venerdì 30 giugno 2017

Pause infrasettimanali e il bello di partire leggeri


Dopo una "toccata e fuga" nel cuore di Firenze (per questo devo ringraziare i miei genitori che mi hanno regalato la possibilità di vivere per un giorno in una delle città che più amo), ed essermi dichiarata vinta dalla cupola di Santa Maria del Fiore, dalle sale artistiche di Palazzo Pitti e il silenzio dovuto a Santa Croce, questa pausa infrasettimanale, che suona per me più come un fine settimana, mi porterà nella zona delle Marche meridionali e precisamente nel comune di Fermo.
Ho già preparato una lista delle cose belle da vedere, ma so che i programmi sono la prima cosa che vanno a monte nella vita e nelle nostre decisioni, quindi ho optato infine di partire a cuor leggero.
Il che significa potermi liberare dai miei rimpianti di aver letto poco e scritto ancora meno negli ultimi mesi. La lettura e il blog implicano una certa costanza che, se non dovuta da fattori esterni, certo nasce dal proprio bisogno, nella prima, non di evadere dalla realtà, ma di ricercarla, la seconda, di lasciare una traccia del nostro passaggio, forse per la nostra memoria.
Ma a volte bisogna "salvarsi" perfino dalle passioni.
Il bello di poter partire leggeri incomincia molto prima di una valigia.
Si attende nel caldo soffocante di una estate romana, lasciandosi dietro tutto il resto, le piccole incombenze, i fastidi quotidiani e si guarda diversamente tutto quello che avevamo dato per scontato.
Inizia con un sentore di leggerezza e continua con la riappropriazione della propria libertà messa a dura prova nei mesi precedenti.


Per questo all'approssimarsi del viaggio, nel mio "borsone girovago", ho deciso di porvi oggetti salvaspazio, un cambio, una penna con quaderno di appunti, in mancanza di una buona macchinetta fotografica, un cellulare può ben sostituirla, e per la sera il mio libro in lettura "Tutti i Racconti" della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield.
Cercherò di aggiornare almeno la pagina Facebook con qualche foto e appunto sulla città.
Certo che se potessi portarmi anche un ventilatore portatile sarebbe anche meglio.


M.P.







venerdì 23 giugno 2017

Visioni lacustri nella prima metà del Novecento


Giusto un anno fa avevo scritto un post  riguardante il mare nell'arte, le sue atmosfere visive ed emotive, sull'artista o per i soggetti all'interno della scena compositiva.
Quest'anno ho voluto bissare, ma con un altro elemento a me più congeniale : il lago.
Si, per l'ambiente lacustre provo un'attrazione ben più forte, forse per le sue acque così difficili da scrutarne il fondo o una indefinibile sensazione di mistero e timore.
Il lago non ha meno fascino di un bel mare.
Qui propongo una piccola panoramica di paesaggi lacustri del primo Novecento, con brevi analisi temporali e tutte descritti a seconda di un sentimento, di un evento storico o soggettivo o per rimarcarne giusto la bellezza.


Buona Lettura.



"Estate, la vita è facile. I pesci saltano e il cotone cresce alto. Tuo padre è ricco e tua madre è bella, perciò taci, bambinello, non piangere."  "Summertime", Ella Fitzgerald


"Summertime" (1894), M. Cassatt

Alla fine del XIX secolo le distanze geografiche si erano ridotte. Il mondo non sembrava più così tanto vasto e sconfinato : le persone avevano imparato a viaggiare, non come prima per essere presenti nelle celebrazioni più o meno ufficiali della vita quotidiana, ma per puro piacere.
Questo dato di fatto era stato reso possibile grazie allo sviluppo inarrestabile della tecnologia : locomotive, navi, battelli, e agevolato da quel clima di euforia e ottimismo distintosi nella Belle Époque.
Nel 1873 venne pubblicato da Jules Verne "Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni" e le avventure del suo intraprendente protagonista, spinsero ancor maggiormente i viaggiatori verso quel bisogno di conoscenza e di progredimento sociale ed economico.
Le persone non erano più esclusivamente attratte dalle grandi capitali, altresì andavano scoprendo le campagne, posti lussureggianti, possibilmente vicini ad un lago o un ruscello, luoghi ameni, piccoli paradisi dove si poteva trasferirvi, senza troppe difficoltà, la mondanità e i divertimenti della vita cittadina.
La stessa pittrice americana Mary Cassatt (1844-1926), trascorse gli ultimi anni in Piccardia, nella zona nord della Francia.
La regione godeva allora di un notevole turismo, dovuto ai molti terreni boschivi dalle atmosfere incantate e alla riconosciuta bellezza dei suoi castelli medioevali. Mary Cassatt acquistò il castello di Beaufresne nel 1894, comprendente di decine di ettari di terreno e alberi. Aveva un gusto finissimo per il bello e investì molto sulla sua dimora, creando lei stessa vari ambienti naturali.
Proprio nell'estate di quell'anno, la Cassatt realizzò uno dei suoi celebri dipinti, "Summertime".
Ispirandosi al luogo caro, l'artista americana diede vita ad un'opera di straordinaria vitalità artistica.
Un lago, due figure siedono rilassate su una barca, lievemente in moto : sono una donna appoggiata sul bordo, con un grazioso cappellino e una bambina. Entrambe sono intente a guardare un gruppo di anatre che si avvicinano e godono insieme della bellezza di una giornata estiva.
La scena appare ferma e calma, ma è l'acqua increspata a dare movimento al dipinto, avendo un ruolo principale tanto quanto le due figure.
L'Impressionismo si stava esaurendo e cominciava a dare vita ad altre sue forme.
Qui la Cassatt riuscì a imprimere sulla tela, quel clima di intimità e riservatezza di un momento
fugace estivo.



All'inizio del XX secolo il turismo di massa conosceva il grande successo per le vacanze lacustri. In particolare, una delle mete di più alto prestigio risultava il nostro Golfo sul Lago Maggiore.
La bellezza del suo lago, delle Prealpi piemontesi e lombarde dalle coste frastagliate, delle grandi ville e dei più moderni servizi di navigazione che congiungevano i principali centri costieri tra loro, attirarono il pubblico nazionale e non. Qui gli ultimi aristocratici si confondevano con i nuovi ricchi, gli industriali che avevano intelligentemente saputo sfruttare quel periodo di relativo benessere. Il turismo alberghiero e costiero si stavano iniziando anche a tutti quei comfort che in seguito sarebbero diventati irrinunciabili e determinativi nella scelta delle varie élite.
Un quadro che rende bene l'idea di quell'epoca passata, è "Il Battello sul Lago Maggiore" del pittore italiano Angelo Morbelli (1854-1919).
Angelo Morbelli, appartenente al Divisionismo, per anni usò dipingere opere dalle tematiche sociali e veriste e solamente dal 1912 si dedicò con passione al paesaggio di cui cercò di catturarne il carattere luministico. "Il Battello sul Lago Maggiore" risulta fra gli ultimi lavori.

"Il Battello sul Lago Maggiore" (1915), A. Morbelli

Il pittore ritrae quel che era la principale attrazione della classi abbienti : il giro sul lago.
All'interno di un battello, si staglia in controluce la figura di una donna, mollemente adagiata mentre guarda un tratto del panorama che le sta di fronte : è quello dell'Isola Madre e della riva di Baveno.
I colori scuri del battello contrastano con quelli luminosi e chiari del paesaggio; le acque del lago si notano leggermente mosse al riverbero del sole. Sembra un'istante idilliaco ed emozionante, reso ancora più evidente dal taglio in diagonale che allunga il nostro orizzonte. Tutto sembra magicamente sospeso, come se questo tempo non dovesse mai mutare; ma è impossibile non scorgere all'estrema sinistra la nostra bandiera. Era il 1915 e  l'Italia era entrata nel primo conflitto mondiale.



Estremamente ottimista e armoniosa è la visione di Gustav Klimt (1862-1918), nel quadro "Litzlberg sull'Attersee".
L'artista austriaco lo realizzò fra il 1914 e il 1915 e i fatti che stavano sconvolgendo l'Europa di quegli anni, non risultano in nessun modo presenti nel suo lavoro.
L'Attersee è uno dei laghi più grandi dell'Austria, molto profondo e circondato da pittoreschi villaggi, di cui Litzlberg è uno di essi.
Nella Vienna della Belle Époque era un centro turistico molto noto ai grandi magnati ed artisti, per le sue limpide acque, perfino potabili e per le attrazioni come le gite in barca e il nuoto.

"Litzlberg sull'Attersee" (1914-15), G. Klimt

Dal 1900 Klimt cominciò a passare le estati in questi incantevoli posti, passeggiando e dipingendo all'aperto. Quel che fu la guida della Secessione Viennese, si aprì negli ultimi anni alle correnti artistiche contemporanee. "Litzlberg sull'Attersee" , fra i più celebrati, apre il pittore al puntinismo.
Sulla sponda meridionale del lago, si scopre un villaggio attraverso un mosaico corposo di colori cesellati. Predominano i toni blu, i verdi e l'arancio dei tetti delle case. Queste sono raffigurate frontali, l'una vicina all'altra, le acque del lago appena mosse e più in alto una lussureggiante vegetazione con una porzione di cielo.
Quel che ci mostra l'artista è solamente una parte del paesaggio, la più insolita, e la serenità e l'immutabilità del tempo e dello spazio, inducono alla più completa contemplazione.
Klimt morirà pochi anni dopo, e con lui quell'epoca e la Vienna imperiale



Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'America degli anni '20 si era ritrovata nella morsa dell'isolazionismo, della xenofobia e del proibizionismo. Molti americani espatriarono nella vecchia Europa in cerca di fortuna, ma quelli che rimasero riuscirono comunque a fuggire dalla ruggente vita quotidiana.

"Notte Stellata sul Lago George" (1922), G. O' Keeffe

Il lago George si prospettava come un luogo in cui darsi pienamente alla natura, scordandosi della città : una zona molto turistica ma sconosciuta agli europei.
Il lago George è un lungo e stretto lago glaciale, situato fra le incantevoli montagne dell'Adirondack, nello stato di New York.
Qui il fotografo e gallerista Alfred Stieglitz (1864-1946), aveva una fattoria. Ma il protagonista di questa storia non è lui, bensì quella che diventerà in seguito sua moglie, Georgia O' Keeffe (1887-1986).
Scrivere di lei mi emoziona, forse perché in quell'epoca, fu senza dubbio una donna non convenzionale, energica, istintiva, sensitiva; Georgia O'Keeffe fu la più grande artista americana dell'era moderna. Raccontò, attraverso l'arte, il paesaggio americano, rappresentando fiori giganteschi, deserti e adottando come suo stile il precisionismo, movimento a metà strada tra realismo e cubismo, sorto dopo la guerra.
Ma molto prima di essere conquistata dalle zone aride del New Mexico, elesse a sua residenza la costa occidentale del lago George. Dal 1918 al 1934 produsse oltre duecento opere diverse sul lago.
La O'Keeffe possedeva la particolarità di assorbire lo spirito del luogo; infatti prima di mettere mano ai pennelli, esplorava il territorio, essendo molto sensibile al cambiamento delle stagioni, del tempo, degli effetti della luce e della luna; motivi molto importanti per la sua fantasia, di cui poi, sulla tela, ne trascriveva pensieri ed emozioni.
In questo modo nacque in una notte d'autunno del 1922 "Notte Stellata sul Lago George". È un'opera che ipnotizza lo spettatore per il suo lirismo e la dolcezza.
In un paesaggio blu intenso, stelle notturne, come sfolgoranti orbite di luce, illuminano il cielo notturno sopra la montagna dell'Adirondack, il loro riflesso scintilla nelle gonfie onde del lago. Alla linea dell'orizzonte, dove la montagna incontra l'acqua, due misteriose, brillanti luci appaiono sopra la costa, proiettando due lunghe linee che si irradiano nel lago.
Si viene con commozione rapiti da questa travolgente bellezza che emana ai nostri occhi quiete, tranquillità e purezza, rimandandoci alle stesse sensazioni di un dipinto di trentaquattro anni prima, "La Notte Stellata" di Van Gogh, (1888), di cui è chiaramente un omaggio.
Per Georgia O' Keeffe, gli elementi astratti potevano meglio arrivare al significato intrinseco dei nostri sentimenti.

"Il vento fresco spazzava via dubbi e scoraggiamenti, al tiepido sole di primavera si schiudevano idee e aspirazioni, dolci speranze e pensieri felici. Le onde del lago erano come una dolce marea che trascinava via le ombre del passato, le montagne antiche come il mondo che dominavano benevole dall'alto [...]" ("Piccole Donne Crescono", Louisa May Alcott)


Gli stessi motivi che inducevano Georgia O'Keeffe a dipingere, ricorrono in Emil Nolde (1867-1956), ma con sentimenti sfuggenti.
Emil Nold fu tra i massimi rappresentanti dell'Espressionismo tedesco; la sua arte influenzata da vari movimenti e vari artisti, fu allo stesso tempo fedele a se stessa e a quella combinazione tra mistico e grottesco.La seconda parte della sua vita fu dedicata all'acquarello, e il "Lago di Lucerna" (1930) è fra questi esempi. Meglio conosciuto come Lago dei Quattro Cantoni, si trova presso l'omonimo cantone.
Durante il primo conflitto, la Svizzera diede asilo a personaggi più o meno illustri del panorama artistico-letterario, i quali ricambiarono l'ospitalità con nuovi ritorni durante l'apparente periodo di pace seguente.
La nazione elvetica accoglieva i viaggiatori con le sue bellezze naturalistiche ed escursioni nei pressi del singolare lago dai numerosi bracci che si insinuavano tra i monti. Il luogo era anche importante crocevia di strade che collegavano le vie del Medio Reno, del Gottardo e delle valli della Svizzera centrale.

"Il Lago di Lucerna" (1930), Emil Nolde

Il pittore tedesco fornì una visione tutta soggettiva del lago di Lucerna, in cui il colore, vero protagonista, ebbe il ruolo di esprimere i sentimenti del suo creatore.
Questo dipinto sembra essere quasi nato da un ricordo di una giornata estiva, fatto evidente dal contrasto fra i colori chiari e scuri.
Un azzurro più intenso campeggia nel primissimo piano del dipinto, per poi regredire sullo sfondo. Strati e strati di nuvole si rispecchiano nelle acque del lago, mentre una punta di giallo fa capolino fra le montagne, il sole, che riflette anch'esso il suo bagliore.
Le grandi pennellate sono stese libere e i colori che insieme si fondono, dissolvono la forma dei vari elementi.
Di questo visionario e drammatico paesaggio non esiste una esatta interpretazione. Alcuni ne colgono il carattere angoscioso e penetrante, altri la nascita di un sentimento caldo che vince sui toni freddi e oscuri.
Il 1933 era ancora lontano, ed Emil Nolde poteva ancora dipingere ed esprimersi nella sua fantasia poetica.





M.P.


lunedì 12 giugno 2017

"Ognuno Muore Solo", la banalità del bene di Hans Fallada


"[...] se avessimo avuto un uomo che ci avesse detto : dovete agire così, questo o quello è il nostro piano. Ma se ci fosse stato un uomo simile in Germania, non avremmo mai avuto un 1933. Così abbiamo dovuto agire ognuno per conto suo, e siamo stati presi uno per uno, e ognuno di noi morrà solo. Ma non per questo siamo soli, Quangel, non per questo moriamo inutilmente. A questo mondo nulla accade inutilmente, e poiché combattiamo per la giustizia contro la forza bruta, saremo noi i vincitori, alla fine."


"Lettere da Berlino" (2016), di Vincent Pérez, basato sul romanzo di Fallada

Leggere Hans Fallada è stato un caso. Fra i miei "vizi" di lettrice c'è sempre stato quello di informarmi profondamente sull'autore del libro in lettura. Così leggendo "Cassandra" di Christa Wolf ad inizio anno, scoprii che la scrittrice tedesca aveva a lungo studiato un vecchio e dimenticato collega, Fallada appunto.
Andai a cercarlo e con esso uno dei suoi romanzi in cui, devo essere sincera, mi colpì a riguardo una frase di Primo Levi "il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo". 
"Ognuno Muore Solo" era basato su una storia vera, una rielaborazione letteraria dell'inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione di due coniugi berlinesi nel 1944.
Il successivo passo alla lettura è stato un atto naturale.
Per esperienza personale cerco di non celebrare questa o quella casa editrice, ma per quest'opera devo fare un'eccezione, vista la cura e lo studio che la Sellerio ha riposto in questo libro, tale da renderlo due volte un capolavoro.


Rudolf Ditzen, in arte Hans Fallada, nacque nel 1893 presso una famiglia tedesca agiata, proveniente da una di quelle belle cittadine affacciate sul Baltico. Non fu uno scrittore molto amato dalla sua nazione, forse nemmeno ora; l'America, dal 2002, si preoccupò di riscoprirlo e pubblicarlo.
Certo la sua figura così boderline non lo aiutò a farsi apprezzare di più.
Problemi psichici, un casuale omicidio in giovinezza, alcol, morfina, caratterizzarono una vita disordinata che si alternò a momenti di prolifico genio letterario.
Forse a Fallada non fu perdonato il fatto di non aver abbastanza lottato contro il regime nazista, di non essere fuggito come Mann o Zweig dagli orrori, né come loro intavolato accese oratorie contro.
Eppure questo scrittore divenne il più significativo esempio di quante, indefinibili presenze oscure potessero albergare nell'animo di un uomo qualunque e persino negli eroi.
"Ognuno Muore Solo" scritto ventiquattro giorni prima di morire nel 1947, doveva essere il romanzo del riscatto, da tutte quelle voci insinuanti e colpe attribuitegli.
Durante la ricostruzione, Fallada entrò in possesso di un fascicolo della Gestapo riguardante l'atto di resistenza di una coppia tedesca, Otto e Elise Hampel che dal 1940 al 1942 disseminarono nella parte nord di Berlino, in tutto duecentosettantasei cartoline, su cui avevano scritto frasi contro Hitler e il suo sistema. La coppia voleva rivelare quello che in realtà i più già conoscevano.
Il pregio dell'opera fu non soltanto nel raccontare ancora una volta, l'esistenza, in quegli anni bui, di tentativi di resistenza da parte del popolo tedesco, ma di più quella di descrivere la realtà tedesca, che proprio come quella ebraica, non era immune da paure e morte.
Pubblicato nel 1947, Fallada non poté assistere al riscontro del suo romanzo.


Nella Jacolbstrasse di una Berlino sette anni dopo l'ascesa politica di Hitler, Otto ed Anna Quangel, un operaio presso una ditta di mobili, l'altra una mite casalinga, ambedue di mezza età, ricevono la notizia della morte del loro unico figlio, avvenuta in guerra.
La Francia ha capitolato, il potere del dittatore ben saldo nelle sue redini, sullo sfondo una Germania in preda ad una incontrollata isteria, di spavento, minacce, morte e turpitudini. Il nazismo sembra una incessante catena di montaggio pronta a sopprimere chiunque vi cada dentro.
Otto ed Anna Qungel, dapprima sostenitori del sistema, con la morte in casa, cominciano ad intravedere le bassezze e atrocità.
Loro, piccoli e innocui topolini, decidono di comune accordo, di dar fastidio al "grosso elefante", per accellerarne la caduta.
Fornendosi di carta e penna, iniziano il loro progetto di scrivere su delle cartoline, filippiche contro Hitler e la sua ideologia, che lasciano poi di soppiatto neglia androni o sui davanzali delle finestre di uffici o abitazioni private, dove la gente più si accalca, sperando che esse possano passare di mano in mano e giungere ad una ribellione unitaria.
Nella monotonia domenicale, i Quangel trovano in questo espediente un'affinaità coniugale prima non trovata. Le cartoline si moltiplicano, arrivando ad un numero di duecentosettantasei, eppure nonostante la buona causa, il progetto cade nell'indifferenza e nei timori delle persone.
La Gestapo, dopo le prime indagini superfiaciali, assegna l'incarico al commissario Escherich che con paziente intelligenza punta le bandierine sulla mappa nelle zone dei rinvenimenti.
Aspetterà due anni per assistere al crollo dell'ultima, piccola umanità rimasta nell'uomo.

È sempre difficile buttare giù una recensione su un romanzo che abbiamo amato e che tanto ci ha insegnato. È dai tempi di "La Donna che amò Hitler" di Angela Lambert che non leggo un libro così dettagliato sul nazismo e il popolo tedesco.
Sì, perché indipendentemente dalla storia dei Quangel, "Ognuno Muore Solo" è un romanzo corale; un castello di personaggi che durano nella brevità di poche pagine, addirittura di poche righe : prendono con prepotenza la scena, per poi defilarsi definitivamente, ma per il lettore è impossibile diementicarli.
Delinquenti, accattoni, medici, avvocati, attori, ognuno in lotta contro il prossimo, per sopraffarlo, a vantaggio della propria sopravvivenza.
Figure inquiete, disadattate, trovano conforto nella morfina, nell'alcol e per tutti c'è una vita o una morte solitaria.
Fallada tra il romanzo e la veridicità storica, mostra un dettagliato disegno della società tedesca sotto la Seconda Guerra Mondiale : dagli alti gerarchi nazisti, idioti senza alcuna intelligenza, alla Gestapo, i borghesi, gli operai ubbidienti verso un fine assurdo, seguaci di un Dio tediato.
Mano a mano che la guerra va avanti, nella ditta di Otto non si costruiscono più bei mobili d'arredo resistenti ma bare; un'officina di morte.
Ho apprezzato come viene sdoganato il mito di un popolo tedesco forte e benestante. La popolazione pagava alte tasse per il "bene" del partito e in maggior misura nel periodo bellico e in quanto a sicurezza personale, passare da libero cittadino a sospettato non era poi una realtà così lontana : il totalitarismo prende la libertà, le vite e cosa di cui ben poco si parla, porta una nazione ad un declino dei valori morali e sociali.

"I pensieri sono liberi, dicevano, ma avrebbero dovuto sapere che in questo Stato nemmeno i pensieri erano liberi."

Hans Fallada

Agli antipodi, Fallada porta avanti l'unico "vero bene", quello dell'integrità dei Quangel che non abbassa il capo davanti a nessuna paura o nefandezza, mostrando il coraggio che solo colui che è giusto e virtuoso può possedere.
Lo scrittore tedesco racconta l'impresa dei protagonisti come semplice, ingenua, prevedibile, visti anche i numerosi errori ortografici che la coppia fa nelle composizioni e in più ci dice che questi hanno fallito completamente. La preghiera dei Quangel è rimasta inascoltata. Ma chi può dirlo?
Chi può dire se fra anni o secoli, tutto questo non serva comunque da esempio?
Fallada ribadisce che quel che accade non accade inutilmente. E i sentimenti, la libertà, l'amore, si possono raggiungere solamente con il lavoro, in noi stessi e per gli altri, che l'unità può far fallire ogni oppressione.

"[...] laddove in Eichmann in Jerusalem (1963) Hannah Arendt disseziona e analizza la banalità del male, Ognuno Muore Solo di Hans Fallada comprende e celebra la banalità del bene." Geoff Wilkes

"Il ragazzo non disse nulla e quando vennero le giornate di piena estate e incominciò la mietitura dell'avena, il ragazzo se ne andò anche lui per i campi con la sua falce... Perché bisogna anche raccogliere quel che abbiamo seminato, e il ragazzo aveva seminato una buona semente."



M.P.






Ebook :

"Ognuno Muore Solo", H. Fallada, Sellerio