giovedì 1 dicembre 2016

"Nessuno scrive al Colonnello" di Gabriel G. Márquez


"Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni - da quando era finita l'ultima guerra civile - il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano."


Targa all'Hotel des Trois Collège


Se di Márquez si ama l'irrealtà, i ritratti di alcuni personaggi, la magia, le passioni più o meno lecite, bisognerebbe non mancare di leggere "Nessuno scrive al Colonnello", proprio per la mancanza di questi elementi.
Credo che il magnetismo di questo autore risieda nella sua imprevedibilità : quando diventiamo consci di aver assorbito definitivamente la sua narrativa, i suoi tempi e spazi, ecco che con un libro di ben poche pagine, il nostro castello di nozioni viene smantellato che ci possa piacere o no.
Pubblicato interamente nel 1961, è un romanzo di solitudine, amaro, uno di quelli che portano il lettore a camminare, insieme al protagonista, su quel filo estremo che è la sopravvivenza umana e la sua vana ostinazione.
Dal ritorno di un suo viaggio a Parigi, mia sorella mi disse di aver visto una targa all'entrata del prestigioso Hotel des Trois Collège commemorante  lo scrittore colombiano che proprio li aveva scritto "Nessuno scrive al Colonnello" nel 1957.

Impiegato nel giornale di Bogotà "El espectador", chiuso sotto la dittatura di Rojas Pinilla (1900-1975), Gabriel García Márquez (1927-2014), fu costretto ad emigrare in Europa e in seguito nella capitale francese dove trascorse un periodo infelice a causa delle ristrettezze economiche e di un mancato salario. Certamente fu l'esperienza più dura e triste e questi sentimenti si riflettono nell'opera.

In un villaggio tropicale (che potrebbe sembrare benissimo lo stesso della "Mala Ora"), quindici anni dopo il patto di Neerlandia, un colonnello ex veterano della guerra dei Mille Giorni, sotto il comando di Aureliano Buendía, aspetta da anni la sua meritata pensione
Ogni venerdì, al momento della lancia della posta, si reca ala porto con la speranza di ricevere la famigerata lettera che potrebbe dargli la possibilità di uscire dalle sue disperate condizioni economiche, eppure come ogni venerdì l'impiegato risponde di non aver nulla per lui..
Il colonnello vive in una casa malsana, con una moglie malata d'asma e prigioniero di una vita di fame e di stenti. Unico conforto un gallo da combattimento, ereditato dall'amato figlio ucciso per aver distribuito riviste clandestine.
Il colonnello e la moglie si tolgono il cibo dalla bocca per alimentare il gallo, possibile futura fonte di reddito, ma colpiti ancor più duramente dal passare dei giorni senza cibo e l'arrivo di dicembre, decidono di vendere l'animale all'uomo più ricco e corrotto del paese, per poi ripensarci ancora una volta : "l'illusione non si mangia, ma alimenta".

"Still Life" (1913), Diego Rivera
In questa lettura ho trovato una prosa più equilibrata e asciutta, diversa da tutte le altre opere dello scrittore. Non c'è il suo "realismo magico", non ci sono leggende da ascoltare né situazioni irreali.
C'è solo un profondo malessere sociale e quindi politico, di una comunità che non ha più bocca né per mangiare né per esprimersi.
Nel villaggio si ripetono quotidianamente le stesse azioni, padre Angel sorveglia l'ingresso al cinematografo, don Sabas sfrutta l'ingenuità dei suoi paesani per arricchirsi, mentre per le strade si aggirano poliziotti sospettosi tra violenti acquazzoni.
Ma sono tutti personaggi di contorno che servono a mettere maggiormente in rilievo la tragica figura del colonnello, uomo pacato dalla incrollabile fede e risolutezza, ultimo detentore di ideali di giustizia e libertà, la cui attesa della pensione e il gallo diventano il simbolo di un possibile riscatto che fin dalle prime pagine del libro sappiamo che mai si realizzerà.
Di "Nessuno scrive al Colonnello" Márquez disse che quest'opera rappresentava il suo lavoro più soddisfacente; "Cent'Anni di Solitudine" non sarebbe mai stato scritto senza il primo e non si stenta a crederlo : da quella potente realtà ne stava nascendo una fiaba.



M.P.




Libro :

"Nessuno scrive la Colonnello", G. G. Márquez , Oscar Mondadori 1994

giovedì 24 novembre 2016

"Novembre" di Gustave Flaubert


"Amo l'autunno, triste stagione che si addice ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo serba ancora al crepuscolo il color rosso che indora l'erba appassita, è dolce guardare spegnersi ciò che prima brillava in noi."


"A Wooded Pathin Autumn", H. Anderson Brendekilde


Opera essenzialmente autobiografica, "Novembre" di Gustave Flaubert (1821-1888), è un brevissimo racconto scritto nel 1841 e pubblicato postumo in Francia solo nel 1910.
In tutta la sua vita Flaubert si vergognò enormemente dell'opera, per la semplicità e maggiormente per il suo eccessivo romanticismo. Tuttavia questa segnò il primo importante componimento dell'autore : l'ultimo richiamo alle sue memorie giovanili e ad uno stile ancora denso di lirismo e riflessione.


Ambientato nella Parigi di Luigi Filippo (1830-1848), un giovane collegiale di buona borghesia, vive la sua adolescenza e giovinezza tra sogni, romanticherie e soprattutto di desideri carnali e d'amore.
Addentratosi in un sobborgo, conosce la prostituta Marie, con la quale si abbandona per due giorni.
Non sarà solo appagamento del corpo; insieme scopriranno che le loro vite non differiscono poi di tanto, essendo cresciuti nell'illusione e nella mancanza d'amore.
Non si rivedranno mai più.

Diviso in tre parti, nella prima seguiamo i pensieri volitivi e adoranti del giovane, in un mese votato alla malinconia e al ricordo. Nella seconda parte, la più bella e godibile dell'intero racconto, la bella Marie racconta quel che è stata la sua storia, da fanciulla avida d'amore e sensualità fino alla trasformazione di ricca cortigiana. Le sue manchevolezze, il suo folle inseguimento verso dorate visioni e la sua caduta più degradante ritorneranno nelle fattezze di un'altra donna, Emma Bovary.
Marie corrotta nel corpo, nei suoi sogni e nel suo cuore si sente ancora vergine perché mai ha amato davvero. Ne esce una figura provocante e contemporaneamente innocente.
Nella parte finale l'autore usa il cliché del ritrovamento del manoscritto per continuare a narrare le ultime vicende del giovane.
Al momento della stesura, Flaubert ripercorse due fatti principali della sua vita : agli anni tristi e solitari al Collège Royal di Rouen e all'incontro con Eulalie Foucaud.
Gustave Flaubert ebbe sempre un ossessione particolare : le donne.
Ossessione particolare che si ripercuoteva naturalmente nei suoi scritti; l'amata Elisa Schlesinger (1810-1888), fu ritratta meravigliosamente nel personaggio di Madame Arnoux nell'"Educazione Sentimentale", in questo Eulalie conosciuta a Marsiglia nel 1840, prende il personaggio di Marie.
"Novembre" è un libro denso di autobiografismo, d'aspirazioni e bramosie tipiche della gioventù, ma anche il complesso passaggio dello scrittore dal romanticismo al realismo e quindi alla definitiva età matura.
Un ricordo che si consuma nel breve attimo di una stagione, per non ritornare mai più.



M.P.





Libro :

"Novembre", G. Flaubert, Bit Edizioni 1995

sabato 12 novembre 2016

"Da un Mondo che non c'è Più" di Israel J. Singer


"In casa nostra tutto era considerato un peccato. Dire che il mio insegnante, Reb Mayer, era pazzo era peccato. Acchiappare le mosche a Shabbat era peccato. Disegnare era peccato. Anche correre era peccato perché non si confaceva agli ebrei ma solo ai gentili. Qualsiasi cosa uno facesse o non facesse, c'erano buone probabilità che fosse peccato. Non fare completamente niente era peccato. «Perché perdi tempo?» mi diceva mio padre ogni volta che mi beccava a guardare fuori dalla finestra. «Un ebreo non deve mai restare indolente. Deve sempre studiare.»"


"La Boutique gouache sur Papier" (1911), Marc Chagall

Ci sono civiltà lontane nella storia le cui credenze, superstizioni e culture oggi non conosciamo più nulla : sono state spazzate via dalle guerre o da qualche evento tragico o più semplicemente dal progredire umano.
I fratelli Singer sono i testimoni più rappresentativi di quel popolo ebraico che si era stanziato in Polonia e altre regioni limitrofe, così ricco di motivi folkloristici e sacrali, e mirabili narratori del filone yiddish¹.
Isaac Bashevis Singer (1904-1991), vinse addirittura il Premio Nobel per la letteratura nel 1978, la sorella Esther (1891-1954), scrisse notevoli opere sulla condizione delle donne di origine ashkenazita, ma il primato di cantore spetta, a mio dire, a Israel Joshua Singer.
Proprio come Joseph Roth, Israel Singer fu il partecipe spettatore di un mondo in declino.

Israel Joshua Singer (1893-1944), figlio di un rabbino della provincia di Varsavia, imbevuto fin dall'infanzia di dottrine ebraiche, arrivò tardi alla scrittura. Adombrato poi dalla figura del fratello minore, è stato nel lungo Novecento sconosciuto ai più, come tutti gli autori non sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Oggi la sua narrativa è stata rivalutata e i suoi romanzi come "I Fratelli Ashkenazi" e "La Famiglia Karnowski", celebrati degnamente come opere di rara e unica bellezza.
Scritto nel 1933 e pubblicato postumo nel 1946 "Da un Mondo che non c'è Più" è il primo volume di quell'autobiografia voluta e mai portata a termine dal suo autore.
Un memoriale dall'infanzia sino alla prima adolescenza, della famiglia ma soprattutto un ritratto collettivo di una comunità rurale e remota, nell'impero zarista del XX secolo.


L'opera si apre con l'incoronazione a zar di tutte le Russie di Nicola II (1894). Israel Joshua allora ha appena un anno, figlio di Pinchas Mendl Singer, rabbino dello shtetl² di Leoncin, provincia polacco-galiziana nei pressi della Vistola, uomo devoto a Dio e alla Torah ma credulone e poco pratico e di Basheva Zylberman, donna colta, intellettuale e più assennata del marito.
Israel cresce in un ambiente osservante e domestico, tra ore passate allo cheder (scuola primaria ebraica), lunghe preghiere in sinagoga e sere passate a studiare la Torah.
Il suo è un clan chiuso, culturalmente di livello basso e votato completamente a rigide regole religiose che governano i suoi abitanti.
Israel rifugge da questo mondo di precetti, credenze popolari e divieti, correndo fino allo sfinimento con i suoi amici, ascoltando i pettegolezzi degli adulti, mangiando con colpevole piacere e ridendo alle goffaggini di eminenti personaggi. Il suo corpo come i suoi pensieri maturano un senso di sofferenza e ribellione ed aspirazione verso una vita più libera e moderna.

"Ma tutte le punizioni non sporcavano la gioia delle giornate soleggiate nel frutteto e delle buie e tenere serate, quando il cielo era pieno di milioni di stelle e mi sentivo al corrente di tutti i misteri della vita e dell'esistenza."



La sua grandezza tuttavia non risiede nella vita del giovane protagonista, bensì nelle altre vite di Leoncin. La provincia ebraica pur immobile nel suo status è fermente di drammi.
Un romanzo corale di voci e odori che scaturiscono dalla storia di una società patriarcale, dove gli uomini siedono studiando le "dolci preghiere", per poi rivoltarsi nella rabbia, nell'invidia, nell'avidità e perversioni, chiedendo infine aiuto al Cielo e nell'arrivo di un Messia che non arriverà mai.
Le donne chiuse nei loro angoli di casa a cucinare, tenere in piedi la famiglia e servire : negli occhi il rancore della loro solitudine, nelle guance il rossore mentre parlano di rapporti coniugali.
Quando una persona di ammala non si chiamano dottori ma santoni, si crede nel malocchio e leggende lontane nel tempo.
Un villaggio quello di Leoncin dove il progresso non è stato ancora conquistato, ma già ne viene pronosticato il futuro avvento e il declino di quel vecchio mondo.
Ho dovuto più volte interrompere la lettura per cercare il significato di molti dei termini ebraici di cui non ero a conoscenza, eppure il testo si è rivelato scorrevole e le sue vicende racchiudono le memorie di un tempo che fu.
Questo è quel mondo raccontato da Israel Joshua Singer che sarebbe stato infine annientato dalla furia nazista.



M.P.



¹In origine dialetto alto-tedesco, scritto in caratteri ebraici.
² Villaggio ebraico dell'Europa Orientale.




Libro :

"Da un Mondo che non c'è Più", I. J. Singer, Newton Compton.


venerdì 4 novembre 2016

"La Mia Vita" di Agatha Christie


"Tra me e quella ragazzina solenne con i boccoli biondo-chiaro non c'è nessuna differenza. La dimora in cui risiede lo spirito cresce sviluppando istinti e propensioni, emozioni, e capacità intellettive, ma io, la vera Agatha, sono sempre la stessa."



De "La Mia Vita" di Agatha Christie ne avevo già parlato in un post di luglio come consiglio di lettura durante l'estate. Ho adempiuto al mio stesso consiglio, seppur non durante la bella stagione, ma in quella più emozionale e colorata.
Conosco la Christie. Non esagero quando scrivo che mia sorella dovrebbe risultare tra i pochi italiani a possedere una sterminata collezione dei suoi libri, tra polizieschi, drammi teatrali, sentimentali e d'epoca. Approfittavo delle sue letture mentre si faceva viva in me l'immagine di una scrittrice geniale, brillante; una mente fine ed acuta.
Non esagero nemmeno scrivendo che non leggo nessun altro giallo al di fuori dei suoi. I gialli moderni hanno sempre dei risvolti riguardanti la mafia, lo Stato, intrighi internazionali; io credo molto di più "nella natura umana" : nei rapporti personali, negli odi covati, nelle gelosie ataviche.


Al momento della stesura Agatha Christie (1890-1976), era tra le più popolari scrittrici mondiali.
I suoi libri venivano venduti dalle regioni più lontane e fredde oltreoceano fino all'Estremo Oriente, riprodotti nei vari teatri, cinema, e la sua persona di dama inglese stimata nei circoli letterari come nei mondani.
Scritta tra il 1950 e il 1965, "La Mia Vita" (pubblicata postuma nel 1977), è il suo romanzo di ricordi e memorie che abbraccia il lungo Novecento, dalla fine dell'età vittoriana, l'inizio dell'epoca eduardiana, le due guerre mondiali, fino alla sicura e accomodante vita negli anni '50-'60.
La sua non è la semplice storia di una scrittrice famosa, ma il resoconto di epoche, mode, passioni, conflitti, sguardi e riflessioni di un mondo lontano, in continuo cambiamento, le cui rievocazioni giungono all'atto finale di una matura consapevolezza di aver vissuto una vita piena e soddisfatta.

Una giovane Christie

Nata nella medio-alta borghesia anglo-americana, nella riviera turistica di Torquay; Agatha cresce in un clima di generoso benessere, secondo gli usi e convenzioni dell'età post-vittoriana.
Tra banchetti mondani, numerose tate, filastrocche da imparare, una creatività e immaginazione fervida fin da piccola.
I capitoli sull'infanzia prendono buona parte del libro : "una delle cose più belle che possono capitare a una persona è un'infanzia felice. La mia lo è stata molto."
Un ambiente di sogni, fate, libri, cene con regine, dove ancora la scrittura non contava nulla.
La morte del padre oberato di affanni, quindi il ridimensionamento economico, una giovinezza libera, nei bagni al mare, visite, balli e lunghi flirts. L'incontro con Archibald Christie (1889-1962), ufficiale dell'aeronautica e il lavoro in un dispensatorio durante la Grande Guerra e il giro del mondo nel 1923 per opera del British Museum.
Armeggiando tra farmaci e veleni le si era presentata l'idea di creare dei romanzi polizieschi, passione che non tarderà a diventare una vera e propria professione.
La dolorosa morte della madre accompagna il divorzio imposto dal marito; una seconda primavera le apre un nuovo matrimonio e nuove visioni e colori dall'Oriente che si arrestano solo con l'avvento del secondo conflitto.

Non bisogna immaginarsi la Christie come una vecchia dama, seduta in un angolo vintage a scrivere.
Era una donna moderna : cavalcava all'amazzone, surfava sulle onde australiane, guidava l'automobile (allora una rarità per una donna), ballava il tango, viaggiava sull'Orient-Express, facendo spola fra Occidente e Oriente, passeggiando nel deserto alle prime luci dell'alba e poi occupandosi di scavi archeologici in città perdute.
Le sue opere rivivono nella lunga vita ripercorrendo aneddoti, fatti storici e privati con modestia e sincerità, spoglie di vanesie elucubrazioni e attraverso i suoi personaggi più celebri, da Hercule Poirot a Miss Marple, dal signor Quin a Tommy e Tuppence.
In questo che ritengo tra i più bei testamenti letterari del Novecento, ricorre nel lungo flusso di pensieri e ricordi, l'amore.

Agatha Christie in Egitto

L'amore per il Medio Oriente. Mi sono commossa per le suggestive descrizioni di città fiabesche con le loro torri alte e tramonti rosati, popolazioni e culture diverse, scenari netti e chiari di Aleppo, Mosul, Bagdad, Esfahan (detta la metà del mondo); oggi mondi persi per sempre, le cui bellezze nessuno più scriverà.
Io che di quei paesi mi sento così ignorante, vi ho lasciato le lacrime fra quelle pagine.

"Quanto ho amato quella parte di mondo.
L'amo ancora e l'amerò per sempre."

L'amore per la vita. Qui si ritrova la Christie delle sue opere : il senso della continuità della vita a dispetto di tutto, dei nostri affanni, delle nostre delusioni come della morte.

"Mi piace vivere. E' capitato anche a me di essere in balìa di una profonda disperazione, di un'infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria."

Una vita che seppur resa straordinaria dalla sua autrice, essa magnifica il suo vero fondamento, la gratitudine.



M.P.





Libro :

"La Mia Vita", A. Christie, Oscar Mondadori, 2007

venerdì 21 ottobre 2016

May Nieriker, "la Alcott che incantò Parigi"


"Una fanciulla piena di sogni elevati. Slanciata, regale, alta." ("Our Madonna", Louisa May Alcott)

"May Alcott Nieriker" (1877) Rose Peckham


Per Louisa May Alcott (1832-1888), ho una devozione spassionata. A lei devo il mio amore per la lettura ed avermi addentrata verso la letteratura classica ed il gusto ottocentesco.
Ma qui non voglio parlare di lei, bensì di sua sorella May, il cui talento artistico non rimase, in realtà, chiuso fra le pagine di "Piccole Donne", ma arrivò oltreoceano.
Nella seconda metà dell'Ottocento, la più giovane delle sorelle Alcott, mise in mostra le sue doti, venendo apprezzata e riconosciuta da quelli che in seguito divennero i più grandi pittori. Un successo adombrato solo dalla onnipresente figura della sorella scrittrice.
Louisa May Alcott mise la figura di May in Amy March. Un personaggio le cui "maniere altezzose" hanno reso antipatico ai più. Eppure bisognerebbe ricordarsi che insieme a Jo e  Nan Harding ("Piccoli Uomini" "I Ragazzi di Jo"), Amy diventa nella saga famigliare, il simbolo delle donne che possono realizzarsi pienamente nella vita, e soltanto con l'aiuto di se stesse.

Abigail May Alcott nacque nel 1840 ad Orchard House, nel Massachusetts. Figlia del filosofo trascendentale Amos Bronson (1799-1888), non ebbe una fornita educazione, seguendo più che altro i liberi pensieri e vagabondaggi dell'eccentrico padre.
Aveva occhi azzurri, capelli biondissimi e l'amore per l'arte. Fin da piccola soleva trascorrere le giornate disegnando e dipingendo quadri affascinanti che poi andavano a decorare con fierezza le pareti di Orchard House. Il suo non era diletto, ma puro talento, tanto da essere soprannominata in famiglia "the little Raffaello".
La propensione all'arte circondava anche la sua immagine : pur non essendo propriamente bella, possedeva un aspetto classico per gli standard dell'epoca. Graziosa, gaia, intelligente, creativa, era a detta di tutti "una delle creature più belle del mondo".
Amava la vita, la bellezza, le persone e la natura, qualità che ben si accordavano alla sua persona elegante e perfezionista.
Dopo i primi rudimentali studi artistici in varie scuole, nel 1859 si iscrisse alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, dove studiò insieme al futuro pittore William Morris Hunt (1824-1879).
Nel 1868, al momento della pubblicazione di "Piccole Donne", di cui fu l'illustratrice, Louisa con i proventi sostenne i suoi studi, portandola nel 1870 in tour all'estero.
Nell'America puritana del XIX secolo le donne non avevano possibilità di ampliare le loro conoscenze artistiche come nella vecchia Europa, sebbene in quest'ultima veniva negato loro di recarsi nelle accademie a dipingere nudi dal vivo per questioni morali.
La pittrice Berthe Morisot, nelle prime mostre degli Impressionisti, fu ogniqualvolta tacciata come "poca di buono".
May compì tre viaggi all'estero con la sorella, l'ultimo da sola.
In Europa affinò e maturò il suo talento studiando scultura, disegno, pittura nelle accademie inglesi, come alle rovine romane e nei sobborghi parigini.
Si innamorò di Turner, dei suoi cieli mutevoli, delle atmosfere velate, diventando un'ottima copista, tanto da essere considerata la migliore del suo tempo.
Ma è a Parigi che visse il suo periodo d'oro. Parigi era veramente la città dell'arte e degli artisti a tal punto che "i nuovi arrivati avevano l'impressione che la città fosse un unico atelier", come lei stessa scriveva. Qui entrò in contatto con figure eminenti che sarebbero diventate famosi : divenne infatti amica e confidente di Mary Cassatt (1844-1926). Le legava entrambe la provenienza.
Nel 1877 la sua "Natura Morta" fu esposta al Salon di Parigi, entrando così nella storia come la prima donna americana negli annali della mostra. May informò la famiglia della consacrazione con la frase : "Chi avrebbe mai immaginato tale fortuna?"


"Natura Morta" (1877)
In seguito a ciò, la giovane pittrice conobbe fama nei circoli come in altre mostre, in Francia e varie parti del mondo. La sua ostinazione era stata ricompensata e univa a questa anche la sua ribellione a restare in Europa per continuare la sua professione, lontana dalla famiglia.
La sua maestria si rivelava soprattutto negli acquarelli e nelle nature morte.
I suoi dipinti accarezzavano punte di romanticismo con ispirazioni alla Turner, arrivando ai colori scuri e forti del realismo¹. Il suo tocco era delicato quanto espressivo.
Ma non visse solo d'arte. Nel 1876 incontrò a Londra l'imprenditore e violinista svizzero Ernest Nieriker, con il quale nonostante la differenza di età, si sposò l'anno successivo, ritirandosi nel sobborgo di Meudon.

"Westmister Abbay" (1879)

"Baby Owl"

"Orchard House"

Fu un unione felice : insieme ricrearono quel clima di eleganza e bellezza che li caratterizzava.
May continuò a dipingere anche da sposata. Il capolavoro "La Négresse" ne da la prova.
Dipinto nel 1879 e anch'esso esposto al Salon, ritrae una giovane afro-americana dal petto scoperto.
L'artista si è voluta rifare al movimento dell'Orientalismo, allora molto in voga grazie alle conquiste francesi in Africa nel XVIII secolo. La figura della donna è dettagliata e realistica, senza alcuna velatura erotica, ma comunicativa attraverso la posa e gli occhi.
Una concausa ulteriore delle poche testimonianze su May, è dovuta purtroppo alla sua morte prematura. Infatti ella morì di febbre puerperale, nello stesso anno del suo capolavoro e sei settimane dopo aver dato alla luce la sua creatura, Louisa May².
Si potrebbe aprire un capitolo su quante donne nella storia abbiano perso la vita e le più belle aspirazioni, morendo semplicemente di parto. Erano secoli quelli in cui il coraggio del sesso femminile si misurava anche nel vivere.
Diversamente dalle sorelle, May Nieriker, la donna che entusiasmò Parigi per un breve periodo, riposa oggi nella città che la rese famosa, la cui fermezza e valore meritano di essere conosciuti.


"Floral Panel" (1879), nella camera di Louisa ad Orchard House




M.P.




¹ Ringrazio Cristian di Artesporando per avermelo confermato.
² Detta "Lulu" (1879-1975), dopo la morte della madre venne accudita con amore dalla zia Louisa, in seguito tornò a vivere in Svizzera. Nel 1903 si sposò con Emil Rasim, resiedendo in Germania fino alla sua morte.

venerdì 14 ottobre 2016

"Bagheria" di Dacia Maraini


"Il nome Bagheria pare venga da Ba Bel Gherib che in arabo significa porta del vento. [...] ma è nata, nel suo splendore architettonico, come villeggiatura di campagna dei signori palermitani del Settecento e ha conservato quell'aria da giardino d'estate circondata da limoni e ulivi, sospesa in alto sopra le colline, rinfrescata da venti salsi che vengono dalle parti del Capo Zafferano."

Villa Valguarnera

Ci sono ricordi che per qualche motivo lasciamo volutamente fuggire dalla nostra memoria, ma la vita è imprevedibile, e capita che questi riaffiorino molto più tardi, attirandoci con una malia perversa, soprattutto se ci parlano delle nostre radici.
Questo è il tema della scrittrice Dacia Maraini nel suo libro "Bagheria" (1993), piccolo memoriale sulla sua vita trascorsa nella terra d'origine, l'entroterra siciliano.
Di Dacia Maraini questo è il terzo romanzo che leggo, a confermare il suo talento di narratrice, come di generosa dispensatrice di sensazioni, immagini e figure, femminili in particolare.
Quanto ho amato la libera e vagabonda Chiara d'Assisi e come ho sofferto per le vicende della silenziosa e attiva Marianna Ucrìa; eppure anche Bagheria è una donna, bellissima nei primi fasti, "sporcata" poi dagli uomini mentre rivive le glorie di un passato duro a morire.
Non sembrerà vero ma la Maraini appartiene, per ramo materno, alla più nobile delle famiglie siciliane, gli Alliata di Salaparuta, che già nel Settecento ebbero importanti ruoli alla corte del Regno di Napoli.
La madre, la pittrice Topazia Alliata aveva sposato contro il volere dei genitori, l'etnologo Fosco Maraini. Tra il 1938 e il 1947 la famiglia risiedette in Giappone, dove nel 1943 al 1946 fu confinata in un campo di concentramento per essersi rifiutata di firmare l'adesione alla Repubblica di Salò.
E proprio dopo la liberazione, rientrati in un'Italia povera e devastata dalla guerra, vennero accolti dai nonni materni di Dacia, nella splendida villa di proprietà, la Valguarnera¹ a Bagheria.

"Case e tetti di Bagheria", Renato Guttuso

Fra continui flash-back e reminiscenze, la scrittrice rievoca il suo periodo di iniziazione alla vita : dalle amate figure genitoriali, simbolo di quella cultura finalmente libera e moderna, contro i nobili parenti chiusi in un immobilismo atavico e gretto, non privo a volte di vergogne.
L'allontanamento dell'adorato padre, doloroso e silenzioso, all'incontro con la sessualità, offerta ma non voluta, non sono che un aprirsi e negarsi alla terra arida e selvaggia di Bagheria.
Non quella mitizzata dai Fenici e dai Greci, ai tempi di Polibio, dal profumo del mare e dei limoni, bensì quella delle speculazioni edilizie, a quelle case addossate le une alle altre che hanno distrutto interi "polmoni verdi" nelle zone vantaggiose intorno alla Valguarnera negli anni cinquanta.
"Bagheria è una città mafiosa, lo sanno tutti." La Maraini ripercorre, senza remore, la mascolina e primitiva crudeltà "del coltello e del fucile" "delle violenze, intimidazioni, soprusi, prepotenze, abusi, feriti, morti" operate dai maggiorenti del paese, favoriti da silenzio e corruzione.
Un ambiente colpevole di non aver favorito l'emancipazione femminile e ha continuato anzi lo sfruttamento delle donne con maltrattamenti, stupri, all'interno dei nuclei familiari all'apparenza dabbene.
Il corpo delle donne è un oggetto "preso" dal sesso maschile, dove la volontà delle proprietarie nulla conta "un corpo munito di utero deve nascondersi e negarsi [...] ogni abbandono è una rovina."
Ma la penna ritorna infine alla Valguarnera, con un adagio monotono sui mobili settecenteschi impolverati, fontane dormienti, stanze depredate, nei calici colmi di té freddo; odori, suoni e visioni di un lontano ancien régime, imposto dagli uomini e subìto dalle donne dagli abiti troppo ricchi e troppo pesanti e desideri sacrificati.
Dacia Maraini porterà scorci di questi piccoli scenari in molte delle sue opere.
Una scrittura che serve da catarsi ad un mondo a lungo asserragliato in memorie oscure.

"E' lei, Marianna, a grandezza naturale, chiusa in un vestito rigido [...] che tiene fra le dita un foglietto in cui è scritto una parte sconosciuta e persa del mio passato bagariota."



M.P.



¹ Sito ufficiale della Villa a Bagheria.




Libro :

"Bagheria", D. Maraini, KK edizioni.

giovedì 6 ottobre 2016

"Dalla Parte delle Bambine" di Elena Gianini Belotti


"Questo libro ha avuto la fortuna di essere stato molto regalato : da una figlia a sua madre, da una madre a sua figlia, da una donna ad un amico, da un uomo ad una donna, da un giovane alla sua ragazza e viceversa, da amici e amiche ad innumerevoli madri e padri di bambine. Ognuno dei donatori ha affidato al libro un'intenzione, un augurio, una sollecitazione : leggilo e capirai il mio passato; leggilo e riconoscerai la tua storia; leggilo e non ripeterai la mia storia; leggilo e potrai cambiare il tuo destino; leggilo e il destino della tua bambina sarà diverso dai nostri."


"Girl with Baloon" (2004), Banksy


Quando ero bambina e passavo le estati dai nonni in Abruzzo, mi ricordo che passavo i pomeriggi davanti alla libreria di una delle cugine più grandi. Lei frequentava le Magistrali e i suoi testi erano per lo più saggi di psicologia e pedagogia. Prendevo un volume alla volta e mi mettevo a leggere sull'educazione dei bambini, la loro vita come poteva cambiare a seconda di un gesto negato od offerto da un adulto.
La prima volta, invece che lessi il nome di Elena Gianini Belotti fu in una introduzione ad un libro della scrittrice americana Louisa May Alcott (1832-1888), e il collegamento non aveva nulla di strano : la Alcott nei suoi romanzi non proponeva modelli di ragazze esemplari, ma possibili varianti a quelle della propria generazione. Ma chi è la Belotti?


Negli ultimi fatti di cronaca sugli abusi alle donne e allo sfruttamento della loro immagine, il suo nome è rimbalzato da una parte all'altra tra giornalisti e scrittori.
Elena Gianini Belotti è una luminosa e riconosciuta pedagogista italiana. Nata e vissuta a Roma, insegnante montessoriana, ha diretto dal 1960 al 1980 il Centro Nascita Montessori, unico nel suo genere in Italia, dove si preparano le future madri al proprio ruolo.
Prolifica scrittrice, nel 1973, in un periodo di continue rivendicazioni femminili, pubblicò il saggio-indagine "Dalle Parte delle Bambine".
Fu uno strepitoso successo di vendite e durevole nel tempo che solo l'illusorio raggiungimento di una certa indipendenza femminile ha riposto in un angolo.

La Belotti poneva grande attenzione sull'infanzia e alla tradizionale differenza di carattere tra maschi e femmine che non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che i bambini subiscono nei primi anni di vita e questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile.
Diviso in quattro capitoli, il libro si sviluppa dalle aspettative genitoriali dopo il concepimento fino all'entrata del bambino nella società e nelle istituzioni scolastiche.
Pur essendo un testo per alcuni versi superato, resistono ancor oggi certi pregiudizi "profondamente radicati nel costume : sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un'utilità sociale" al momento dell'attesa di un figlio : i periodi di luna, i chicchi di grano, maschio se sono dispari pari femmina, ventri appuntiti o piatti, gravidanza faticosa nascerà una bambina, più rilassata nascerà maschio; tutto è volto ad esprimere emozioni positive per il maschio, negative per la femmina, a ricordare, ancora prima di venire al mondo, la supremazia maschile.
Nel secondo capitolo si analizzano i primi condizionamenti da parte degli adulti, si mette in luce, in particolare, la normale "giustificazione" che si da all'irruenza dei maschi mentre si reprime la vivacità femminile, non capendo che la vivacità è l'inizio di una fervida creatività. Così le bambine hanno già in mente le predisposizioni "giuste" da prendere e falsi modelli in cui immedesimarsi.
Non è raro che siano proprio quest'ultime a doversi conquistare fin da piccoline l'affetto e l'accettazione dal mondo adulto, attraverso la bellezza, la civetteria, dove i bambini maschi nulla hanno da ottenere perché basta l'essere appartenenti al sesso dominante.

"A Little Girl Reading" (1900), J. Gudmundsen

Questo non cambierà nella crescita e nel mondo del lavoro dove una donna dovrà impiegare maggiori energie per arrivare ad un risultato laddove un uomo potrà sacrificarsi con meno dispendio di fatica.
L'intelligenza e il valore intellettuale non vengono quasi mai menzionate per il sesso femminile, non rappresentano le prime qualità a cui si pensa.
L'"invidia del pene" tanto conclamata da Sigmund Freud non è che il rimpianto della sua insubordinazione.
Se nel caso di "Gioco, giocattoli e letteratura infantile" non esiste più come nel passato una netta differenza tra giochi maschili e femminili, non è altrettanto vero nell'ambito delle immagini e della pubblicità.
Non è da molto il ritiro dello spot di una nota marca di pannolini, ritenuto discriminante per le bambine, a cui si attribuivano solo ruoli passivi.
Un ambiente che potrebbe contribuire ad un miglioramento dell'infanzia femminile è la letteratura. 
Pochi giorni fa c'è stata la sentenza di un tribunale che ha risarcito una minorenne incappata nel giro della prostituzione, con trenta libri di autrici simbolo dell'indipendenza femminile.
Nell'ultimo capitolo viene affrontato il compito delle scuole sull'educazione e sullo sviluppo delle loro persone in base alle individualità, nature e sentimenti, non alla caratterizzazione del sesso, al fine di realizzare i propri bisogni ed assicurare aspettative di vita migliori per ogni singolo per raggiungere una possibile, armoniosa convivenza tra le future donne e i futuri uomini.

"Nessuno può dire quante energie, quante qualità vadano distrutte nel processo di immissione forzata dei bambini d'ambo i sessi negli schemi maschile-femminile così come sono dalla nostra cultura, nessuno ci saprà mai dire che cosa avrebbe potuto diventare una bambina se non avesse trovato sul cammino del suo sviluppo tanti insormontabili ostacoli posti lì esclusivamente a causa del suo sesso."



M.P.



Libro :

"Dalla Parte delle Bambine", E. G. Belotti, Feltrinelli 1983


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