venerdì 21 luglio 2017

"Tutti i Racconti" di Katherine Mansfield


Miss Brill scoprì cos'era a rendere ogni cosa così eccitante. Erano tutti sul palcoscenico, non erano solo pubblico, non stavano solo a guardare; erano attori. Perfino lei aveva una parte, e appariva tutte le domeniche. ("Miss Brill")


W. Beach Humphrey per "Liberty"

Katherine Mansfield (1888-1923) fu una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese di inizio Novecento.
L'egemonia letteraria era in quel periodo divisa solamente con l'inglese, l'eterna rivale Virginia Woolf (1882-1941), con la quale ebbe incredibilmente molte rassomiglianze, di vita e di lavoro, ma con slanci completamente diversi.
Kathleen Beauchamp, vero nome della Mansfield, era nata in Nuova Zelanda da una famiglia d'origine inglese e proprio come la Woolf, agiata e "letterata"; nel suo parentado compariva come cugina, la contessa e scrittrice Elizabeth von Arnim, autrice di celebri best-seller d'epoca.
La sua fu un'esistenza travagliata : due matrimoni, un aborto, una salute malferma (prese la gonorrea) e all'ultimo, un' infezione polmonare che la spense a soli trentaquattro anni.
Ma amava la vita e prima di essa amava scrivere. Scrutare quel che c'era dietro una bella facciata, un motivo ideale, e analizzarne ogni crepa, vivisezionare quasi ogni disarmonia e lesione.
Diversamente dalla Woolf che usava viaggiare in lungo e in largo per dibattiti culturali e conferenze, gli spostamenti della Mansfield ricordavano più quelli di un uccello in cerca di un nuovo nido su cui poggiare stabilità e sicurezza affettiva.
La Woolf si suicidò quando capì di non poter più scrivere; la Mansfield fino all'ultimo credette di poter guarire.
Katherine Mansfield fu una scrittrice di racconti, di cui soltanto pochi furono pubblicati in vita e che presentano analogie con la futura Dorothy Parker (1893-1967), per arguzia e umorismo, ma mentre la seconda con le sue opere metteva a nudo la società contemporanea americana, mostrandone l'impoverimento morale, la prima si occupava di sondare l'animo umano, sfaccettando personalità e mentalità.
Il XX secolo aveva albeggiato con la crisi del mondo borghese, già profetizzata da Mann nei "Buddenbrook", perché minata al suo cuore da marxismi, psicanalisi e lotte di classe che avevano trascinato un periodo di insicurezza e solitudine.
Come Elizabeth Jane Howard (1923-2014) aveva raccontato quel che stava cambiando nell'Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale, la Mansfield  avverte la degradazione e i moti interiori di una classe uscita allo scoperto, dopo un'epoca in cui venivano coperte perfino le gambe dei tavoli.

La raccolta qui realizzata dalla Newton Compton nel 2012, pur presentando molti, fastidiosi errori di battitura, comprende tutti i racconti della scrittrice neozelandese, dal 1911 al 1923, insieme a quelli rimasti incompiuti.
Avrei voluto riassumerli molti di più, ma per non appesantire la recensione e limitarmi ad un esclusivo elenco, ho deciso di presentare solo quelli che hanno attirato in particolar modo la mia attenzione e che mostrano al meglio il suo stile, le tematiche e il suo mondo.
La raccolta "Una Pensione Tedesca", è fra i primi lavori dell'autrice; ancora acerbo ma ben indirizzato verso tematiche quali i rapporti interpersonali, il femminismo e su quanto le offese e le falsità possano arrecare sofferenze agli altri. Sono tredici racconti ambientati nella pensione di una città termale tedesca, dove gli ospiti assistono alle piccole quotidianità dei loro compagni di soggiorno o alla vita del paese, fra avventure pericolose, pettegolezzi, scelte radicali.
In "Preludio" c'è molto di più.  Pubblicato nel 1918 dalla Hogarth Press (casa editrice fondata da Leonard e Virginia Woolf), troviamo una forma letteraria completamente innovativa. Innanzitutto il componimento si apre "in media res": abbiamo all'inizio una trama inspiegata che gradualmente viene sciolta al lettore nel corso della lettura. È quella dalla famiglia Burnell, (già incontrati nella raccolta della Lindau con "Alla Baia" e ricorreranno in altri racconti), che traslocano dalla città alla campagna. Il contesto può sembrare banale eppure è soltanto uno spunto per esplorare nella psicologia dei personaggi, nelle loro nascoste insoddisfazioni, nella riconsiderazione dei loro rapporti tra marito/moglie, genitori/figli, nella scoperta che qualcosa è cambiato, dietro una consuetudine ideale, ed il ruolo infelice delle donne all'interno di una società patriarcale.
Nella sua opera più celebrata "The Garden Party" o "La Festa in Giardino"¹, la Mansfield affronta la gravosa questione delle lotte di classe, delle distinzioni tra buona borghesia con la classe povera e i rimorsi di questa consapevolezza. Pubblicato nel 1922, il racconto narra un momento particolare della ricca famiglia Sheridan, quello dell' organizzazione di una festa in giardino elegante e allegra, e naturalmente per pochi. Attraverso gli occhi di Laura (la piccola della famiglia) veniamo immersi in un mondo di fiori, tavoli imbanditi, abiti inamidati e dolci alla panna, ma all'improvviso il tono cambia con la sopraggiunta notizia della morte di un operaio del vicinato. Laura colpita fortemente dall'evento, vorrebbe per decoro annullare la festa, ma trova le resistenze da parte della sorella Jose e dalla madre, per poi dimenticarsene del tutto quando, con il suo vestito elegante, si guarda allo specchio, splendente di bellezza e giovinezza.
A conclusione del party, viene invitata dalla madre a portare, per cortesia, un cestino di panini alla famiglia in lutto. Alla vista della povera casa, della morte e di realtà completamente diverse dalla sua, Laura si rende conto di aver vissuto fino ad allora nell'illusione, e al momento di spiegare al fratello cos'è la vita, quella vera, non trova le parole.
Dello stesso tenore è "La Casa delle Bambole"  (1922), il mio preferito della raccolta, dove ritroviamo la famiglia Burnell; questa volta come protagoniste esclusive le figlie Isabel, Lottie e Kezia alle prese con una casa delle bambole arredata di tutto punto, portata in dono dalla nonna. Mentre Isabel e Lottie ne ammirano, e fra le loro compagne di scuola, ne esaltano ogni particolare d'arredo, dai tappeti alle sedie, perfino le stoviglie, Kezia (alter ego della Mansfield) decanta l'unico oggetto che più si avvicina alla realtà, la lampada.
Ma anche qui la casa delle bambole è solo un pretesto per rimarcare le differenze sociali. Tutte le compagne di scuola delle tre vengono invitate a vedere la casa, tranne due sorelle, emarginate per essere figlie di una lavandaia e un galeotto.
Kezia con la sua semplicità e genuinità mostra di nascosto alle bambine la casa, finché sorpresa dalla zia, viene redarguita e quest'ultime cacciate. Ma hanno almeno quest'ultime fatto in tempo a guardare la lampada.
In "Una Tazza di Tè"  (1922) si manifesta tutto il materialismo, l'insicurezza, l'insensibilità della classe borghese, con un racconto brioso e di spirito, in quanto Rosemary Fell, donna giovane, brillante e soprattutto ricca, più per gioco e per il proprio ego che per pura generosità, invita nella propria casa una ragazza povera a bere una tazza di tè e a rifocillarsi. Eppure al rientro del marito, quando questi comincia a lodare la bellezza dell'ospite, Rosemary turbata, prima di scacciarla, si avvia nelle sue stanze per truccarsi e pettinarsi, per poi ritornare dal marito più mansueta del solito. La scrittrice evidenzia come il problema non sta nelle gelosia della protagonista, bensì nella sua insicurezza.

K. Mansfield


Di pari passo, simbolico ed inquietante è "La Mosca" del 1922. Un dirigente d'azienda vecchio e solo, dopo la visita di un dipendente che gli ha fatto ricordare il proprio figlio, rimane perso nei suoi pensieri, sopraffatto dal dolore per la morte dell'unico figlio perso nella Prima Guerra Mondiale. Prima evoca i suoi sacrifici, il coraggio preso per crescerlo e dargli una vita sicura e stabile, poi ne commemora la personalità gioiosa, amabile... E nel mentre si accorge di una mosca rimasta intrappolata nell'inchiostro del gran calamaio sulla scrivania. Con la penna il signore salva l'animale, poggiandolo su una carta assorbente;  osserva la fatica della mosca che si asciuga con le zampette il corpo, elogia il suo coraggio, il sacrificio, ma sempre con la penna e d'improvviso, inonda la mosca d'inchiostro. L'azione si ripete finché il povero animale non muore, così con disinteresse getta il cadavere nel cestino. Tuttavia, ritornando alla realtà, non riesce a ricordare a cosa stesse pensando inizialmente.

Questi sono soltanto pochi dei tanti racconti che comprendono un libro di ben oltre settecento pagine, da accompagnare alle ore rubate di un inverno o di una estate, ma da leggere rigorosamente con lentezza, affinché il ricordo di ciò che abbiamo letto, affievolisca piano piano.
La Mansfield possedeva un'incredibile arte evocativa che prendeva in prestito dai suoi ricordi d'infanzia e dalla sua esperienza e lo imprimeva con semplicità nella scrittura, superando le alte vette della genialità, quando descriveva l'atmosfera della scena sul momento : fiori, piante, cibo, continue onomatopee e (cosa che la Woolf le invidiava), la creazione di personaggi così vivi in una scrittura luminosa, quasi quanto quella della Austen.
Nei lavori, l'autrice mostra nelle prime righe un quadro perfetto, quasi idilliaco, ma nello scorrere del racconto ci si rende conto di qualcosa di stonato, di strano. Perciò entriamo direttamente nella mente del protagonista, nella sua più profonda coscienza; quand'ecco che il soggetto giunge senza volerlo ad una epifania e arriva così vicino alla comprensione della sua situazione od incontro, da non poterla, però, mai afferrare totalmente, perché l'illusione lo distoglie dall'ultimo sguardo.
Ho trovato straordinario il fatto che, appena terminato l'ebook, non ricordassi perfettamente la trama di molti racconti. Ciò che mi era rimasto, invece, erano le sensazioni, quei moti d'animo dei personaggi, da farti quasi sembrare coabitante della loro fatalità.

«Ma, Laurie...» si interruppe e guardò il fratello.
«Vero che la vita è...?, balbettò, «la vita è...»
Ma non riusciva a spiegarlo, cos'era la vita. Non importa. Lui capì perfettamente.
«Vero, tesoro?», disse Laurie. ("La Festa in Giardino")



M.P.




¹ Il racconto presenta delle affinità con il romanzo della Woolf  "La Signora Dalloway" del 1925.




Ebook :

"Tutti i Racconti", K. Mansfield, Newton Compton.


giovedì 6 luglio 2017

"Allontanarsi" di Elizabeth Jane Howard


«Insomma, non vedevamo l'ora che finisse la guerra, perché allora la vita sarebbe stata meravigliosa e tutta nuova, ma invece non lo è. Volevamo tanto la pace, ma a quanto pare la pace non ha reso felice nessuno.»


Interno con Tavolo (1921), Vanessa Bell

"Allontanarsi" è il quarto e penultimo romanzo di una delle saghe famigliari più lette e seguite negli ultimi anni, che con grande successo si è imposta nella narrativa italiana : quella dei "Cazalet", della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard (1923-2014).
Affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia alto-borghese nell'Inghilterra allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di un paese in preda a profondi cambiamenti politici e sociali, del ruolo delle donne all'interno della famiglia e del matrimonio; fu pubblicato nel 1995.
Se con "Gli Anni della Leggerezza" Elisabeth Jane Howard ci aveva introdotto nel microcosmo di questa comunità inglese, sconvolta e messa in subbuglio dalla guerra ne "Il Tempo dell'Attesa" e incapace di sbrogliare la matassa dei propri drammi in "Confusione", in questo ultimo capitolo la guerra è finita, la pace ristabilita, se non l'ordine, eppure è proprio questa a rendere ancora più difficile il reintegro di ciascun componente all'interno del proprio ruolo, insieme ad una costante lotta tra doveri e sentimenti.


Le vicende umane dei Cazalet ripartono dal luglio 1945 : la guerra è ai suoi sgoccioli, soltanto un mese dopo verrà sganciata l'atomica sul Giappone (che porrà la fine definitiva del conflitto), e i membri della famiglia si allontanano dalla sicurezza emotiva e fisica di Home Place, per ritornare a quel che rimane di una Londra devastata e problematica. Gli scontri politici in Parlamento e l'approssimarsi della disgregazione del grande impero britannico con l'uscita dell'India, non influiscono minimamente sulle esistenze dei singoli protagonisti, quanto, invece, la lenta ripresa della quotidianità e l'uscire allo scoperto di situazioni che la guerra aveva posto in attesa.
Questa volta è la vita stessa a chiedere ai suoi personaggi lo scotto delle proprie decisioni, delle scelte da prendere, dopo lunghi trascinamenti in disillusioni e inciampi, e si presentano per cui separazioni, morti, matrimoni, nuove intese, relazioni troncate. Qui non c'è l'azione a muovere i fili della narrazione, ma i pensieri e le riflessioni del singolo individuo posto davanti all'inevitabilità del non poter tornare indietro. 
Come sempre il romanzo mette in risalto le giovani figure femminili di Louise, Polly e Clary, diventate donne e in preda a sentimenti forti e contrastanti sull'amore e gli affetti. Non è stata la pace che tanto desideravano a formare le loro vite, ma la maturità e la presa di coscienza di poter occupare ciascuna un posto nel mondo, lavorando su stesse, scavando nel profondo della loro personalità seguendone istinti e bisogni.
Nel lungo finale, la scrittrice inglese sbroglia finalmente la matassa dei drammi famigliari e attraverso un filo di Arianna, ricongiunge i suoi personaggi, (ad un matrimonio naturalmente!), portandoli ad un avvenire incerto, eppure allo stesso tempo libero e possibilmente felice.

Rispetto ai precedenti due capitoli della saga, ho reputato "Allontanarsi" dello stesso grande livello del primo. E questo perché vi ho trovato la giusta conclusione di quel processo sociale iniziato da quel che era rimasto dell'era vittoriana.
La Howard si concentra come sempre sui ruoli femminili dominati negli inganni e nelle delusioni di quelle istituzioni come la famiglia e il matrimonio; ma questa volta con il palesamento di falle, iniquità e crepe di quegli status dopo la Seconda Guerra Mondiale, unito ad una maggiore sicurezza e favorito dai mutamenti storici, le donne ne hanno riconosciuto una loro indipendenza fisica ed emotiva.

E. J. Howard

"Allontanarsi" è un caleidoscopio di sentimenti pronti a sbocciare, di una nuova era di libertà e opportunità, di nuovi sguardi e orizzonti  lontani, dove invece, prima era la casa, la comunità e l'intimità a far valere doveri e artificiosità.
Il romanzo qui si fa più psicologico. Non è più la guerra il motore della trama, ma i discrepanti pensieri dei personaggi, in lotta con il proprio essere e personalità.
Nella parte centrale si rasenta una certa fiacchezza a cui è anteposto, però, un finale accidentale e rassicurante.
L'Inghilterra viene raffigurata attraverso i cambiamenti politici e sociali appena accennati. I grandi uomini che hanno conquistato la pace, non hanno più spazio e potere : una nuova epoca di liberazione e promesse richiede nuovi uomini, nuove visioni ed idee. Non è un caso che l'opera si conclude con la definitiva disgregazione dell'impero britannico. Ma questa non può essere la fine.
Qual che più ci ha insegnato Elizabeth Jane Howard, che con questo libro, a mio dire, potrebbe calare il sipario sulla fortunata saga dei Cazalet, è che non sono gli eventi sociali o politici ad influenzare sempre la nostra vita. A condurla siamo soltanto noi stessi, con i nostri sbagli e rinascite.

«[...] allora pensò che ciò che doveva lasciarsi alle spalle erano le cose o le persone che avevano fatto parte della sua vita passata, ma altre cose misteriose e a lui ancora ignote che gli si annidavano dentro, perché solo così sarebbe riuscito a fare spazio a un nuovo abitante.»




M.P.






Libro :

"Allontanarsi", E. J. Howard, Fazi Editori