giovedì 10 gennaio 2019

"Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar


Non saprò mai se questo calore, se questa dolcezza emanavano solo dal più profondo dell'essere mio, prove estreme d'un uomo in lotta contro la solitudine e il freddo della notte. Ma la domanda, che si pone anche in presenza dei nostri amori viventi, oggi non m'interessa più: poco m'importa se i fantasmi da me evocati vengano dai limbi della mia memoria o da quelli d'un altro mondo. La mia anima, se pure ne posseggo una, è fatta della stessa sostanza degli spettri; questo corpo dalle mani gonfie, dalle unghie livide, questa triste carne già per metà in dissoluzione, quest'otre di mali, di ambizioni e di sogni, non è molto più solido né più consistente d'un ombra. Non mi distinguo dai morti se non per la facoltà di soffocare qualche momento ancora; in un certo senso, la loro esistenza mi sembra più certa della mia.

Foto di Appuntario

Dopo aver concluso il 2018 con il consueto riepilogo di tutte le letture intraprese, mi appresto ad un nuovo anno letterario con il romanzo "Memorie di Adriano", iniziato durante gli ultimi giorni di dicembre e finito con i primi di gennaio.
Ho la fortuna di abitare a pochi chilometri dal centro di Roma e al tempo stesso nemmeno lontana da quei gioielli architettonici che sono la Villa d'Este e la Villa Adriana di Tivoli. Se da ragazza la mia preferenza andava alla prima, col tempo e l'età matura, ho potuto vedere quelle statue, colonne, mosaici bellissimi, ciò che era rimasto, sotto una luce nuova, e come qualcosa che poteva anche essere mia.
Villa Adriana, non meno del Colosseo, riflette tutta la grandezza di quel che fu Roma allora, nel culmine della vastità e dello splendore, e la personalità del suo creatore imbevuto di bellezza filoellenica e poesia, l'imperatore Adriano (76 d.C.-138).
"Memorie di Adriano" è stato un libro che ho amato molto; l'ho sentito mio, vicino ai miei, ormai passati, studi e a quel legame invisibile che stringe tutti noi ad un passato lontano, che è il nostro dopotutto. Non posso che ringraziare per lo spassionato consiglio l'amica blogger Cristina di Athenae Noctua e il suo invito a questa lettura.
 L'opera fu pubblicata nel 1951, sei anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e di quel mondo apocalittico chiusosi, questo testo sembra voler ristabilire il dovuto ordine o, almeno, una vaga speranza di poterlo fare.
"Memorie di Adriano" si presenta sotto forma di una lunga epistola, in cui non viene data molta importanza ai dati storici o prettamente biografici dell'imperatore, ma ai suoi ragionamenti personali, ai ricordi, al suo mestiere di padrone di un grande ed affollato regno e di uomo, al suo mondo che funge da passaggio da sé all'avvenire.
Il genio creatore è quello della scrittrice belga Marguerite Yourcenar (1903-1987), una donna che meriterebbe di essere conosciuta quanto il suo capolavoro: amante degli studi classici e instancabile viaggiatrice; ribelle, tanto da vivere apertamente la sua relazione con una donna nei primi anni del Novecento, e dopo la morte di questa, innamorarsi di un uomo. Accanto a questi suoi grandi amori è stata seppellita negli Stati Uniti.


Quello che doveva essere un semplice resoconto dei sintomi di un male incurabile e di una vita che va lentamente spegnendosi, rivolta all'amato nipote adottivo, il giovane Marco Aurelio, diventa per l'imperatore Adriano il motivo per raccontare un'esistenza intera.
Narranta cronologicamente in prima persona, dalla sua nascita in un villaggio della Spagna a poche ore prima della sua morte a Baia, ripercorre  insieme gli anni del principato ereditato da Traiano, giunto alla sua massima espansione territoriale e culturale ma già precario per la moltitudine di popoli coesistenti, i deboli confini da difendere, le prime crepe intraviste nel sistema politico e su tutto la figura di Adriano, preso dalle drammatiche istanze del suo ruolo di princeps e filosofo illuminato insieme.
Di non minore importanza è il periodo storico rivelato dalla Yourcenar: ispirata da una frase dello scrittore francese Gustave Flaubert, sceglie un momento preciso, quando dopo la caduta degli dèi e la non ancora diffusione del cristianesimo, solo l'uomo è stato al centro degli eventi, libero da pressioni e paure ancestrali. E Adriano diventa il simbolo di questo nuovo uomo, moderno, di lettere, viaggiatore, arbitro del proprio destino e lungimirante nel pensiero e proprio in quest'ultimo il protagonista percepisce la diversità che lo contrappone all'uomo antico: non la capacità di arrivare fisicamente ad un punto desiderato, ma quanto averlo attraversato con il pensiero stesso.
«Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo», Adriano si fa cosciente portavoce di quei valori come gli ideali greci di armonia e democrazia, dell'eternità di Roma, del pensiero umano espresso nei libri e la sopravvivenza di tutti questi dovuta ad un governo di pace, terreno fertile per il presente e l'avvenire.
L'imperatore romano non può comunque personificare un modello perché, come uomo, è limitato dalla potenza delle passioni e qui per l'amore/odio bruciante e poetico verso il fanciullo Antinoo.
Il suo narrarsi non include unicamente la meditazione di concetti elevati e raffinati, carichi di tensione e presagi bensì amletiche riflessioni sulla divinità, la vecchiaia, la morte, le sofferenze che completano il genere umano.
La vera genialità della Yourcenar è stata quella di aver azzerato la distanza tra noi e Adriano; non ci sono tutti questi secoli a separarci: i suoi dubbi, il suo vivere e sentire non differiscono molto dal nostro; il passato non è un concetto inavvicinabile e cupo.
Mi sono lasciata liberamente trasportare dai suoi viaggi, presenziare ai riti oscuri, guardare come lui le costellazioni salire allo zenit nella bellezza di una notte siriaca, chiudermi dietro le tende dell'isolotto della Villa e ho sentito come lui, quel timore che è stata l'inquietudine della Yourcenar: un mondo in preda al panico tra indicibili efferatezze.

Come l'iniziato mitriaco, forse anche l'umanità ha bisogno del bagno di sangue e di passare periodicamente nella fossa funebre. Vedevo tornare i codici feroci, gli dèi  implacabili, il dispotismo incontestato dei principi barbari, il mondo frantumato in Stati nemici, eternamente in preda al terrore. Altre sentinelle, minacciate da altri dardi, andranno su e giù di ronda nelle città future; il gioco stupido, osceno e crudele continuerà, e la specie umana invecchiando vi aggiungerà senza dubbio nuove raffinatezze d'orrore. La nostra epoca, di cui conoscevo meglio di chiunque altro le insufficienze e le tare, forse un giorno sarà considerata, per contrasto, come una delle età dell'oro dell'umanità.

Parlare di questo testo come di una difesa della conoscenza, di custodia della bellezza e ammonimento per il domani, è dir poco.
Molto più delle splendide e ricorrenti frasi sui libri, sul passato greco e l'avvenire, sono rimasta colpita da una delle ultime righe del libro: «Fino all'ultimo istante, Adriano sarà stato amato d'amore umano» : la pietà e la dolcezza sono le più grandi consolazioni dell'esistenza umana.

M.P.




Libro:

"Memorie di Adriano", M. Yourcenar, Einaudi

venerdì 28 dicembre 2018

Riepilogo di un anno di letture


Illustrazione di Ruth Eastman


Ad ogni conclusione dell'anno mi ritrovo sempre nella stessa situazione: di fare promesse per il nuovo anno, illudendomi di poterle realizzare.
È una strana bizzarria questa, promettere di dover leggere di più, quando si conosce benissimo la risposta, la verità oggettiva che anno dopo anno si accumulano anni, vita e quindi responsabilità più pesanti da portare avanti.
Se il tempo e gli òneri non ci vengono in soccorso, la qualità sì e ad ogni nuova età le scelte delle nostre letture si affinano, si fanno più specifiche e noi più esigenti.
Così, se questo 2018 è trascorso in poche letture, la compagnia di alcune mi ha confortato della scarsa quantità.
Fra i tanti luoghi visitati, personaggi incontrati, mondi e passati lontani, autori rinnovati e alcuni scoperti, le letture si sono involontariamente  concentrate su due filoni in particolare: la vita rappresentata nella sua più comune realtà e la questione femminile che pur attraversata attraverso epoche e singole vicende, non è ancora un capitolo piacevolmente chiuso.


Una figura che mi è stata molto cara quest'anno (e in verità già da due anni), è quella della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, ingiustamente messa all'ombra dalla coeva Virginia Woolf lungo gran parte del Novecento. Autrice di racconti profondamente sensibili quanto intimamente geniali, ho (ri)scoperto la sua personalità attraverso il suo "Quaderno d'Appunti", un diario personale multi sfaccettato che percorre gli ultimi diciotto anni della sua breve esistenza; dagli esordi letterari fino a pochi mesi prima della morte. Sono presenti racconti mai portati a termine, lettere, riflessioni e fondamentali tracce del suo metodo di scrittura visionario e svolto in una rapidità sempre più crescente.
Prima ancora di questo testo mi sono abbandonata alla poetica biografia di Pietro Citati con "Vita Breve di Katherine Mansfield" ; una lodevole ricostruzione romanzata e insieme veritiera di quella piccola figura di donna "tremendamente vitale", la cui malattia acuiva la sua fervida fantasia e la sensibilità.
Spero, in futuro, di vedere di più le sue opere o di sentir nominare spesso il suo nome,affiché possa godere della luce che merita.
Come ogni anno cerco di aggiungere alla lista delle mie letture qualche libro riguardante le guerre mondiali, e proprio in questo corrente, si sono commemorati i cento anni dalla fine della Grande Guerra.
Nelle varie celebrazioni che ho assistito da casa, ho sentito più volte politici riempirsi la bocca di parole come coraggio, vittoria, patria, dimenticandosi (o fingendo di dimenticare) quanto la guerra sia di per sé già una sconfitta, un inutile carneficina e macchina di denaro. Quanto sarebbe stato più utile citare qualche passo di "Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale" di Remarque, dove anche un ribelle, un disertore, un vigliacco può amare la patria e allo stesso tempo rinnegare la guerra come ecatombe di vite, speranze e giovinezza o condannare tutte le guerre che si improntano su persecuzioni di popoli, civiltà, cancellando per sempre la loro storia e la memoria per le generazioni future, come espresso nel romanzo che ho considerato il "mio" libro dell'anno "I Fratelli Ashkenazi" di Israel J. Singer. Con "La Casa in Collina" di Cesare Pavese il cui ultimo capitolo, che già da solo meriterebbe di essere letto per la potenza delle sue parole, offre una testimonianza diretta, un ammonimento severo rivolto a chi verrà dopo: che «ogni guerra è una guerra civile» e il peso di ciascuna morte, pur sconosciuta e lontana, grava su di noi.
Come ho già scritto nella premessa, ho percorso molte vite in questi ultimi mesi, si potrebbe quasi dire vissuto perché inevitabilmente ciò che leggiamo lo rendiamo un poco nostro, a partire dall'antologia di Paolo di Paolo "Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie"  che mi porto, mentalmente, ancora dietro come ispirazione per nuove riletture e nuove proposte per il nuovo anno.

Perché la letteratura ci racconta. La sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l'amore, le ambizioni, le illusioni - magari perdute; la voglia di andare lontano o di tornare a casa; la paura di invecchiare e tutte le paure, ma anche tutte le speranze. ("Vite che sono la tua")

"La Morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj racconta le vicende di un uomo che, raggiunto l'apice del successo lavorativo, incontra la malattia e vede l'approssimarsi della  morte. Dopo vane resistenze e riflessioni, riesce ad accettare la morte come una fase naturale della vita e comprende altresì l'importanza degli affetti e del bene.
Il protagonista del romanzo dell'americano John Williams "Stoner", anche lui accetta e impara, dopo varie vicissitudini, a non sminuire una vita magari non proprio brillante o ricca di riconoscimenti, perché anche un'esistenza senza pretese merita di essere vissuta e in questo caso confortata dall'amore dei sensi e per quello dei libri e della conoscenza.
"Easter Parade" di Richard Yates e "Appuntamento a Samarra" di John O' Hara attraversano tutti e due una parte della storia americana del Novecento (più lunga per Yates , brevissima per 0'Hara), dove le sorelle Grimes di "Easter Parade" e Julian English di "Appuntamento a Samarra" si trovano a scontrarsi con la società del loro tempo: sono degli emarginati e ribelli che inseguono il loro sogno di felicità e "un posto al sole" e pagano per le loro insubordinazioni mentre fuori il mondo continua con la sua giostra di violenze e nefandezze.
L'universo femminile è stato esplorato tramite protagoniste intense e particolari, luoghi, epoche differenti ma su tutto grava tremenda colpa che la strada verso l'indipendenza e il riconoscimento della donna è ancora, purtroppo, lontano.
Nella biografia romanzata di Carla Marcone, "Teresa Filangieri una duchessa contro un mondo di uomini" viene raccontata la vicenda di una donna intelligente e lungimirante e della sua intromissione in una società maschilista ma anche volgare e corrotta, fra gli ultimi fasti dell'Ottocento e l'inizio dell'unificazione italiana (ma nella sua pratica mai raggiunta).
"Il Mandarino Meraviglioso" di Asli Erdoğan, "Prima della Quiete" di Elena  Belotti e "Il Lungo Sguardo" di Elizabeth Jane Howard, sono romanzi di emarginazione femminile, solitudine, di ferite che si imprimono nella donna fin dall'infanzia come nel testo della Howard o in ricordi contrastanti e speranze spente come in quello della Erdoğan o ancora di ignoranza e miseria morale come nel commuovente testo della Belotti, dove nelle ultime righe parte la sua denuncia: laddove è vero e sacrosanto richiamare alla memoria tutte le vittime di fascismi o razzismi, è altrettanto giusto che lo stesso onore debba essere riconosciuto alle "martiri del sessismo".

 Ho in mente l'unico ritratto di Italia, che emana gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza. Indossa una camicetta ornata di un volant, al collo un cammeo appeso a una catenina, i folti capelli acconciati alla moda del tempo. La sua era una famiglia contadina analfabeta - solo il fratello sapeva leggere e scrivere - ma lei era riuscita a trasmigrare alla sia pur modesta condizione di insegnante. E benché l'attaccamento alle sue radici e ai suoi affetti fosse rimasto inalterato, altri orizzonti s'erano spalancati ai suoi occhi, altre curiosità, altri desideri avevano acceso la sua mente e infiammato i suoi pensieri. Così la vedo rizzarsi accanto a me e contemplare estatica il sole che affonda dietro i monti pisani e l'acqua degli stagni che si tinge di lilla e di viola. ("Prima della Quiete")

"Un Incantevole Aprile" della Arnim è sicuramente il più "felice" fra i tanti letti ma non per questo meno profondo, vista la sua attenzione ai sentimenti del mondo femminile, al loro mondo interiore, alla libertà della propria mente e insieme del proprio corpo.
Il matrimonio che ha rappresentato per tanti secoli l'unica scelta di elevazione sociale per la donna, è stato affrontato seguendo l'innamoramento e la conseguente disillusione nel dramma "La Signora Craddock" di Maugham e soprattutto in un altro libro che ho molto amato, "Il Grande Mare dei Sargassi" di Jean Rhys. Forse coma mai in nessun romanzo, qui ho trovato la più tangibile dimostrazione del nefasto e crudele dominio maschile che tende a prosciugare la figura femminile del suo misterioso significato, a ridurla ad un oggetto inanimato, da profanare, sottomettere e negargli la passione e la vita.
Anche "L'Amante di Lady Chatterly" di Lawrence narra il fallimento di un matrimonio che simboleggia in questo caso il fallimento dell'intera casta aristocratica-borghese inglese dopo il primo conflitto mondiale, e della nascente società industriale, condannata con toni aspri per la sua aridità, per un progresso che non porta nessun miglioramento nella civiltà, ma trascina  nell'inquinamento, nella povertà, nell'imbruttimento dei ceti svantaggiati, nella sfiducia dell'avvenire; motivi riconosciuti anche romanzo della Gaskell "Nord e Sud" dove dietro alla storia d'amore tra i protagonisti, si infiammano conflitti che portano vari mondi (di classe, di genere, di tempo e spazio) a scontrarsi.
Ultimo il romanzo "sui generis" che mi ha accompagnato in questo lungo anno e reso più leggera e divertente la lettura, "L'Amore in un Clima Freddo" della Mitford, una spassosa e dissacrante commedia dell'ambiente frivolo, superficiale ed eccentrico di un'Inghilterra uscita dal primo conflitto mondiale, tra equivoci, sconsideratezze e unioni di dubbio gusto.
Questo è stato il mio anno letterario.


M.P.



 Buon anno nuovo!





mercoledì 19 dicembre 2018

"Stoner" di John Williams


Eravamo tutti e tre insieme e lui disse qualcosa, qualcosa sul fatto che l'università è come un ospizio, un rifugio dal mondo, per gli infelici, gli storpi. Ma non alludeva a Walker.
Dave avrebbe consierato Walker come... come il mondo esterno.
E noi non possiamo lasciarlo entrare. Perché se lo facciamo, diventeremo come il mondo, altrettanto irreali, altrettanto...


Yann Kebbi per "Stoner"


Sono contenta di essere arrivata alla conclusione dell'anno con la lettura di "Stoner" di John Williams (1922-1994), un romanzo che si concentra nel microcosmo di una vita soltanto, come le altre che ho attraversato in questi mesi ma quella di "Stoner" nella sua pura semplicità, è stata resa "unica" e forse per questo più vicina a noi, ai lettori e più cara a me in questi ultimi scampoli dell'anno.
Pubblicato nel 1965, rimase per ben quarantuno anni nell'anonimato e solamente ad una seconda ristampa (2006) avviata dal "New Yorker Review Books Classics", il romanzo ha potuto godere di una piena rivalutazione, diventando in breve tempo tra i più letti e popolari di inizio secolo, cominciando da un passaparola repentino e mediatico e seguito da apprezzamenti da parte di pubblico, critica e scrittori.
Se Richard Yates condannava l'ossessione tutta americana per le trame a lieto fine, John Williams ne avrebbe aggiunto quella per le "storie poderose", quel mondo di vite illustri o ricche di sconvolgimenti ed esaltazioni che avevano precedentemente condito la letteratura americana degli anni '20 e '30.
Se in "Stoner" si riconoscono elementi autobiografici o simili di questo sfortunato scrittore americano dal successo tardivo, professore di letteratura inglese, amante del mondo classico e medioevale, che in un'altra esistenza avrebbe sognato di personificare un imperatore romano, Williams ha raccontato qui la vita di un uomo, senza troppi sogni o gravità incurabili, senza che i subbugli storici imperversanti nella sua epoca influenzassero troppo il suo cammino, ma un ritratto di una stoica sopportazione, vissuta nella salvezza e nel conforto di grandi amori.


Il libro si apre con una breve introduzione, dove l'autore riassume in poche righe la storia a cui il lettore si sta apprestando a leggere; osa un'operazione che noi oggi chiameremo di spoiler, quasi a rafforzare la sua volontà di scrivere una vicenda attinente alla più semplice e vera quotidianità, sottraendosi agli artifici stilistici e strutturali di un tipico romanzo.
William Stoner è figlio di una povera famiglia contadina del Missouri; è destinato a lavorare la terra come i suoi antenati avevano fatto prima di lui ma per volere dei suoi genitori, è stato iscritto alla facoltà di agraria dell'università di Columbia.
Con il suo carattere timido e riservato, Stoner riesce comunque a cavarsela negli studi, pur non essendo molto preso, fino a quando, durante una lezione di letteratura inglese, davanti alla declamazione del sonetto 73 di Shakspeare, si innamora della poesia.
Optando poi per la facoltà di letteratura inglese, Stoner passa tutta la sua vita nell'università, conseguendo la laurea, il dottorato e infine la cattedra. Pur investendo la sua passione e il  cuore onesto, non ottiene un incarico prestigioso, stringe amicizia solo con due persone, sposa una donna bella ma fatua, che non gli dona nessuna soddisfazione ma lamentele e rivendicazioni e il rapporto solidale e complice con la figlia arriva a deteriorarsi col tempo e uno smacco ricevuto da un collega gli procura solitudine ed umiliazioni.
Stoner raccoglie brevi istanti di serenità nelle lunghe ore passate chino sui libri, nell'insegnamento, osservando la luce e le ombre prodotte dalla colonne della Jess Hall, nel ritorno agli amati studi e in un improvviso amore tardivo.
E quella che agli occhi di un altro potrebbe sembrare una vita piatta e mesta, è per William Stoner la sua vita e l'accettazione di essa, che attraversa gli anni, le stagioni, le epoche, la storia, le generazioni e non meno di esse è importante, pur nel suo anonimato.

La vicenda si sviluppa nell'arco di quarantasei anni, comprendendo la prima giovinezza fino alla morte del personaggio.
Se sul piano iniziale è la vita del protagonista a fuoriuscire con la sua stoica sopportazione e la sua aderenza alla realtà più comune (che di per sé presenta già per questo la sua originalità), nel profondo è una dichiarazione d'amore per i libri, la letteratura, la conoscenza.
William Stoner sfugge alla drammaticità dell'esistenza e alle incombenze del suo tempo, trovando rifugio nello studio e nell'amore per esso, che sopravviverà con costanza e tenacia fino alla morte.

J. E. Williams

 L'amore per la letteratura non rimane scisso dalla sua vita ma si trasfigura nell'amore fisico per una giovane professoressa. L'insieme di questi amori (mentale e fisico) rendono di minore importanza le superficiali amarezze.
Se l'amore dilata il respiro di William Stoner , la morte giunge rapida e si conclude anonima nella sua stanza. Ma negli ultimi istanti quando la riflessione della sua vita poco generosa di felicità si fa largo nei suoi pensieri, un'epifania lo sopraggiunge: che anche una vita senza pretese merita di essere vissuta.
Il passo che merita di essere citato per il suo non scontato significato, è l'incontro tra Stoner  e lo studente Charles Walker, appassionato dei poeti romantici inglesi.
Walker disprezza la poesia degli autori antichi e medioevali, minimizza la loro influenza sui successori, sostenendo invece i primi.
In una accesa oratoria, tutta enfasi e priva di concretezza, Walker espone questa tesi che viene ribattuta dalla difesa dei valori del mondo classico illustrati dall'insegnante americano, che si fa portavoce della predilezione per la grammatica che regola non solo l'insieme delle parole ma anche il pensiero dell'uomo. Inoltre il protagonista ci dice che Walker è pigro e disonesto e quindi incapace di trasmettere la vera qualità dello studio.
"Stoner" è tutt'ora considerato un "romanzo perfetto", dallo stile essenziale ma ricco di poesia, simbologie, visioni; il background risente delle tematiche tipicamente americane (il proibizionismo, le guerre mondiali, l'alcol) mentre la trama se ne discosta.
Il sonetto 73 di Shakespeare  che inizia alla letteratura il protagonista, appare come leit-motiv dell'opera; un sottofondo profetizzante le gravità umane dell'esistenza umana: la vecchiaia, la morte e il superamento si di queste dell'amore.
Anche per ciò si trasmette un forte impatto empatico tra le vicissitudini di Stoner e il lettore: mediante il sonetto, William Stoner scorge la verità della vita e noi con i suoi occhi facciamo altrettanto, lasciandoci scappare d'improvviso le parole: «Anch'io sono Stoner».
Si potrebbe quasi creare un parallelo tra il romanzo e "La Morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj, ma se da una parte lo scrittore russo ci ha indirizzato su come una vita debba essere vissuta pienamente per non aver paura della morte, John Williams ci regala un conforto ancora più grande: anche dopo la nostra morte, le tracce che abbiamo lasciato su oggetti o volti, continueranno a vivere anche per altri, in modo da non dover mai sbrogliare del tutto il significato della vita.

Oltre il torpore, l'indifferenza, la rimozione, quell'amore era ancora lì, solido e intenso. Non se n'era mai andato. In gioventù l'aveva dato liberamente, senza pensarci; l'aveva dato a quella conoscenza che gli era stata rivelata - quanti anni prima? - da Archer Sloane. L'aveva dato a Edith, nei primi, ciechi, folli anni del corteggiamento e del matrimonio. E l'aveva dato a Katherine, come se fosse stata la prima volta, e forse l'aveva dato più pienamente proprio quando non si rendeva conto di farlo. Non era una passione della mente e nemmeno dello spirito: era piuttosto una forza che comprendeva entrambi, come se non fossero che la materia, la sostanza specifica dell'amore stesso. A una donna o a una poesia, il suo amore diceva semplicemente: Guarda! Sono Vivo!


M.P.




Libro:

"Stoner", J. Williams,   La Biblioteca di Repubblica - L'Espresso - Fazi Editore


lunedì 3 dicembre 2018

"I Fratelli Ashkenazi" di Israel Joshua Singer


"Scena di villaggio sulle nuvole con rabbino che protegge la comunità" (1950-1970), Jacob Vassover 

Dopo aver letto "Da un Mondo che non c'è più" e "La Famiglia Karnowski" ho accolto quest'altro libro di Singer con un largo sorriso eppure pensavo allo stesso tempo che mi sarei imbattuta in un romanzo minore dell'autore; che non avrebbe dato, come i primi due, quella "fascinazione" che ha fatto balzare Singer fra i miei scrittori più amati. Ma anche i libri ti sorprendono e arrivano a far crollare le tue certezze.
Come altri scrittori deceduti nell'arco del secondo conflitto (Zweig, Némirovsky per citarne alcuni), le cui vicende e voci sono state dimenticate per lunghi anni, anche Israel Joshua Singer (1893-1944), scrittore polacco in lingua yiddish¹, ha pagato la sua "accidentale" non sopravvivenza e la sua ha brillato postuma solo della luce riflessa del fratello Isaac Bashevis, premio Nobel 1978.
Israel Joshua Singer nell'ultimo decennio del XXI secolo è stato giustamente  ripreso, tradotto e rivalutato nella grande prosa del Novecento ma l'accostamento parallelo ad autori come Tolstoj, Dostoevskj e Flaubert è ancora, purtroppo, lontano.
Da tre anni a questa parte, invece, quest'autore mi ha coinvolta particolarmente per la sua scrittura fluida, per il ritratto del suo "dimenticato mondo", per i suoi personaggi apparentemente così lontani dalla nostra visione e  pure vividi, per il suo messaggio che pur concentrandosi sulla cultura ebraica fuoriesce, alla fine, per l'intera sorte umana.
Con "I Fratelli Ashkenazi" ho chiuso il cerchio dei suoi tre più conosciuti testi ed è anche per questo motivo che è stato difficile scrivere una recensione, quanto trascrivere sulla carta un caleidoscopio di immagini e sentimenti.
"I Fratelli Ashkenazi" risulta tra i primi scritti dell'autore e pubblicato nel 1936 negli Stati Uniti è stato per svariati anni tra i libri più letti.
Narrando l'immaginaria storia di due fratelli gemelli diversissimi fra loro che si contendono il potere industriale della crescente ricchezza della città di Łódź, in Polonia, Singer ha raccontato in sottofondo le vicende, realmente accadute, di quella popolazione ebraica che alla fine dell'Ottocento si era stanziata nelle regioni del grande impero zarista e di cui, prima ancora della Seconda Guerra Mondiale, vide scomparire una gran parte del loro patrimonio culturale.


Il libro si apre poco dopo la fine delle guerre napoleoniche, quando alcuni tessitori tedeschi si stabiliscono a Łódź.
La piccola comunità ebraica, pur essendo esclusa dalla società e sbeffeggiata, riesce ad insediarsi sul territorio, prima lavorando nelle aziende tessili tedesche e polacche, poi diventando loro stessi importanti imprenditori. Łódź da villaggio piccolo comincia a trasformarsi in una città multietnica ed economicamente vivace.
Uno di questi imprenditori ebrei, Reb Abraham Hirsh Ashkenazi è un devoto osservante delle proprie tradizioni e dividendo il pubblico dal privato, alterna con destrezza preghiere e affari. Dalla moglie ha avuto due figli gemelli eppure differenti nel corpo quanto nel temperamento.
Simcha Mayer, nato cinque minuti prima, è piccolo, smunto ma dotato di una intelligenza incredibile; Jacob Bunim, meno dotato intellettualmente ma robusto e di aspetto gradevole.
La storia si concentra principalmente sulla vita del primo che fin da piccolo si contraddistingue nella comunità polacca per i suoi talenti, la memoria prodigiosa e la risposta pronta.
Ma Simcha Mayer è innanzitutto un ragazzo dall'insaziabile fame di potere ed ambizione e il lettore lo segue nella sua scalata sociale, insospettabile quanto repentina.
Si sposa con la bella e dolce Dinah, ragazza ebrea di famiglia benestante, e con astuzia e sotterfugi, ottiene la fabbrica di telai a mano del suocero. Ma questo è solo l'inizio.
Con altrettanti inganni, compiacenze ed azioni meschine Simcha Mayer, che nel frattempo morto il padre si fa chiamare Max Ashkenazi, si  appropria della più grande fabbrica a vapore di Łódź e accumulando insieme palazzi, appartamenti e un patrimonio milionario, di fatto diventa il re dell'industria della città. Le pur enormi soddisfazioni non riescono però ad affievolire l'odio che prova verso il fratello, baciato sempre dalla buona sorte, perché laddove Max deve inseguire e lottare, per Jacob sembra tutto più semplice.
D'altronde la stessa Łódź, diventata per l'opulenza economica la seconda città della Polonia dopo Varsavia, è avvelenata dal risentimento che pone a scontrarsi operai e imprenditori, ebrei e gentili, polacchi contro russi, nobili contro nuovi ricchi, in un conflitto che ha più della guerra fratricida.
Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale e la seguente Rivoluzione Russa, Max Ashkenazi vede dapprima ridimensionare le sue ricchezze e poi perdere tutto ciò che aveva capitalizzato.
Rinchiuso in una prigione della nuova Unione Sovietica, vecchio e malato, solo ora comprende cosa è stata la sua vita, in cosa ha speso la sua esistenza: disprezzando amore e affetti e ammontando ricchezze ha costruito il suo mondo sulla sabbia e quindi un mondo destinato a non durare.
Salvato dal fratello e di ritorno a  Łódź (divenuta libera con l'indipendenza polacca), cercherà di rimediare al passato, compensando con l'amore che non ha mai dato. Inutilmente, perché nulla ora può arrestare l'imminente fine.

"I Fratelli Ashkenazi" è un imponente romanzo di oltre seicento pagine che ricorda più un'epopea alla "Guerra e Pace",e non differentemente da questo, è il suo impianto narrativo che si snoda tra vite immaginarie e fondatezza storica.
Se Tolstoj presenta una scrittura elegante, ricca di atmosfere e scenari magnifici, quella di Singer è più realistica, esente di orpelli stilistici; la narrazione emerge con più carattere e durezza.
L'autore polacco opera ad una rappresentazione del vecchio mondo di cui faceva parte, quello multiculturale e caotico del vasto impero russo: un coacervo di popolazioni, religioni, ceti sociali con le loro anticaglie, commerci, studi e terre promesse, racchiuse nel vano tentativo politico di "russificazione" .
La popolazione ebraica pur nel suo isolamento neutrale e la sua rapida ascesa nell'ambito commerciale, proprio per questi motivi, risentiva dell'invidia e dell'odio atavico dei primi, alimentato dal sistema russo attraverso i pogrom, e nella visione degli ebrei come il giustificato capro espiatorio del loro malgoverno.

Questo panoramico caos viene analizzato e sezionato in tre strati sociali, quali un primo mondo, dominato dagli "alti papaveri", politici, ministri, nobili; un sotto-mondo di imprenditori, agenti di commercio e nuovi arricchiti e un piccolo mondo retto da operai, poveri, accattoni, lenoni e sfruttatori.
Lungi dall'essere separati, ogni classe lotta per emergere, scalzando di volta in volta le altre e trova nel personaggio di Max Ashkenazi la sua perfetta simbologia.
Max Ashkenazi non è "l'uomo che si è fatto da sé", è un antieroe avido di potere quanto insoddisfazioni perché l'uno non esclude mai gli altri; un personaggio che a balzi ottiene la città intera, senza incappare negli intermezzi, nella fatica o sfortuna tipiche di una lunga scalata sociale, eppure con un solo passo vede sfuggirgli tutto e se stesso. La vita e la morte hanno la meglio sulla superficialità dei beni materiali.
Ma "I Fratelli Ashkenazi" è anche un romanzo corale ricco di tanti personaggi; finestre che si aprono sulla vicenda e sulla storia e su tutti incalza una forza invisibile più grande di ogni loro successo o fallimento (la fatalità) che schiaccia a caso e nel caos poveri e ricchi, mentre la città di Łódź, nuova Babilonia ingorda di abbondanza e crudeltà, alla fine ormai satura, implode nel vuoto del suo oro e del suo peccato.
Come nella "Famiglia Karnowski", si assiste ad un passaggio di generazioni, dove il vecchio pensiero si dirada per far posto a nuovi ideali e quindi attraversando la storia della Polonia, della Russia e sugli sconvolgimenti della Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa e la ribellione della classe operaia.
Non è il primo romanzo di Singer dove si annida la parola socialismo (che in gioventù aveva accolto e infine ripudiato) ma se da una parte il capitalismo viene condannato anche il primo subisce la stessa fine, quasi a significare che non sono i sistemi in sé cause di malcontenti e guerre bensì le fragilità e le debolezze dell'uomo.
E più di ogni altro evidente messaggio, Singer ha raccontato una parte delle vicissitudini del popolo ebraico senza romanticismo né edulcorazioni, illustrandone gli aspetti contraddittori, quanto folkloristici, come pure le sue perpetue sofferenze, dispiegando fatti ed avvenimenti che precederanno gli orrori dell'Olocausto.
Fra questi è doveroso ricordare il massacro di Leopoli avvenuto nel 1918, durante il conflitto polacco-ucraino che seguì la Prima Guerra Mondiale.
Nel giro di poco tempo, in un pogrom, perirono molti ebrei innocenti, bambini, donne, anziani e nella follia del saccheggio incendiarono sinagoghe, importanti testi religiosi ed oggetti sacri. Tutto fu messo a ferro e fuoco.
Da questo libro si erge dunque la dura lezione dello scrittore: quando si arriva ad annientare un popolo, un territorio, una civiltà che dovrebbe arricchire la nostra esistenza e conoscenze, quando si riesce a cancellare ciò dalla memoria, a far si che nulla di ciò che è stato rimanga per il futuro (come non pensare a ciò che sta accadendo ad Aleppo), questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

Così, con molta riluttanza, mi allontano da questi tre romanzi che mi hanno accompagnato negli ultimi anni, dal mondo di Israel Joshua Singer, con i suoi uomini chini a recitare le leggi del Talmud, la folta e lunga barba segno di maturità e saggezza, le kippah da non dimenticare prima di uscire, il kaddish da ricordare per le preghiere dei defunti; le donne strette nelle loro tradizioni e chiuse in cucina a preparare cibo rigorosamente kosher, la rabbia e le lamentele per i pochi soldi per onorare degnamente lo Shabbat; i bambini a studiare le sacre scritture nella fredda casa di un umile e sapiente rabbino, svogliati e desiderosi di più ampie libertà e dolci da mangiare; un mondo che finché le sue pagine verranno ancora stampate, non sarà del tutto dimenticato.

«Sabbia», si dicevano sussurrando, proteggendosi gli occhi con le mani. «Tutto ciò che abbiamo costruito era costruito sulla sabbia».



M.P.



Libro:

"I Fratelli Ashkenazi", I.J.Singer, Newton Compton Editori



giovedì 8 novembre 2018

"L'Amante di Lady Chatterley" di David Herbert Lawrence


Il nostro tempo è essenzialmente tragico, quindi ci rifiutiamo di prenderlo tragicamente. Il cataclisma s'è abbattuto, siamo tra le rovine; cominciamo a ricostruire nuovi piccoli centri di vita, a nutrire nuove piccole speranze. È un lavoro piuttosto duro; la strada verso l'avvenire non è agevole: bisogna aggirare gli ostacoli o cercare di scavalcarli. Per quanto grande il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere.
Tale, più o meno, era la situazione di Costance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il cielo in testa. Ma aveva capito che bisognava vivere e imparare.




Da ragazza è capitato che di colpo abbandonassi la lettura di qualche libro. Poteva accadere dopo qualche riga o anche a metà del romanzo e la causa era da ripescare nella non trovata affinità con l'opera o, nella maggior parte dei casi, per la poca "esperienza di lettrice".
Non mi sentivo abbastanza matura per affrontare una particolare tematica o narrazione e mi trovavo distante mille leghe dal mondo dove ero capitata.
Così è stato anche per "L'Amante di Lady Chatterley": al mio primo approccio mi ero ritrovata spaesata, nel contesto, nella mente della protagonista. Non pensavo di essere bigotta eppure non riuscivo a dare un significato coerente al sesso esplicito che vi era descritto. Quando ho ripreso in mano il libro, poco tempo fa, ho scoperto un testo che andava la di là di quelle immagini, che attraverso di esse si scoprivano le fobie e i malesseri dell'epoca.
La vita di questo romanzo non fu facile.
Messo al bando in tutta Europa (e in particolar modo in Gran Bretagna) perché considerato il più osceno del momento, salì addirittura sul banco degli imputati nel 1960, quando il Parlamento inglese intentò un processo alla Penguin Book, colpevole di aver dato alle stampe il testo completo senza le regolari censure che tutti avevano adottato.
La Penguin alla fine venne assolta e ottenne il visto per la pubblicazione integrale. Ma questa fu la vittoria che segnò definitivamente la fine della censura letteraria nel Regno Unito.
Il libro che diede tanto scandalo nel mondo letterario e non nel Novecento, creando polemiche a non finire, fu pubblicato nel 1928 in una anonima casa editrice di Firenze, la Orioli, e scritto due anni prima nella splendida villa Mirenda di Scandicci, sulle colline fiorentine.
Il suo autore, l'inglese David Herbert Lawrence (1885-1930), figlio di un minatore e di una maestra, fu un uomo eccentrico e ribelle: ex impiegato, ex insegnante, malato di tubercolosi, viaggiatore instancabile alla ricerca di utopie, di isole felici e una civiltà migliori; ha raccontato la società  aristocratica-intellettuale del primo dopo guerra, con la sua avidità distruttiva, il suo cuore meccanico, il pregiudizio, l'ottusità, che con la sua città industriale avvelenava  e schiacciava le masse più povere. Ed è questo il vero motivo di tanta persecuzione, che per tanti anni si è nascosto.


Costance Reid, bella e sana ragazza, figlia della piccola aristocrazia scozzese ma progressista¹, ha ricevuto un'educazione libera e colta rispetto alle sue coetanee del XX secolo.
Nel percorso formativo in Germania ha incontrato artisti, promettenti studenti, dove insieme al filosofeggiare si scoprivano i primi rudimenti del sesso che si innescavano più come dovere naturale che attraverso una vera passione.
Arrivata in Inghilterra conosce un giovane baronetto Clifford Chatterley, anche lui in controtendenza con la società del tempo.
Si sposano durante la Grande Guerra e poco dopo Clifford viene chiamato alle armi. Tornato dalla guerra e dopo la morte del padre, Clifford assume il titolo e la dimora di Wragby Hall, nelle Middlands, dove prende residenza con la moglie. Nonostante abbia riportato una ferita di guerra, che lo tiene paralizzato dalla cintola in giù, la vita di Sir e della nuova Lady Chatterley trascorre tranquilla e stabile, tra visite altolocate e gli esperimenti letterari di Chatterley.
Connie comincia ad annoiarsi in questa lenta esistenza priva di stimoli, per lo più sola nella grande villa: non può nemmeno rifugiarsi nel giardino, la cui aria è avvelenata dai fumi provenienti dalla miniera appartenente al marito e non trova conforto nemmeno in quest'ultimo che ha assorbito su di sé tutto il passato di una società ormai morta.
Instaura una relazione con un affermato drammaturgo ma rimane spiazzata dal suo egoismo sessuale e d'animo e presto lo lascia.
Ora che Chatterley sembra occupato dagli studi sul progresso dell'industria mineraria, Connie in una calda e rigogliosa primavera fa il suo incontro con Oliver Mellors, il guardiacaccia di Wragby.
Tra loro nasce una forte attrazione che sfocia nell'abbandono del corpo ai sensi più espliciti, eppure libera e vera rispetto alla falsità e allo sfacelo del piccolo mondo circostante.
Connie sente il suo corpo rinvigorirsi, dare un fine alla sua esistenza, soprattutto quando si accorge di aspettare un bambino dall'amante.
Durante una vacanza di riflessione a Venezia con la sorella, a Wragby viene scoperta la relazione tra i due: monta lo scandalo ma questo potrebbe essere messo a tacere se Lady Chatterley tornasse a vivere sotto lo stesso tetto del marito.
Con una fermezza non comune Connie torna in Scozia in attesa dell'accordo del divorzio; Oliver dopo aver trovato un nuovo impiego presso una fattoria, l'aspetterà.

Per formare la trama Lawrence ha usato uno dei motivi più ricercati nella storia della letteratura, quello del triangolo marito-moglie-amante.
Questo leitmotiv oggi molto abusato e che nella maggior parte dei casi rappresenta una situazione che si esaurisce in se stessa, in Lawrence non ha nulla di banale ma, anzi, riesce a chiudere nel suo interno diverse implicazioni.
Con la fine della Prima Guerra Mondiale, la società aristocratico-intellettuale inglese guardava gli ultimi giorni che le rimanevano del suo lungo regno. Era un mondo ormai moribondo, intriso ancora dall'effluvio dell'epoca vittoriana, che si aggrappava con ferocia a quegli appoggi, quali l'estrazione sociale, l'apparenza delle convenienze, il denaro a cui l'autore aggiunge il successo personale. Gli uomini e le donne che fanno da cornice alla storia sono tutti "impegnati a prostituirsi" per valori superficiali; sorpresi nel vortice di piaceri rapidi e non necessari.
La ferita di Sir Clifford diventa il simbolo di questa nobiltà paralizzata dopo il conflitto Mondiale.
Per una decadenza, c'è una controparte che ascende e lo scrittore inglese la ritrova nella nuova società industriale, condannata con toni aspri per la sua aridità, per un progresso che non porta nessun miglioramento nella civiltà, ma trascina nell'inquinamento, nella povertà, nell'imbruttimento dei ceti svantaggiati, nella sfiducia dell'avvenire.
A questa Inghilterra degradata da processi meccanici si contrappone il mito della vecchia Inghilterra, attraverso i boschi ricchi di leggende, i castelli, gli antichi regni: tutto smantellato per far posto a nuovi idoli.

Questa è storia. Un'Inghilterra cancella un'altra. Le miniere avevano arricchito i castelli. Ora li cancellavano come avevano già soppresso le casupole. L'Inghilterra industriale cancella quella agricola: un significato ne cancella un altro. La nuova Inghilterra cancella la vecchia. E la continuità non è organica, ma meccanica.

Da ciò traspare tutto il pensiero di Lawrence, o meglio la sua utopia; di ricerca di una civiltà nuova, svincolata dalla materialità moderna del progresso, del denaro, degli impegni sociali e che, come era prevedibile, rimase solamente rinchiusa nel suo pensiero.
A questi due mondi disgraziatamente oppressivi, Oliver Mellors e soprattutto Connie si ribellano, riservando per loro un angolo di umanità e amore quasi primitivi, dove le leggi dell'uomo nulla possono davanti all'esplosione delle naturali forze del sentimento.
Con questo romanzo David Herbert Lawrence ha liberato il sesso dai lacci stretti dell'età vittoriana, affrancandolo dai tabù, dalle convenienze morali, dai maligni sottintesi e restituendolo come parte non indifferente della vita.

D. H. Lawrence

Connie e Mellors fanno sesso ma soprattutto parlano di sesso, con una semplicità ancora oggi non ottenuta.
Anche la donna (nella figura sempre della protagonista) viene liberata dalla rigidità dei suoi costumi, potendo esaltare (cosa non scontata per l'epoca) la sua sensualità e sessualità, il proprio corpo senza la vergogna di provare desideri e piaceri sani.
Le scene di sesso pur essendo esplicite hanno molto del lezioso: un erotismo giocoso, quasi bambinesco e amplificano, semmai, più la purezza (piuttosto che un'intimità più perversa) e, non accidentalmente, in profonda armonia con la natura.
Ho trovato in Lawrence alcune similitudini che mi hanno ricondotta ad Edith Wharton (1862-1937), per temi e per quella narrazione così fertile di simbologie ed immagini emblematiche.
L'amore raccontato in "L'Età dell'Innocenza" si ferma davanti all'unità famigliare e alla morale della New York di fine Ottocento; Lawrence riesce a spingersi oltre, incarnando nel personaggio di Connie la ribellione verso un'Inghilterra ferita dalla guerra e ancora superba; arriva dove la Wharton  non era stata capace: frugare tra le rovine una tiepida speranza.
"L'Amante di Lady Chatterley" non è un romanzo facilmente apprezzabile, eppure è da apprezzare il significato che se ne trae: più del nostro quotidiano, del mondo intellettuale, dei libri, è la vita che conta. Ma una vita condotta nell'amore, quello sincero e profondo, e più ancora di tutta quella tenerezza che abbiamo da offrire.

Sento qualche volta le mie viscere sciogliersi in acqua e tu stai per avere un bambino da me. Ma non importa. Tutte le sciagure che sono accadute non sono riuscite a far appassire i fiori, e neppure l'amore delle donne.



M.P.



¹ Nella seconda metà dell'Ottocento, In Inghilterra, si diffuse il movimento della Fabian Society, un organismo polito-sociale che si riprometteva di costituire una società legata ai valori del socialismo e dell'educazione delle masse .



Libro:

"L'Amante di Lady Chatterley", D. H. Lawrence, Mondadori


giovedì 25 ottobre 2018

Il lieto fine che finì: le scrittrici tra romanzi e realtà




Nell'inserto domenicale "La Lettura" lo scorso due settembre, è apparso un articolo di un'intervista fatta all'attrice e regista inglese Kristin Scott Thomas riguardante l'amica scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014), in occasione della pubblicazione, per la prima volta in Italia, del romanzo "Cambio di Rotta".
Nell'intervista rilasciata la Thomas ha ritratto il profilo di una Howard ingabbiata in diversi stereotipi della sua epoca: di scrittrice talentuosa, eppure, da giornalisti e critici tenuta lontana dal panorama letterario (esclusivamente di sesso maschile), i cui romanzi etichettati ancora con la dicitura di "letteratura femminile" e quindi rivolti ad un pubblico di sole donne un po' annoiate della classe media inglese e perseguitata da editori che volevano per le loro lettrici finali romantici e accomodanti.
Sono rimasta un poco attonita sotto quest'ultimo punto perché se è vero che nel corso dell'evoluzione femminile, la donna ha trovato difficoltà nel prendere una posizione libera ed indipendente, di esprimersi come "professionista" nei vari campi della cultura e non essere più sottomessa al semplice ruolo di musa o dilettante, è anche vero che i contenuti da questa esposti erano risultati più preoccupanti (e quindi malvisti) della sua stessa autonomia.
Nella storia della letteratura fatta dalle donne, così mirabilmente descritta con tutte le sue precarietà e conquiste nel saggio di Virginia Woolf (1882-1941) "Una Stanza tutta per Sé" (1929), dove l'indipendenza andava di pari passo con la penna; alcuni motivi del modo di fare romanzo erano, per così dire, consigliati caldamente per le giovani scrittrici, tra cui il lieto fine. Se ci pensiamo bene il mito del lieto fine, al quale fin da piccoli ci aggrappiamo con cieca fiducia, è stato, a volte, per le donne scrittrici una limitazione nel loro lavoro, una sfumatura di non adesione alla realtà e alla loro soprattutto.
Il lieto fine ristabiliva l'ordine naturale delle cose, dove, magari, dopo una trama ingarbugliata, con ruoli maschili e femminili che si confondevano, dove anche una protagonista poteva fregiarsi di occupazioni o pensieri non adatti al suo sesso, il lieto fine rimetteva ognuno al proprio posto competente e anche il personaggio femminile ritornava all'antico dovere di figlia e sposa devota. Per questo il lieto fine ha rappresentato per secoli la forma più sottile e indolore di adattamento alla società.
Una forma di imprinting ci è stata data dalle favole innanzitutto. Come Elena Gianini Belotti in "Dalla Parte delle Bambine" ha scritto «Cappuccetto Rosso mandata in giro da una madre irresponsabile per cupi boschi infestati da lupi trova la salvezza nel coraggioso cacciatore; Biancaneve che accetta la prima mela che le viene offerta, per quanto sia stata severamente ammonita di non fidarsi di nessuno, torna alla vita grazie al giovane principe accorso; Cenerentola accetta il salvataggio che le viene da un uomo come unica risorsa, ma non è poi certo che costui la tratterà meglio di quanto sia stata trattata fino allora».
Tutto questo ha generato quegli incrollabili valori, passati di generazione in generazione, che hanno imbastito l'esistenza femminile, tra cui l'individualismo (non esisteva amicizia tra donne), il culto della bellezza, il matrimonio e l'elevazione di ceto da questo.
Molte autrici, anche le più geniali e talentuose, hanno riservato ai loro romanzi una conclusione felice ma l'allietamento delle masse non è stato il motivo ragionevole delle loro scelte.
L'hanno fatto per convenienza o soldi e certo non dobbiamo oggi biasimarle per quel compromesso che al tempo trovarono per scrivere e farsi strada in una condivisione che gli uomini, a priori, non volevano.
Ma la vita descritta nei loro romanzi non sempre rispecchiava quella realmente vissuta. Allora? Questo contrasto tra finzione romanzesca e verità storica, che doveva pur risolversi verso un finale romantico, poteva altrimenti lasciare tracce di ribellioni implicite fra le pagine di un libro.
Si pensi a Jane Austen (1775-1817). Innumerevoli generazioni di lettori hanno sognato leggendone i romanzi; idealizzato l'amore a modello dei suoi personaggi. E « a una prima lettura, sono storie d'amore, matrimoni con un lieto fine convenzionale ed eterosessuale»¹, il sacramento del matrimonio  non risulta essere minacciato.
Eppure analizzando in profondità, nei rapporti uomo-donna che intercorrono tra i protagonisti, si scopre Elinor e Marianne, (benché sposate a due gentlemen), superare per spirito i loro compagni (Marianne nemmeno ama il colonnello Brandon), l'innamoramento tra Lizzy Bennet e Mr Darcy viene inizialmente inasprito da differenze di ceto e l'amore tra Emma Woodhouse e Mr Knightley non ha nulla di stupefacente rispetto a tanti altri.

«Solo a una seconda lettura si insinua il dubbio, a suggerire che forse il matrimonio non è proprio quanto di meglio potrebbe accadere a queste donne. È stato suggerito che utilizzando questi strati diversi di significato, Jane forse era perfino più sovversiva di quanto immaginiamo. [...] Forniva il lieto fine che la società si aspettava, ma più che altro perché era costretta a farlo. Non dovete credere al lieto fine di Jane se non volete»

Anche Louisa May Alcott (1832-1888) arrivò, poco più di mezzo secolo dopo, a scontrarsi con il falso perbenismo e la moralità del suo tempo. Quasi minacciata dai suoi stessi lettori che, dopo l'inatteso successo di "Piccole Donne" (1868), desideravano vedere l'eroina più intraprendente della letteratura, Jo March, felicemente sposata e soddisfatta.
La Alcott accolse la richiesta come dovuta ma quasi con cipiglio e stizza, unì il suo celebre personaggio al poco virile (anzi paterno), spento e fin troppo vecchio professor Baher. Questa innocua punizione che la scrittrice impose agli occhi dei suoi lettori, verrà invece risparmiata al personaggio indipendente e nubile della dottoressa Nan ("I Ragazzi di Jo", 1886) qualche anno dopo, quando la Alcott, ormai signora matura, raggiunse una certa stabilità.
Romanziere come la Austen e la Alcott ed altre hanno da sempre cercato, nei loro limiti, di sovvertire ai dettami di un mondo già preconfezionato, rischiando in quanto lavoratrici e in quanto donne di essere escluse dal lor ambiente o non capite se la loro arte non andava sulla stessa falsariga del circondario. Negli anni le loro opere sono rientrate nel genere inappropriato di letteratura femminile mentre loro snobbate a vantaggio del pensiero maschile o dei «valori maschili» come scrive la Woolf.
Perché dietro l'happy ending, il suo intrinseco significato, si è nascosto la predominazione delle esigenze del mondo patriarcale: «questo è un libro importante, suppone il critico, perché tratta di guerra; questo è un libro insignificante, perché tratta dei sentimenti delle donne in salotto».³
Con la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento le donne riuscirono ad avere l'animo e la penna più libera di accostare la loro realtà alla scrittura, i loro veri sentimenti alla pagina bianca con meno intralci e influenze dall'esterno.
Il lieto fine non era più un'avvedutezza moralmente raccomandata e le autrici iniziarono a guadagnare, a viaggiare, a partecipare nei dibattiti, alla vita sociale in quanto intellettuali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, queste problematiche sono state superate e le donne scrittrici hanno apportato al lieto fine un differente significato che si caratterizzava nella realizzazione,  meno, delle loro aspettative ed aspirazioni, mentre il contatto con la realtà si è resa per certi versi ancora più pericolosa per le donne, soprattutto quando la loro voce si alza più in fretta della loro penna.


M.P.




¹ "A Casa di Jane Austen", Lucy Worsley, Neri Pozza
² Ibidem
³ "Una Stanza tutta per Sè", Virginia Woolf, Newton Compton


Fonti:

"A Casa di Jane Austen", Lucy Worsley, Neri Pozza
"Una Stanza tutta per Sè", Virginia Woolf, Newton Compton
Introduzione ai "Quattro Libri delle Piccole Donne" di Daniela Daniele, Einaudi

venerdì 12 ottobre 2018

"La Casa in Collina" di Cesare Pavese


Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.



Cesare Pavese (1908-1950) è stato fra i più grandi (se non il più) influenti scrittori del nostro primo Novecento: autore di racconti, romanzi brevi, poesie, saggi, promotore ed iniziatore in Italia della letteratura americana, lavoratore instancabile ed insostituibile della casa editrice Einaudi.
Ha personificato, in tempi ancora lontani e prima di Pasolini e Calvino, il dramma dell'intellettuale.
L'immagine maggiormente intensa e icastica della sua figura si può ben ritrovarla nel ritratto poetico che ne fece Natalia Ginzburg in "Lessico Famigliare", in cui descrisse la sua "paura dell'imprevisto e dell'inconoscibile", tratti orrendi per "la lucidità del suo pensiero", o quello più pragmatico di Elsa De' Giorgi nell'opera memorialistica (passata purtroppo in sordina) "Ho Visto Partire il tuo Treno" dove lo scrittore piemontese si faceva portavoce di quella delusione culturale e ideologica "di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile".
Tutto questo ricorre con mestizia e rappresentazione realistica in uno dei testi più belli di Cesare Pavese "La Casa in Collina".
Elaborato tra il 1947 e il 1948, venne pubblicato verso la fine di quest'ultimo insieme con "Il Carcere", sotto il titolo di "Prima che il Gallo Canti".
Romanzo breve "La Casa in Collina" è insieme un diario di guerra sul secondo conflitto, semi biografico; una disperata storia individuale che viene a scontrarsi, suo malgrado, con il caos apocalittico di una collettività e ne rimane anch'essa schiacciata.


Corrado, professore torinese, lascia la città piemontese divenuta troppo pericolosa a causa dei bombardamenti sempre continui. Viene a rifugiarsi quindi sulle colline di Asti, dove trascorre una lenta esistenza nell'apatia, nella solitudine, nell'ossessione di ricordi fuggevoli, di un passato che non può più ritornare, aggrappandosi all'illusione di una guerra a lui lontana e guardata con stoico distacco.
In un'osteria, fra queste colline, conosce un gruppo di sfollati, attivamente più impegnati nel conflitto, in cui passa spensierate ore rubate alla sua malinconia. Tra di loro ritrova Cate, una donna con cui ha avuto una sporadica relazione in giovinezza.
Questa ha un figlio, Dino, e Corrado comincia ad occupare parte delle sue giornate con il ragazzo, rivedendo in lui la sua antica giovanile avventatezza. E un pensiero si fa strada nella mente del professore, che il ragazzo (ne prova quasi il suo diminutivo) possa essere suo figlio.
Cerca un riscontro con Cate per un'accomodamento, questa però non si risolve di palesargli nessun tipo di verità.
Ma l'armistizio dell'otto settembre 1943 arriva a distoglierlo dai dubbi e dalla sua immobilità. Infatti dopo un primo clima di euforia, ove si rincorrono voci di pace, la guerra, invece, continua più crudele e sanguinosa fra le diverse frange di fascisti, partigiani e repubblichini in una lotta fratricida.
Tutti i residenti dell'osteria vengono arrestati dalla polizia per contrabbando di armi e deportati; tranne Dino nascosto al momento dell'irruzione.
Anche il professore, per la sua amicizia con quest'ultimi, viene ricercato ma riesce a trovare protezione in un convento di Chieri, dove si finge maestro di studenti e dove si vede raggiunto anche da Dino.
Il luogo circondato dalla polizia non risulta comunque sicuro e dopo la fuga improvvisa di Dino, Corrado si allontana dal convento per far ritorno nel paese natale, sulle colline delle Langhe.
Lungo la strada verso casa Corrado rischia la vita, vede i morti, la disperazione dei sopravvissuti, luoghi abbandonati, colline martoriate da costanti rappresaglie; capisce cos'è la guerra civile, l'inutilità del sangue umano sparso. Per la prima volta si sente partecipe di questo strazio senza senso e fine, turbato da ciò che non potrà più ritornare.

Come "La Bella Estate" e "Tra Donne Sole" anche "La Casa in Collina" si inserisce nell'ultimo fecondo periodo dello scrittore ma diversamente dai primi due, questo si differenzia per l'alto livello espressivo, quello in cui Pavese ha voluto mostrare la sua forza intellettuale, l'impegno civile dovuto ad una collettività.
Partendo dal momento storico scatenante della vicenda: l'armistizio dell'otto settembre 1943. Quest'atto con il quale il Regno d'Italia cessò le ostilità verso gli Alleati e iniziò di fatto la Resistenza italiana contro il nazifascismo, coincise con il periodo più cruento della Seconda Guerra Mondiale, ossia della tremenda guerra civile che imperversava nell'Italia divisa e ferita tra le fazioni partecipi.
Le storie interne raccontate sono piccoli frammenti di vita provvisoria che si incontrano e si escludono in poche pagine intessute di malinconia e precarietà umana.
La storia del professore Corrado che si sottrae inizialmente alla guerra, guardando al passato, riflette il dramma personale dello stesso scrittore.

"Cascina di Langa", Giovanni Rava

Amico di partigiani ed intellettuali attivi, Cesare Pavese non prese parte alla lotta armata né prestò la sua figura ad incarichi sovversivi e il rimpianto di questa mancanza, le morti dei suoi migliori amici, l'inevitabilità di una generazione che non era riuscita a sopravvivere alla guerra, né dimenticandola né cambiandone gli effetti, lo accompagneranno per il resto della sua vita, fino agli ultimi giorni.
Unico elemento catartico di tutta il romanzo breve, che ricorre con enfasi in sua gran parte è la collina. Amato luogo d'infanzia e di rifugio, viene contrapposto all'oscurità degradante della città, mentre le colline di Asti fungono da limbo, passaggio verso le care Langhe che assurgono alla metafora di passato ed evasione quasi mitologici.
Come in molti altri scritti, anche qui si innesca la polemica controversia sul fascismo, su un possibile, sottile legame che Pavese avrebbe avuto inizialmente con la dittatura; dato da alcuni pensieri liberati con la pubblicazione negli anni Novanta di taccuini personali e nella "Casa in Collina" da insolite riflessioni, forse difficili da trovare in un altro scrittore coevo.
Ma tralasciando diatribe mai risolte ed inutili, la sua, forse, non "esplicita" denuncia del fascismo potrebbe derivare da un orrore che egli ravvisava come più pericoloso del fascismo stesso: l'immobilità delle coscienze.
Perché il dramma di questa solitudine individuale ridestata da inquietudini religiose e impegno civile che riesce, nel momento più buio, a riconciliarsi con la pietà umana, è uno degli atti d'amore più commuoventi della scrittura di Cesare Pavese.
L'ultimo capitolo, che già da solo meriterebbe di essere letto per la potenza delle sue parole, offre una testimonianza diretta, un ammonimento severo rivolto a chi verrà dopo: che «ogni guerra è una guerra civile» e il peso di ciascuna morte, pur sconosciuta e lontana, grava su di noi.

Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso.



M.P.




Libro:

"La Casa in Collina", C. Pavese, Einaudi