venerdì 25 settembre 2015

"Winsburg, Ohio" di Sherwood Anderson


"Per una ragione che non è possibile spiegare, essi avevano entrambi ricevuto da quella notte silenziosa passata insieme la cosa di cui avevano bisogno. Uomo o ragazzo, donna o ragazza, per un attimo avevano afferrato la cosa che rende possibile la vita nel mondo moderno, agli uomini e alle donne grandi."

"I Nottambuli" ( 1942 ), E.Hopper


Mi sto iniziando alla letteratura americana; un genere che il più delle volte ho distrattamente tralasciato, e non potevo in questo caso accantonare il padre della letteratura americana del Novecento, Sherwood Anderson ( 1876-1941 ), conosciuto grazie alle menzioni di uno dei suoi più famosi allievi, Ernest Hemingway.
Sherwood Anderson, cresciuto nel Ohio, intraprese i lavori più disparati prima di abbandonare moglie e figli per dedicarsi ( era un autodidatta ) alla scrittura.
Seguì una fama nazionale, il cui stile e impianto letterario sarà apprezzato da scrittori italiani come Moravia e Pavese, e influenzerà, diventandone il maestro, i futuri Hemingway, Faulkner, e in parte Fitzgerald.
Nel 1919 fu pubblicato il suo capolavoro più riuscito "Winsburg, Ohio", che riscosse il successo sperato del suo autore.
Fin dalle prime righe si sente subito tutta la lungimiranza e la potenza di questo libro. Un senso di rispetto e la coscienza di leggere un grande autore, seppur mancante di quella particolare finezza di stile e autorevolezza che caratterizzeranno invece i suoi successori.
Anderson aveva letto "L'Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Master ( tra l'altro aveva anche sposato la sua amante Tennessee Mitchell ), con la sua galleria di singolari personaggi, raccontati in poesia, e si ispirò proprio a questo per il suo libro e alle sue esperienze vissute nella cittadina di Clyde, dove visse nella sua infanzia.
"Winesburg, Ohio" ha una complessa struttura : a metà strada tra romanzo e racconto; raccoglie ventidue storie, più un prologo introduttivo. Ogni storia ha un suo personaggio, che funge da cornice al protagonista esclusivo, che ricorrendo in varie storie, e con la propria, da forma al libro.

Ambientato intorno al 1890, nella fittizia cittadina di Winesburg, attraversata dal fiume Wine, ( l'autore ne mostra la cartina topografica ), dove gli abitanti di ogni ceto sociale vivono le loro vite, all'esterno rispettabili e comuni, ma nel loro intimo contraddistinte dalla solitudine e dall'isolamento, inadattate alla realtà e al conformismo di una società che stava cambiando.
Questi personaggi vengono prima presentati nel loro ambiente quotidiano, arrivando poi a raccontarci il loro passato ambiguo e l'istinto o l'istinto della libertà che li porta verso "un'avventura" fuori dagli schemi consueti. Sono storie poetiche, profonde, che scavano nell'animo umano.
Vero protagonista è il giovane George Willard, giornalista del "Winesburg Eagle", che ha la caratteristica di occuparsi dei fatti di cronaca del luogo.
Willard diventa il depositario scelto di queste strampalate storie e allo stesso tempo assistiamo alla sua di vita.
Come in un romanzo di formazione, il giovane è un ragazzo pieno di sogni e assetato di vita, di realizzazione del proprio essere; tra avventure amorose,delusioni, scorribande e verità che gli si aprono, diventa un uomo, scoprendo il proprio posto nel mondo, fuori dalla piccola cittadina di Winesburg.

Sherwood Anderson

Quella di Anderson ( narratore onnisciente ), è la raffigurazione della vita provinciale americana del Middle-West e il suo mutamento in una città industriale.
Dopo la guerra di Secessione americana, si completò qual processo di industrializzazione, che grazie al progresso tecnologico, portarono le fabbriche e le città ad un ruolo che prima avevano le comunità agricole : non solo era cambiata la vita, anche i rapporti sociali, religiosi, culturali.
Ma il cambiamento non aveva apportato sempre a quel benessere pubblicizzato dalle teorie positivistiche; lo scrittore "sconfessa il mito di una America puritana", svelando attraverso gli abitanti della cittadina, le frustrazioni, desideri repressi, il senso di smarrimento in un mondo punitivo verso ogni forma di ribellione, a cui si aggiungono la mancanza di quei valori fondamentali dell'esistenza umana, ossia il bisogno di essere capiti, di amare ed essere amati.

"L'amore è come un vento che smuove l'erba sotto gli alberi, in una notte scura. Non devi cercare di definire l'amore, è la parte divina della vita. Se cercherai di definirlo, di assicurartene e di vivere sotto gli alberi, dove soffiano i dolci venti della notte, il lungo giorno caldo della delusione presto sopraggiungerà e la polvere, sollevata dal passaggio dei carri, inaridirà le labbra infiammate e addolcite dai baci."

Anderson analizza inoltre la retrograda condizione femminile, con le belle figure di Louise Trunnion, Alice Hindman, Kate Swift, Belle Carpenter, tutte diverse per età e sentimenti, ma incapaci di provvedere "alla nascente concezione moderna della donna che dispone di se stessa e dà e prende secondo ciò che lei desidera nella vita."
George Willard è l'unico che percependo i suoi bisogni, il fuggire del tempo; opera un taglio netto col passato, partendo verso quella libertà che segna la progressiva entrata nel mondo adulto.


"La mente del giovane fu trasportata via dalla crescente passione peri sogni. A chi lo guardava non sarebbe apparso particolarmente sveglio. Con la mente occupata nel ricordo di piccole cose, chiuse gli occhi e si
appoggiò allo schienale. Restò così per un bel pezzo e quando si riscosse e guardò di nuovo fuori dal finestrino Winesburg, il suo paese, era sparito e la sua vita là era diventata soltanto uno sfondo sul quale dipingere i sogni della maturità."




M.P.




Libro :
"Winesburg, Ohio", Sherwood Anderson, Newton Compton Editori, 2012

sabato 19 settembre 2015

Io, Elsa de' Giorgi e Italo Calvino


"Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro." "Siamo davvero drogati : non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore."
Italo Calvino a Elsa de' Giorgi



L'ultima tappa dei miei piccoli viaggi è stata il Circeo.
Ero già stata lì quattro estati fa, e da allora questo posto è entrato più di tutti gli altri, così fortemente nel mio cuore.
Non riesco a descrivervi l'incanto di quella costa dorata, l'enorme distesa di acqua blu, che infrangendosi con fragore sugli scogli, provoca un suono sirenico e una fragrante brezza salina che vi entra in tutti i pori della pelle.
No, non voglio annoiarvi con il racconto delle mie vacanze; perciò arrivo al dunque. Questo è solo il sipario.
Devo ringraziare i miei cognati Debora e Giorgio, per averci invitato per qualche giorno in una casa presa in affitto proprio qui, sul punto più alto del posto, ovvero Punta Rossa.
Siamo stati accolti in questa bella e grande casa in stile anni '50, con vista sul mare e circondata da un parco di folta vegetazione; all'interno ampie stanze ben conservate ma da ristrutturare, vecchi divani, foto d'epoca, quadri tutti dedicati ad una certa Elsa, e una libreria colma di libri.
Ricordo con che parole mia cognata mi diede il benvenuto : "Se conosci la storia di questa casa, te ne innamorerai.".
Stuzzicata dalla misteriosa frase, ci siamo sedute; ed ella mi ha raccontato che questa apparteneva ad una famosa attrice degli anni '30, bella e colta, innamorata del Circeo.
Qui, passava le sue lussuose vacanze, tra mare e letture, ricevendo ospiti d'eccezione, come Moravia, Anna Magnani, Pasolini... Italo Calvino.

La casa
Il parco

Elsa de' Giorgi fu per un certo periodo una delle attrici più amate del cinema cosiddetto "dei telefoni bianchi", genere sentimentale molto in voga in Italia tra gli anni '30 - '40.
Nata Elsa Giorgi Alberti ( 1914-1997 ), proveniva da una nobile famiglia di Bevagna ( PG ); nel 1993 non ancora diciottenne, venne scelta come protagonista per il film "T'Amerò per Sempre", da Mario Camerini, estasiato dalla sua diafana bellezza.
E bella Elsa lo era per davvero : bionda, delicato incarnato,occhi magnetici, movenze da diva consumata.
Seguì una serie di film in costume, ma la celebrità crebbe incredibilmente dopo l'abbandono dalle scene. Elsa si dedicò alle sue passioni principali : l'arte, il teatro, la scenografia, la scrittura.
Nel 1948 sposò il conte Sandrino Contini Bonacossi ( 1914-1975 ), partigiano e grande collezionista d'arte; nella loro Villa Ada a Roma, ricevevano personalità quali Alberto Moravia, Carlo Levi, Renato Guttuso, ed Elsa divenne protagonista dei salotti culturali romani, ammirata per le sue finezze e conoscenze letterarie.
Nel 1955 conobbe Italo Calvino ( 1923-1985 ).
Lei aveva quarantadue anni e aveva scritto un memoriale partigiano dedicato a suo marito, "I Coetanei"; ma il libro aveva bisogno di correzioni e miglioramenti, e trovò aiuto in Calvino, allora ufficio stampa presso alla casa editrice Einaudi.
La loro collaborazione professionale sfociò in un amore difficile e furioso, fatto di incontri proibiti, viaggi tra Roma e Torino, appuntamenti sui vari treni come nei film o nei romanzi.
Italo Calvino aveva trentuno anni, già nel panorama letterario da dieci,ma non ancora quel grande scrittore celebre in tutto il mondo.
Era innamorato pazzo di Elsa : la chiamava "Paloma", "Raggio di Sole" ( anagramma del suo nome che come lettera mancante aveva solo la e ), le scriveva lettere che arrivavano alla sensualità e all'erotismo.
A lei dedicò "Il Barone Rampante" e "Fiabe Italiane".
E' difficile scoprire un Calvino così diverso da quell'immagine stereotipata di uomo schivo e timido, intellettuale moralista e detto dai critici "freddo"; la storia con l'attrice letterata ci rivela un Italo indomabile e appassionato :

"E' terribile come la guerra, la felicità che mi dai. E la cosa più esaltante di quel che provo fra le tue braccia è quando penso che chi ti abbraccia non è che sia un altro, sono io."

Ma la rischiosa relazione andò sui giornali di cronaca, quando il trentuno luglio di quello stesso anno, il conte Bonacossi scomparve misteriosamente, ricomparendo un anno dopo, per chiedere il divorzio da Elsa. Lei rifiutò.
Nacque un violento e lungo scontro per l'eredità Bonacossi, ma questo a noi poco importa.
La storia Calvino-de' Giorgi, invece, si interruppe nel 1958.
Di questa ci rimane soltanto un corpus di trecento lettere, ora conservate nel Fondo Manoscritti di Pavia.
Se ne conoscono pochi stralci, visto che il rapporto, ancor oggi, rappresenta un vero tabù nella storia italiana; sembra che sia volutamente stato nascosto o mitigato, ma da chi?
Maria Corti ( 1915-2002 ), filologa e critica letteraria, è stata una dei pochi che ha potuto leggere l'intero epistolario,definendolo "il più bello del Novecento italiano".
Si tratta, non solo, di lettere d'amore, comunque raffinate e poetiche, ma di politica, letteratura, incontri con intellettuali del tempo, cronaca e ancor di più, il lungo e complesso pensiero filosofico dell'autore, fatto di battute di arresto e grandi slanci culturali. 
Negli ultimi anni, Elsa de' Giorgi, si batté per far capire quanto la loro relazione incise sul percorso stilistico del suo amante. Nel 1992 pubblicò per la "Leonardo" "Ho Visto Partire il Tuo Treno", ove raccontava la sua storia con Italo.
Ho cercato di procurarmelo, ma non se ne ha più traccia.

"Amore mio, non avei mai pensato che innamorarmi di te, incidesse così profondamente in me, fino a toccare, a aprire una crisi anche nella strumentazione più tecnica del mio lavoro, cioè nel mio stile."
Italo Calvino

Se si potessero consultare apertamente queste lettere, si potrebbe trovare un nuovo Calvino, o scoprire ancor meglio la sua scrittura, il suo modo di far romanzo, violando però il suo intimo?
Il diciannove settembre 1985, alla morte di Italo Calvino, Elsa de' Giorgi si espresse così :

"Gli intellettuali muoiono soltanto quando decidono di morire."


Ah, scusate, se viste le circostanze che mi hanno fatto scoprire questa storia, mi sono sentita partecipe anche un po' io.



M.P.


giovedì 10 settembre 2015

"Hemingway", di Fernanda Pivano


"Un mondo [ il suo ] dove il ritratto della realtà era intriso di tragedia ma anche di amore per la vita. Come sanno quelli che a sua somiglianza cominciano, qualunque cosa accada, le giornate cantando."

Tratta da Bompiani


Ho imparato ad amare Hemingway.
Dopo la lettura di "Festa Mobile", ho avuto subito una fascinazione o meglio una cristallizzazione stendhaliana nei confronti di questo grande scrittore "che ha attraversato la scena letteraria di tutto il mondo", per l'originalità della sua scrittura,per la semplicità delle sue opere, per l'imponenza della sua figura.
La fama di Ernest Hemingway ( 1899-1961 ), non è iniziata dopo la sua morte; la palma della gloria già l'aveva ricevuta verso la fine degli anni Cinquanta; ma veramente pochi conoscevano questo gigante, oltre i suoi romanzi, il successo, il carattere temerario e mutevole, oltre il suo sorriso bonario e beffardo.
Nel 2001, la scrittrice Fernanda Pivano, a cui si deve la traduzione di gran parte della letteratura americana del '900 in Italia, ricostruisce il ritratto di questo scrittore, mediante documenti di prima mano, lettere inedite : lei che lo aveva conosciuto bene.

"Una biografia appassionata" che segue il filo dei ricordi,e quasi mai l'ordine cronologico dei fatti, dall'infanzia trascorsa in una casa nel Michigan, sulla riva di un lago, con un madre possessiva ed invadente e un padre che gli trasmise l'amore per la natura, per la pesca e la caccia, abituandolo ad una vita spartana e alle prime letture con Scott, Defoe, Dickens, Stevenson, e a quell'arte mai dimenticata, di raccontare e saper raccontare, alternando realismo e confabulazione.
Emingway era un uomo alto, molto robusto, con spalle larghe e un uomo molto bello.
Venne poi l'arruolamento volontario nel primo conflitto mondiale, i felici  e folli anni parigini degli anni '20 con incontri fondamentali quali Sherwood Anderson ( 1876-1941 ), Gertrude Stein ( 1874-1946 ), Ford Madox Ford ( 1873-1939 ), Francis Scott Fitzgerald ( 1896-1940 ), da cui avvenne il definitivo passaggio dal giornalismo alla letteratura.
L'attivismo politico nella guerra spagnola e nella Seconda Guerra Mondiale, con tanto di onorificenze e medaglie.
La Pivano da ampio spazio a tutto ciò che circondava e rifletteva il mondo di Hemingway; dagli amori costellati  di quattro mogli e tante amanti, la maggior parte ricordate nei suoi capolavori, come Agnes von Kurowsky ispiratrice della Catherine di "Addio alle Armi", o la baronessina Adriana Ivancich immortalata nella Renata di "Di là dal Fiume e tra gli Alberi", e le case che diventavano celebri per la sua presenza e meta di giornalisti, fotografi, affollate di amici e star del cinema, Marlene Dietrich ( 1901-1992 ), Gary Cooper ( 1901-1961 ), Ingrid Bergman ( 1915-1982) a Key West negli Stati Uniti come a Finca Vigia a Cuba.
Una vita raccontata attraverso le su opere, collegate le una alle altre in un rapporto simbiotico e un evolversi verso uno stile e una scrittura che avrebbero cambiato la letteratura mondiale :

"Fuori del tempo la sua prosa stellante e inimitabile, i suoi dialoghi dove le parole cadono come gocce di perle col peso di glabre verità inconfutabili, le sue innovazioni stilistiche e contenutistiche, il suo modo di narrare con un'aderenza alla realtà che veniva dall'ansia di abolire le sovrastrutture, il suo incessante e affascinante understatement la sua paratassi incalzante nell'assenza totale di ipotassi, voglio dire quel rincorrersi delle sue coordinate senza appoggiarsi sulle logicità delle subordinate, resteranno come gioielli [...]"


Seppur ebbe non un facile rapporto con i critici, per la violenza dei loro attacchi fin dai primi libri, che mai gli riconobbero i suoi sforzi di liberarsi del convenzionalismo vittoriano, che ancora lasciava tracce nella letteratura del Novecento, e forse già incominciavano ad invidiarne quell'amore per la vita, per l'esistenza umana che andava a caricarsi nei capolavori :

"Detesto la guerra, odio l'esercito, ma mi piace molto combattere.Mi piace far l'amore, combattere bere, leggere, pescare,cacciare, scrivere. Immagino che combattere e bere siano vizi ma mi piacciono entrambi."

Ma l'amica, la "daughter", ci svela lentamente la parte più intima dell'uomo, quella più sensibile e complessa, fatta di tante sfumature, dietro quelle enormi spalle :

"La fragilità che si nascondeva sotto la superficie della temerarietà saltava subito agli occhi di chi si dava la pena di guardarlo e i suoi eccessi, le sue ambiguità, i suoi odi et amo, i suoi umori mutevoli come i cieli di Turner percorsi da nuvole improvvise e imprevedibili, escludevano dai rapporti con lui monotonia e sicurezza."


Emingway con la Pivano
Sebbene negli ultimi anni si avviava verso quella malinconia e incapacità di scrivere che lo prenderà così fortemente, da uccidersi a soli sessantadue anni.
Non più cacce grosse, grandi pesci da pescare, corride a cui assistere, amici, luoghi da visitare; era diventato l'ombra di se stesso, magro e già stanco, abbattuto e provato dai numerosi incidenti, dai troppi alcolici, dagli sforzi che il suo corpo subiva,e ancora da quella parte della critica che storceva il naso all'apparire dei romanzi, i violenti alterchi con Faulkner, nonostante la gloria assurta quando, il ventotto ottobre 1954, gli venne assegnato il Premio Nobel, per quello splendido racconto-testamento de "Il Vecchio e il Mare".
Il suo ultimo atto non fu consono a quello di un grande scrittore, ma fu conforme allo stile di vita a cui Ernest Emingway si era sempre attenuto, nella vita come nelle opere.

Quattro mesi fa Maria di Scratchbook scrisse un interessante e profondo articolo sul debito di riconoscenza che  il mondo ha verso il romanziere americano; lui "ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo"; 
e questa biografia letteraria della Pivano raccoglie tutto il suo amore.


"Morire è una cosa molto semplice, ho guardato la morte e lo so davvero.Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile.Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto...
E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse."
Ernest Hemingway



M.P.



Ebook :
"Hemingway", Fernanda Pivano, Tascabili Bompiani, 2001






lunedì 7 settembre 2015

Il Castello Caetani di Sermoneta


Il quindici agosto, come molti italiani quest'anno, anche io ho rotto la consuetudine di trascorrere il Ferragosto al mare o in montagna e con grande entusiasmo mi sono riservata una gita fuori porta culturale.
Unendo vicinanza e fascino, la scelta è caduta sul castello Caetani di Sermoneta.

La ridente e caratteristica città di Sermoneta si trova nella provincia di Latina, dove domina la pianura pontina, il cui borgo medioevale, ha conservato intatto il suo aspetto con le belle mura torrite, strade lastricate di pietre e ciottoli, lunghe vie strette e ripide, abitanti abituati allo scorrere continuo di turisti da tutto il mondo; e il grandioso castello, vero palcoscenico del borgo.
Questo vanta un passato così ricco di particolari storici, che meritano di essere raccontati.

Entrata al Castello

Nel XIII secolo apparteneva inizialmente alla famiglia degli Annibaldi, di cui la Santa Sede ne aveva donato i territori di Sermoneta, Bassiano, Ninfa e San Donato.
Essi cominciarono a costruirne una torre, il Maschio, alta ben quarantadue metri, la controtorre, il Maschietto, la Chiesa di San Pietro nella piazza d'Armi, più una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana.
Nel 1297 gli Annibaldi si trovarono in difficili condizioni economiche, per questo Pietro II Caetani comprò il castello e i suoi territori annessi.
I Caetani erano una famiglia aristocratica originaria di Gaeta ( XIII secolo ), diventata una delle più potenti e temute quando, nel 1294, salì al soglio pontificio Benedetto Caetani, divenuto Bonifacio VIII.
La nuova famiglia ampliò e abbellì ancor di più il castello, rendendolo tra i più ammirati della regione, governando per ben duecentodue anni.
Finché nel 1499, il Papa Alessandro VI Borgia emanò una bolla nella quale scomunicava i Caetani; questi espropriati di tutto, abbandonarono il castello.



Discesa alle scuderie


Cesare Borgia vi entrò con i suoi soldati, distruggendo subitaneamente la Chiesa di San Pietro, non provando nessuna pietà per gli antenati dei Caetani che riposavano da anni nella chiesa, costruendovi
al suo posto la "casa del Cardinale", unico edificio abitativo
I Borgia resero il castello una fortezza militare inespugnabile, alzando ulteriormente le mura, tanto che nel 1536 Carlo V non riuscì a conquistarlo.
In realtà per Alessandro VI, il castello rappresentava un punto strategico, sia per l'elevata posizione, sia per la via che vi attraversava, la pedemontana, strada che collegava il nord e il sud d'Italia, il sui controllo dava la possibilità di batter cassa attraverso il pagamento del dazio.
Qui soggiornò anche la figlia del Papa, la bella Lucrezia, ammirata e lodata da poeti e artisti.
Alla morte di Alessandro VI ( 1503 ), il nuovo Papa Giulio II, ridiede tutte le proprietà espropriate ai legittimi signori : i Caetani ritornarono a Sermoneta.
Ma nel Seicento la città aveva perso tutto il suo potere politico ed economico, e la nobile famiglia tornò ad abbandonarlo.
Seguì un periodo di continui saccheggi da parte di francesi e spagnoli che depredarono il castello di tutti i mobili, arazzi e oggetti di valore, trasformandolo in un carcere.
Solo nel XIX secolo, grazie a Gelasio Caetani vennero portate a compimento ampie opere di ristrutturazione, ed oggi appartiene alla "Fondazione Roffredo Caetani", una ONLUS istituita dalla principessa Lelia Caetani Howard, ultima discendente, morta nel 1977.

La particolarità del castello risiedono non nei suoi arredi, andati purtroppo persi, ma nella sua fiera imponenza difensiva, a cui si giunge attraversando Piazza degli Olmi, con i due edifici quali : "la Casa del Cardinale" , con al'interno dipinti, come il ritratto di Bonifacio VIII, membro più importante della casata e affreschi provenienti da Ninfa, e la "Sala dei Baroni" adibita a feste e banchetti, che in origine doveva essere più grande, poiché venne ridimensionata in epoca borgiana. Unici arredi seicenteschi sono il grande tavolo in legno e un mobile con gli stemmi dei Caetani e dei Dall'Aquila, di cui ricordano l'avvenuta unione mediante un matrimonio.Tramite questa sala si accede alle "Stanze degli Ospiti" o "Camere Pinte", dette così per gli affreschi seicenteschi di scuola del Pinturicchio e ove si trovano anche mobili dell'Ottocento.

Piazzale delle Armi
Camera Pinta
Finestra della parte distrutta della "Sala dei Baroni"

Ancora le scuderie, che potevano contenere ben quaranta cavalli e la cucina a soffitto a botte con l'enorme camino e l'alta cappa di sfogo.
Dopo il camminamento di ronda sulle torri del Maschio e Maschietto ( mi sentivo un po' Drogo nel "Deserto dei Tartari" ) e superando il terzo ponte levatoio, si entra nella cosiddetta " Stanza del Signore", perfettamente conservata con letto e mobili del Cinquecento, uno scrittoio e l'unica antica armatura ritrovata nel castello.
Il quarto ponte da accesso alla suggestiva "lunga batteria" un tunnel scavato nella pietra, usato dai soldati come passaggio nascosto.

Scuderie
Cappa della Cucina

Panorama dal camminamento di ronda
"Stanza del Signore"
Passaggio alla "lunga batteria"


Il Castello Caetani è un sito di grande importanza e bellezza storica che fortunatamente ( grazie alla ONLUS ) si distingue per la pulizia e la rigorosa professionalità nella sua conservazione e tutela; il cui ricavato del biglietto è riservato alla manutenzione.
Merita di essere ammirato anche per questo motivo; diversamente da altri edifici storici minati, ahimè, dalla politica italiana.



M.P.



Le foto di Alessandro Tommasi sono riservate.




"Castello Caetani" , costo 8 euro





giovedì 3 settembre 2015

"Il Malato Immaginario" di Molière


"... e quasi tutti gli uomini muoiono, ma non perle malattie : per i rimedi."

"Molière",N.Mignard ( 1658 )




Nei giorni vacanzieri, tra passeggiate umbre e grandi mangiate, il libro che mi ha fatto compagnia, soprattutto prima di andare a dormire, è stato "Il Malato Immaginario" di Molière.
Complice l'ottimo prezzo e-book della casa editrice Newton Compton, non mi sono lasciata scappare questa commedia che volevo leggere da molto.


Nella seconda metà del Seicento, la Francia illuminava con le sue menti intellettuali, il lusso e le sue bellezze, gran parte dell'Europa.
Il suo sovrano Luigi XIV ( 1643-1715 ) , attirava alla corte i maggiori geni del suo tempo,proteggendoli. E mentre architetti famosi innalzavano per lui Versailles, e pittori e scultori di talento adornarono quelle sale e qui giardini, uomini come Boileau ( 1636-1711 ), Molière, Racine ( 1639-1699 ) celebravano letterariamente la sua gloria.
Jean-Baptiste Poqueline, detto Molière ( 1622-1673 ), attore e autore di commedie di teatro, divenne celebre per le sue opere di costume intrise di realismo e ironia bonaria.
Proprio sotto il regno di Luigi XIV, ebbe il momento di massimo fulgore.
"Il Malato Immaginario" fu la sua ultima commedia, rappresentata per la prima volta il dieci febbraio 1673 con la musica di Charpentier al Théâtre de la Salle du Palais Royal.
Era una "commedié ballet", una commedia in tre atti con intermezzi di musica e danza, integrate più o meno con la trama, molto in voga all'epoca.
Dopo varie "maschere", l'opera era incentrata questa volta, sulla figura dell'ipocondriaco.

Ambientata a Parigi in epoca contemporanea, dopo un lungo prologo encomiastico nei confronti del buon Luigi XIV, è la storia di Argan, malato di ipocondria, che vive tra medici approfittatori, malattie inesistenti, medicine dai nomi più complicati e inutili, fino a pretendere di avere un medico in famiglia; volendo far sposare la bella figlia Angélique ( già innamorata di Cléante ), ad un giovane medico da strapazzo.
Il fratello di Argan, Beralde e la furba serva Toinette riusciranno ad evitare il matrimonio forzato e ricondurre Argan ad una vita più naturale, mediante uno scherzoso espediente.

Una scena del film omonimo del 1979 con Alberto Sordi

Tutta la commedia non è che una bonaria presa in giro nei confronti della medicina, vista attraverso le sue manchevolezze e inefficienze del tempo e della figura del medico,saccente e mellifluo,dal "pomposo gergo", "cicaleccio specioso" "che da parole per ragioni e promesse per fatti."
Ne viene fuori un grande affresco sui vizi e virtù del secolo; raccontati ora con abbandono comico, ora con amara verità, ma mai con critica o denuncia e nemmeno troppo lontani dal nostro mondo, data l'eternità della maschera stessa, emblema della semplice e complessa natura umana.
Lo stesso Molière viveva i suoi personaggi; noto il triste epilogo della sua fine : alla quarta rappresentazione,
mentre l'autore interpretava il ruolo di Argan, fu colto in palcoscenico dalle convulsioni di un attacco, che gli spettatori presero come una trovata recitativa. Morì la notte stessa.
Sono rimasta comunque un po' delusa dalla poca vivacità della trama, che da al testo staticità e mancanza di emozioni e sorprese, e la cui brevità non migliora certo l'opera.
Forse sarà per il ricordo di quell'omonimo film del 1979 diretto da Tonico Cervi con la magnifica interpretazione di Alberto Sordi nel ruolo di Argan, ispirato all'opera del commediografo francese, ma molto più divertente.

"Possiamo tutti rappresentare la nostra parte, e partecipare così tutti alla commedia."


M.P.




E-book :
"Il Malato Immaginario", Molière, Newton Compton Editori