venerdì 17 marzo 2017

"Ragione e Sentimento" di Jane Austen



"La Soirée", Vittorio Reggianini

Jane Austen possiede un grande privilegio di cui oggi, ben pochi scrittori  classici possono vantarsi : il diritto alla posteriorità.
La scrittrice inglese è fra i più amati e letti autori nel mondo; in Inghilterra, nelle vendite, viene subito dopo Shakespeare e Agatha Christie e detiene all'interno della letteratura inglese, un posto intoccabile.
Merito, questo, di aver fatto del microcosmo il macrocosmo; di aver preso il carattere delle persone più vicine a lei (una bella debuttante, un pastore, una anziana aristocratica), e trasportarlo nei suoi personaggi, le cui personalissime vicende diventavano importanti quanto le gesta di Napoleone.
Anche per questo le sue protagoniste vengono chiamate "eroine", e forse a torto.
Perché le donne ritratte dalla Austen non sono né fin troppo vergognose come la Pamela del Richardson né fin troppo audaci come la Moll Flanders di De Foe : sono donne analizzate con tutta la loro semplicità di essere virtuose e di sbagliare al contempo.
Nonostante tutta la grandezza riconosciuta, la Austen rimane ancora imprigionata nella cosiddetta etichetta di "letteratura femminile"; eppure scrittori coevi, come Walter Scott (1771-1832), e quelli che poi seguirono, come Virginia Woolf (1882-1941), furono lei debitori e depositari di uno stile e un modo di narrare inconfondibili.


Jane Austen (1775-1817), pubblica il suo primo romanzo completo, "Ragione e Sentimento" nel 1811, anno rilevante in Inghilterra per l'entrata nel periodo Regency (1811-1820), con l'ascesa al trono del principe reggente Giorgio IV e che porta la nazione ad una nuova fioritura cultura  e non ultimo mondana.
Le guerre napoleoniche che infuriavano in Europa, non attecchiscono minimamente sul libro, che lascia invece spazio alla convenzionale e (in apparenza), poco rumorosa vita nella provincia inglese, dove compaiono le Dashwood, Elinor e Marianne, sorelle dai caratteri opposti, come opposti sono i loro modi di approcciarsi alla vita e all'amore : la prima seguendone la parte razionale, la seconda accogliendo quella emozionale.

Elinor e Marianne appartenenti alla buona borghesia di provincia, figlie di secondo letto e quindi meno abbienti del fratello-primogenito, si trasferiscono alla morte del padre nel Sussex, insieme alla madre e ad una terza sorella. L'ambiente bucolico che vi trovano, non è certamente privo di feste, gite e balli di stagione e la loro spensieratezza giovanile, tra intricate vicende, false aspettative e verità malcelate, si imbatte nell'aspetto più importante nella vita di una donna del tempo, l'amore e il matrimonio, ma che al tempo stesso diventa qui, un'occasione di maturazione e di una presa di coscienza della vita più realistica.
A dare sfondo e complessità alla storia, presenzia la società inglese di fine Settecento, con le sue vuote conversazioni, maniere affettate, parvenze cordiali.

Non sono una fervente austeniana, quindi sorvolerò su quei temi principali, quali l'equilibrio fra ragione e sentimento, punto focale del libro, e la critica al romanticismo, lasciandoli a chi, certamente, ne sa meglio di me.
Voglio invece scrivere quel che più ho apprezzato del romanzo. Innanzitutto l'ironia con cui la Austen deride bonariamente il ceto alto borghese, consacrato al culto di se stesso, del denaro e da rapporti sociali il cui unico fine è il mero interesse. Motivo più grave per la scrittrice, è la totale mancanza di cultura ed educazione.

"[...] non si vedeva traccia di povertà, se non nella conversazione; ma lì la carenza era considerevole.
John Dashwood non aveva molto da dire, per suo conto, che valesse la pena di ascoltare, e sua moglie ancora meno. Ma questo non era poi tanto grave, dato che era più o meno così anche per tutti gli altri visitatori che dovevano tutti fare i conti con qualche deficienza che impediva loro di essere simpatici...Mancanza di assennatezza, naturale o acquisita, mancanza di eleganza, mancanza di spirito...O mancanza di carattere."


"Ragione e Sentimento" (1995), Ang Lee

Willoughby, ma gli stessi Ferrars e Brandon sono uomini oziosi, privi di una forte personalità : ben poco hanno rischiato nella loro vita precedente.
Elinor e Marianne pur diverse nell'animo, sono donne colte, amano leggere, citare i loro autori preferiti, rispondere alle provocazioni altrui o non rispondere per decenza davanti all'idiozia e sono sempre attive nelle occupazioni quotidiane (quella attività industriosa tanto cara a Louisa May Alcott).
Seppur l'amore e il matrimonio determini ancora le vite di questi personaggi femminili, almeno queste hanno l'indipendenza dei sentimenti, la capacità di amare (un uomo o una sorella), per completo disinteresse; cosa non da poco se si pensi alle stesse Pamela o Moll Flanders.
Rispetto ad "Orgoglio e Pregiudizio" (1813), ho trovato in "Ragione e Sentimento" un'affinità di emozioni che ha superato le individualità del capolavoro per il mondo corale di quest'ultimo.
Il finale da commedia shakespeariana coronato da un amore e un altro dal reciproco rispetto, rappresenta il meglio della letteratura e getta le basi per uno studio più accurato dei personaggi, divisi tra esigenze psicologiche e morali, punto cardine, in seguito, del romanzo in pieno Ottocento.





M.P.






Libro :

"Ragione e Sentimento", J. Austen, Newton Compton Editori

venerdì 10 marzo 2017

"La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer


"I Karnowski della grande Polonia erano noti per essere testardi e provocatori, eppure erano considerati anche saggi, studiosi dalla fine intelligenza. La loro genialità era evidente nell'alta fronte da studiosi e nei profondi e inquieti occhi scuri."





Quando ho preso in mano il libro, non mi ero resa conto dell'importanza che questo potesse avere.
Con tanta ingenuità mi ero buttata nel testo, certa del piacere che avrei ricavato, anche grazie alla felice lettura dello scorso anno che mi aveva introdotto nel mondo lontano e surreale di Singer.
La narrazione era corposa ma scorrevole, i personaggi mi ricordavano quelli incontrati in "Da un Mondo che non c'è Più", autobiografia dello scrittore, e tutto quello che avevo appreso in quest'ultimo, ritornava come un suono familiare, nel nuovo.
Mi sbagliavo.
Arrivata a metà romanzo, ho chiuso il libro per un'attimo. Non perché non lo trovassi di mio gusto; perché soltanto allora ho capito di avere davanti ai miei occhi non una buona opera, bensì una delle più belle espressioni narrative del nostro Novecento.
C'è la biblica sofferenza di un popolo ebraico in cerca di una terra promessa, c'è la saga famigliare di tre generazioni in conflitto tra loro...No, non può bastare.
Singer ci mostra il cammino lungo ed impervio della nostra esistenza umana, con tutto il dolore e la dolcezza che essa possa contenere.


Israel Joshua Singer (1893-1944), scrittore polacco di lingua yiddish, pubblicò "La Famiglia Karnowski" nel 1943, un anno prima della sua morte. Singer scrisse il romanzo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, durante le persecuzioni degli ebrei, di cui sapeva delle intimidazioni e delle torture, ma non degli orrori; lui che era in salvo e libero oltreoceano.
L'opera, invece, non si addentra in questi temi, arrestandosi prima dell'imminente catastrofe; eppure la cupa atmosfera di alcune delle sue pagine ambientate nella) Berlino nazista, ricreano memorabilmente il disorientamento di un mondo in preda alla follia.
Quella della famiglia Karnowski è una saga famigliare diversa da quelle tipiche inglesi, provviste di intricati intrecci e diversa dal tratto psicologico manniano; il suo punto focale viene indirizzato più sulla spiritualità, il difficile compromesso tra passato e futuro e l'accettazione di entrambi, per una possibile rinascita interiore.

Il lungo arco temporale che abbraccia il libro dagli inizi del XX secolo fino alla sua prima metà, comincia nello shtetl di una provincia galiziana, dove  David Karnowski patriarca della famiglia, commerciante di legname, rinnega i principi di una filosofia ebraica ottusa e retrograda.
Malvoluto dalla comunità, David espatria in Germania, attratto da una Berlino elegante e aperta ad un tipo cultura illuminista e protesa verso il progresso. Qui riesce a farsi largo negli affari, ottenendo importanti incarichi sia dal mondo ebraico sia da quello tedesco, attenendosi al suo motto "ebreo in casa tua e un uomo di mondo fuori."
Le pur rinnovate idee di David vengono però a scontrarsi con la libertà e l'indipendenza del figlio Georg, nato nella città di quegli anni prosperosi di inizio Novecento e quindi desideroso di seguire le sue inclinazioni.
Diventa un ginecologo di fama internazionale, attirando tutta la buona società e le donne tedesche affascinate dalla sua bella persona. Sposa una di esse, Teresa, dolce e mite infermiera goy della clinica dove lavora ed conforma la sua vita ad una visione più scientifica che emozionale.
Ma con l'avvento del Nuovo Ordine (il Nazismo e l'ascesa di Hitler), Georg Karnowski perde il proprio lavoro, le ricchezze, secondo le nuove regole restrittive per gli ebrei e il primo a subire questo scontro di civiltà è il figlio Jegor, timido e impacciato giovanotto, che dopo aver subito una grave umiliazione a scuola, in cui si è dovuto spogliare completamente per dimostrare a tutti la sua inferiore razza; sente crescere nel suo animo la rabbia e il disgusto per le proprie origini e un'anomalo fanatismo per la violenza e l'aggressività del Nuovo Ordine.
Georg accortosi della trasformazione del figlio e delle minacce sempre più pressanti sul suo capo, decide con tutta la famiglia di rifugiarsi negli Stati Uniti.
Il libro potrebbe concludersi qui, con lo scampato pericolo dei Karnowski, ma l'America che essi trovano è un ambiente non privo di pregiudizi e contraddizioni.
Jegor soffocato dalle angosce non ancora sopite nel nuovo mondo, fugge di casa.
Dopo un'esistenza errabonda alla ricerca del nulla, Jegor ritornerà sui suoi passi; finalmente guarito, questa volta per sempre.

Singer oggi figura immeritatamente nell'elenco dei tanti scrittori dimenticati e scomparsi insieme a tutto ciò che la furia nazista portò via con sé. Il suo nome non compare nemmeno nella mia vecchia enciclopedia, quando meriterebbe per lo stile e il poderoso processo narrativo, l'appellativo di maestro quanto Balzac o Tolstoj.
Nel romanzo Singer unisce i temi della letteratura ebraica alla più moderna americana.
C'è l'essere ebreo con la sua religione, l'intellettualità e il mondo occidentale con i suoi principi di libertà e democrazia : entrambi gli elementi si fondono, in una sorte di comunione, volta ad esaltare la Cultura come scambio di conoscenze e saperi fra i popoli.

"Gli uomini eruditi saranno sempre odiati per le loro idee e la loro saggezza. Socrate fu costretto a bere la cicuta. Rabbi Akiva fu martirizzato. Eppure ciò che ci è rimasto non è la plebaglia, ma gli insegnamenti di Socrate e Rabbi Akiva. Perché non si può annientare lo spirito, come non si può annientare la Divinità..."

A ciò viene contrapposto la visione del Nuovo Ordine (come lo scrittore chiama il Nazismo), mostrandone tutta la sua vuotezza mediante una sottile ironia : il continuo sbattere di tacchi degli uomini con gli stivali, le fanfare e le bevute nelle riunioni, "l'omino arcigno con la bocca spalancata e gli occhi vacui da pazzo" (Hitler), il preside della scuola di Jegor che usa nei suoi discorsi i trucchi di un cabarettista per insegnare agli allievi. Ne esce una beffarda descrizione della politica e della società nazista.

"Sunday Stroll", Otto Dix

I personaggi maschili predominano la scena, ma nel romanzo si fa strada anche la bella figura della dottoressa Elsa Landau, prima fidanzata di Georg.
Intelligente più di un uomo, tenace e brillante, sacrifica l'amore per i suoi ideali; affamata di giustizia e di rivalsa femminile, non viene piegata nel coraggio nemmeno dalle sevizie dei nazisti e la sua voce continuerà ad innalzarsi ferocemente, tra la folla, nelle piazze  e nelle strade di New York.
Pur avendo minori pagine rispetto agli altri protagonisti, quella di Jegor risulta la parte più simbolica e profonda.
Leggendola mi sono chiesta come avessero reagito, i lettori del tempo, all'originalità del personaggio di Singer  : un uomo ebreo che andando contro il suo sangue, si mette dalla parte dei nazisti e sogna di emularli.
Una licenza che ben pochi scrittori avrebbero potuto permettersi in quegli anni.
Lo stesso episodio della dimostrazione pseudo-scientifica nell'istituto scolastico è un capolavoro di parole e immagini, dove coinvolgono le derisioni degli studenti, l'approvazione silenziosa degli insegnanti, la serietà filosofica del preside, l'afflizione di Jegor; è sicuramente il passo culminante dell'intero romanzo.
Ma la complessa figura di Jegor serve ancora a rappresentare il perpetuo e inarrestabile conflitto generazionale che oppone, in qualsiasi contesto storico, padri e figli.
Perché l'accettazione delle proprie origini e la consapevolezza della propria identità, può avvenire solo a riconoscimento delle nostre qualità umane, del bene e dell'amore, malgrado tutte le paure del mondo.




M.P.









Libro :

"La Famiglia Karmowski", I. J. Singer, Newton Compton

sabato 4 marzo 2017

Thomas Edwin Mostyn, la bellezza dei giardini inglesi di inizio Novecento

"Silver and Gold"

La primavera è una stagione puramente soggettiva.
Ognuno di noi la sente diversamente, a seconda del tempo, delle proprie emozioni, dal colore vivace di un fiore o dal verde sempre più vivo che cresce nelle poche zone naturali di una città come Roma.
A volte la idealizziamo anche, caricandola di aspettative oltre ogni dire; ma non è forse più confortante, per il nostro animo, svegliarci con un sole appena caldo e guardare fuori per rendersi conto che tutto è più nitido e acceso?
Così paiono i bei dipinti di un pittore vittoriano, poco conosciuto ai nostri giorni, ma di cui, sicuramente, vorremmo perderci nei suoi quadri, qualora esistesse una magia; e questo per via dei suoi panorami incantati e romantici, quasi fermi in un istante irripetibile e onirico.


Thomas Edwin Mostyn (1864-1930), nacque a Liverpool, figlio d'arte. La sua vita fu caratterizzata dai molti spostamenti che compì su e giù per la Gran Bretagna.
Studiò alla Manchester Academy of Fine Arts, dove divenne membro nel 1891 e dove vinse un premio per un disegno dal vero.
Le sue prime opere presentarono inizialmente scene religiose, ritratti, soggetti della middle-class e solo nei primi anni del XX secolo la sua arte si formalizzò nei paesaggi e in particolare negli eclettici e romantici giardini inglesi.
Il romanticismo aveva invaso il suo spirito nella letteratura, nell'arte come nella natura : i giardini vittoriani, modello unico in Europa, erano improntati secondo il gusto dell'esotico e del pittoresco; avvicinavano l'uomo con la forza della loro bellezza idilliaca.
Mostyn divenne un paesaggista molto apprezzato e nel 1904 si trasferì a Londra.
Ebbe incarichi e onorificenze (partecipò al Salon di Parigi) e nel 1914 il suo "Garden of Enchantment" fu utilizzato come palcoscenico per un'opera teatrale e teatrali erano i suoi dipinti con case circondate da verdi lussureggianti e fiori colorati.

"A Parisian Garden"
"Garden of Enchantment" 

Dopo la prima guerra mondiale viaggiò nel Devon e la sua pittura divenne più sublime, raffinata.
Andando contro il "materialismo vittoriano" esaltato dall'industrializzazione e dal progresso, Mostyn lasciò alle sue spalle il realismo, ritornanado a produrre luoghi ameni, lontani dalla quotidianeità urbana, paesaggi incantati dove la natura poteva trovare il suo sfogo.
Offrendo luminosi e vivaci pigmenti sulla tela con una spatola, il pittore inglese ricreava un'orgia di stimoli visivi, volti ad ampliare l'immaginazione, acuendo l'illusione e il sogno in cui il romanticismo era la nota dominante.

"A Magical Morning"

"Garden Terrace"

"The Graden of Romance"


"Sunshine"
"The Enchanted Pool"

Ed ecco che appaiono alberi frastagliati, laghi specchiati, mari in lontananza, rigogliose pianti e fiori paradisiaci che avviluppano rovine o scale. Si vedono a volte figure umane, ritratte alla maniera impressionista comunicanti tutta la dolcezza malinconica del momento.
Thomas Edwin Mostyn cercò in vita come in pittura, di rincorrere quella comunione di arte e vita che altri artisti, prima e dopo di lui, tentarono di inseguire.




M.P.

giovedì 23 febbraio 2017

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti di Virginia Woolf


"La signora Dalloway disse che avrebbe pensato lei a comperare i guanti.
Quando uscì in strada, il Big Ben stava battendo i suoi colpi. Erano le undici e a quell'ora intatta era fresca come offerta a dei bambini su una spiaggia. Ma c'era un che di solenne nel ritmo deciso dei ripetuti rintocchi; un che di eccitante nel fruscio delle ruote e nello scalpiccio dei passi."



"Davanti alla Vetrina" (1928), Herbert Ploberger

Si, confesso che in passato ho cercato di intraprendere la lettura dei suoi testi, ma poi, come sempre, finivo per bloccarmi dopo un centinaio di pagine, allora abbandonavo del tutto il romanzo, riponendolo nella parte più dimenticata dello scaffale.
Tutto era iniziato con "Una Stanza tutta per Sé", un'analisi di commuovente modernità sulla letteratura femminile e sulla libertà e i diritti delle donne e di seguito scelsi "La Crociera", e fu proprio qui che cominciarono i dissapori con la Woolf; non tanto per quel "flusso di coscienza" che qua e là appariva, bensì per quei passi riferiti alle interiorità del personaggio, che mi rimanevano totalmente oscuri.
Così non lessi più nulla di lei : era per me difficile incontrarmi con la sua narrazione psicologica.
Poi prendendo questo libro, consigliatomi da mia sorella, ho avuto modo, almeno per ora, di superare alcune rimostranze.


"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti, è una raccolta edita dalla casa editrice Newton Compton, pubblicata nel 2014, in cui sono contenuti brevi opere di Virginia Woolf (1882-1941), scritti fra il 1922 e il 1925 per varie riviste.
La comunione fra i racconti è rappresentata dalla presenza di Clarissa Dalloway, signora del bel mondo inglese, sempre alle prese con regali ricevimenti e fautrice di presentazioni e matrimoni.
Quello di Clarissa Dalloway è un personaggio già apparso defilato nel primo romanzo dell'autrice "La Crociera" (1915), ma che troverà largo spazio e notorietà nel capolavoro "La Signora Dalloway" (1925).
Questa raccolta presenta tredici racconti, tutti ambientati nell'alta società del primo dopoguerra, dove uomini e donne diventano, loro malgrado, protagonisti in cui si scoprono insicurezze, solitudini e la relatività di quei valori dominanti fino allo scoppio del primo conflitto mondiale.

"La Signora Dalloway in Bond Street" è una delle prime opere in cui la Woolf si servì del flusso di coscienza : Clarissa Dalloway, moglie di un deputato della Camera dei Lords, esce dalla sua casa a Westminster, per comperare un paio di guanti francesi, bianchi, mezzo pollice sopra il gomito con bottoni in madreperla.
Il lettore segue la lunga passeggiata della donna fino al negozio di Bond Street, scandita dai rintocchi del Big Ben. Questa incontra un amico, pensa ad un altro scomparso, osserva le persone in strada, mentre la sua mente comincia ad affollarsi di ricordi, pensieri, impressioni sulla vita, sulla morte, sull'annoiata e distaccata società inglese, quasi irreale e immune dalle miserie del mondo. La sequela di riflessioni non si arresta nemmeno al momento dell'acquisto.
È un racconto che pur nelle sue brevi dodici pagine, racchiude una originalità stilistica che mi ha sorpresa nella mia ignoranza sulla scrittrice.
Il fulcro della trama non è nella passeggiata né nell'acquisto dell'articolo, ma nel processo mentale della protagonista.
Nel "L'Abito Nuovo" Mabel Waring, donna della media borghesia, di natura insoddisfatta e insicura, viene invitata alla vivace festa organizzata a casa della signora Dalloway.
Per l'occasione Mabel ha realizzato un abito giallo, vecchio stile, che al momento di essere indossato, prova su di sé solamente un grande senso di inadeguatezza. Alla festa, Mabel nel suo vestito giallo, vecchio stile, evita i convitati, continua a guardarsi allo specchio e nella sua testa sente sempre più vicini i commenti maligni delle donne e degli uomini avviluppati nei loro abiti all'ultima moda.
Ma il vestito giallo diventa il simbolo della sua insicurezza e insoddisfazione, ereditata da un non facile passato, un modesto matrimonio e un profondo malessere che la vede esclusa dall'alta società :

"Siamo come mosche che annaspano verso l'orlo del piattino..."



Nella "Presentazione", il racconto più ammirevole per la profondità delle tematiche, una giovane donna, Lily Everit, bella, intelligente e sensibile, viene introdotta al suo debutto in società dalla signora Dalloway.
Lily è reduce da un brillante saggio su cui è stata onorificata dal suo professore; ama Shelley, la natura, ma queste qualità mal si accordano con la superficiale comunità e sulle antiquate convenzioni del ruolo femminile.
Insicura alla sua prima festa, viene, secondo l'etichetta, presentata dalla Dalloway, ad un giovanotto appena uscito da Oxford, Bob Brinsley.
Dal primo piano di Lily si passa al secondo della padrona di casa, la cui presentazione dei giovani, le rammenta il suo dolce incontro con il marito. Con un ritorno alla giovane, scopriamo invece che il suo punto di vista è diverso.
Durante la placida conversazione, Lily sente crescere una certa fiducia nell'uomo, che viene definitivamente distrutta quand'egli, nell'eloquio, uccide una mosca spezzandole le ali. Il gesto crudele viene interpretato dalla giovane come il pericoloso predominio dell'universo maschile e del progresso di una civiltà che non lascia spazio agli affetti o alla pietà, al conforto.

"[...] no, non ci sono rifugi, né farfalle, in questo mondo, e questa civiltà, queste chiese, parlamenti e palazzi, questa civiltà [...]"


Tuttavia la lettura dei racconti, mi ha lasciato, purtroppo, dei passi il cui significato non sono riuscita ad afferrare; forse bisognerebbe acquisire una ulteriore conoscenza della Woolf, attraverso più e più letture, ma quelle indefinibili pause sembrano essere il frutto del suo doloroso passato e di quella definitiva liberazione dagli inutili schemi del mondo vittoriano.
Non è facile capire Virginia Woolf, per quanto esse sia estremamente moderna : i suoi personaggi non emergono attraverso le azioni, bensì con le proprie riflessioni, estraniandosi dal presente, dal momento. La realtà è quella vissuta nei loro dubbi, subbugli interiori, solitudini che li portano in contrasto con la società e i rapporti interpersonali vuoti e piatti, perché vi è presente una sorta di incomunicabilità che diventerà emblema del futuro teatro beckettiano.


M.P.






Libro :

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti, Newton Compton, 2014

sabato 11 febbraio 2017

"I Doni della Vita" di Irène Némirovsky


"Si attendeva la guerra come l'uomo attende la morte. Sa di non poterle sfuggire; implora solo una proroga. «D'accordo, verrai, ma aspetta un po', aspetta che abbia costruito questa casa, piantato quest'albero, fatto sposare mio figlio, aspetta che non abbia più voglia di vivere».
Alla guerra non si chiedeva altro. Ancora qualche mese di tranquillità, ancora un anno, ancora una dolce e spensierata stagione..."


Irène Némirovsky

In questo ultimo periodo ho messo momentaneamente in attesa alcuni libri, a favore di due caldamente consigliati da mia sorella.
La seconda cosa positiva di condividere con una persona l'amore per i libri (la prima, che avevo già scritto, è quella di parlarne ogni giorno, con scambi di opinione), è quella di possedere non una, bensì due librerie distinte (assieme alla costante paura dei miei genitori di doversi vedere un giorno sfollati, per far posto ai libri).
Di Irène Némirovsky (1903-1942), avevo letto solo un racconto, "Il Ballo" (1930), che pur addentrandomi nel suo distaccato stile narrativo, mi aveva lasciato la curiosità di leggere altro.
Se si pensa alla Nèmirovsky, la mente corre subito al suo capolavoro "Suite Francese", da cui pochi anni fa, fu tratto anche un film di successo.
Ma mia sorella mi ha invitata subito alla lettura de "I Doni della Vita", sicuramente il romanzo più felice dell'autrice, meno conosciuto certo, ma che può considerarsi una sorta di "antefatto" all'opera più celebre.


Scritto fra il 1941 e il 1942, pochi mesi prima dell'arresto, "I Doni della Vita" fu pubblicato postumo solamente nel 1947.
Tragica la vita della Némirovsky : figlia di immigrati ucraini di origine ebraica, negli anni più bui del Nazismo, lottava per vedersi pubblicare i suoi lavori con ogni sforzo possibile, nonostante il divieto imposto ad una Francia occupata e abbruttita. Eppure la Némirovsky aveva reciso il suo passato, dimenticato le sue origini. Più che europea si sentiva francese, nella lingua come nella vita e nella letteratura. Nel 1939 si era anche convertita al cattolicesimo e nella vitalità e nella leggerezza francese, aveva riposto le proprie aspettative e la sua salvezza.
"I Doni della Vita" rispecchiano questo ultimo, fugace, momento di speranza.

Le vicende ripercorrono i primi anni del XX secolo francese. A Saint-Elme, piccolo villaggio del Nord della Francia, reazionario e immutato da secoli di convenzionali consuetudini borghesi: dominano la scena l'antica famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari con il loro retaggio di denaro e matrimoni combinati, dove la sopravvivenza famigliare ha la meglio su sentimenti e affetti.
A sconvolgere l'assopito e ciarliero mondo di Saint-Elme sarà l'amore, scoppiato tra i fuochi d'artificio di un ultimo tranquillo autunno, fra il giovane Hardelot, Pierre, con la meno abbiente Agnes. La loro unione passerà incolume sugli orrori della Grande Guerra, su piccoli drammi coniugali, capovolgimenti sociali e sull'evocato terrore di una seconda guerra ancora più devastante e immane. Soltanto dopo mesi di lunga lontananza, i due, dopo che ognuno avrà adempito al proprio ruolo, ritorneranno insieme, come se avessero aspettato proprio l'età matura per cogliere a mani aperte, il significato del loro profondo amore.

Più che una saga famigliare, "I Doni della Vita" sono una saga di sentimenti e di trasformazioni sociali, sulla scia degli eventi che sconvolsero la provincia francese dal 1900 al 1940.
I personaggi sono appena abbozzati, come nella miglior letteratura francese, e i protagonisti sono in realtà i ruoli che essi rappresentano :  dal vecchio Hardelot, simbolo degli antichi privilegi della borghesia ottocentesca, alle nuove generazioni, dalle esistenze vissute con più passioni ed ardori, trasportate dal ritmo frenetico delle emozioni del momento.
La guerra e la Francia sono il fulcro del romanzo, come lo sono stati per la stessa scrittrice.
Ammiro sempre i diversi punti di vista o i diversi modi di raccontare la guerra da vari romanzieri e non ultimo la Némirovsky.

I. Némirovsky

Questa ne carpisce più il lato più psicologico : le angosce per quello che si perde o per quello che non potrà più essere. Essa trascina con sé certezze consolidate, fortune, imperi, e dopo il suo passaggio, del vecchio mondo, nel bene come nel male, non ne rimane più nulla.
C'è una sorta di orgoglio francese nella resistenza e nel coraggio di Pierre, Agnes e degli abitanti : un ultimo vessillo di speranza, a cui la Némirovsky doveva sembrare molto più di un miraggio, qualcosa di concreto a cui aggrapparsi, per potersi rialzare ancora un'altra volta.
Di questo libro ho apprezzato soprattutto le mirabili descrizioni, dei cieli, delle notti stellate sotto i fuochi d'artificio o le bombe e della natura, bella e indifferente davanti alle sofferenze umane.
La scrittura è tagliente e crudele, concisa nei dettagli, morbida nelle emozioni, non facile da amare.
"I Doni della Vita" si conclude con "l'armistizio di Compiègne", dove inizierà poi "Suite Francese".
Seppur non esista nessuna connessione fra le due opere, i motivi intrapresi nel primo avranno poi un seguito nell'ultimo romanzo, con la stessa cadenza, la stessa scrittura, forse un po' più malinconica e grave. Soltanto leggendo "I Doni della Vita" si potrà capire questa fase discendente.
Al momento della sua stesura, la Némirovsky già stava preparando la grande impresa che sarebbe stato il suo capolavoro, quando la salvezza del mondo era possibile e i suoi doni più belli ancora da cogliere.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?"


M.P.





Libro :

"I Doni della Vita", I. Némirovsky, Newton Compton Editori.



giovedì 2 febbraio 2017

Edward Hopper al Complesso del Vittoriano


"Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere." Edward Hopper




Quando ho saputo che ci sarebbe stata a Roma la mostra di Edward Hopper, avevo già programmato di visitarla a Gennaio. Ma non sempre fare progetti a lungo termine, ahimè, aiuta.
Ho rischiato di non andarci, per via di questo brutto tempo e dei patetici blocchi del traffico domenicale (di domenica risiedo sempre fuori Roma), così mi sono ridotta all'ultima domenica del mese per passare una mattinata al museo.
Una splendida, fortunatamente, calda giornata, resa ancora più bella dalla presenza del Vittoriano, dei Fori Imperiali e del Colosseo.
La titubanza riguardava, invece, l'organizzazione della mostra al complesso del Vittoriano. Quella tanto celebrata del 2014 sui capolavori del Museo d'Orsay, mi ha lasciata delusa ed amareggiata per la completa disorganizzazione e poca cura.
Doppia fortuna perché per Hopper non è stato così.

Edward Hopper

Inaugurata il primo ottobre dello scorso anno, sotto la collaborazione del Whitney Museum of American Art di New York, l'esposizione offre un dettagliato e approfondito percorso pittorico sull'artista americano più conosciuto in Europa, Edward Hopper (1882-1967).
Maestro della pittura potentemente evocativa, Hopper ha indagato nei suoi soggetti (camere d'interni, paesaggi, personaggi inconsueti), spaccati della vita americana del tempo : quella provinciale anacronistica, non toccata dal progresso, e perciò carica di atmosfere solitarie, sorprendentemente inquiete ed estranianti, colpite, a volte, da una luce non sempre consolatrice. Sentimenti nascosti che quasi governano interi dipinti.
Un'affermazione che per il pittore sarebbe stata incontrastata durante tutto il primo Novecento, se, a sua volta, la stella di Jackson Pollock (1912-1956), non avrebbe brillato contemporaneamente.
Sessanta opere, dal 1902 al 1960, per comprendere la sua evoluzione da pittore innamorato dell'impressionismo alla completa adesione al realismo.

Il percorso museale inizia aprendo il sipario sulle prime opere del pittore, fra cui "Staircase 4 Rue de Lille" del 1906, anno del suo approdo nella capitale francese. Qui già cominciano ad intravedersi quelle tematiche che saranno poi ricorrenti in seguito, come i dipinti d'interni.
A Parigi Hopper visse un periodo di grande formazione, frequentando cafè, artisti e la vita mondana che la città aveva da offrire. Ammirò il gruppo degli Impressionisti e le opere del periodo conformano la sua passione, in particolare per Degas e Toulouse-Lautrec.
Al ritorno negli Stati Uniti, pur trattenendo, ancora, alcune ispirazioni francesi, la sua arte diventa più particolare come nei dipinti d'interni "Summer Interior" (1909), dove una donna, accasciata sul pavimento, mostra tutta la sua fragilità, la sua immensa solitudine. Forse ha avuto un rapporto da poco, e quindi sente la mancanza del partner. Una luce vivace entra dalla finestra e la donna tende il suo piede in quella direzione, quasi a cercare in quella luce una serenità insperata.

"Summer Interior"

Nel "New York Interior" del 1921 è rappresentata anche qui una camera. Al centro, possiamo spiare di spalle una donna, molto probabilmente una ballerina (omaggio a Degas), che sta cucendo con un ago e filo invisibili, il suo vestito. I colori scuri caricano il dipinto d'intensità.
Campeggia al centro di una parete il capolavoro del "Soir Bleu" (1914), vero fulcro della mostra. Dipinto non molto amato dai critici e per molto tempo arrotolato nello studio del pittore, viene raffigurato un locale, forse cinese, per via delle lanterne colorate o francese. All'estrema sinistra vi è un operaio assorto, al centro due uomini sono seduti al tavolo con un clown dalla sguardo assente, dietro di loro una coppia borghese. In piedi, dietro al parapetto una prostituta guarda la scena. Fra di loro non hanno niente in comune, i loro visi sono spaesati, l'attimo sembra congelato. Attendono chissà forse un gesto, una parola, un sentimento di uno da uno di loro.

"Soir Bleu"

Una sala è dedicata ai lavori in cui la luce sovrasta nei dipinti case, strade o paesaggi. È la nuova fase artistica di Hopper, quella degli scatti simil-fotografici, della vita americana con i suoi contrasti.
"A Two Lights" (1927), è il quadro celebrato della mostra, dove più su d'ogni altro si posano gli occhi dei tanti visitatori. A chi chiedeva a Hopper il motivo per cui non raffigurasse grattacieli, l'artista rispondeva : "Sono i fari i miei grattacieli."


"A Two Lights"

Si possono apprezzare anche i suoi disegni preparatori, vere opere d'arte non minori rispetto ai dipinti. Ve ne sono molti, ma quello che più mi ha catturato è "Study for Office at Night" (1940).
Qui Hopper mostra se stesso seduto alla sua scrivania, una donna, la moglie, sta guardando nella sua direzione. Quello dell'ufficio non era tra i temi più raffigurati nel mondo dell'arte ma egli riesce dare un taglio nuovo, cinematografico. Mi ha ricordato vecchi film americani.

"Study for Office at Night"

La menzione della moglie è un'occasione per presentare la donna e la musa che fu accanto alla sua vita fino alla fine dei suoi giorni. Jo Hopper (1883-1968), pittrice anche lei, sposò Edward Hopper nel 1924. Il loro fu un matrimonio travagliato, fatto di litigi, perfino nelle interviste. Lui riservato e schivo, lei vivace e loquace, si accompagnarono sempre insieme, nel bene e nel male.
A concludere la visita vengono mostrate le ultime opere, dove la maestria e lo stile raggiungono il suo acme, dove la solitudine e l'estraneità vanno facendosi più vibranti e visibili.
"South Carolina Morning" (1955), un campo lungo, una donna dai tratti afroamericani e dalle forme generose attende inquieta qualcuno o qualcosa, dietro di noi "Cape Cod Sunset" (1934), raffigura la casa in stile vittoriano che gli Hopper fecero costruire nella penisola a sud est di Boston. Imponente nella struttura, la casa da al dipinto un'atmosfera di inquietudine e insensatezza.
Davanti a noi "Second Story Sunlight" (1960), tipica composizione hopperiana con le due donne i cui occhi mai si incontreranno perché una è rivolta al presenta, l'altra al futuro.

"South Carolina Morning"

"Cape Cod Sunset"

"Second Story Sunlight"

L'ambiente è curato e pulito e a questo si aggiungono un'audioguida con spiegazioni artistiche, storiche e critiche oltre ad una sala disegno, dove ci si può cimentare nel riprodurre i capolavori del pittore, un tavolo touchscreen per osservare un quaderno di bozze, uno spazio dedicato alle influenze che Hopper ebbe sul cinema, in particolare Alfred Hitchcock, di cui prese i campi lunghi e quell'atmosfera di suspense e ambiguità.
Divertente è invece il poter entrare nel dipinto "Second Story Sunlight", grazie ad un effetto speciale che lascia veramente sorpresi come bambini. Tutto incorniciato da alte pareti con fotografie e citazioni.
Unici difetti sono il dover portare l'audioguida all'orecchio, forzando quindi il braccio (dopo qualche minuto e lungo il percorso se ne risente), e proprio quando i nostri occhi sono ormai abituati alle silenziose storie e non si vorrebbe più uscire, ecco che invece veniamo disillusi e si chiude il sipario definitivamente.
Consiglio a tutti di inoltrarsi in questa bella mostra, anche perché rimangono ancora una manciata di giorni (fino al dodici febbraio).
Ma quello che ho amato di Edward Hopper e mi ha ancora più addentrato nella sua pittura, è stato quel modo di raccontare l'America meno ordinaria, attraverso tutte le sfaccettature dell'animo, dando corpo ad ogni sentimento.




M.P.





sabato 28 gennaio 2017

"Il Commesso" di Bernard Malamud

"Zito's Bakery" (1937), Berenice Abbott

Due anni fa feci la mia conoscenza letteraria con lo scrittore americano Bernard Malamud (1914-1986), appartenente alla fortunata generazione di romanzieri americani di origine ebrea, quali Saul Bellow (1915-2015), Philip Roth (1933), Paul Auster (1947), attraverso la raccolta di racconti surreali "Il Cappello di Rembrandt" del 1973.
Spinta a proseguire fra le sue opere dalla prosa asciutta e diretta e dalle tematiche originali e poco usuali nella letteratura occidentale, ho accettato di dare il mio secondo appuntamento allo scrittore, con uno dei suoi primi scritti, consigliatomi sia dall'amica-blogger Cristina di Athenae Noctua sia dalle entusiastiche osservazioni delle ragazze della Minimun Fax, alla manifestazione letteraria romana di Più Libri Più Liberi.
Pubblicato nel 1957 "Il Commesso" è il secondo romanzo di Malamud, considerato il suo capolavoro e che gli fece vincere a sorpresa il "National Book Award".
Al momento della lettura, mi sono trovata non più nelle rocambolesche avventure non-sense dei racconti, ma nella realistica e quanto mai circoscritta Brooklyn.
Qui non ci sono solamente tristi vicende di ebrei con le loro fatiche da sopportare né sinagoghe, né precetti, né Torah, bensì l'America dei primi anni Cinquanta con le sue contraddizioni, il flusso degli immigrati e della volontà di redimersi.


Bernard Malamud porta il lettore in una Brooklyn lontana dal rumore e dalla frenesia tipica del dopo-guerra : ne analizza una parte ristretta, quella assopita e stabile del ghetto ebraico.
Una "Winsburg Ohio" delineata da case, un cinema, da una biblioteca e un parco, un mondo appartato, animato da piccoli drammi individuali.
Come formiche al microscopio, vengono presentate tre diverse esistenze : quella di Morris Bober, emigrato russo, negoziante d'alimentari, sempre in lotta per la propria sopravvivenza, contro la sfortuna e per il principio morale di mantenersi onesto e rispettoso.
La figlia Helen, figura passionale ed inquieta, carica di illusioni e speranze; un corpo voluttuoso e sano che protende verso grandi aspettative, nei sogni chiusi della sua scarna cameretta.
E poi Frank Alpine, il goy, l'Italyaner, l'intruso dal passato oscuro.
Delinquentuccio che nel "momento migliore commette lo sbaglio peggiore", diventa commesso nel negozio di Bober, lavorando allo stremo delle forze, cercando di conformarsi alla comunità, fallendo e fallendo ancora, sino alla sua evoluzione.

La fluida scorrevolezza del romanzo, fatta di molte battute brevi e pensieri interni dei protagonisti, richiama il passato dell'autore, figlio di immigrati russi, arrivati in America in cerca di un posto al sole.
L'amore per i libri è presentato nell'ordinaria vita di Helen come un rifugio straordinario per conoscersi e riconoscersi, nel dolore delle pagine.
Ma non è solo questo. Malamud mostra l'America più nascosta, quella degli immigrati con il cuore gonfio di attesa: ne osserva le frustrazioni, lo squallore morale, le ossessioni, degli individui più poveri e falliti. Anche se qui c'è la figura di Bober e la sua ostinazione a mantenersi retto.

"La vita era ben povera cosa e il mondo cambiava in peggio. L'America era diventata troppo complicata e un uomo non contava più nulla. [...] Cosa aveva voluto fuggire, venendo qui?"


Quando Frank Alpine chiede a Bober che cosa voglia dire essere un ebreo, il negoziante risponde : "comportarsi bene, essere onesti, essere buoni." Qualità insite non in una religione in particolare, semplicemente esse sono qualità umane.
La stessa rettitudine di Bober non risulta celebrata : siamo umani sempre, anche nelle nostre nascoste debolezze. Non è il giudaismo a guidare qui, ma la coscienza.
Più che un romanzo "Il Commesso" ha l'andamento metaforico di una Bibbia, profana, americana; un lungo percorso, ancora da compiere, verso il riscatto morale.
Perfetta fusione fra letteratura americana e yiddish, non ne ho trovato comunque motivi di un capolavoro. Attendo per questo altre letture.




M.P.




Libro ;

"Il Commesso", B. Malamud, Minimum Fax
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