giovedì 13 aprile 2017

"Il Palazzo della Solitudine" di Soraya Esfandiari Bakhtiary


"Imperatrice. La parola fa sognare. Si immaginano candelabri scintillanti sorretti da lacchè, alla francese, grandi feste da ballo, un abito vaporoso che sfiora la superficie dorata di un pavimento di legno prezioso al suono di un valzer viennese, gioielli che esaltano lo splendore di un collo o di uno sguardo, bagni nel latte d'asina in una vasca a forma di cigno, il chiaro di luna profumato di gelsomino, un cavallo bianco che trotta  dolcemente nella nebbia leggera dell'alba, ondate di riso e di felicità...
E invece no, la mia vita d'imperatrice non è stata un sogno."


Soraya Esfandiari Bakhtiary


Lo scorso anno, leggendo la bella recensione che Cristina di Athenae Noctua scrisse dopo aver letto "Il Tramonto Birmano" , autobiografia dell'ex principessa birmana Inge Sargent, mi ha riportato alla mente un'altra autobiografia, di un'altra principessa che lessi tempo fa : quella di Soraya Esfandiari Bakhtiary.
Soraya (1932-2001), fu la seconda moglie dello scià dell'Iran Mohammed Reza Pahlavi (1919-1980), e visse gli ultimi splendori di una nazione ricca di cultura e storia vastissima, ma destinata, o predestinata al crollo, compreso quello del suo passato.
Dell'Iran conoscevo le remote glorie di Ciro il Grande, come conosco le crudeli vicende di oggi; ben poco della dinastia dei Pahlavi (1925-1979), ultima casa regnante della millenaria monarchia del paese, dove Soraya entrò a farne parte nel 1951, per poi essere ripudiata e allontanata.
Soraya fu una principessa disincantata.
Le principesse delle fiabe, dopo aver superato faticose prove, arrivano alla fine dei loro giorni felici e contente. Le principesse, nella realtà, ci hanno insegnato, non trovano tutte queste beatitudini.
Eppure fin da piccoli amiamo leggere ed ascoltare storie di civiltà perdute, mitici regni, di re e principesse e continuiamo ad amarle in seguito, da lontano.


Soraya pubblicò la sua autobiografia, "Il Palazzo della Solitudine", nel 1991, quando ormai la Repubblica Islamica dell'Iran aveva da tempo preso il posto della monarchia, con il colpo di stato del 1979 : non più palazzi dorati, il trono del pavone, né feste né maggiordomi o dame ossequiose, né i fasti di un tempo.
I drammatici fatti del Medio Oriente si erano inaspriti con la guerra del Golfo, e Soraya era solamente una ex sovrana a cui era stato lasciato il titolo di principessa e molti benefici.
Il libro di memorie va dalla sua nascita sino agli ultimi anni ottanta e con maggiori riferimenti personali e storici dal 1951 al 1958, quando lasciato l'Iran cominciò la sua errabonda vita.
Se durante la permanenza nel paese da imperatrice, la narrazione appare nitida e ben strutturata, in seguito viene lasciato tutto al lungo flusso casuale di ricordi, impressioni un po' sbiadite, nell'alternanza di stagioni, viaggi, incontri, profumi e mondanità di una vita intensa ma solitaria.

Soraya era figlia di un importante membro del clan dei Bakhtiary, famiglia nomade persiana di grandi ricchezze, venutasi, poi, a scontrare con i poteri degli scià, dovette ridimensionare le sue fortune.
Bella, di una bellezza hollywoodiana, colta e abbastanza docile secondo le regole persiane, bilanciava le sue origini antiche con quelle occidentali della madre tedesca.
Aspirante attrice, venne notata appena sedicenne in una fotografia, dallo scià regnante Mohammed Reza che volle sposarla il dodici febbraio 1951.
Il loro fu un matrimonio d'amore ma non immune dagli intrighi e pericoli, dove le donne della cerchia reale pur non avendo diritto a comparire nella scena politica, godevano di molta influenza.
L'Iran, che aveva abbandonato nel 1935 il nome di Persia per privilegiare le origini indoeuropee, era un paese devastato dalla miseria e dalle gravi condizioni economiche, i cui giacimenti petroliferi erano sotto il controllo inglese.
La prima ardua prova fu il momento dell'ascesa di Mohammed Mosadeq (1882-1967), a primo ministro. Questi nazionalizzando il petrolio e quindi estromettendo la compagnia inglese, limitò di fatto i poteri del sovrano, portandolo a fuggire in esilio a Roma.
Nel libro Soraya minimizza l'intervento americano sulla deposizione di Mosadeq, rafforzando il maggior aiuto interno.
Seguirono anni di apparente stabilità, grazie ai finanziamenti esteri, dove l'imperatrice dedicò tutta se stessa alla costruzione di orfanotrofi, ospedali, lotte per migliorare la condizione dei bambini e delle donne, violando tabù e costrizioni religiose.

"Ho lottato molto per l'emancipazione della donna iraniana e ho cercato di offrirle tutte le opportunità nell'ambito della sua vita affettiva perché non dovesse più subire il dominio dell'uomo che troppo a lungo l'aveva umiliata al ruolo di fattrice dei suoi figli per garantirsi una discendenza."


Improntando l'Iran verso l'apertura con l'Occidente, fu portata a viaggiare per il mondo dove incontrò grandi nomi della politica e dello spettacolo, da Eisenhower alla regina d'Inghilterra, da Gary Cooper al giovane senatore americano John Fitzgerald Kennedy.
Eppure la soffocante e maliziosa gentilezza persiana non le risparmiò nel 1958 il ripudio per non aver dato, in sette anni, un discendente maschile allo Stato.


"Voglio sfuggire ai fotografi che mi braccano e mi spiano giorno e notte per immortalare la lacrima destinata a suscitare la curiosità morbosa dei lettori dei rotocalchi e a permettere un'ennesima variazione sul tema "Soraya,la principessa dagli occhi tristi", Insieme a Soraya tutto l'Iran piange...
No, sono io che piango il mio Iran."



Rifuggiatasi nell'ambiente cinematografico romano, tra cene e feste della società più in vista, riuscì a realizzare il desiderio di partecipare come attrice nel film di De Laurentiis "I Tre Volti", insieme ad Alberto Sordi nel 1965, dove interpretò se stessa.
Rinascendo una seconda volta, durante le riprese conobbe il regista Franco Indovina al quale si unì in una relazione spezzata alla morte di lui nel 1972.
Il libro pur non rappresentando un capolavoro della letteratura è entrato nello scaffale dove ripongo quelli a me più cari, sia per la rarità ( è uscito fuori catalogo), sia per alcuni punti che mi hanno colpito e che rendono questo testo degno di essere letto non solo da appassionati di stirpi reali.
In primis quello di una donna andata coscientemente  sposa ad un sovrano e una nazione non certo facili, in seguito allontanata per quello che la sua natura di donna non ha saputo dare.
Se ci sembrano lontani gli anni di una Caterina d'Aragona o di una Soraya, certo ci sbagliamo, visto che l'educazione di genere paritaria e l'indipendenza femminile sono oggi delle realtà non ancora conquistate.
Il leitmotiv commuovente  e non banale dell'opera è la ricerca costante e ostinata dell'autrice verso un lieto finale. Perché dopo tante traversie e dolori sopportati, quel che rimane nelle nostre memorie è la bellezza e l'amore di cui abbiamo goduto. 

"Sulle tombe dei re galoppano le gazzelle.
Su quella del poeta fiorisce la margherita.

Come essere tristi, quando nel cuore si ha un galoppo di gazelle... e una margherita?
Come essere tristi, se esistono il passato e l'avvenire?"

Un ultimo sguardo è rivolto all'Iran, a tutto quello che qui si è perso dopo anni anni di conflitti, guerre interne e ingordigia e atrocità occidentali.
Dove sono le immortali vestigia dei persiani? E la magnificenza dei loro banchetti o sale ricoperte di oro? E i profondi inchini delle belle dame?
Tutto molto lontano.




M.P.





Libro :

"Il Palazzo della Solitudine", Soraya E. Bakhtiary, Arnoldo Mondadori Editore 1992


venerdì 7 aprile 2017

"Di là dal fiume e tra gli alberi" di Ernest Hemingway


"Il colonnello alzò gli occhi a guardare i giochi di luce sul soffitto. Erano riflessi, in parte, dal canale.
Facevano movimenti strani ma costanti, mutevoli, com'è mutevole la corrente di un corso d'acqua dolce, che resta lì, continuando a mutare sotto i movimenti del sole."


"Blu Venice" (1875), Edouard Manet

Già dopo la lettura di "Addio alle Armi", avevo in mente di leggere questo testo, di cui mi affascinava l'ambientazione tutta italiana e il tema del ricordo che negli ultimi anni della vita di Hemingway aveva preso il sopravvento su tante quotidianità a lui care.
Mi sono invero scontrata con un testo ricco di accenni autobiografici e a tratti enigmatico e poco comprensibile : il lettore si trova escluso dai dialoghi che il protagonista allaccia con i personaggi minori, di cui non conosciamo nulla e di cui nulla riusciamo a comprendere dei loro codici e gestualità simboliche.
Per questo ho cercato di informarmi il più possibile, e in ciò mi è venuta in soccorso anche mia sorella, di cui sono debitrice di alcuni utili ragguagli.
Non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di non aver capito il libro e di conseguenza l'essere rimasta emozionalmente tiepida a lettura ultimata.


Ernest Hemingway (1899-1961), non fece mai mistero dell'ammirazione che provava per l'Italia e in particolare per il Veneto che conosceva bene per aver partecipato al primo conflitto mondiale nei reparti sanitari nella regione ed essersi ferito gravemente in una azione di guerra a Fossalta.
Nel 1945 insieme alla quarta moglie Mary, ritornò in quei luoghi per dare a quel viaggio un valore catartico.
Qui conobbe la bella baronessina Adriana Ivancich¹ (1930-1983), veneziana di famiglia di origine dalmata, con la quale intrecciò una relazione breve ma significativa, da cui scaturì nel 1950 la pubblicazione di "Di là dal fiume e tra gli alberi", scritto dieci anni dopo un lungo silenzio seguito a "Per Chi suona la Campana".
Più che la storia di un amore impossibile, "Di là dal fiume e tra gli alberi" rappresentò per lo scrittore un modo per imprimere per sempre sulla carta l'ultimo raffronto col passato, il ricordo di ultime illusione di una bella stagione, di visi e oggetti da cui si congedò.

Un colonnello americano di stanza a Trieste, Richard Cantwell, cinquantenne pluridecorato, abbruttito da due guerre mondiali e dalla malinconia, viene invitato ad una battuta di caccia alle anatre nella laguna ghiacciata di Caorle.
Risalendo il Tagliamento arriva a Venezia; qui rivede i luoghi e le persone che ha lasciato anni prima, quando era giovane e in guerra.
Qui rincontra anche la bella e vitale Renata, la giovane nobile veneziana innamorata di lui, ma al cui amore egli è impossibilitato a ricambiare, vista la grave malattia cardiaca di cui soffre e sente la morte alla calcagna.
La Venezia descritta da Hemingway è quella che segue i protagonisti nei loro ultimi incontri tra cene all' "Harry's Bar" e mattine all' "Hotel Gritti", dove Cantwell ricorda in dialoghi e monologhi la guerra, nelle sue scene più dure e crudeli e dove il suo "corpo lento" ritrova per un attimo lo spirito vivace, fra la dolcezza delle parole e del morbido corpo di Renata.
Al momento della separazione definitiva, Richard da addio a Venezia e Renata, e dopo la battuta di caccia, ritornerà per l'ultima volta nel passato.

"No, no, attraversiamo il fiume e riposiamoci all'ombra degli alberi."



Hemingway e Adriana

Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
Richard Cantwell è l'uomo diventato maturo in Frederic Henry (protagonista di "Addio alle Armi), ma mentre quest'ultimo subisce le conseguenze di morti violente e improvvise, nel primo c'è un'attesa della morte consapevole e addirittura quasi programmata.
Ma "Di là dal fiume e tra gli alberi" è anche un elogio all'Italia, ai suoi artisti, da Giotto a Mantegna, ai suoi poeti, da Dante a D'Annunzio, che lo scrittore americano conosceva bene come il suo "Notturno", a Venezia con le sue gondole sui canali.
Quel che rende meno godibile la lettura è la traduzione non eccelsa della Pivano², la quale alterando le  frasi, dà significati metaforici dove, invece, la penna e il cuore di Hemigway sono più schietti e onesti.
Le conversazioni tra Cantwell e i camerieri del "Gritti" o dell' "Harry's Bar", oscure al lettore, sono forse le stesse che lo scrittore ha intrattenuto con essi o  messaggi per essere riconosciuto, non ultimo da Adriana.
Ma andando oltre lo pseudo-memoriale, quel che Hemingway racconta è la storia di un uomo consapevole e pronto a lasciare il mondo con le sue bellezze, non rimpiangendo nulla.


M.P.



¹ Il romanzo in Italia uscì solamente nel 1965 e questo per volere di Hemingway che voleva preservare dallo scandalo la baronessina.

² A tale proposito ho trovato questo.




Libro :

"Di là dal fiume e tra gli alberi", E. Hemingway, Oscar Mondadori