giovedì 30 marzo 2017

Il mondo delle saghe famigliari




Le saghe famigliari sono un genere letterario in ambedue modi o apprezzato, fino all'appassionato collezionismo, o detestato : in quest'ultimo caso, il lettore non si attarderà mai più a leggerne altri ancora.
Possono avere cicli lunghi o brevi, ma ciò che da a noia sono le lungaggini o gli sfondi storici troppo dettagliati o la moltitudine di personaggi di cui a volte non riusciamo a ricordarne il nome e il ruolo.
Ma chi ne rimane colpito sa che non sta impiegando il suo tempo, solamente, in una piacevole lettura.
Perché dietro una grande vicenda famigliare, con i suoi intrecci, personaggi, drammi, che sia ispirata da una cronaca remota o inventata, c'è la nostra storia.
Cambiamenti sociali, politici, il cammino delle donne verso l'indipendenza, l'alternanza al potere dei vari ceti, guerre, tradizioni e culture cadute in disuso, e ancora più in alto la nostra umanità, con le sue passioni e crudeltà, sempre le stesse, anche in mondo che va comunque avanti, progredisce, e quello che abbiamo conquistato è tanto e ancora poco.
Una saga famigliare può ricordarci che nel passato ci sono stati uomini e donne che avrebbero potuto vivere queste vite descritte.

Le saghe famigliari nella letteratura sono moltissime, quindi sarebbe stato impossibile citarle tutte; ho dovuto eseguire una selezione seguendo unicamente quelle che ho letto o quelle che vorrei leggere in futuro.


Se dovessi accostare a Shakespeare una figura femminile, questa sarebbe Emily Brontë (1818-1848). Come lo scrittore di Stratford irruppe nel modo di far letteratura, anche la seconda delle sorelle Brontë scrisse un capolavoro letterario unico ed isolato nella tradizione inglese.
La ragazza dai lunghi capelli spettinati dai venti della brughiera che voleva celare la sua identità ai posteri, scrisse una saga famigliare che nell'era vittoriana non venne capita, o non volle essere capita.
Nel suo romanzo non c'era la buona borghesia inglese, l'amore consueto fra due individui né il mondo ottocentesco con il suo perbenismo, ma tutta la passione, la crudeltà dell'animo umano, che agli occhi della società contemporanea risultò quasi offensiva e greve.

Emily Brontë

Pubblicato un anno prima della sua morte, nel 1847, "Cime Tempestose" racchiude la storia di due famiglie nell'ambiente solitario e misterioso della brughiera dello Yorkshire : gli Earnshaw che vivono in una fattoria sul colle e i Linton in una ricca dimora nella valle. I  due nuclei famigliari intrecciano motivi di odio, gelosia, matrimoni, vendette, in complesse vicende personali nell'arco di quarantacinque anni. Heathcliff personaggio chiave e catalizzatore del libro, domina sulle due famiglie con il suo animo oscuro; ma più che lui sembra la natura dell'inevitabilità e la forza autodistruttiva della passione ad agire sui personaggi, salvo poi purificarsi con l'ultima generazione.

"Indugiai là attorno, sotto il benevolo cielo;osservai le falene palpitanti in mezzo all'erica e alle campanule; ascoltai la brezza lieve frusciare tra l'erba, come un sospiro; e mi domandai chi mai potesse immaginare irrequieto il sonno di coloro che riposavano sotto la terra silenziosa." ("Cime Tempestose")


Quando si pensa ad una classica storia famigliare inglese, molti sembrano indicare la "Saga dei Forsyte"; serie di romanzi celeberrimi, ma che oggi, più che essere letti, rimangono fra la polvere e le ragnatele negli scaffali dimenticati delle varie biblioteche. Anche il suo autore, John Galsworthy (1867-1933), avrebbe potuto fare la stessa fine della sua creazione, se, non avesse vinto nel 1932 il Premio Nobel per la Letteratura.
Ma la "saga dei Forsyte" sembra ancora affascinare generazioni di uomini e donne, inconsapevoli che l'ispirazione di almeno la metà degli sceneggiati di costume, siano dovuti ad esso.
John Galsworthy pubblicò il romanzo (una trilogia), fra il 1906 e il 1921, in epoca edoardiana dunque, eppure lo sfondo è tutto vittoriano.
Il libro narra la nascita e il declino dei Forsyte, famiglia dell'alta borghesia londinese del XX secolo, attraverso tre generazioni, il cui personaggio principale Soames Forsyte racchiude tutti i valori e le convenzioni del tipico uomo vittoriano : il denaro, l'interesse e il "senso di proprietà", motori propulsivi del trionfo di un mondo borghese diviso tra apparenza e degenerazione, tra reazionarismo e progresso. Il miglior ritratto di un'epoca in agonia.


La popolarità delle saghe famigliari è stata riscoperta, oggi, anche dal grande successo della famosa "Saga dei Cazalet" della scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014).
Proveniente da una ricca famiglia londinese e dopo una tumultuosa vita, Elizabeth Jane Howard si diede alla scrittura, pubblicando nella seconda metà del Novecento la sua più famosa opera "The Cazalet Chronicle", un'affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra, dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fino agli inizi degli anni Cinquanta.
Pur avendo un preciso sfondo storico, non è il macrocosmo ad interessare la scrittrice inglese, bensì il microcosmo fatto di piccole intimità che caratterizzano i personaggi della famiglia.

Prendendo spunti da dati autobiografici, la Howard inizia una lunga analisi (nei cinque volumi che compongono la saga), dei fattori sociali ed umani che cambiarono un'Inghilterra appena uscita dall'ingombrante età vittoriana, oltre a fornire un'evoluzione del ruolo femminile attraverso i punti determinanti nella vita delle donne, quali l'amore e il matrimonio, mettendone a nudo tutte le ambiguità e le maschere.


Le saghe famigliari non raccontano solamente le vicende di un'epoca o di una nazione, possono descrivere, e perché no, anche denunciare i malesseri di una società che sono gli stessi in ogni tempo.
Questo è il caso del "Ciclo dei Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero" dello scrittore e critico parigino Émile Zola (1840-1902).
Congiungendo le leggi dell'ereditarietà a quelle del determinismo, Zola compose questa grande opera (che doveva rifarsi alla "Comédie Humaine" di Balzac), in venti lunghi volumi pubblicati dal 1871 al 1893, dove due famiglie di umili origini, imparentate fra loro, i Rougon e i Macquart subiscono i risvolti storici che vanno dall'ascesa la trono di Napoleone III alla sua deposizione con la disfatta di Sedan nel 1870. Sono personaggi di cui molti entrati nella popolarità, tutti dipendenti da tare ereditarie e smodate ambizioni nella capitale della Belle Epoque, rinnovata urbanisticamente dal barone Haussmann, e al contempo corrotta e perversa nelle sfere alte della società come nelle basse.
Proprio come un Giovenale, lo scrittore francese incrimina il passato per contestare tutti gli orrori e le ingiustizie della Terza Repubblica.
Sono ritratti magnifici di un profondo studio della vita privata : dalla prostituzione in "Nana", alla nascita dei grandi centri commerciali de "Il Paradiso delle Signore", alla condizione dei minatori in "Germinal".


Una delle più commuoventi letture di questo inizio d'anno, è stata la saga famigliare narrata nei "I Doni della Vita" della sfortunata scrittrice Irène Némirovsky.
Considerata una "sorta di antefatto" all'opera più celebre "Suite Francese", il romanzo fu pubblicato postumo solamente nel 1947. Scritto negli anni bui di una Francia occupata dal Nazismo e con il costante pericolo di essere catturata, questo presenta la storia di una famiglia provinciale francese nell'arco di anni che vanno dal 1900 al 1940.
Gli Hardelot , imprenditori cartari, vedono all'inizio crollare il proprio solido mondo, reazionario e borghese, da un amore che il giovane Pierre Hardelot prova per la povera Agnes e poi arrendersi prima alla modernità e all'euforia di una società più libera e aperta e di seguito piegarsi agli orrori di un secondo conflitto.
L'odio per la guerra e l'amore per la Francia sono il fulcro di questo libro ancora così ricco di speranza e bellezza, forse le ultime.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?" ("I Doni della Vita")



La saga famigliare per eccellenza, quella a cui tutti i più grandi scrittori si sono ispirati e che a distanza di un secolo continua ad affascinare sempre, è quella dei "Buddenbrook, decadenza di una famiglia" dell'autore tedesco Thomas Mann (1875-1955).
Pubblicata nel 1901, essa rappresenta una svolta nella letteratura mondiale, per la ricchezza narrativa, delle mirabili descrizioni e per l'indagine psicologica con cui Mann ritrae il crollo del mondo borghese, della sua ricchezze, del suo finto eroismo. Questo attraverso la grande epopea della famiglia Buddenbrook di Lubecca, commercianti di granaglie che vedono raggiungere l'acume della loro prosperità, per poi guardarne il lento tramonto materiale e fisico.
Personaggi di grande levatura dove l'autore delinea per ognuno debolezze e ostinazioni, contrasti tra apparenze e passioni di una famiglia votata al suo disfacimento, a cui è impossibile entrare nell'era moderna.

Thomas Mann

Di tutt'altro stile narrativo e tematico, ma di uguale valore letterario è "La Famiglia Karnowski" dello scrittore polacco in in lingua yiddish Israel Joshua Singer (1893-1944), pubblicata nel 1943, un anno prima della sua improvvisa dipartita,negli Stati Uniti e nel pieno conflitto della Seconda Guerra Mondiale.
Il lungo romanzo copre un'arco di tempo che va dagli inizi del XX secolo fino alla sua prima metà, unendo dati autobiografici ad eventi storici, dove il punto focale non si trova più nel tratto psicologico ma nel lato umano e spirituale.
I Karnowski, famiglia di commercianti ebrei della provincia galiziana, si trasferiscono nella moderna Berlino, dove riescono a farsi strada negli affari diventando rinomati e ricercati.
Ma all'avvento del Nuovo Ordine (il Nazismo), perdono tutti i beni accumulati. Partono per l'America in cerca di una possibile vita migliore, ma l'ambiente  comunque non è esente da contraddizioni e pregiudizi. Con un magnifico spostamento dalla tradizionale letteratura americana a quella moderna americana, Singer mostra "l'esistenza umana con tutto il dolore e la dolcezza che essa possa contenere", con le mirabili figure di David, Georg e Jegor ricche di enorme significato simbolico che è un peccato non conoscere.

"Gli uomini eruditi saranno sempre odiati per le loro idee e la loro saggezza. Socrate fu costretto a bere la cicuta. Rabbi Akiva fu martirizzato. Eppure ciò che ci è rimasto non è la plebaglia, ma gli insegnamenti di Socrate e Rabbi Akiva. Perché non si può annientare lo spirito, come non si può annientare la Divinità..."


L'amore per la propria nazione e la volontà di descriverne la storia e il patrimonio di tradizioni e culture, è quello che lega "La Melodia di Vienna" e "Cent'Anni di Solitudine".
"La Melodia di Vienna" fu pubblicato nel 1944, in America, dal quasi sconosciuto scrittore ceco Ernst Lothar Müller (1890-1974), molto attivo nella scena viennese e amico dello scrittore e drammaturgo Stefan Zweig.



Müller ripercorre la storia e la vita della Vienna del 1888 al 1945, seguendone le vicende della ricca famiglia borghese degli Alt, costruttori di pianoforti, su cui in passato geni come Mozart e Beethoven hanno suonato. La Vienna del grande impero austro-ungarico, delle follie mondane della Belle Epoque, dei grandi nomi da Hayden a Freud, gli ultimi anni del regno di Francesco Giuseppe, rivive nei matrimoni, morti e nascite della famiglia, resistendo alla violenza del regime nazista con il rispolvero dell'antico "risveglio" austriaco e di valori quali la libertà di pensiero.

Un viaggio lungo cento anni è quello narrato dal Premio Nobel per la Letteratura Gabriel García Márquez in "Cent'Anni di Solitudine", interpretazione metaforica della storia della sua terra natia, la Colombia, più e più volte descritta nelle opere.
Pubblicato nel 1967 il capolavoro che diede un riconoscimento mondiale al suo autore, inizia in una indefinibile età dell'oro, nell'universo primitivo e surreale del villaggio di Macondo nel XIX secolo, dove la famiglia dei Buendia, composta da bel ventiquattro esistenze, assistono al crescente progresso del loro mondo, privato e sociale. Coniugando eventi storici a fatti miti e leggende locali, ove il magico ha una grande funzione simbolica; Márquez compone una delle saghe famigliari più belle e potenti della letteratura.


Un romanzo che vi invito a leggere, poco conosciuto è vero, ma che ho enormemente amato come pochi è "Una Vita Diversa" (2002), della scrittrice irlandese Catherine Dunne (1954).
Sempre attenta alla tematiche femminili, la Dunne ricostruisce con maestria l'Irlanda tra il 1886 e il 1906, quella divisa tra pro Gran Bretagna e quella libera, dove tra tumulti e scontri si affacciano le vite di due nuclei famigliari, due diversi ceti sociali. Quella benestante delle sorelle Hannah, May ed Eleanor e le sorelle meno abbienti Mary e Cecilia, in lotta tutte e cinque per la propria indipendenza, in un'epoca di difficile realizzazione per una donna. Solo il personaggio di Eleanor riuscirà dopo aver infranto regole e convenzioni, a costruirsi finalmente "una vita diversa".


Un grande affresco nella Sicilia del Settecento è quella riportata dalla scrittrice italiana Dacia Maraini (1936), nel romanzo "La Lunga vita di Marianna Ucrìa" edito nel 1990 e vincitore del Premio Campiello.


Ispirata da una vera cronaca famigliare, Marianna Ucrìa è la storia di una nobile palermitana sordomuta, il cui destino la porta a vivere una condizione diversa da quella di tante altre nobili fanciulle dell'epoca. Nell'ambiente chiuso e bigotto della sua cerchia famigliare, Marianna riesce ad istruirsi, amare i libri, e le nuove filosofie che stanno entrando nella vecchia Palermo : un ancien régime imposto dagli uomini e subìto dalle donne dagli abiti troppo ricchi e troppo pesanti e desideri sacrificati. Il lettore la segue attraverso il matrimonio, le nascite dei figli e dei nipoti, esplorando il ruolo di moglie, madre in ultimo donna, capace di slegarsi dalle convenzioni ma non raggiungendo la piena libertà.



Caso letterario in Italia nel 1958 fu la pubblicazione de "Il Gattopardo", fortemente voluto dallo scrittore Giorgio Bassani. Il successo dell'opera culminò l'anno dopo con la vincita del prestigioso Premio Strega; l'autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), di nobile famiglia palermitana, scrisse questa saga famigliare poco prima di morire, ispirandosi alle proprie vicende famigliari.
Ambientato in Sicilia, all'epoca dello sbarco dei Mille e del trapassato regime, il libro si incentra sulla figura del principe Fabrizio Salina, un aristocratico illuminato e sulla sua famiglia alle prese con la rassegnazione della fine della loro autorità e prestigio.
Amara visione della realtà politica e sociale della Sicilia ottocentesca  e del primo Novecento e del fine di un sogno a lungo vagheggiato, Tomasi di Lampedusa affronta il fatale decadimento degli uomini e dell'ordine delle cose.


Altra saga famigliare che vinse il Premio Strega nel 1963 fu "Lessico Famigliare" gioiello-capolavoro della scrittrice Natalia Ginsburg (1916-1991), scritto negli anni della rinascita economica italiana.
Più che un'autobiografia, "Lessico Famigliare" è un memoriale sulle vicende personali e storiche della sua autrice che vanno dagli anni del Ventennio fascista fino ai primi anni Cinquanta.
I Levi, famiglia della Ginsburg, vengono ricordati mediante il proprio mondo intimo e riservato, fatto di comportamenti, abitudini, aspetti puramente quotidiani, caratterizzati secondo una originale rievocazione di comunicazioni linguistiche intercorrenti nel nucleo famigliare, da cui deriva il titolo del libro. Figure di scrittori intellettuali, artisti ed eventi si avvicendano senza ordine cronologico, dove nonostante i duri anni del fascismo, le privazioni e il dolore della perdita del marito, tutto è raccontato con delicatezza ed eleganza. Forse ancora più di memoriale "Lessico Famigliare" è un'occasione riuscita di fissare per sempre nella scrittura ricordi ed espressioni di un mondo caro e lontano.

"... mi riproponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro : ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito."









M.P.

venerdì 17 marzo 2017

"Ragione e Sentimento" di Jane Austen



"La Soirée", Vittorio Reggianini

Jane Austen possiede un grande privilegio di cui oggi, ben pochi scrittori  classici possono vantarsi : il diritto alla posteriorità.
La scrittrice inglese è fra i più amati e letti autori nel mondo; in Inghilterra, nelle vendite, viene subito dopo Shakespeare e Agatha Christie e detiene all'interno della letteratura inglese, un posto intoccabile.
Merito, questo, di aver fatto del microcosmo il macrocosmo; di aver preso il carattere delle persone più vicine a lei (una bella debuttante, un pastore, una anziana aristocratica), e trasportarlo nei suoi personaggi, le cui personalissime vicende diventavano importanti quanto le gesta di Napoleone.
Anche per questo le sue protagoniste vengono chiamate "eroine", e forse a torto.
Perché le donne ritratte dalla Austen non sono né fin troppo vergognose come la Pamela del Richardson né fin troppo audaci come la Moll Flanders di De Foe : sono donne analizzate con tutta la loro semplicità di essere virtuose e di sbagliare al contempo.
Nonostante tutta la grandezza riconosciuta, la Austen rimane ancora imprigionata nella cosiddetta etichetta di "letteratura femminile"; eppure scrittori coevi, come Walter Scott (1771-1832), e quelli che poi seguirono, come Virginia Woolf (1882-1941), furono lei debitori e depositari di uno stile e un modo di narrare inconfondibili.


Jane Austen (1775-1817), pubblica il suo primo romanzo completo, "Ragione e Sentimento" nel 1811, anno rilevante in Inghilterra per l'entrata nel periodo Regency (1811-1820), con l'ascesa al trono del principe reggente Giorgio IV e che porta la nazione ad una nuova fioritura cultura  e non ultimo mondana.
Le guerre napoleoniche che infuriavano in Europa, non attecchiscono minimamente sul libro, che lascia invece spazio alla convenzionale e (in apparenza), poco rumorosa vita nella provincia inglese, dove compaiono le Dashwood, Elinor e Marianne, sorelle dai caratteri opposti, come opposti sono i loro modi di approcciarsi alla vita e all'amore : la prima seguendone la parte razionale, la seconda accogliendo quella emozionale.

Elinor e Marianne appartenenti alla buona borghesia di provincia, figlie di secondo letto e quindi meno abbienti del fratello-primogenito, si trasferiscono alla morte del padre nel Sussex, insieme alla madre e ad una terza sorella. L'ambiente bucolico che vi trovano, non è certamente privo di feste, gite e balli di stagione e la loro spensieratezza giovanile, tra intricate vicende, false aspettative e verità malcelate, si imbatte nell'aspetto più importante nella vita di una donna del tempo, l'amore e il matrimonio, ma che al tempo stesso diventa qui, un'occasione di maturazione e di una presa di coscienza della vita più realistica.
A dare sfondo e complessità alla storia, presenzia la società inglese di fine Settecento, con le sue vuote conversazioni, maniere affettate, parvenze cordiali.

Non sono una fervente austeniana, quindi sorvolerò su quei temi principali, quali l'equilibrio fra ragione e sentimento, punto focale del libro, e la critica al romanticismo, lasciandoli a chi, certamente, ne sa meglio di me.
Voglio invece scrivere quel che più ho apprezzato del romanzo. Innanzitutto l'ironia con cui la Austen deride bonariamente il ceto alto borghese, consacrato al culto di se stesso, del denaro e da rapporti sociali il cui unico fine è il mero interesse. Motivo più grave per la scrittrice, è la totale mancanza di cultura ed educazione.

"[...] non si vedeva traccia di povertà, se non nella conversazione; ma lì la carenza era considerevole.
John Dashwood non aveva molto da dire, per suo conto, che valesse la pena di ascoltare, e sua moglie ancora meno. Ma questo non era poi tanto grave, dato che era più o meno così anche per tutti gli altri visitatori che dovevano tutti fare i conti con qualche deficienza che impediva loro di essere simpatici...Mancanza di assennatezza, naturale o acquisita, mancanza di eleganza, mancanza di spirito...O mancanza di carattere."


"Ragione e Sentimento" (1995), Ang Lee

Willoughby, ma gli stessi Ferrars e Brandon sono uomini oziosi, privi di una forte personalità : ben poco hanno rischiato nella loro vita precedente.
Elinor e Marianne pur diverse nell'animo, sono donne colte, amano leggere, citare i loro autori preferiti, rispondere alle provocazioni altrui o non rispondere per decenza davanti all'idiozia e sono sempre attive nelle occupazioni quotidiane (quella attività industriosa tanto cara a Louisa May Alcott).
Seppur l'amore e il matrimonio determini ancora le vite di questi personaggi femminili, almeno queste hanno l'indipendenza dei sentimenti, la capacità di amare (un uomo o una sorella), per completo disinteresse; cosa non da poco se si pensi alle stesse Pamela o Moll Flanders.
Rispetto ad "Orgoglio e Pregiudizio" (1813), ho trovato in "Ragione e Sentimento" un'affinità di emozioni che ha superato le individualità del capolavoro per il mondo corale di quest'ultimo.
Il finale da commedia shakespeariana coronato da un amore e un altro dal reciproco rispetto, rappresenta il meglio della letteratura e getta le basi per uno studio più accurato dei personaggi, divisi tra esigenze psicologiche e morali, punto cardine, in seguito, del romanzo in pieno Ottocento.





M.P.






Libro :

"Ragione e Sentimento", J. Austen, Newton Compton Editori

venerdì 10 marzo 2017

"La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer


"I Karnowski della grande Polonia erano noti per essere testardi e provocatori, eppure erano considerati anche saggi, studiosi dalla fine intelligenza. La loro genialità era evidente nell'alta fronte da studiosi e nei profondi e inquieti occhi scuri."





Quando ho preso in mano il libro, non mi ero resa conto dell'importanza che questo potesse avere.
Con tanta ingenuità mi ero buttata nel testo, certa del piacere che avrei ricavato, anche grazie alla felice lettura dello scorso anno che mi aveva introdotto nel mondo lontano e surreale di Singer.
La narrazione era corposa ma scorrevole, i personaggi mi ricordavano quelli incontrati in "Da un Mondo che non c'è Più", autobiografia dello scrittore, e tutto quello che avevo appreso in quest'ultimo, ritornava come un suono familiare, nel nuovo.
Mi sbagliavo.
Arrivata a metà romanzo, ho chiuso il libro per un'attimo. Non perché non lo trovassi di mio gusto; perché soltanto allora ho capito di avere davanti ai miei occhi non una buona opera, bensì una delle più belle espressioni narrative del nostro Novecento.
C'è la biblica sofferenza di un popolo ebraico in cerca di una terra promessa, c'è la saga famigliare di tre generazioni in conflitto tra loro...No, non può bastare.
Singer ci mostra il cammino lungo ed impervio della nostra esistenza umana, con tutto il dolore e la dolcezza che essa possa contenere.


Israel Joshua Singer (1893-1944), scrittore polacco di lingua yiddish, pubblicò "La Famiglia Karnowski" nel 1943, un anno prima della sua morte. Singer scrisse il romanzo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, durante le persecuzioni degli ebrei, di cui sapeva delle intimidazioni e delle torture, ma non degli orrori; lui che era in salvo e libero oltreoceano.
L'opera, invece, non si addentra in questi temi, arrestandosi prima dell'imminente catastrofe; eppure la cupa atmosfera di alcune delle sue pagine ambientate nella) Berlino nazista, ricreano memorabilmente il disorientamento di un mondo in preda alla follia.
Quella della famiglia Karnowski è una saga famigliare diversa da quelle tipiche inglesi, provviste di intricati intrecci e diversa dal tratto psicologico manniano; il suo punto focale viene indirizzato più sulla spiritualità, il difficile compromesso tra passato e futuro e l'accettazione di entrambi, per una possibile rinascita interiore.

Il lungo arco temporale che abbraccia il libro dagli inizi del XX secolo fino alla sua prima metà, comincia nello shtetl di una provincia galiziana, dove  David Karnowski patriarca della famiglia, commerciante di legname, rinnega i principi di una filosofia ebraica ottusa e retrograda.
Malvoluto dalla comunità, David espatria in Germania, attratto da una Berlino elegante e aperta ad un tipo cultura illuminista e protesa verso il progresso. Qui riesce a farsi largo negli affari, ottenendo importanti incarichi sia dal mondo ebraico sia da quello tedesco, attenendosi al suo motto "ebreo in casa tua e un uomo di mondo fuori."
Le pur rinnovate idee di David vengono però a scontrarsi con la libertà e l'indipendenza del figlio Georg, nato nella città di quegli anni prosperosi di inizio Novecento e quindi desideroso di seguire le sue inclinazioni.
Diventa un ginecologo di fama internazionale, attirando tutta la buona società e le donne tedesche affascinate dalla sua bella persona. Sposa una di esse, Teresa, dolce e mite infermiera goy della clinica dove lavora ed conforma la sua vita ad una visione più scientifica che emozionale.
Ma con l'avvento del Nuovo Ordine (il Nazismo e l'ascesa di Hitler), Georg Karnowski perde il proprio lavoro, le ricchezze, secondo le nuove regole restrittive per gli ebrei e il primo a subire questo scontro di civiltà è il figlio Jegor, timido e impacciato giovanotto, che dopo aver subito una grave umiliazione a scuola, in cui si è dovuto spogliare completamente per dimostrare a tutti la sua inferiore razza; sente crescere nel suo animo la rabbia e il disgusto per le proprie origini e un'anomalo fanatismo per la violenza e l'aggressività del Nuovo Ordine.
Georg accortosi della trasformazione del figlio e delle minacce sempre più pressanti sul suo capo, decide con tutta la famiglia di rifugiarsi negli Stati Uniti.
Il libro potrebbe concludersi qui, con lo scampato pericolo dei Karnowski, ma l'America che essi trovano è un ambiente non privo di pregiudizi e contraddizioni.
Jegor soffocato dalle angosce non ancora sopite nel nuovo mondo, fugge di casa.
Dopo un'esistenza errabonda alla ricerca del nulla, Jegor ritornerà sui suoi passi; finalmente guarito, questa volta per sempre.

Singer oggi figura immeritatamente nell'elenco dei tanti scrittori dimenticati e scomparsi insieme a tutto ciò che la furia nazista portò via con sé. Il suo nome non compare nemmeno nella mia vecchia enciclopedia, quando meriterebbe per lo stile e il poderoso processo narrativo, l'appellativo di maestro quanto Balzac o Tolstoj.
Nel romanzo Singer unisce i temi della letteratura ebraica alla più moderna americana.
C'è l'essere ebreo con la sua religione, l'intellettualità e il mondo occidentale con i suoi principi di libertà e democrazia : entrambi gli elementi si fondono, in una sorte di comunione, volta ad esaltare la Cultura come scambio di conoscenze e saperi fra i popoli.

"Gli uomini eruditi saranno sempre odiati per le loro idee e la loro saggezza. Socrate fu costretto a bere la cicuta. Rabbi Akiva fu martirizzato. Eppure ciò che ci è rimasto non è la plebaglia, ma gli insegnamenti di Socrate e Rabbi Akiva. Perché non si può annientare lo spirito, come non si può annientare la Divinità..."

A ciò viene contrapposto la visione del Nuovo Ordine (come lo scrittore chiama il Nazismo), mostrandone tutta la sua vuotezza mediante una sottile ironia : il continuo sbattere di tacchi degli uomini con gli stivali, le fanfare e le bevute nelle riunioni, "l'omino arcigno con la bocca spalancata e gli occhi vacui da pazzo" (Hitler), il preside della scuola di Jegor che usa nei suoi discorsi i trucchi di un cabarettista per insegnare agli allievi. Ne esce una beffarda descrizione della politica e della società nazista.

"Sunday Stroll", Otto Dix

I personaggi maschili predominano la scena, ma nel romanzo si fa strada anche la bella figura della dottoressa Elsa Landau, prima fidanzata di Georg.
Intelligente più di un uomo, tenace e brillante, sacrifica l'amore per i suoi ideali; affamata di giustizia e di rivalsa femminile, non viene piegata nel coraggio nemmeno dalle sevizie dei nazisti e la sua voce continuerà ad innalzarsi ferocemente, tra la folla, nelle piazze  e nelle strade di New York.
Pur avendo minori pagine rispetto agli altri protagonisti, quella di Jegor risulta la parte più simbolica e profonda.
Leggendola mi sono chiesta come avessero reagito, i lettori del tempo, all'originalità del personaggio di Singer  : un uomo ebreo che andando contro il suo sangue, si mette dalla parte dei nazisti e sogna di emularli.
Una licenza che ben pochi scrittori avrebbero potuto permettersi in quegli anni.
Lo stesso episodio della dimostrazione pseudo-scientifica nell'istituto scolastico è un capolavoro di parole e immagini, dove coinvolgono le derisioni degli studenti, l'approvazione silenziosa degli insegnanti, la serietà filosofica del preside, l'afflizione di Jegor; è sicuramente il passo culminante dell'intero romanzo.
Ma la complessa figura di Jegor serve ancora a rappresentare il perpetuo e inarrestabile conflitto generazionale che oppone, in qualsiasi contesto storico, padri e figli.
Perché l'accettazione delle proprie origini e la consapevolezza della propria identità, può avvenire solo a riconoscimento delle nostre qualità umane, del bene e dell'amore, malgrado tutte le paure del mondo.




M.P.









Libro :

"La Famiglia Karmowski", I. J. Singer, Newton Compton

sabato 4 marzo 2017

Thomas Edwin Mostyn, la bellezza dei giardini inglesi di inizio Novecento

"Silver and Gold"

La primavera è una stagione puramente soggettiva.
Ognuno di noi la sente diversamente, a seconda del tempo, delle proprie emozioni, dal colore vivace di un fiore o dal verde sempre più vivo che cresce nelle poche zone naturali di una città come Roma.
A volte la idealizziamo anche, caricandola di aspettative oltre ogni dire; ma non è forse più confortante, per il nostro animo, svegliarci con un sole appena caldo e guardare fuori per rendersi conto che tutto è più nitido e acceso?
Così paiono i bei dipinti di un pittore vittoriano, poco conosciuto ai nostri giorni, ma di cui, sicuramente, vorremmo perderci nei suoi quadri, qualora esistesse una magia; e questo per via dei suoi panorami incantati e romantici, quasi fermi in un istante irripetibile e onirico.


Thomas Edwin Mostyn (1864-1930), nacque a Liverpool, figlio d'arte. La sua vita fu caratterizzata dai molti spostamenti che compì su e giù per la Gran Bretagna.
Studiò alla Manchester Academy of Fine Arts, dove divenne membro nel 1891 e dove vinse un premio per un disegno dal vero.
Le sue prime opere presentarono inizialmente scene religiose, ritratti, soggetti della middle-class e solo nei primi anni del XX secolo la sua arte si formalizzò nei paesaggi e in particolare negli eclettici e romantici giardini inglesi.
Il romanticismo aveva invaso il suo spirito nella letteratura, nell'arte come nella natura : i giardini vittoriani, modello unico in Europa, erano improntati secondo il gusto dell'esotico e del pittoresco; avvicinavano l'uomo con la forza della loro bellezza idilliaca.
Mostyn divenne un paesaggista molto apprezzato e nel 1904 si trasferì a Londra.
Ebbe incarichi e onorificenze (partecipò al Salon di Parigi) e nel 1914 il suo "Garden of Enchantment" fu utilizzato come palcoscenico per un'opera teatrale e teatrali erano i suoi dipinti con case circondate da verdi lussureggianti e fiori colorati.

"A Parisian Garden"
"Garden of Enchantment" 

Dopo la prima guerra mondiale viaggiò nel Devon e la sua pittura divenne più sublime, raffinata.
Andando contro il "materialismo vittoriano" esaltato dall'industrializzazione e dal progresso, Mostyn lasciò alle sue spalle il realismo, ritornanado a produrre luoghi ameni, lontani dalla quotidianeità urbana, paesaggi incantati dove la natura poteva trovare il suo sfogo.
Offrendo luminosi e vivaci pigmenti sulla tela con una spatola, il pittore inglese ricreava un'orgia di stimoli visivi, volti ad ampliare l'immaginazione, acuendo l'illusione e il sogno in cui il romanticismo era la nota dominante.

"A Magical Morning"

"Garden Terrace"

"The Graden of Romance"


"Sunshine"
"The Enchanted Pool"

Ed ecco che appaiono alberi frastagliati, laghi specchiati, mari in lontananza, rigogliose pianti e fiori paradisiaci che avviluppano rovine o scale. Si vedono a volte figure umane, ritratte alla maniera impressionista comunicanti tutta la dolcezza malinconica del momento.
Thomas Edwin Mostyn cercò in vita come in pittura, di rincorrere quella comunione di arte e vita che altri artisti, prima e dopo di lui, tentarono di inseguire.




M.P.