mercoledì 31 maggio 2017

La vita che esiste nei libri


"Non si mette la vita nei libri. La si trova." Alan Bennett "La Sovrana Lettrice"





Oh si, quella che si anima sotto i nostri occhi mentre scorriamo con pigrizia o avidità le parole sottostanti : le vicende prendono forma, si presentano nelle nostra mente in modo soggettivo, perché chi legge o ascolta può trarne la propria, personale, interpretazione.
Ma la vita che esiste nei libri si anima anche senza lo scorrere delle parole o delle pagine e può completamente estraniarsi dal suo contenuto.
Lo sanno bene i lettori quando nel loro agognato libro, magari acquistato nel mercatino dell'usato, scoprono all'interno lettere, cartoline, fiori essiccati, fotografie, scontrini, e se il libro in questione continua il suo passaggio di proprietà, anche la sua storia continua ad esistere.
Non si può immaginare la miriade di oggetti, alcuni ininfluenti, altri semplicemente bizzarri, che si possono trovare in un libro usato o prestato da un amico o conoscente; momenti fugaci di vita quotidiana, rubati al normale corso del tempo e incastonati come monili preziosi, in un'epoca dimenticata.
Chissà da quando le persone hanno incominciato a scordare effetti personali nei libri...
In un vecchio tema di quinta elementare, scrissi quanto mi piacesse depositare in questi, biglietti di auguri della Prima Comunione. Col tempo vi ho lasciato cartoline, fiori essiccati, i miei preferiti, le orchidee e una volta ho perfino rinvenuto venti euro, lasciati lì senza ricordarmi il motivo.
La questione che potrebbe risultare superficiale ai più, non è stata presa in questo modo dal noto portale Abebooks, specializzato nel mercato on line di libri dell'usato.
Il colosso canadese ha svolto un'indagine su questi insoliti ritrovamenti da parte dei sui acquirenti : quel che ne è uscito ha meravigliato anche chi pensava di aver visto tutto.
In un attimo, fra libri vecchi e nuovi, sono usciti fuori dollari, cartoline di Natale del secolo scorso, certificati di matrimonio, ricette, biglietti del tram di Milano, titoli di libri da leggere, molti santini, uno scarafaggio, un preservativo, addirittura un anello con un piccolo diamante. Talvolta il "tesoro" vale, in termini economici, più del libro quando ci si trova davanti ad una cartolina firmata da Lyman Frank Baum (1856-1919), o bozze di poesie di scrittori famosi.


Adam Tobin proprietario di una rinomata libreria indipendente a New York, "Unnameable Books", oltre a svolgere il proprio ruolo di venditore, ha realizzato una teca dove ha posto tutto quello che ha scoperto nei suoi libri, liste per la spesa, biglietti di concerti e musei e una lettera autenticata di C. S. Lewis (1898-1963), autore delle "Cronache di Narnia". Lo spazio occupava prima una piccola parte posteriore del negozio, quasi nascosta, ora risulta fra quelle più visitate.
La passione per quel che viene rinvenuto nei libri usati è passata anche nel nostro paese, attraverso i "casi fortuiti" raccontati dai lettori nella rubrica "Libri usati con qualcosa dentro" del sito letterario "Archivio Caltari". Come in un gioco, i più accaniti bibliofili possono pubblicare la foto del "reperto"  annessa a descrizione, luogo del ritrovamento e data.
Fiori e lettere d'amore sono generalmente gli oggetti più collocati fra le pagine. A proposito ho scoperto che esiste un perfetto decalogo su come essiccare e pressare anche i petali più carnosi con procedimenti minuziosi e accurati.
Eppure non sempre quel che nascondiamo nei libri si rivela come qualcosa di positivo. Alcune volte è imbarazzante, altre volte pericoloso.
Questo è quello che è accaduto al poeta surrealista francese Robert Desnos (1900-1945), autore di testi di grande sensibilità e amore per la cultura e la libertà, la cui poetica è ancora poco riconosciuta.
Nella Francia occupata dal regime nazista, Desnos pianificava atti di resistenza mediante biglietti e giornali in cui incitava i suoi concittadini alla speranza e al coraggio.
Una mattina del 22 febbraio 1944 avvertirono il poeta di una possibile perquisizione nel suo alloggio da parte della Gestapo. Desnos bruciò tutte le carte compromettenti sparse nella propria casa: negli armadi, sotto il letto, nei cassetti, nella biblioteca; e fu tradito proprio da un libro che si era dimenticato di ispezionare, l'unico, a cui si scordò di togliere un documento nascosto nella rilegatura.
Facciamo caso agli oggetti visibili ma anche ciò che è appena percettibile, come una sottolineatura, una nota a margine, può raccontare molto di noi; i nostri pensieri, quello che amiamo e ciò che siamo.

"L'amatore della lettura, o lo studioso, ama sottolineare i libri contemporanei, anche perché a distanza di anni un certo tipo si sottolineatura, un segno a margine, una variazione tra pennarello nero e pennarello rosso, gli ricorda un'esperienza di lettura." Umberto Eco

Contravvenendo alle regole del "buon lettore", anni fa, ho voluto appuntare, con una matita, quello che ha segnato la mia lettura a trent'anni compiuti, "Anna Karenina".
La stessa attrice americana Marilyn Monroe (1926-1962), appassionata di letteratura, soleva annotare nei libri commenti o riflessioni su un argomento, un passo, che magari in quel preciso attimo rappresentavano le sue emozioni o dubbi.
E' impossibile, quindi, non considerare questo mondo silenzioso e polimorfo, importante quanto il valore del libro stesso, vista anche l'attrazione tutta umana per l'immortalità.
La vita esiste nei libri molto più di quanto noi pensiamo, perché anche senza lasciare nessuna traccia infine, in quel volume di fogli cuciti insieme, spendiamo gran parte del tempo; con le nostre lacrime, i nostri sorrisi, delusioni o sorprese, inconsapevolmente consegniamo a loro la nostra memoria.


M.P.





giovedì 18 maggio 2017

"La Ricetta del Dottor Wasser", di Lars Gustafsson


"La vita ha un senso? Che cosa vorrebbe significare? Che ha un utilizzo, come una chiave a tubo o una livella a bolla? O che ha una traduzione, come un passaggio strano e incomprensibile in un libro difficile? O una singolare formula matematica che non sembra affatto quadrare?
No, la vita un senso non ce l'ha. Però glielo si può dare. Forse è stato quel che ho fatto."

© Appuntario


Nei pochi programmi televisivi validi che sono rimasti, che parlano e consigliano libri, mi ha incuriosito il fatto che a distanza di pochi giorni, due abbiano discusso di una stessa opera.
Ci vuole poco ad essere influenzati, eppure ciò che mi ha fatto cedere all'acquisto di questo breve romanzo è stata la novità. Un personaggio nuovo, mai incontrato prima d'ora, nella sua sfrontatezza, nel suo cinismo, ma intelligente nel saper riconoscere i suoi limiti, e ancor di più il suo creatore,  nuovo.
Non ho mai letto nulla che andasse geograficamente oltre l'Inghilterra, e questo è stato il mio primo approccio con la letteratura nordica, di cui conosco ben poco e poco più i suggestivi paesaggi nordici con le loro luci abbacinanti e le loro fredde oscurità.
Lars Gustafsson (1936-2016), è stato lo scrittore e il personaggio più rappresentativo del mondo svedese. Laureato all'Università di Uppsala, dove partì il risveglio culturale del paese nel XVIII secolo e importante centro di materie scientifiche; nella sua lunga carriera scrisse molto e soprattutto indagando sulle problematiche del mondo svedese contemporaneo.
"La Ricetta del Dottor Wasser" pubblicata nel 2015 fu il suo ultimo lavoro.
L'autore è qui entrato nei meandri della letteratura già dibattuti : l'enigma dell'identità, del tempo, delle apparenze, qui configurate in una società che non si arresta, che perde la memoria nel suo affrettarsi.


La lunga ricetta del dottor Wasser è una confessione schietta e virtuale di una persona che ha reso la sua vita straordinaria, aggirando le normali convenzioni, ingannando se stesso e gli altri.
Un criminale? Eppure non nel senso stretto della parola, perché il dottore in questione è innanzi tutto un vincente : ex direttore generale di una clinica per i disturbi del sonno, vincitore di numerosi concorsi a premi e gran seduttore dell'universo femminile.
La narrazione si svolge in un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta ai primi decenni degli anni Duemila, in una incostante alternanza.
Kent Andersson, originario di una provincia del sud della Svezia, proviene da una famiglia disadattata e priva di mezzi, che lo induce fin da piccolo a arrabattarsi con piccoli lavori umili.
Nonostante tutto possiede una spiccata intelligenza e quando il caso fortuito lo porta a scoprire un cadavere in decomposizione nel fitto bosco, ha la sveltezza di prendere i documenti del malcapitato e la lungimiranza di aver carpito un affare che altrimenti non sarebbe più ricapitato.
I documenti personali appartenevano ad un giovane uomo, profugo della Germania dell'Est, laureato in medicina, Kurth Wasser.
Non subito, ma poco a poco, Kent Andersson inizia a prendere l'identità di Wasser
Grazie all'attestato di laurea del defunto, il nuovo Kurth Wasser si specializza nella branchia dei "disturbi del sonno", campo ancora inesplorato negli anni Sessanta e di cui è sicuro non potrà arrecare gravi danni, come un semplice medico o chirurgo.
Diventa dottore, dirigente di una clinica, sfruttando l'indifferenza delle persone, la sua astuzia, la coscienza di non andare oltre le sue possibilità, unendo una forte immedesimazione.
Scala le più alte gerarchie mediche suscitando stima e ammirazione dei colleghi o sottoposti per la sua intelligenza e capacità.

Lars Gustafsson

L'esposizione narrativa segue più l'ispirazione di una formula matematica che quella di una classica prosa : si sente l'influsso delle discipline scientifiche che formarono professionalmente il suo autore.
Giocando con temi pirandelliani e atmosfere kafkiane (tra l'altro non troppo surreali visto che i dottori senza laurea sembrano esistere eccome), Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
La particolarità del protagonista sta nel suo successo e nella dichiarata intelligenza :  non è un Bel-Ami che si arrischia con spavalderia nella sua scalata sociale seminando vittime e affari loschi, ma un uomo convincente, nato con l'unico svantaggio di essere indigente.

"Ma che ne è stato allora di chi gli è subentrato? La sua vita si è persa. Io l'ho scambiata. Si potrebbe perciò dire che io sono quello che sono. Ma sono anche quello che non sono."

Lo humor e il sottile erotismo accompagnante il dottor Wasser, serve a rendercelo e a renderlo nel suo ambiente ancora più enigmatico.
Tutto intorno è il mondo contemporaneo con la sua superficialità, la sua indifferenza e mancanza di profondità, a proliferare incessantemente e scuoterlo senza grandi motivi.
"La Ricetta del Dottor Wasser" è un piccolo spaccato dell'esistenza umana che come ha detto bene Michela Murgia "si interroga sulla domanda su quanti altri noi esistono; un lettore la risposta la sa : tutti quelli che ci sono nei libri."




M.P.





Libro :

"La Ricetta del Dottor Wasser", L. Gustafsson, Iperborea

giovedì 11 maggio 2017

"Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi

"Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il Lisboa aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte."





Ci sono libri che forniscono molto più di una piacevole lettura; altri si fanno portavoce di pensieri edificanti, ma pochi sanno "donarsi" come questo.
Donarsi come atto d'amore al lettore, nella più spontanea nudità, immediatezza, portandolo a sollevarsi dalle incurie del tempo e dell'uomo, perché anche la libertà di spirito deve essere conquistata.
E questo è quello che ha animato la vita dello scrittore italiano Antonio Tabucchi (1943-2012), e la summa dei suoi ideali e forse racchiusa proprio qui, nell'opera più celebre "Sostiene Pereira".
Antonio Tabucchi fu uno scrittore, giornalista, traduttore, appassionato di letteratura portoghese, curatore per le opere di Pessoa, uomo dai numerosi riconoscimenti, come quando nel 2000 il suo nome venne proposto nella lista dei premi Nobel per la letteratura e i suoi libri tradotti in quaranta lingue. Soprattutto fu un uomo dal pensiero libero, non ingabbiato nei piani di appetitose corruzioni e placide indifferenze. Come quando nel 2001 si rifiutò di partecipare ad un Festival Letterario in Brasile, poichè questa si ostinava ancora a proteggere il criminale Cesare Battisti o come nel 2009 quando venne denunciato per diffamazione da Schifani, allora presidente del Senato, in merito alle dubbie frequentazioni di quest'ultimo.
Allora molti intellettuali sostennero Tabucchi, perché no, non si può imbavagliare la verità e chiuderle gli occhi.


Pubblicato nel 1994 e vincitore nello stesso anno del Premio Campiello, "Sostiene Pereira" è ambientato nella Lisbona del 1938, in una torrida estate di un agosto vuoto e sonnolento; appare sulla scena il dottor Pereira, vecchio giornalista che per anni ha dedicato il suo lavoro ad articoli di cronaca nera, e ora dirige con orgoglio la rubrica culturale della neonata testata il "Lisboa".
Pereira è un uomo oberato dalla pesantezza fisica, da un cuore malato e da un passato inconsolabile. Appassionato di letteratura francese, Pereira trascorre con monotonia il suo tempo, tra l'ufficio, la casa, dove di sera parla la ritratto della defunta moglie e al Café Orquídea, ove consuma le amate omelette alle erbe aromatiche e le limonate zuccherate.
Ma questa è la Lisbona sotto la dittatura salzarista e le strade deserte, dove non si canta né si parla più con confidenza, sono intimorite da un feroce silenzio, da occhi ciechi e bocche mute, mentre oscure ombre sopraggiungono dall'Europa.

Antonio Tabucchi

Il dottor Pereira assume un giovane laureato, Monteiro Rossi, dall'aspetto insolito e poco curato, a cui propone il compito di scrivere necrologi anticipati sui più grandi scrittori ancora in vita.
I testi non superano l'approvazione per il loro contenuto "sovversivo", eppure il vecchio giornalista si lega al ragazzo e alla sua misteriosa "causa", di cui ne intravede piano piano il giusto fine.
È un risveglio che scuote la sua vita sedentaria e lo porta a tralasciare il passato, con i suoi anni giovanili, il ritratto della moglie, il giornale, per inseguire, questa volta, la realtà e una seconda possibilità.
Pereira non riuscirà a salvare la vita di Monteiro Rossi, già predestinata, ma salverà la sua.
I suoi occhi vedranno e la sua penna ricomincerà a scrivere, concludendo con la sua firma l'ultimo articolo, il primo atto da uomo libero.

Ho intrapreso questa lettura senza pretese, con poche informazioni, non sapendo che sarebbe entrata di fatto fra le più belle della mia vita.
È un breve romanzo che si apre al lettore cautamente, per poi irrompere, con la stessa semplicità, ad un finale vibrante e poetico.
Due mondi circondano Pereira : quello ambientale, del regime politico, del silenzio e delle crudeltà e quello degli incontri più o meno fortuiti, con passanti che preparano la strada che sta per essere battuta.
Il voltafaccia di Pereira non è eroismo, ma la presa di coscienza di un essere umano nei confronti di un sistema di omertà e chiusure; è il messaggio di Antonio Tabucchi contro la soppressione delle parole, dei fatti, contro i nazionalismi e le paure, a favore di quegli ideali di democrazia che la storia ha fatto e disfatto. Un accorato appello di conoscenza e libertà.

"Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione [...]"

Condanna aperta al totalitarismo, si, ma non retroattivo quando i nostri occhi si posano sui diritti aboliti di Erdogan, ai numerosi giornalisti e attivisti imprigionati e torturati in varie parti del mondo, alle incostituzionalità di un Venezuela sull'orlo della guerra civile.
L'autore contrappone a questo tacito caos, l'irruente compostezza del pensiero indipendente, della virtù delle parole, l'amore per i libri, l'utilità della letteratura nello smuovere coscienze, aprire dibattiti, iniziare alla giustizia, di cui lo Stato ci fa vedere poco e da lontano per disabituarci.
A fine lettura ho tratto un sospiro di sollievo e ho visto passarvi la commuovente bellezza della libertà.



M.P.





Libro : "Sostiene Pereira", A. Tabucchi, Feltrielli

mercoledì 3 maggio 2017

L'opera dimenticata di Elisabeth Chaplin


"Autoritratto in Rosa" (1921), Elisabeth Chaplin

Nel lungo, e purtroppo poco accessibile, Corridoio Vasariano, il visitatore fortunato può inoltrarsi nel luogo dove sembrano dimorare spiritualmente i più grandi artisti ricordati dalla storia.
La più nota e prestigiosa collezione di autoritratti al mondo si trova agli Uffizi : un monumento all'arte e chi la creò; scorrono in brevi passi i secoli attraverso Rembrandt, Velazquez, Guttuso, Chagall e il modo appassionato di fare arte.
In questo tempio storico-artistico, poche donne possono vantare questo omaggio ma non per questo i loro autoritratti guardano il visitatore con meno fierezza né sembrano sentire la pesante condizione di essere in minor numero.
Fra queste bisogna ricordare Marietta Robusti (1554-1590), la talentuosa figlia del Tintoretto, morta prematuramente, Elisabeth Vigée-Le Brun (1755-1842), che immortalò ai posteri l'immagine di Maria Antonietta e Elisabeth Chaplin (1890-1982), che diede alla Toscana un'ulteriore storia da raccontare.


Nascere in un ambiente aperto e moderno può rappresentare una migliore esistenza futura per una donna. E questo Elisabeth Chaplin l'ebbe.

E. Chaplin

Nata in terra francese, in una famiglia di pittori e scultori, era nipote di Charles Chaplin (1825-1891), l'artista divenuto famoso nella Parigi di Napoleone III e ammirato per i suoi toni delicati dall'imperatrice Eugenia, ed era figlia di Marguerite Bavier-Chaufour, una scultrice poetessa e di un ufficiale congedatosi nel 1900 in solidarietà ad Émile Zola durante il "caso Dreyfus".
Elisabeth Chaplin ebbe una vita creativa incessante : i suoi piedi andarono in luoghi dove ben poche donne erano ammesse, ma il suo cuore rimase per sempre perso nella lussureggiante campagna toscana.
Il rapporto tra l'artista e la Toscana nacque quando la sua famiglia  si trasferì nei primi anni del Novecento in quel di Fiesole, dove Elisabeth si ambientò subito nell'aperta e libera campagna che scelse per la vita.
Da autodidatta copiava le grandi opere dei maestri rinascimentali nelle sale degli Uffizi, con tratti veloci e leggeri. Il suo talento, unito ad una forte caparbietà, fu riconosciuto successivamente in Europa : nel 1914 partecipò alla Biennale di Venezia, nel '22 al Salon di Parigi. Qui decorò con un grande affresco l'abside della Chiesa dello Spirito Santo. In seguito, fra vari periodi di formazione a Roma e nella capitale francese, dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì definitivamente a Firenze dove ricevette numerose commissioni e premi.
Della sua vita privata si conosce ben poco, tranne il forte legame che la univa all'italiana Ida Copecchi.

"Ritratto di Ida Copecchi"
"Fanciulle in Giallo" (1921)

I primi lavori di Elisabeth Chaplin riflettono una produzione che accompagnava ancora influenze impressioniste di fine Ottocento, partendo dalla tecnica di Renoir unita allo stile della Cassat.
Dopo aver frequentato i Macchiaioli, nell'ambiente parigino diventa allieva di Maurice Denis (1870-1943), maestro della stessa Cassat, che avvicina la donna ai Nabis, un gruppo di artisti francesi della seconda generazione simbolista, di cui prende a modello le creazioni.

"Ritratto di Famiglia" (1906)
Una delle prime opere dell'artista francese realizzata a sedici anni
che le valse la medaglia d'oro dalla Società Fiorentina di Belle Arti

Pur non tralasciando l'amore per la natura, i soggetti della Chaplin sono desunti dalla vita intima e quotidiana : autoritratti, ritratti di famigliari, nature morte.
Se per secoli queste tipologie hanno delineato la cosiddetta pittura femminile, la Chaplin ribatte l'etichettatura mostrando una fine eleganza compositiva, contrasti di luce e scale di colori, con armonie déco, talvolta composte in grandi superfici.
Ma è nella riproduzione paesaggistica dove risulta ancora più evidente la sua destrezza, la ricerca evolutiva di un'arte originale e propria.

"Il Giardino del Trepiede"

Nell'"Autoritratto contro la finestra di San Domenico" (1910), la pittrice si raffigura con i pennelli in mano, l'aria ispirata e consapevole del lavoro che inizierà a momenti, dietro di lei la cittadina di San Domenico a Fiesole inondata di luce. La naturale posizione del suo corpo risulta più spontanea di qualsiasi pomposo autoritratto dei grandi maestri del passato.

"Autoritratto contro la finestra di San Domenico" (1910)

"Autoritratto con l'ombrello verde"  (1908)

Elisabeth Chaplin rappresentò nel Novecento fiorentino una autentica eccezione di donna impegnata a tutto tondo nella sua passione, vissuta con costante pratica e tecnica, riconosciuta a livelli internazionali.
Nel 1946 gli Uffizi acquisirono tre dei suoi dipinti e chiesero in donazione il famoso "Autoritratto con l'ombrello verde" del 1908, dove ella appare quasi in simbiosi con il paesaggi intorno.
La Galleria di Palazzo Pitti, oggi ospita più di ben settecento delle sue opere, la maggior parte delle quali non esposte. Riposano in qualche stanza lontana di un laboratorio, ma di cui, ne sono certa, nessuna polvere o ragnatela è riuscita a cancellarne la fierezza.
Una storia, purtroppo, che potrebbe essere scritta più degnamente.



M.P.