posizione sociale, il sesso, il rapporto con l'uomo e la modernità), laddove la situazione era ancora stagnate.

"Andromeda", T. de Lempicka

Con "Andromeda" del 1929 l'artista rimanda al mito greco della bella principessa etiope incatenata ad uno scoglio e pronta per essere uccisa da un mostro e infine salvata da Perseo; qui però la giovane donna in catene sembra non la vittima sacrificale di un mostro ma dello scenario accanto: una città cubo-futuristica che grava alle sue spalle.
La donna è ritratta nuda, carnosa, gli occhi languidi, la sua prorompente femminilità imprigionata, come la sua incapacità di esprimersi in un contesto sfavorevole, tra conflitti interni ed esterni.

"Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. È l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto provocatorio, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso". Alda Merini



"Le Alienate", E. M. Boglino

Elisa Maria Boglino (1905-2002) è stata una delle tante pittrici inghiottite dall'oblio di un tempo maschilista e mai recuperata da un mondo che non ha cambiato tempo. Danese di nascita, italiana d'adozione, la Boglino divenne una pittrice molto conosciuta e apprezzata nel panorama artistico della prima metà nel Novecento italiano, arrivando a partecipare nel 1930 alla Biennale di Venezia. Di lei oggi si sa troppo poco eppure guardando questo dipinto, che fu a detta di molti il suo capolavoro, "Le Alienate" (1933), sono rimasta così affascinata da volere comunque includerlo in questa sequenza.
Su di un alto edificio appaiono un gruppo di figure femminili, senza vesti, contro un muro di mattoni rossi ma più che donne, esse sembrano più un groviglio di corpi deformi e contorti. Alcune di queste portano le loro mani sui volti, altre sulla bocca, mentre altre ancora bisbigliano tra loro; i loro visi emaciati sono più delle caricature. Dal titolo capiamo che queste non sono prigioniere o schiave ma donne la cui mente è stata fuorviata dalla follia.
Siamo nel pieno del fascismo, dove il modello femminile promosso dallo Stato era quello di una donna sana, capace di generare figli e sottomessa al volere e al diritto di una società patriarcale. La Boglino, con audacia, ritrae invece quelle che per la dittatura erano le reiette, le escluse: le "pazze".
Mediante i colori scuri, le linee disarmoniche e mostrando senza vergogna anche la bruttezza e l'oscenità dei loro gesti, la pittrice aggiunge una cupa drammaticità a queste infelici, la cui unica colpa potrebbe rientrare nel non essere state all'altezza di un sistema.

Frida Kahlo (1907-1954) è l'artista donna più conosciuta del nostro tempo. La sua immagine è diventata un'icona di coraggio e di indipendenza, per la sua vita singolare e controcorrente e per l'aver raffigurato nei quadri una sofferenza, un dolore propri dell'universo femminile.
"La Colonna Rotta" (1944) è tra le migliori interpretazioni di questa visione, dove si riversa un sentimento forte e penetrante, di tormento fisico e psicologico e di empatia.
In un paesaggio, forse marino, si staglia la figura eretta ma dolorosa della stessa pittrice, ritrattasi come una martire. La parte inferiore del suo busto nudo è coperto da un lenzuolo bianco (che ricorda quello delle Deposizioni di Gesù Cristo), gran parte della sue pelle, fino al viso, presenta dei chiodi di varie dimensioni piantati come spilli. L'interno del suo petto è squarciato malamente da una colonna ionica, spezzata in più punti, che la divide in due e che funge per lei come una colonna vertebrale. Dai suoi occhi cadono lacrime mentre le sue sopracciglia unite sembrano dare forma ad uccello ed insieme simboleggiano l'estremo patimento sopportato.

"La Colonna Rotta", F. Kahlo


"Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere". Frida Kahlo

L'ambiente arido e scosceso aumenta l'isolamento del personaggio e il busto che sorregge la parte alta del suo corpo allude alle restrizioni fisiche subite dopo l'intervento chirurgico alla colonna vertebrale ma pur nella sofferenza e nel dolore che ne recepiamo, la Kahlo ci guarda mostrandoci la sua dignità e la sua femminilità che nonostante le avversità del momento sono ancora intatte e presenti: il suo sguardo provato ma fermo mette a nudo la sua anima che richiama quella di tante altre donne.





M.P.

giovedì 21 febbraio 2019

"La Casa sul Bosforo" di Pinar Selek


Bostanci, il suo mare, la sua schiuma, i suoi giovani spensierati, i suoi innamorati, i suoi poeti bohémien, i suoi passanti brilli e i suoi rivoluzionari. Il nostro Bostanci capitolava davanti all'odore dell'uniforme, della plastica, del metallo e degli insulti.

Foto di Appuntario


Dopo un periodo di assenza forzata, dovuta ad una "cattività" insorta all'improvviso, tento di ripartire da dove avevo lasciato.

Ci sono storie che meritano di essere conosciute e di cui, per qualche istante della nostra vita, è doveroso soffermarsi, e se è impossibile ascoltare ogni singola voce del mondo, anche un pensiero su alcune di queste basterebbe per riflettere e smuovere le coscienze.
Pinar Selek è una donna energica, molto comunicativa nei suoi sguardi, nei suoi gesti assidui ma coinvolgenti, quasi volesse racchiudere, nelle sue braccia sempre aperte, l'attenzione e la comprensione dell'interlocutore.
Nella passata edizione di Più Libri Più Liberi, fiera della piccola e media editoria italiana tenuta ogni anno nella capitale, ho potuto conoscere questa scrittrice in un incontro sulla promozione del suo primo romanzo "La Casa Sul Bosforo".
Pinar Selek, classe 1971, è una sociologa turca e attivista per i diritti umani e le minoranze oppresse nel suo paese. Nei suoi occhi c'è più amore e speranza che tutto il dolore passato, quando nel 1998 venne incarcerata ingiustamente, torturata, processata e condannata in contumacia all'ergastolo perché ritenuta terrorista, dopo aver svolto una ricerca sulla guerra civile in Turchia; dal 2009 vive in esilio, come un'altra sfortunata collega ancora sotto processo Asli Erdoğan.
Della sua storia, delle sue voci da lei raccontate, mi ha colpito la grande solidarietà femminile, da lei ricevuta negli anni del carcere dalle altre prigioniere e che lei ha continuato a dare di rimando e l'importanza di una cultura più aperta e accogliente per ogni essere umano.
"La Casa sul Bosforo" è stato pubblicato nel 2013 e scritto prima e durante il suo esilio, e di questo passaggio il romanzo diventa il simbolo di nuove strade percorribili, di accettazione e di pace con il mondo e noi stessi, nonostante politiche e le società avverse.


Il libro si apre un mese dopo il colpo di stato in Turchia nel 1980, percorrendo poi un arco di tempo lungo vent'anni.
A Yedikule, il quartiere più antico di Istanbul, scorrono le vite di quattro giovani, due coppie in cerca ognuna di un posto nel mondo: c'è Hasan che con il suo duduk vagabonda tra Oriente e Occidente, c'è Elif una ragazza che crede nella rivoluzione sociale, Salih povero falegname che confida nel mistero dell'attesa e Sema, dagli occhi color miele, vivace ragazza persa tra i suoi desideri.
Le loro esistenze si incontrano e si scontrano in una Istabul dura e ostile, piegata dalla dittatura, dal silenzio e dalla paura ma non per questo meno bella e sognante: c'è tutto il quartiere di Yedikule da cui si ergono voci di mondi, culture diverse, curde, armene, greche che diventano la voce della stessa città, cuore di un'antica multietnicità nostalgica, divisa dall'eterno dissidio europeo-asiatico, sorpresa tra una vecchia generazione intessuta di ricordi e una nuova in cerca di cambiamento, un gruppo di donne solidali che fanno la forza di un territorio, una piccola collettività di abitanti che, dietro la confusione e le miserie, riescono a costruire una comunità di asilo fisico e mentale.

L'autrice espone le varie vicende utilizzando il genere fiabesco, con uno stile leggero, breve, le cui parole sembrano non toccare la pagina; un eco lontano nel tempo, eppure questo è presentato come un espediente narrativo, (come solo gli scrittori turchi sanno fare) per raccontare la storia del proprio paese.
La Selek sceglie un periodo storico che lei stessa ha vissuto da bambina: il colpo di stato del 1980 che ha portato la Turchia a tutte quelle trasformazioni di cui la politica odierna di Recep Erdoğan è il risultato.


Pinar Selek a PLPL
Foto di Appuntario
 Attraverso queste "voci" vengono accennate (ma tanta è la profondità da svelarcele con forza e incisività) l'oppressione politica, le sofferenze, il terrorismo subito per anni dai curdi, armeni, greci, fatti che ancora oggi vengono commentati come mai avvenuti, mentre le persecuzioni continuano e si espandono. Viene mostrata la posizione delle donne, chiuse in un ruolo marginale, schiave di condizionamenti sociali retrogradi ma capaci di organizzare riunioni solidali e dare protezione a chi chieda aiuto. Esiste per cui questa forte spinta femminista che fuoriesce dai quartieri più poveri e degradanti della città, vincitrice di pregiudizi e paure e carica di dolcezza umana.
Il momento storico, pur incidendo sulle vite dei protagonisti, non ne lede in alcun modo la loro ricerca di libertà e felicità, mai riposta comunque in una resistenza violenta; da qui parte il messaggio di Pinar Selek (che riprende sensibilmente quello del "Candido" di Voltaire): se è impossibile guarire il mondo da tutti i suoi mali, certo ognuno può, nel suo piccolo, coltivare la bellezza della giustizia, come gli abitanti di Yedikule fanno, costruendo "la casa sul Bosforo", un luogo di condivisione e incontro tra popoli.
Anche per ciò "La Casa sul Bosforo" rappresenta un importante romanzo, omaggio di amore per la Turchia e di quella "mezza speranza" che ancora rimane.
La lettura non può essere solo uno svago, un momento per poter rilassare le nostre menti e il nostro corpo dal dispendio quotidiano. La lettura deve essere "attiva", dare prospettive diverse, inseguire la verità e quest'opera di Pinar Selek toglie il velo dipinto che occulta, ai nostri occhi, tragedie, dittature, libertà e diritti negati.

Il tempo è una strana cosa, nulla gli resiste.
E noi? Il tempo ci ha tolto qualcosa? O al contrario ci ha arricchiti, papà?
Che cosa lasceremo? Appunti, foto, ricordi?
Voglio una cosa diversa.
Una cosa che il tempo non porterà via.
La troverò, stanne certo.



M.P.



Libro:

"La Casa sul Bosforo", P. Selek, Fandango Libri








giovedì 31 gennaio 2019

"Il Cielo Diviso" di Christa Wolf


In quel tempo, noi non sapevamo - nessuno lo sapeva - quale anno ci attendesse. Un anno di prove spietate, ardue da superare. 
Un anno storico, come si dirà in seguito. Ai contemporanei è difficile resistere alla cocente prosaicità della storia.

@Appuntario

Gli appassionati di materia storica guardano al passato come al riconoscimento delle nostre origini e del nostro divenire; eppure non ci accorgiamo che il presente, il nostro vivere oggi, ogni istante, può anche questo identificarsi come "momento storico".
A distanza di anni ho dato un peso considerevole ai miei ricordi, di bambina e di adolescente poi, ad alcuni fatti accorsi negli anni novanta del Novecento: la guerra in Kosovo, gli accordi tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, gli studi geografici sulla Jugoslavia e sugli stati dell'URSS.
La caduta del muro di Berlino è stato un evento troppo lontano per i miei ricordi, ma l'abbattimento di quella barriera ha avuto un impatto fondamentale per il nuovo assetto europeo e soprattutto per le vite di molti.
"Il Cielo Diviso" fu pubblicato nel 1963 nella Germania dell'Est e l'anno dopo nella restante Europa; la sua uscita provocò un certo sconcerto tra il pubblico e la critica, sia per le tematiche affrontate, sia per quella vicenda (l'amore di due giovani), collegata così direttamente a quell'episodio che fu l'erezione del muro, avvenuto non più di due anni prima.
La società si riconosceva pienamente in quel ritratto collettivo e quotidiano.
Secondo romanzo della scrittrice e attivista tedesca Christa Wolf (1929-2011), che sarebbe divenuta una delle autrici più riconosciute della DDR e della letteratura nazionale in seguito, la sua opera tutt'oggi rappresenta uno dei testi più profondi sull'impegno civile, a cinquantotto anni di distanza.


La narrazione segue alternando due piani correlati: il presente e il passato, cambiando di volta anche la voce narrante, passando dalla terza persona singolare alla prima e alla prima plurale.
Negli ultimi giorni di agosto del 1961¹, una giovane tedesca, Rita, si risveglia nel letto di un ospedale: ha subito un grave incidente nell'opificio dove lavora, ma più delle condizioni fisiche, è il suo dolore inconfessato, i suoi turbamenti a preoccupare e a far propendere il dottore per un ricovero in sanatorio.
Nella solitudine del posto Rita ridesta "l'ambiguo incidente", riannoda il filo dei suoi ricordi per dare un significato a ciò che è accaduto.
Due anni prima era una ragazza vivace e piena di sogni di un villaggio della Germania orientale. Ad una festa conosce un giovane chimico di dieci anni più grande, Manfred. I due si innamorano e dopo le prime rimostranze di lui, progettano una possibile vita insieme.
Vanno a vivere a casa dei genitori di Manfred, nella Berlino est; mentre lei aspira ad un posto come maestra, lavora nel frattempo in una fabbrica di vagoni.
L'amore è vero e sincero tra i due amanti ma già si profilano alla luce le loro diverse personalità: Manfred ha dalla sua parte l'intelligenza e l'esperienza necessaria per vivere in tempi difficili, eppure è freddo, portato all'indifferenza verso una società che nulla ha cambiato dopo la guerra; fatalista non incoraggia l'amore di Rita, che dopo gli iniziali disagi, riesce ad introdursi nei meccanismi di una grande città e con altruismo partecipare alle conquiste e alle sconfitte della sua brigata di lavoro.

"Il Cielo Diviso" (1964), Konrad Wolf

Con straziante consapevolezza la ragazza sente sul suo capo inasprirsi i conflitti che dividono sempre più le due Germanie, l'incertezza economica, l'instabilità del mondo operaio, le paure per il presente e quando a Manfred viene rifiutato un importante progetto da lui realizzato, Rita vede approssimarsi la fine del loro amore.
Manfred fugge verso Berlino Ovest, dove ha già trovato asilo e un posto di lavoro sicuro, buttando alle sue spalle radici, affetti, coraggio, e in un ultimo disperato tentativo, chiama Rita a seguirlo.
I due si rivedono ma il loro incontro è ormai un addio: Rita si sente estranea in quel mondo freddo e meccanizzato,poco incline al sentimento; decide con dolore di separarsi definitivamente dal suo amato e intraprendere una strada da sola.
Una settimana dopo viene innalzato il muro: non si rivedranno mai più.

"Il Cielo Diviso" non ha lo stesso lirismo poetico, il passo cadenzato e penetrante di "Cassandra", suo romanzo più celebre e amato, ma non meno di questo, il suo messaggio è straziante e potente.
Il muro di Berlino è uno sfondo fantasma, un labile motivo per descrivere e denunciare la società contemporanea: quella industriale, delle grandi fabbriche, che offuscano il cielo mascherando i contorni della città, allontanando alla vista dell'uomo la bellezza e il conforto della natura; quella fredda e composta della burocrazia, legata al servilismo affaristico e inumano, dove gli strascichi della guerra sono ancora sentiti, arrecando una certa sfiducia nel cambiamento.
A questo mondo ostile la Wolf mostra due modi di reagire, due personalità differenti, come differenti sono i due sessi: Rita e Manfred.
Manfred pur credendo nel suo amore per Rita, sceglie di fuggire, optando per la realizzazione del suo essere, consapevole al tempo stesso di non aver <<tenuto testa alla pressione di una vita più dura, più severa...>>. 
Rita rimane. Ma la fermezza del suo rimanere non è una sconfitta. È la tenacia dei suoi valori, del suo pensiero, della sua indipendenza, ed è una donna.
Il lettore assiste alla sua maturazione, da giovane ragazza di provincia a una donna coscienziosa che antepone all'amore una missione sociale, all'individualismo la collettività, alla docilità la libertà che può dare una vita piena.
Per questo, lungo tutto il romanzo, Christa Wolf vuole ribadire una nota verità: non è un muro, un ostacolo fisico, un momento storico a dividere due esseri, ma prospettive e visioni diverse.

 <<Un tempo, le coppie d'amanti prima di separarsi cercavano una stella, su cui i loro sguardi la sera potessero incontrarsi. Che cosa dobbiamo cercare noi? - Il cielo almeno non possono dividerlo, - disse Manfred beffardo. Il cielo? Tutta questa cupola di speranza e di anelito, di amore e di tristezza? - Sì invece, - disse lei piano.
- Il cielo è sempre il primo a essere diviso.>>



 M.P.




¹ Il muro di Berlino venne eretto il tredici agosto del 1961.

giovedì 17 gennaio 2019

Se i social network stanno uccidendo il valore del libro




Negli ultimi quattro-cinque anni (non saprei fissare un tempo preciso vista la sua graduale evoluzione), il mondo e il modo della vendita e della pubblicità del libro è cambiato.
Se prima veniva affidato questo compito ai mezzi d'informazione, alla scuola o al classico passaparola, oggi il polo attrattivo passa quasi esclusivamente attraverso i social network.
Ogni giorno veniamo incalzati da immagini sempre diverse, e come soggetto il libro, o meglio sequele di interminabili foto dello stesso libro, ripetute dai vari siti o utenti, per almeno due o tre giorni, allo scopo di promuovere l'anteprima o la prossima uscita del romanzo in questione.
Potrebbe quasi sembrare una manna dal cielo per tutti noi lettori appassionati, riempirsi gli occhi di catene di libri: promozioni, nuove pubblicazioni, ristampe, autori riesumati dal buio, autori riconfermati, più libertà di scelta e condivisione, soprattutto in un paese come il nostro, dove l'indice delle vendite del libro rimane il più basso d'Europa; ma non è così.
I social network utilizzano la velocità delle informazioni come il loro punto di forza ma in quel modo un oggetto come il libro non ha il giusto tempo per essere metabolizzato, compreso, apprezzato o meno. Anche il mezzo espressivo usato tende a nasconderne le tematiche, presentando invece una trama rumorosa e accattivante, in cui il lettore può facilmente personificarsi con il protagonista. Così che molti testi, anche buoni, dopo aver figurato due giorni in bella vetrina, cadono nel dimenticatoio.
Lontani sono gli anni Novanta dove un'opera poteva diventare un best-seller e rimanere nelle classifiche anche per mesi, incidere un'epoca; oggi, pur nella loro varietà, non vanno oltre un primo entusiasmo generale.
Si può aggiungere che anche la realizzazione di un libro è molto cambiata poiché non si può più godere delle belle introduzioni, postfazioni di una volta,  che prevedevano una certa cura, professionalità e volontà di valorizzare un testo (mi tengo stretta la mia edizione di "Cime Tempestose" della Mondadori con uno scritto della Oates come se avessi un quadro di Modigliani); tutto viene improntato verso il culto della forma e dell'immediatezza del messaggio.
Se sulla piattaforma di Facebook questo fenomeno è visibile in minor misura, nella controparte di Instagram, maggiormente affaristica e danarosa, questo assume livelli quasi folli.
I promoter che sono riusciti ad evidenziarsi in quest'ultimo, nuovi guru della letteratura, vengono contesi dalle case editrici che regalano loro libri, il che sarebbe normale, ma è di qualche mese fa la notizia di una nota casa editrice che ha accompagnato il desiderato pacco con l'aggiunta di un set di aperitivi, che certamente non apporta nulla alla lettura, semmai a rendere ancora più inutile l'offerta.
Ma non sono le sole a elargire i libri, vi è anche un sottosuolo di lettori che enfatizzati dal numeroso seguito di questi promotori, comprano libri per poi regalarli a quest'ultimi, farseli recensire e ricomprarli di nuovo (questa volta per sé) se la recensione è stata loro gradita.
Recensioni che si ripetono con lo stesso andamento delle immagini, utilizzando frasi ad effetto e molto comuni: «letto tutto ad un fiato» (anche se il testo comprende più di mille pagine), «trama banale ma scorrevole», «personaggio in cui identificarsi o personaggio fortemente resiliente» o etichettando come «storia d'amore» una vicenda che di per sé non lo è.
Si raggiunge un certo apprezzamento e rispetto se poi si accostano a qualche sponsor di trucco e parrucco.
Non si possono demonizzare queste piattaforme, che potrebbero veramente creare collegamenti e condivisione, ma contestare il loro mal utilizzo sì: questi artifici non aiutano a far crescere il mercato del libro, che anzi decade inesorabilmente e comporta, con la superficialità e la poca accuratezza di alcune case editrici e di promotori non proprio appassionati, alla svalutazione della lettura, alla banalizzazione di alcuni romanzi e, realtà peggiore, a convertire il libro in un oggetto di lusso, desiderato ma in mano a pochi beneficiari, e questa conseguenza diventa la più intollerabile di tutte.




M.P.

giovedì 10 gennaio 2019

"Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar


Non saprò mai se questo calore, se questa dolcezza emanavano solo dal più profondo dell'essere mio, prove estreme d'un uomo in lotta contro la solitudine e il freddo della notte. Ma la domanda, che si pone anche in presenza dei nostri amori viventi, oggi non m'interessa più: poco m'importa se i fantasmi da me evocati vengano dai limbi della mia memoria o da quelli d'un altro mondo. La mia anima, se pure ne posseggo una, è fatta della stessa sostanza degli spettri; questo corpo dalle mani gonfie, dalle unghie livide, questa triste carne già per metà in dissoluzione, quest'otre di mali, di ambizioni e di sogni, non è molto più solido né più consistente d'un ombra. Non mi distinguo dai morti se non per la facoltà di soffocare qualche momento ancora; in un certo senso, la loro esistenza mi sembra più certa della mia.

Foto di Appuntario

Dopo aver concluso il 2018 con il consueto riepilogo di tutte le letture intraprese, mi appresto ad un nuovo anno letterario con il romanzo "Memorie di Adriano", iniziato durante gli ultimi giorni di dicembre e finito con i primi di gennaio.
Ho la fortuna di abitare a pochi chilometri dal centro di Roma e al tempo stesso nemmeno lontana da quei gioielli architettonici che sono la Villa d'Este e la Villa Adriana di Tivoli. Se da ragazza la mia preferenza andava alla prima, col tempo e l'età matura, ho potuto vedere quelle statue, colonne, mosaici bellissimi, ciò che era rimasto, sotto una luce nuova, e come qualcosa che poteva anche essere mia.
Villa Adriana, non meno del Colosseo, riflette tutta la grandezza di quel che fu Roma allora, nel culmine della vastità e dello splendore, e la personalità del suo creatore imbevuto di bellezza filoellenica e poesia, l'imperatore Adriano (76 d.C.-138).
"Memorie di Adriano" è stato un libro che ho amato molto; l'ho sentito mio, vicino ai miei, ormai passati, studi e a quel legame invisibile che stringe tutti noi ad un passato lontano, che è il nostro dopotutto. Non posso che ringraziare per lo spassionato consiglio l'amica blogger Cristina di Athenae Noctua e il suo invito a questa lettura.
 L'opera fu pubblicata nel 1951, sei anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e di quel mondo apocalittico chiusosi, questo testo sembra voler ristabilire il dovuto ordine o, almeno, una vaga speranza di poterlo fare.
"Memorie di Adriano" si presenta sotto forma di una lunga epistola, in cui non viene data molta importanza ai dati storici o prettamente biografici dell'imperatore, ma ai suoi ragionamenti personali, ai ricordi, al suo mestiere di padrone di un grande ed affollato regno e di uomo, al suo mondo che funge da passaggio da sé all'avvenire.
Il genio creatore è quello della scrittrice belga Marguerite Yourcenar (1903-1987), una donna che meriterebbe di essere conosciuta quanto il suo capolavoro: amante degli studi classici e instancabile viaggiatrice; ribelle, tanto da vivere apertamente la sua relazione con una donna nei primi anni del Novecento, e dopo la morte di questa, innamorarsi di un uomo. Accanto a questi suoi grandi amori è stata seppellita negli Stati Uniti.


Quello che doveva essere un semplice resoconto dei sintomi di un male incurabile e di una vita che va lentamente spegnendosi, rivolta all'amato nipote adottivo, il giovane Marco Aurelio, diventa per l'imperatore Adriano il motivo per raccontare un'esistenza intera.
Narranta cronologicamente in prima persona, dalla sua nascita in un villaggio della Spagna a poche ore prima della sua morte a Baia, ripercorre  insieme gli anni del principato ereditato da Traiano, giunto alla sua massima espansione territoriale e culturale ma già precario per la moltitudine di popoli coesistenti, i deboli confini da difendere, le prime crepe intraviste nel sistema politico e su tutto la figura di Adriano, preso dalle drammatiche istanze del suo ruolo di princeps e filosofo illuminato insieme.
Di non minore importanza è il periodo storico rivelato dalla Yourcenar: ispirata da una frase dello scrittore francese Gustave Flaubert, sceglie un momento preciso, quando dopo la caduta degli dèi e la non ancora diffusione del cristianesimo, solo l'uomo è stato al centro degli eventi, libero da pressioni e paure ancestrali. E Adriano diventa il simbolo di questo nuovo uomo, moderno, di lettere, viaggiatore, arbitro del proprio destino e lungimirante nel pensiero e proprio in quest'ultimo il protagonista percepisce la diversità che lo contrappone all'uomo antico: non la capacità di arrivare fisicamente ad un punto desiderato, ma quanto averlo attraversato con il pensiero stesso.
«Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo», Adriano si fa cosciente portavoce di quei valori come gli ideali greci di armonia e democrazia, dell'eternità di Roma, del pensiero umano espresso nei libri e la sopravvivenza di tutti questi dovuta ad un governo di pace, terreno fertile per il presente e l'avvenire.
L'imperatore romano non può comunque personificare un modello perché, come uomo, è limitato dalla potenza delle passioni e qui per l'amore/odio bruciante e poetico verso il fanciullo Antinoo.
Il suo narrarsi non include unicamente la meditazione di concetti elevati e raffinati, carichi di tensione e presagi bensì amletiche riflessioni sulla divinità, la vecchiaia, la morte, le sofferenze che completano il genere umano.
La vera genialità della Yourcenar è stata quella di aver azzerato la distanza tra noi e Adriano; non ci sono tutti questi secoli a separarci: i suoi dubbi, il suo vivere e sentire non differiscono molto dal nostro; il passato non è un concetto inavvicinabile e cupo.
Mi sono lasciata liberamente trasportare dai suoi viaggi, presenziare ai riti oscuri, guardare come lui le costellazioni salire allo zenit nella bellezza di una notte siriaca, chiudermi dietro le tende dell'isolotto della Villa e ho sentito come lui, quel timore che è stata l'inquietudine della Yourcenar: un mondo in preda al panico tra indicibili efferatezze.

Come l'iniziato mitriaco, forse anche l'umanità ha bisogno del bagno di sangue e di passare periodicamente nella fossa funebre. Vedevo tornare i codici feroci, gli dèi  implacabili, il dispotismo incontestato dei principi barbari, il mondo frantumato in Stati nemici, eternamente in preda al terrore. Altre sentinelle, minacciate da altri dardi, andranno su e giù di ronda nelle città future; il gioco stupido, osceno e crudele continuerà, e la specie umana invecchiando vi aggiungerà senza dubbio nuove raffinatezze d'orrore. La nostra epoca, di cui conoscevo meglio di chiunque altro le insufficienze e le tare, forse un giorno sarà considerata, per contrasto, come una delle età dell'oro dell'umanità.

Parlare di questo testo come di una difesa della conoscenza, di custodia della bellezza e ammonimento per il domani, è dir poco.
Molto più delle splendide e ricorrenti frasi sui libri, sul passato greco e l'avvenire, sono rimasta colpita da una delle ultime righe del libro: «Fino all'ultimo istante, Adriano sarà stato amato d'amore umano» : la pietà e la dolcezza sono le più grandi consolazioni dell'esistenza umana.

M.P.




Libro:

"Memorie di Adriano", M. Yourcenar, Einaudi

venerdì 28 dicembre 2018

Riepilogo di un anno di letture


Illustrazione di Ruth Eastman


Ad ogni conclusione dell'anno mi ritrovo sempre nella stessa situazione: di fare promesse per il nuovo anno, illudendomi di poterle realizzare.
È una strana bizzarria questa, promettere di dover leggere di più, quando si conosce benissimo la risposta, la verità oggettiva che anno dopo anno si accumulano anni, vita e quindi responsabilità più pesanti da portare avanti.
Se il tempo e gli òneri non ci vengono in soccorso, la qualità sì e ad ogni nuova età le scelte delle nostre letture si affinano, si fanno più specifiche e noi più esigenti.
Così, se questo 2018 è trascorso in poche letture, la compagnia di alcune mi ha confortato della scarsa quantità.
Fra i tanti luoghi visitati, personaggi incontrati, mondi e passati lontani, autori rinnovati e alcuni scoperti, le letture si sono involontariamente  concentrate su due filoni in particolare: la vita rappresentata nella sua più comune realtà e la questione femminile che pur attraversata attraverso epoche e singole vicende, non è ancora un capitolo piacevolmente chiuso.


Una figura che mi è stata molto cara quest'anno (e in verità già da due anni), è quella della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, ingiustamente messa all'ombra dalla coeva Virginia Woolf lungo gran parte del Novecento. Autrice di racconti profondamente sensibili quanto intimamente geniali, ho (ri)scoperto la sua personalità attraverso il suo "Quaderno d'Appunti", un diario personale multi sfaccettato che percorre gli ultimi diciotto anni della sua breve esistenza; dagli esordi letterari fino a pochi mesi prima della morte. Sono presenti racconti mai portati a termine, lettere, riflessioni e fondamentali tracce del suo metodo di scrittura visionario e svolto in una rapidità sempre più crescente.
Prima ancora di questo testo mi sono abbandonata alla poetica biografia di Pietro Citati con "Vita Breve di Katherine Mansfield" ; una lodevole ricostruzione romanzata e insieme veritiera di quella piccola figura di donna "tremendamente vitale", la cui malattia acuiva la sua fervida fantasia e la sensibilità.
Spero, in futuro, di vedere di più le sue opere o di sentir nominare spesso il suo nome,affiché possa godere della luce che merita.
Come ogni anno cerco di aggiungere alla lista delle mie letture qualche libro riguardante le guerre mondiali, e proprio in questo corrente, si sono commemorati i cento anni dalla fine della Grande Guerra.
Nelle varie celebrazioni che ho assistito da casa, ho sentito più volte politici riempirsi la bocca di parole come coraggio, vittoria, patria, dimenticandosi (o fingendo di dimenticare) quanto la guerra sia di per sé già una sconfitta, un inutile carneficina e macchina di denaro. Quanto sarebbe stato più utile citare qualche passo di "Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale" di Remarque, dove anche un ribelle, un disertore, un vigliacco può amare la patria e allo stesso tempo rinnegare la guerra come ecatombe di vite, speranze e giovinezza o condannare tutte le guerre che si improntano su persecuzioni di popoli, civiltà, cancellando per sempre la loro storia e la memoria per le generazioni future, come espresso nel romanzo che ho considerato il "mio" libro dell'anno "I Fratelli Ashkenazi" di Israel J. Singer. Con "La Casa in Collina" di Cesare Pavese il cui ultimo capitolo, che già da solo meriterebbe di essere letto per la potenza delle sue parole, offre una testimonianza diretta, un ammonimento severo rivolto a chi verrà dopo: che «ogni guerra è una guerra civile» e il peso di ciascuna morte, pur sconosciuta e lontana, grava su di noi.
Come ho già scritto nella premessa, ho percorso molte vite in questi ultimi mesi, si potrebbe quasi dire vissuto perché inevitabilmente ciò che leggiamo lo rendiamo un poco nostro, a partire dall'antologia di Paolo di Paolo "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie"  che mi porto, mentalmente, ancora dietro come ispirazione per nuove riletture e nuove proposte per il nuovo anno.

Perché la letteratura ci racconta. La sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l'amore, le ambizioni, le illusioni - magari perdute; la voglia di andare lontano o di tornare a casa; la paura di invecchiare e tutte le paure, ma anche tutte le speranze. ("Vite che sono la tua")

"La Morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj racconta le vicende di un uomo che, raggiunto l'apice del successo lavorativo, incontra la malattia e vede l'approssimarsi della  morte. Dopo vane resistenze e riflessioni, riesce ad accettare la morte come una fase naturale della vita e comprende altresì l'importanza degli affetti e del bene.
Il protagonista del romanzo dell'americano John Williams "Stoner", anche lui accetta e impara, dopo varie vicissitudini, a non sminuire una vita magari non proprio brillante o ricca di riconoscimenti, perché anche un'esistenza senza pretese merita di essere vissuta e in questo caso confortata dall'amore dei sensi e per quello dei libri e della conoscenza.
"Easter Parade" di Richard Yates e "Appuntamento a Samarra" di John O' Hara attraversano tutti e due una parte della storia americana del Novecento (più lunga per Yates , brevissima per 0'Hara), dove le sorelle Grimes di "Easter Parade" e Julian English di "Appuntamento a Samarra" si trovano a scontrarsi con la società del loro tempo: sono degli emarginati e ribelli che inseguono il loro sogno di felicità e "un posto al sole" e pagano per le loro insubordinazioni mentre fuori il mondo continua con la sua giostra di violenze e nefandezze.
L'universo femminile è stato esplorato tramite protagoniste intense e particolari, luoghi, epoche differenti ma su tutto grava tremenda colpa che la strada verso l'indipendenza e il riconoscimento della donna è ancora, purtroppo, lontano.
Nella biografia romanzata di Carla Marcone, "Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" viene raccontata la vicenda di una donna intelligente e lungimirante e della sua intromissione in una società maschilista ma anche volgare e corrotta, fra gli ultimi fasti dell'Ottocento e l'inizio dell'unificazione italiana (ma nella sua pratica mai raggiunta).
"Il Mandarino Meraviglioso" di Asli Erdoğan, "Prima della Quiete" di Elena  Belotti e "Il Lungo Sguardo" di Elizabeth Jane Howard, sono romanzi di emarginazione femminile, solitudine, di ferite che si imprimono nella donna fin dall'infanzia come nel testo della Howard o in ricordi contrastanti e speranze spente come in quello della Erdoğan o ancora di ignoranza e miseria morale come nel commuovente testo della Belotti, dove nelle ultime righe parte la sua denuncia: laddove è vero e sacrosanto richiamare alla memoria tutte le vittime di fascismi o razzismi, è altrettanto giusto che lo stesso onore debba essere riconosciuto alle "martiri del sessismo".

 Ho in mente l'unico ritratto di Italia, che emana gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza. Indossa una camicetta ornata di un volant, al collo un cammeo appeso a una catenina, i folti capelli acconciati alla moda del tempo. La sua era una famiglia contadina analfabeta - solo il fratello sapeva leggere e scrivere - ma lei era riuscita a trasmigrare alla sia pur modesta condizione di insegnante. E benché l'attaccamento alle sue radici e ai suoi affetti fosse rimasto inalterato, altri orizzonti s'erano spalancati ai suoi occhi, altre curiosità, altri desideri avevano acceso la sua mente e infiammato i suoi pensieri. Così la vedo rizzarsi accanto a me e contemplare estatica il sole che affonda dietro i monti pisani e l'acqua degli stagni che si tinge di lilla e di viola. ("Prima della Quiete")

"Un Incantevole Aprile" della Arnim è sicuramente il più "felice" fra i tanti letti ma non per questo meno profondo, vista la sua attenzione ai sentimenti del mondo femminile, al loro mondo interiore, alla libertà della propria mente e insieme del proprio corpo.
Il matrimonio che ha rappresentato per tanti secoli l'unica scelta di elevazione sociale per la donna, è stato affrontato seguendo l'innamoramento e la conseguente disillusione nel dramma "La Signora Craddock" di Maugham e soprattutto in un altro libro che ho molto amato, "Il Grande Mare dei Sargassi" di Jean Rhys. Forse coma mai in nessun romanzo, qui ho trovato la più tangibile dimostrazione del nefasto e crudele dominio maschile che tende a prosciugare la figura femminile del suo misterioso significato, a ridurla ad un oggetto inanimato, da profanare, sottomettere e negargli la passione e la vita.
Anche "L'Amante di Lady Chatterly" di Lawrence narra il fallimento di un matrimonio che simboleggia in questo caso il fallimento dell'intera casta aristocratica-borghese inglese dopo il primo conflitto mondiale, e della nascente società industriale, condannata con toni aspri per la sua aridità, per un progresso che non porta nessun miglioramento nella civiltà, ma trascina  nell'inquinamento, nella povertà, nell'imbruttimento dei ceti svantaggiati, nella sfiducia dell'avvenire; motivi riconosciuti anche romanzo della Gaskell "Nord e Sud" dove dietro alla storia d'amore tra i protagonisti, si infiammano conflitti che portano vari mondi (di classe, di genere, di tempo e spazio) a scontrarsi.
Ultimo il romanzo "sui generis" che mi ha accompagnato in questo lungo anno e reso più leggera e divertente la lettura, "L'Amore in un Clima Freddo" della Mitford, una spassosa e dissacrante commedia dell'ambiente frivolo, superficiale ed eccentrico di un'Inghilterra uscita dal primo conflitto mondiale, tra equivoci, sconsideratezze e unioni di dubbio gusto.
Questo è stato il mio anno letterario.


M.P.



 Buon anno nuovo!