venerdì 29 dicembre 2017

Riepilogo Letterario: una buona annata




Il 2016 si avvia verso la sua conclusione e per questo, rispetto alle solite, vecchie riflessioni che si fanno in questo periodo, voglio cambiare rotta scrivendo l'ultimo post sul riepilogo di un anno di letture, non molte a dir la verità ma che hanno avuto un grande valore letterario per me.
È stato un anno di riconferme per certi autori, tematiche, tipologie di letteratura e riletture, scoperte, luoghi, tempi e mondi e di personaggi indelebili, la cui fine tragica o no che fosse, ricca di speranze propositive per il futuro o profetizzante il crollo definitivo di un'era, ho trovato difficile il momento di dover chiudere il libro tante volte.
Alcuni di questi romanzi meritano una un'altra possibilità, una seconda citazione e magari possono essere visti come consigli letterari per l'anno nuovo.

Le uniche biografie che comprendono questo anno sono purtroppo soltanto due. Seppur questo sia un genere letterario che amo molto, in questo anno il romanzo sembra aver avuto di gran lunga la meglio.
Si passa da "Il Palazzo della Solitudine", biografia della penultima imperatrice dell'Iran, Soraya, e degli ultimi splendori di una terra ricca di cultura, raffinatezze e al tempo stesso di guerre e contrasti terribili, attraverso un libro di memorie con riferimenti personali e storici in un arco temporale lungo quarantotto anni, all'opera memorialistica "Ho visto partire il tuo treno" dell'attrice-scrittrice Elsa de' Giorgi. Ripubblicata da poco per conto della Feltrinelli, è un lungo racconto sulla sua breve storia d'amore con Italo Calvino, del suo personaggio attraverso gli scritti e la sua personalità, ma non solo, è un recupero acuto e sensibile di un'epoca, della vita politica e sociale di una Italia uscita dal dopoguerra e delusa per quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori.
Rimanendo nella prima metà del Novecento, tra biografia e romanzo si apre "Di là dal fiume e tra gli alberi" dello scrittore americano Ernest Hemingway. Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
L'universo femminile contrastato da un ordine patriarcale seppur in epoche lontane fra di loro, è quello espresso da Virginia Woolf e Christa Wolf  nei rispettivi libri "La Signora Dalloway in Bond Street"  e "Cassandra". Il mondo delle loro protagoniste vissuto nei loro conflitti interiori, solitudini, aspirazioni soffocate in una società in cui non si riconoscono, sono fra gli aspetti più belli della letteratura del Novecento e similmente unito dalla tecnica del flusso di coscienza.
Il mondo ebraico è stata invece una neo scoperta degli ultimi due anni e portata avanti in quest'ultimo nelle letture di "La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer e "Il Commesso"  di Bernard Malamud. Pubblicati a quattordici anni di distanza, ambedue uniscono i temi della letteratura ebraica a quella più moderna americana, la sottile ironia, la cultura come scambio di conoscenza fra i popoli. Più che romanzi, hanno l'andamento metaforico di una Bibbia, profana, americana in cerca di un riscatto morale e nel caso di Singer un capolavoro che se fosse più conosciuto, metterebbe il suo autore allo stesso piano di Tolstoj e Balzac.
Due opere di scrittori inglesi che ho ampiamente apprezzato sono "Ragione e Sentimento" di Jane Austen "Schiavo d'Amore" di William Somerset Maugham. Se le protagoniste della Austen godono di una personalità e psicologia analizzata come mai prima di lei seguendo una visione più realistica e al tempo stesso più umana nelle virtù e nelle debolezze, lo stesso motivo vale per Maugham. In tutti e due esiste la stessa ironia con cui deridono i vuoti valori dei ceti emergenti del tempo, il culto di se stesso, del denaro ma se la Austen tutto è raccontato bonariamente, in Maugham c'è tutta la ribellione alle sicurezze di un'epoca.
L'esplorazione del mondo moderno è invece visto attraverso la penna di Lars Gustafsson in "La Ricetta del Dottor Wasser", ultimo romanzo dello scrittore svedese che con una trama originalissima ci mostra i tanti enigmi e incomprensioni del nostro tempo. Lars Gustafsson rimette in scena l'archetipo dilemma dell'essere ed apparire; se quel che lasciamo trasparire può diventare il nostro io o se la capacità di immedesimazione possa portarci a essere tutte e due o un miscuglio di personalità non definite.
"Altezza Reale" di Thomas Mann è un lungo racconto simbolico ambientato nella Germania guglielmina in una cornice fiabesca e decadente come decadenti sono le atmosfere delle giornate pigre e delle folli notti consumate nell'ebrezza di facili passioni e nei sogni presto abbandonati di Edith Wharton ne "Gli Sguardi della Luna", grande ed originale successo del 1922.
Una folgorazione è stata incontrare questa estate una delle voci femminili più importanti, profonde e sensibili della letteratura inglese, Katherine Mansfield in "Tutti i Racconti". Una incredibile arte evocativa unita ad una scrittura luminosa, la Mansfield percepisce la degradazione e i subbugli interiori della classe borghese non più scura e protetta al momento dell'uscita dall'età vittoriana.
Le inevitabili trasformazioni sociali apportate dalle guerre vengono osservate al microscopio nelle saghe famigliari di Irène Némirovsky ne "I Doni della Vita" ed Elizabeth Jane Howard nel romanzo "Allontanarsi". Nel primo romanzo la famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari in un piccolo villaggio del Nord della Francia si ritrovano coinvolti nei tragici eventi storici dal 1900 arrivando al 1940, tra matrimoni, morti e nascite mentre in "Allontanarsi" la famiglia dei Cazalet, ricchi commercianti di legname, affrontano in Inghilterra le ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale in un momento instabile ed incerto.
Più che la Seconda Guerra Mondiale "Ognuno Muore Solo" dello scrittore tedesco Hans Fallada (reputata personalmente come la migliore lettura dell'anno), sdogana il mito del popolo tedesco forte e benestante durante l'era del nazismo rivelandone una realtà che proprio come quella ebraica, non era immune da paure e morte. Primo Levi lo definì "il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo".
In "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi "Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez vengono proposte delle trame commuoventi e coinvolgenti; la prima sull'amicizia, la seconda sull'amore, ma ambedue contrastate dalla violenza della dittatura, dalla cecità e dalla ignoranza del tempo che arresta i sentimenti più puri e imbavaglia le parole.
La bella letteratura americana, a cui da qualche non so fare a meno già dal qualche anno, è stata esplorata storicamente e socialmente in "L'Età dell'Innocenza" , ancora della Wharton, alla fine dell'Ottocento nell'elitaria, alta classe borghese guidata dalle sue ridicole regole di morale e apparenza che continuano in  "Molti Matrimoni" di Sherwood Anderson, ambientato nei primi del Novecento con una chiara polemica ad una civiltà meccanizzata, votata all'industrialismo e alla repressione dei sentimenti. In "Benedizione" di Kent Haruf, tra i libri più letti dell'anno, si ritorna al paesaggio rurale americano, ad uno stile più silenzioso e minimalista ma non immune da denunce e ribellioni, come in questo caso, contro la guerra.
Il passaggio di ere, di miti, mondi, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi, già narrati da Edith Wharton, si ritrovano nella tragedia di William Shakespeare "Giulio Cesare" e ne "La Marcia di Radetzky" di Joseph Roth (la recensione di quest'ultimo farà parte del nuovo anno, purtroppo per mancanza di tempo). Il crollo dei valori e dei principi della Repubblica romana, minati dalla guerra civile e dall'avvento dell'imperialismo, non sono così lontani dalle note descrittive della vena malinconica di Roth con la fine del grande impero asburgico attraverso la degradazione dell'animo umano fino ad arrivare alle disgrazie della Grande Guerra.

"Il ragazzo non disse nulla e quando vennero le giornate di piena estate e incominciò la mietitura dell'avena, il ragazzo se ne andò anche lui per i campi con la sua falce... Perché bisogna anche raccogliere quel che abbiamo seminato, e il ragazzo aveva seminato una buona semente." ("Ognuno Muore Solo", Hans Fallada)



Buon Anno Nuovo!




M.P.




lunedì 18 dicembre 2017

Più Libri Più Liberi alla Nuvola 2017 e l'incontro con Asli Erdoğan




Negli ultimi anni sembra che Roma (o almeno una parte di essa), abbia riaccaparrato il ruolo di centro culturale che le mancava da tempo.
Fra i pochi vanti di cui la città ha potuto godere davanti a tanti occhi puntati su di lei, ci sono stati questi cinque giorni dell'ormai consolidata fiera letteraria di Più Libri Più Liberi, promossa dall'associazione AIE e che da anni promuove la piccola e media editoria italiana, arrivata alla sua sedicesima edizione.
Il vecchio Palazzo dei Congressi non è più la sua locazione ufficiale e, per la verità, penso che nessuno possa rimpiangerlo o preferirlo al nuovo sito della Roma Convention Center o più comunemente denominato dai romani "la Nuvola" realizzato dai coniugi architetti Fuksas.
Un palazzone di vetro di architettura avveniristico, costato milioni e milioni di euro al quale si sono aggiunti rinvii, aspre critiche sulla costruzione nonché sull'estetica stessa, inaugurato nell'ottobre 2016 come nuovo centro congressi della capitale più spazioso e moderno.
La nota manifestazione ne ha giovato con un aumento delle case editrici, portate ad oltre cinquecento, un maggior numero di incontri con gli autori ed intellettuali e appuntamenti per le più svariate tematiche.Il lungo ponte dell'Immacolata non ha deluso le aspettative.
La mattina dell'otto il colpo d'occhio è stato tutto per questa titanica struttura stanziata nel bel quartiere dell'EUR che non smette mai di sorprendere per le sue inusuali prospettive.
L'ingresso al sito è presto diventato affollato come quello di uno stadio durante un'importante partita e purtroppo abbastanza caotico a causa della disorganizzazione delle tipologie dei vari biglietti acquistati (questa volta anche on-line) e una lunga e sommaria perquisizione da parte degli agenti addetti.
Dal primo piano, con la presenza di alcuni chioschi e guardarobieria, si accede al salone degli stand.
Diversamente dalla confusionaria sistemazione al Palazzo dei Congressi, la nuova forma a serpentina dei banchi ha dato più ordine e visibilità a tutte le case editrici.
Venendo a queste, sono stata fortunata nell'essere entrata in un momento di calma, e con più consapevolezza e raziocinio rispetto alla passata edizione dove sembravo più una novellina, mi sono inoltrata con tanta gioia fra gli spazi.
Non intendo descrivere nel particolare i molti editori partecipanti;  tutti comunque con i loro banchi colorati e briosi, ricchi di novità, cataloghi, autori più o meno conosciuti, giornalisti e quelli che facevano da padroni alla fiera come Sellerio, Fazi, Iperborea, Minimum Fax, forse un dubbio (già avuto lo scorso anno) di una più calorosa accoglienza riservata nelle ore di maggior afflusso, giustificabile assolutamente, ma comunque un poco deludente.
Alcuni hanno applicato anche dei piccoli sconti e c'è da sottolineare la coraggiosa decisione della Giulio Perrone Editore di scalare i prezzi dei libri del cinquanta per cento.
All'uscita laterale della sale si apre un grande spazio dove poter ammirare sopra le nostre testa la Nuvola, una grande struttura bianca tutta rivestita di vetro, e salendo quella che viene detta la scala mobile più lunga d'Europa, si arriva la secondo piano, con ulteriori stand, e prendendone un'altra centrale si entra direttamente dentro la Nuvola.
È qui che le persone più si assembravano, sostando un poco per ammirare l'interno, facendo fotografie lungo tutto il percorso mentre la calca diveniva maggiore.


Interno della Nuvola

Una grande sala ospitava quello che per tutti era l'appuntamento più notevole e per la manifestazione la sua punta di diamante: l'incontro con la scrittrice, attivista per i diritti umani e dissidente Asli Erdoğan.
Non conoscevo nulla della sua persona e per questo sono stata ragguagliata da mio cognato e di conseguenza ho cercato informazioni.
La Erdoğan riconosciuta oggi tra i più importanti scrittori turchi è stata imprigionata dopo il finto golpe del leader turco e rilasciata (eppure non ancora prosciolta) dopo numerose insistenze anche da parte dell'Italia a fine dello scorso anno.
Nell'intervista assistita dalla scrittrice Chiara Valerio (direttrice culturale di "Tempo di Libri" 2016) e del giornalista Pierluigi Battista, la Erdoğan ha aperto i suoi ricordi, aneddoti, raccontando della soppressione di qualsiasi forma di libertà e di pensiero che da anni vige sul territorio turco, inasprita ancor di più dopo il colpo di stato che ha portato soldati, civili e molti poeti ed intellettuali alla gogna, alle torture, non pochi alla morte.
La bella voce turca levatasi per secoli aggiungendo bellezza alla letteratura mondiale, si è spenta e con essa l'amore e i gesti quotidiani.
Perfino talune parole sono condannate, il passato, come il genocidio degli Armeni e dove due figure come Spinoza e Camus vengono scambiati come spie del PKK. Anche questo accade in un paese dove si è cancellata la cultura.
Ho apprezzato l'intervento di Battista nel dire che la Turchia, come nessun'altra nazione simile, dovrebbe far parte dell'Unione Europea.
Il dramma della prigionia, durata quattro mesi, è stato il passo più commuovente: le privazioni, perfino quelle più semplici, la sofferenza della relegazione e il momento della liberazione, quando ha chiesto a dei militari se fosse cambiata fisicamente e questi, rispondendole affermativamente e portandole uno specchio, si è messa a piangere.
In lei era avvenuta una profonda lacerazione, uno sdoppiamento tra la sopravvissuta e la vittima.
Avrebbero dovuto dare maggiore spazio alla scrittrice; non ho gradito le domande rivolte dalla Valerio, troppo specifiche e adatte ad un pubblico già preparato ai suoi scritti e per la verità, non ho apprezzato la stessa Valerio che tra l'altro si era resa protagonista di una alterata discussione con una giornalista/scrittrice del pubblico, rendendo il convegno non certo professionale e appropriato ad una levatura così importante.

Asli Erdoğan

Alla sua conclusione, la Erdoğan è rimasta per qualche minuto nella sala per le foto: io avevo il suo libro e attendevo di chiederle un autografo.
Stava così a pochi metri da me, eppure ripensando a tutto il dolore da lei provato, mi sono fatta piccola piccola ed ho rinunciato alla mia frivola vanità. Il mio fidanzato mi ha fatto notare di aver mancato, con la mia timidezza, ad un appuntamento con la storia. È vero. Ma quel che rimarrà sono le sue parole.

Spero che i bei risultati di quest'anno raggiunti dalla manifestazione, diano un più grande impulso culturale a Roma. Che nelle classifiche in questo settore non stia sempre dietro alle città di Torino o Milano. Perché se nella Capitale abbiamo altre principali urgenze, questa non può comunque esimersi dal suo enorme patrimonio che possiede e che deve essere valorizzato.


M.P.





mercoledì 13 dicembre 2017

"L'Età dell'Innocenza" di Edith Wharton


A quell'epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima strada, di un nuovo teatro dell'Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d'oro un po' logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l'avevano cara perché, piccola e scomoda com'era, non costituiva un richiamo per la gente nuova che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla.

"L'Età dell'Innocenza" (1993), Martin Scorsese

Era mancato poco che nel 1921 la Wharton non riuscisse a prendere il Pulitzer.
Ancora una volta era un uomo ad essere il favorito e la famosa scrittrice americana superò per un soffio il contendente maschile, così da divenire la prima donna della storia a vincerlo.
Alcuni dissero che non poteva essere altrimenti, perché quel romanzo che fece la sua fortuna e che spopolò nei primi Anni Ruggenti del Novecento, richiamava alla memoria degli americani un mondo o un modo di vivere che la Prima Guerra Mondiale aveva spazzato via per sempre tanto che di esso non era rimasto nessuna traccia nelle giovani generazioni.
"L'Età dell'Innocenza" è un romanzo senza tempo, uno di quelli che si rileggono più volte e che non conosce fine o noia.
Al momento della pubblicazione, nel 1920, Edith Wharton (1862-1937) era già una conosciuta ed amata scrittrice con alle spalle un'esistenza vissuta controcorrente e ribelle ai dettami della casta a cui apparteneva; coraggiosa nella penna come durante la guerra.
Forse, nemmeno si può adattare la parola "romanzo" a questo titolo visto più come un grande affresco ricco si simbologie, scenari oleografici, sottili dettagli metaforici celati in piccoli gesti, negli ampi abiti delle dame come nei fiori all'occhiello dei gentiluomini e negli ambienti dorati della ristretta alta società americana.
Nessun autore ha riportato in vita quel momento ottocentesco con tanta eleganza e sensibilità come la Wharton, ricreando quelle atmosfere borderline di seduzione e innocenza care a Madame de La Fayette come a Flaubert.
E questo capolavoro letterario si apre come attraverso un gioco emotivo della sua autrice, in bilico anche lei fra la condanna di un mondo tramontato e il suo rimpianto.
Questo è il secondo incontro con la Wharton, dopo la tiepida lettura di "Gli Sguardi della Luna" in estate. La seconda rilettura invece dell'"L'Età dell'Innocenza" (la prima avvenne anni prima), è stata determinata dalla bellissima recensione di Sara Antonelli, ascoltata sul portale di Rai Letteratura.
Le sue parole scelte con cura per rendere al meglio la trama del libro e il momento storico, mi hanno così convinto a riprendere in mano la lettura.


La vicenda si apre nel 1870, in America, coprendo un lasso di tempo di circa trentatré anni.
La New York di quell'epoca, pur glorificandosi del proprio status democratico e libero, aveva prodotto un modus vivendi nelle più alte sfere della società che si allineava nella sua etica ai sistemi elitari e conservatori della più stretta aristocrazia. 
Come espresso nel belllissimo incipit del libro, questa rindondate e vana classe era costituita da abbienti uomini la cui ricchezza, consolidata grazie alle fortune degli antichi avi, permetteva e faceva godere loro di un'immobilità fisica, spirituale e culturale tale da non volersi mischiare con i nuovi borghesi e con il modernismo che sembrava soffiare con sempre, maggiore costanza da oltreoceano.
Newland Archer giovane avvocato, modello perfetto di questo intricato ordine, sta per sposarsi con la più bella ragazza di New York, May Welland, fresca ma vuota, appartenente ad una delle famiglie più antiche del posto. L'unione portata avanti da anni dai rispettivi nucli familiari, viene improvvisamente disturbata dall'arrivo della cugina della promessa sposa Ellen Olenska.
Maritata ad un conte polacco la Olenska è fuggita da un'esistenza, seppur culturalmente brillante, offuscata dalla condotta disgraziata del coniuge; tornata in patria è mal sopportata dai parenti che vedono in lei non una vittima ma l'inizio di uno scandalo sociale, di un pericoloso rovesciamento dei dettami morali del sistema.
Newland si innamora di questa donna "diversa" dalle altre, che ha conosciuto la vita al di là di un ambiente refrattario e omertoso; riesce ad intravedere, attraverso lei, la realtà con la sua insicurezza ed impotenza sotto strati di cinismo e false innocenze.
Eppure, nonostante il vero e forte sentimento che lo lega ad Ellen è incapace ad uscir fuori da quel mondo protetto e sicuro e accentando il suo destino, rimane ultimo sopravvissuto di un'età in fase di decadenza.

Il concetto predominante per la Wharton è la rievocazione di un passato (di cui lei stessa aveva fatto parte) che l'America spinta prima dalla guerra poi dalla fascinazione del pensiero europeo, aveva dimenticato. Questo aveva portato similitudini con l'era vittoriana: una classe chiusa, dove più che l'individuo contava la solidarietà del gruppo, delle relazioni di sangue e dei rapporti coniugali, votata al culto dell'apparenza dove dispiaceri e sofferenze non si vivevano e nemmeno potevano essere menzionate. Una netta divisione tra l'universo maschile improntato nell'ozio, nel pettegolezzo e nell'ipocrisia mentre il corrispettivo femminile assicurato ad un'immagine eternamente ingenua e conservatrice del primordiale ruolo di sposa e madre.

Edith Wharton

La scrittrice tratteggia con maestria ripetute visioni di rituali di nozze, annuali balli nel grande salone dei Beaufort, oggetti che hanno una relaziona significativi con i vari personaggi, le eleganti cene che non dovevano iniziare troppo tardi, gli abiti che acquistati venivano messi da parte per due anni perché era sconveniente vestire all'ultima moda... E due protagonisti che vivendo la loro passione escono fuori dal collettivo e per questo vengono puniti.
La parte più nobile è affidata a Madame Olenska, l'unico personaggio vivo del romanzo, che si arrischia ad una vita indipendente, libera dalle suggestioni e da un'età che è definita dell'innocenza perché non è matura, non può essere reale.
Mi ha stupito il modo di raccontare tutto questo della Wharton, come se biasimasse e al tempo stesso giustificasse questo mondo che non diede spazio al trasporto dei sentimenti, alla ricerca dell'individualità umana.  Nelle ultime pagine il rancore anzi svanisce per far posto alla nostalgia di un tempo trascorso in fretta.
Questa dicotomia così misteriosa e bizzarra accompagnò molti dei suoi romanzi e parallelamente la vita, tanto che anni dopo la sua morte, il personaggio di Edith Wharton aleggiò tra i critici o come una scrittrice ottocentesca o come la precorritrice del romanzo del XX secolo.
Io preferisco pensare che fosse a conoscenza dei vari cambiamenti di epoche che ineluttabilmente portano via con sé mondi, uomini e valori, per ricostruirne altri a cui noi non sempre è dato da comprendere.


M.P.







Libro:

"L'Età dell'Innocenza", E. Wharton, Tea Due



mercoledì 29 novembre 2017

I notturni di John Atkinson Grimshaw


Con la fine di novembre e l'arrivo di dicembre, il paesaggio urbano cambia notevolmente il suo aspetto. Non ci sono più i caldi raggi di settembre che come riflettori scenografici seguono il nostro cammino e invogliano la nostra mente ai buoni propositi per affrontare la stagione più faticosa né i bei colori di ottobre che con le loro sfumature dipingono come quadri squarci di mondo.
Si assiste ad un cambiamento radicale con forti venti, piogge consistenti, panorami lunari con alberi spogli e secchi, poca vegetazione e di notte, soprattutto, l'oscurità con la debole luce della luna rende il tutto misterioso e distante.
Proprio in questa conversione che precede il periodo delle nevi o delle gelate che mi ritrovo in affinità con i visionari dipinti del pittore inglese John Atkinson Grimshaw (1836-1893), un artista autodidatta che nell'era vittoriana ha saputo magistralmente realizzare nelle sue opere, atmosfere ricche di realismo e insieme di suggestioni, mistero e romanticismo; un connubio di ciò che guardiamo fuori e dentro di noi.



Si conosce poco della vita di Grimshaw; questo è dovuto al fatto che mentre gli artisti coevi hanno lasciato testimonianze e lettere, del pittore inglese non abbiamo nulla. Gran parte delle sue opere sono inoltre possedute da collezionisti privati e del loro passaggio da questo a quest'altro collezionista  non ci è dato sapere.
La parabola di John Atkinson Grimshaw fu però breve: nato a Leeds presso una famiglia battista, nel 1861 abbandonò il lavoro da impiegato presso le ferrovie per dedicarsi alla pittura e non seguendo nessun maestro e nessuna scuola, si aiutò attraverso la fotografia.
Un anno dopo partecipò ad una prima mostra con lavori semplici come nature morte, addentrandosi nel fairy painting, allora in voga, in ritratti di donne affascinanti, ma il suo stile divenne riconoscibile e ricercato soprattutto nel nord dell'Inghilterra attraverso la rappresentazione di scenari urbani moderni. Pur accostandosi di volta in volta nel corso della sua carriera, prima ai Preraffaelliti, poi Whistler infine a Tissot, Grimshaw restò sempre il pittore della poetica luce lunare, delle atmosfere vaghe, delle strade umide e buie.
Durante il British Empire la nazione godette di un influente incremento demografico con la conseguente fuga dalla terra e lo sviluppo dell'urbanesimo. Grimshaw attratto dal centro urbano, ritrasse questo mondo contemporaneo in crescita, nelle sue vedute al chiaro di luna di Leeds, Liverpool, Glasgow, non arrivando comunque (o non volendo arrivare) agli aspetti più lugubri e ambigui nascosti dietro a quel buio. Il suo lavoro era una celebrazione del progresso industriale equivalente a quei cambiamenti sociali descritti nelle opere di Dickens e della Gaskell.
Ed ecco che dai suoi dipinti si ergevano tra il crepuscolo o la notte più fonda case solitarie, vetrine luminose, luci a gas (sviluppatesi proprio all'epoca), pozzanghere, qualche figura solitaria in cammino o statica nella contemplazione del paesaggio, sentieri nebbiosi e bagnati.

"On Hampstead Hill" (1881) è considerato il capolavoro del pittore inglese che realizzava le sue opere per committenti soprattutto della media borghesia.
Grimshaw raffigura una delle strade più ricche e benestanti di Londra nel preciso istante del passaggio dal crepuscolo alla notte. La fioca luce della luna, circondata da massi di nuvole, rischiara, insieme ai lampioni a gas, il cammino di alcuni ultimi ritardatari: una carrozza e due figure assorte.
La maestria è evidente nel modo in cui egli riesce a catturare una quantità di diverse sfumature della luce, estremamente realistica.

"On Hampstead Hill"

Omaggio alla Gran Bretagna per l' espansione nel commercio è "Salthhouse Dock Liverpool".
Questo particolare porto della settentrionale città inglese costruito nella prima metà del Settecento per il commercio nel sale, divenne di grande importanza nella metà dell'Ottocento per le navi che al momento di fermarsi potevano caricare e scaricare le merci direttamente dai grandi magazzini. Gli affari riguardavano per lo più gli scambi con la Cina e le Indie Orientali.
Ebbene Grimshaw riporta sulla tela l'immagine del celebre porto in una serata offuscata. I nostri occhi si muovono nell'immagine appannata per cercare di definire le ultime incombenze di una giornata di lavoro volta alla conclusione. Tre carrozze transitano lungo la strada umida mentre gente ben vestita si attarda nell'ultima passeggiata; le vetrine dei negozi e  i lampioni ancora accesi rimandano agli ultimi affari serali, prima che sul porto possa calare definitivamente il buio.

"Salthhouse Dock Liverpool"

Nel 1879 diede vita ad un lavoro la cui rappresentazione prendeva spunto da un fatto di cronaca avvenuto a Scarborough: nel suo "In Peril" il pittore realizzò un'ambientazione portuale al chiaro di luna; questa volta non romantico né sognante ma drammatico.
Un incendio è scoppiato presso una stazione balneare, alcune persone accorrono verso il posto, altri sulla sinistra si sporgono dal muro per essere partecipi del fatto; Grimshaw coglie proprio il momento della deflagrazione in una notte tempestosa e dal mare agitato come si vede dalla grande onda in fondo a destra. In questa scena così ricca di effetti, il pittore riesce con drammatica maestria a catturare ed accostare la luce lunare con il bagliore del fuoco e i loro riflessi sulla strada.

"In Peril"


Scarborough, la località turistica della contea del North Yorkshire dove per molti anni visse il pittore con la famiglia, era una delle mete più ambite dei più ricchi fedeli della regina Vittoria, grazie alle sue acque termali che nel corso degli anni aggiunse numerosi edifici di villeggiatura, centri benessere e sale da concerto. Nel 1876 proprio la sala da concerto subì un grave incendio.
"Reflection on the Thames, Wstminster" (1880) è stato selezionato in questa panoramica per il semplice fatto di essere il mio preferito. Questa scelta seppur semplicistica è  stata dettata anche dai tanti motivi che di Grimshaw qui si ripetono in un'armonia affascinante e oltre tutto poetica: la luce lunare, Londra, il fiume e la figura in primo piano.

"Reflection on the Thames, Wstminster"

Sembra quasi che la stessa donna del quadro e lo spettatore coincidano. Questa guardando dal parapetto una Londra immersa al chiaro di luna, è in contemplazione, assorta forse dalla bellezza creatasi o forse anche da un pensiero sorto nello stesso momento. Dietro di lei appaiono altri personaggi, soprattutto donne, a rammentarci che nonostante l'ora tarda la vita scorre ugualmente.
Si notano gli edifici simbolo della città, l'abbazia di Westminster  e il Big Ben.
La luce della luna si riflette nelle calme acque del Tamigi dandone una rappresentazione evanescente.
Diversa è l'ambientazione dei seguenti dipinti. Grimshaw non adoperò esclusivamente soggetti pertinenti alle grandi vie cittadine, affollate e al passo con i tempi: come è da esempio "A Golden Beam".

"A Golden Beam"

 La scena si apre su una strada suburbana, forse nemmeno molto frequentata, dove una graziosa figura femminile la percorre in un pomeriggio autunnale colorato dal tiepido colore rosso delle foglie sparse sul selciato, dei riflessi del cielo e dell'oro che si intravede in fondo alla via. Nella parte destra, nascosta dai rami quasi spogli degli alberi, si nota una tipica villa vittoriana che ci ricorda ancora una volta il realismo dell'opera, pur in una visione tipicamente nostalgica e quasi sognante.

"The Lovers" 

Un paesaggio ancora più solitario in "The Lovers" accoglie l'intimità di due figure indistinte colte nel momento di una passeggiata serale. Il cielo offuscato, la strada bagnata d'oro con la riproposizione di una casa appena celata dalla sera e dalle file degli alberi, l'attenzione al dettaglio ne danno un'immagine romantica ed enigmatica, lontana eppur vicina al mondo vittoriano e certo piacque ai mecenati d'epoca che potevano riconoscersi in quelle vaghe apparenze.





M.P.

venerdì 17 novembre 2017

"Giulio Cesare" di William Shakespeare


C'è una marea
Nelle cose degli uomini, che presa
Quand'è alta, conduce alla fortuna;
Perduta questa, tutto il viaggio della vita
È confinato in secche e sventure.
Su tale mare in piena adesso galleggiamo,
E dobbiamo prendere la corrente quando serve
Oppure perdere il carico. (Bruto a Cassio, atto IV scena III)




La passione e la curiosità per il mondo romano sono sempre state maggiori, per me, rispetto al pur nobile passato greco, dove dono nati quelle prime sfumature di democrazia e libertà; molto ha provveduto la mia nascita romana.
Alcuni studiosi, dalla fervida immaginazione, hanno voluto accostare allegoricamente la civiltà romana ad un'alba mentre quella greca ad un tramonto e la corrispettiva preferenza di un mondo rispetto ad un altro dichiarano chiaramente la diversa sensibilità del soggetto appassionato: più positiva nella prima ipotesi, malinconica nella seconda.
Ma lasciando perdere queste simpatiche disquisizioni, c'è un momento della storia romana in particolare che critici, studiosi e studenti hanno con tutta la gravità del caso, affrontato per la particolare importanza nel percorso evolutivo dell'uomo: il passaggio dalla Repubblica all'Impero e addentrandoci ancora meglio, raffigurando questi due sistemi alle emblematiche persone di Bruto e Giulio Cesare.
Un po' tutti noi, chi più chi meno, ha parteggiato negli anni scolastici per il personaggio immortale di Giulio Cesare, denigrando di conseguenza il traditore, l'assassino Bruto.
Anche nella "Divina Commedia" Bruto non fa certo una bella figura, condannato da Dante all'Inferno come traditore del suo benefattore Giulio Cesare, ma ultimamente non sono pochi i critici che hanno voluto "riconsiderare" da un altro punto di vista la personalità di Bruto.
Forse, primo fra tutti esplicitamente William Shakespeare (1564-1616) che ha fatto del suo Bruto un personaggio gentile, amato per il suo onore anche dai nemici e ultimo conservatore e portavoce degli antichi ideali romani repubblicani di libertà ed individualità e quindi nella sua iconografia sacrificatore e sacrificato.


Il "Giulio Cesare" venne composto nel 1599, se non il primo, fra le prime opere a essere rappresentata nel nuovo "Globe Theatre" di Londra costruito un anno prima. Prendendo ispirazione da "Le Vite Parallele" di Plutarco, si tratta di una composizione non fra le più eccelse di Shakespeare come il seguente "Amleto" e nemmeno come le altre tragedie o drammi futuri, eppure significativa per la sua atmosfera allusiva a passaggi di ere, di miti che crollano, sostituiti da altri che infine crolleranno anch'essi. Rievocando la storia romana, Shakespeare non faceva altro che accennare alla grave instabilità politica nell'Inghilterra elisabettiana, con le sue incertezze e lotte per il potere.
Nonostante il titolo porti direttamente al celebre console e dittatore romano, non è lui il vero protagonista della tragedia che non invero non vediamo più già dal terzo atto, ma il filius Marco Giunio Bruto, la cui ultima vicenda personale diventa il fulcro del libro. Come il principe danese, Bruto presenta le sue stesse istanze ma la sua risolutezza, il suo inseguire un ideale già tramontato e virtù non più richieste, lo rendono a differenza di Amleto, più umano.

L'opera si apre sulla strada di una Roma repubblicana, dove una moltitudine di persone aspetta i festeggiamenti per il ritorno di Giulio Cesare vittorioso in Egitto sui figli di Pompeo, come anni prima attendeva le vittorie di quest'ultimo.
Ma sull'Urbe aleggia un possibile rovesciamento di governo, dato dallo strapotere del sempre trionfante Cesare, nonostante egli abbia per tre volte rifiutato (seppur con riluttanza) la corono di Roma durante la festa dei Lupercali.
Si costituisce quindi, nella migliore classe della città, una fronda di giovani uomini intenzionati a fermare il dominio incontrastato del dittatore con a capo Cassio e Bruto.
Il nobile Bruto pur amando sinceramente Cesare, teme la sua ambizione; teme la soppressione di ogni libertà e giustizia, il crollo degli ideali della Repubblica romana, delle sue virtù, e amando più di ogni altra cosa Roma, la libertà e la virtù, su istigazione anche di Cassio che lo sprona all'azione e non ad aspettare il corso degli eventi, si decide ad uccidere non l'uomo ma il tiranno.
Malgrado gli avvisi degli indovini di stare lontano dalle idi di Marzo, il sogno premonitore di Calpurnia, Cesare va incontro alla sua morte. I cospiratori fanno in tempo a chiarire al popolo il dovuto omicidio dell'illustre Cesare per il bene di Roma ma Marco Antonio con un formidabile monologo, sottilmente accusatorio, riesce a sobillare il popolo contro i Cesaricidi che sono costretti alla fuga.

Marlon Brando è Marc'Antonio
in "Giulio Cesare" 1953

Roma si prepara alla guerra civile, da un lato Cassio e Bruto, dall'altro Marco Antonio e il giovane Ottaviano, erede di Cesare, venuto a legittimare il suo posto.
Nell'atto IV scena III negli accampamenti dei Cesaricidi, Bruto nel dormiveglia vede il fantasma Giulio Cesare che gli avverte della sua futura disfatta.
A Filippi la vittoria sembra andare alla fazione di Bruto eppure per una serie di coincidenze fatali, Cassio pensando di essere sconfitto si uccide. Bruto pur vincendo Ottaviano, viene accerchiato da Antonio e abbandonando ogni speranza, prima di uccidersi, con un commuovente saluto, lascia i suoi amici con grande dignità, pronosticando il futuro conflitto tra i due vincitori.

Addio a te; e a te; e a te Valerio.
Stratone, hai dormito tutto il tempo:
Addio anche a te, Stratone. Concittadini,
Il mio cuore gioisce perché in tutta la vita
Non ho trovato uomo che non mi fosse fedele.
Avrò più gloria io in questo giorno di sconfitta
Di quella che Ottaviano e Marc'Antonio
Otterranno con questa vile vittoria.
Addio, allora, perché la lingua di Bruto
Ha quasi finito la storia della sua vita.
La notte mi cade sugli occhi, le mie ossa
Vogliono riposare. Hanno faticato 
Per raggiungere quest'ora. (Bruto, Atto V, scena V)

Ottaviano e Antonio seppelliranno con grandi onori "il più nobile tra tutti i romani".

È tangibile la simpatia che Shakespeare ha per Bruto. In un mondo confuso dove non ci sono certezze, né valori, non ci sono modelli, perché non può esserlo Giulio Cesare descritto già come un anziano, non può esserlo Marco Antonio, lussurioso e vile e né Cassio, avido e istigatore (un novello Iago).
L'unico che si staglia dal caos è Bruto: lo vediamo nella sua interezza ed umanità, nell'amore per la moglie Portia, nella fratellanza genuina verso Cassio e i suoi soldati, nel perdono, nobile, gentile, dolce. Egli incarna l'uomo libero dalle corruzioni, dalle dittature e se non è un eroe, porta comunque sulle proprie spalle il peso delle sue virtù come delle colpe; non esistono destini o dei a muovere le fila degli eventi.
E perché non andare più lontano, perché non vedere in Bruto l'uomo moderno del Rinascimento (in fondo siamo alla fine dell'epoca di Elisabetta I), l'intellettuale con la sua lungimiranza e per questo motivo solo?
Quest'opera ci dona ad una riflessione in più sui tragici eventi del passato e degli uomini che vi sono stati travolti.

Gli uomini talvolta sono padroni del loro destino; la colpa, Bruto, non è nelle nostre stelle ma in noi.



M.P.





Libro:

"Giulio Cesare", W. Shakespeare, Feltrinelli

venerdì 10 novembre 2017

In visita al Quirinale




La festività di Ognissanti è stata la giornata ideale per aggiungere alla mia lunga lista di palazzi e residenze storiche da visitare (soprattutto nel Lazio), il gioiello che, vuoi per la politica, vuoi per il lungo silenzio perdurato negli anni e interrotto solo recentemente, dimentichiamo di possedere, il Quirinale.
Accompagnata da una delle ultime, dolci ottobrate romane, il palazzo del Quirinale, dimora di papi, re e presidenti, si staglia sull'omonima piazza e il privilegio di adagiarsi sul colle più alto della Capitale, la parte più luminosa, antistante alla Fontana dei Dioscuri e alla sua sinistra il Palazzo della Consulta.
Nonostante veniamo abbagliati da altri palazzi storici con i loro splendori e nomi altisonanti, il Quirinale non ha nulla da invidiare a Buckingham Palace o all'Eliseo: questo si estende su una superficie di 110500 m² e vanta di essere il palazzo del potere più antico del mondo; la Casa Bianca in confronto è venti volte più piccola.
Dal 1948, anno in cui il primo presidente della Repubblica vi si insediò, qui avvengono non solo udienze, consulte e giuramenti, affari politici ma anche feste e ricevimenti mondani, grazie alle cucine sempre attive.
Da due anni a questa parte, invece, per volere del presidente in carica Sergio Mattarella, è ritornato ad essere visitabile ad italiani e non, avvalendosi della collaborazione del Touring Club Italiano e delle tre grandi Università di Roma, perché oltre al valore patriottico simboleggia un grande valore storico.
Da solo, il Quirinale potrebbe raccontare gli importanti fatti ed eventi che vi si svolsero: guerre, patti, rovesciamenti di governi, presenze illustri, l'evolversi della nostra storia fino ad oggi.


Il passato più antico del luogo risale all'epoca romana. Qui infatti sorgeva un tempio dedicato a Romolo Quirino le cui feste, chiamate Quirinalia, si celebravano ogni diciassette febbraio.
Una prima costruzione dell'edificio risale al suo proprietario, il cardinale Ippolito d'Este (1509-1572, lo stesso creatore della magnifica Villa D'Este a Tivoli), che prese in affitto la vecchia villa e la vigna adiacente del cardinale Carafa. L'estense si preoccupò perlopiù di ricavarne degli splendidi giardini all'italiana con monumentali fontane, seguendo la moda cinquecentesca e solamente con l'interessamento di Papa Gregorio XIII  (1572-1585) divenne dapprima un luogo di villeggiatura, soprattutto grazie alla salubrità dell'aria, e in seguito ampliandone il complesso, nel 1583 residenza dei papi a personificare il loro potere temporale.
Alla realizzazione parteciparono nel corso degli anni numerosi artisti fra cui Ottavio Mascherino (1536-1606), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), Ferdinando Fuga (1699-1782), Domenico Fontana (1543-1607). I lavori si conclusero sotto Papa Clemente XII (1730-1740).
Dal 1870 passò alla monarchia sabauda e dal 1948 a presidenti della Repubblica Italiana.

Il Cortile d'Onore è la parte più antica del complesso da cui si accede allo Scalone d'Onore che consente l'accesso agli ospiti dei due ambienti principali del palazzo, il Salone dei Corazzieri e il Salone delle Feste. Il Salone dei Corazzieri, chiamato un tempo Sala Regia, è l'ambiente più grande e solenne del Quirinale. Presenta opere seicentesche, alcune di Agostino Tassi e numerosi arazzi in parte francesi e in parte napoletani raffiguranti le storie di Psiche e del Don Chisciotte, sulle pareti sono ritratti gli stemmi delle principali città italiane. L'ambiente seguì un periodo di degrado quando, durante la monarchia venne usato prima come pista di pattinaggio e infine come campo da tennis. Sotto il papato venivano qui presentati gli ambasciatori, oggi viene usufruito come salone per le cerimonie di insediamento. Ha accesso alla Cappella Paolina chiusa da poco per ristrutturazione.
Al Salone si viene guidati in seguito alla Sala del Balcone , studiata dal Bernini; qui venivano imbalsamati i papi.

Cortile d'Onore

Dopo la Sala d'Ercole, di costruzione più recente, si passa alla Sala degli Scrigni chiamata così per la presenza di cinque scrigni poggiati sulle consolle e di un particolarissimo secrétaire celante al suo interno oltre cento cassetti e vani segreti.

Secrétaire

Una delle stanza più note agli italiani è quella dello Studio del Presidente della Repubblica. Nata come camera da letto estiva dei papi, oggi vi si svolgono gli incontri ufficiali con i Capi di Stato stranieri, consultazioni con il Presidente del Consiglio e alcuni dei celebri messaggi di fine anno del Presidente, che si tengono ogni trentuno dicembre dal 1949.

Studio del Presidente della Repubblica

Il nome della Sala degli Arazzi di Lilla deriva dalla presenza di cinque arazzi provenienti dalla città francese di Lilla agli inizi del Settecento. Utilizzata sotto la monarchia come appartamento della regina Margherita (1851-1926), attualmente vi si svolge il consiglio supremo di difesa.
La Biblioteca del Piffetti è un gioiello nel gioiello nel Quirinale, la stanza a mio dire più suggestiva e dalla storia più curiosa. Creata da uno dei celebri ebanisti del tempo Pietro Piffetti (1701-1777) per la Villa della Regina a Torino, fu trasportata così com'era a Roma nel 1879 per volere della regina Margherita che voleva farne la sua biblioteca personale. Margherita di Savoia non era una donna particolarmente colta ma amava circondarsi di letterati e poeti che potevano contare della sua protezione. Ma la biblioteca lignea appare un capolavoro di magnificenza con i suoi intarsi in avorio che stupiscono di bellezza il visitatore.
Non rimasto noto nella storia dell'arte, l'architetto Ottavio Mascherino si è pur contraddistinto nel palazzo del Quirinale per questo autentico capolavoro che porta il suo nome, la Scala del Mascherino. Progettata alla fine del Cinquecento, presenta una scala a forma elicoidale che doveva portare agli appartamenti superiori. Con le sue maestose colonne in travertino ispirò il Borromini per una fedele replica più celebre a Palazzo Barberini.

Biblioteca del Piffetti

Scala del Mascherino

Fra i numerosi ospiti illustri accolti nella residenza si devono contare due personaggi storici, o meglio una presenza e una assenza.
Nel 1938 alla Loggia d'Onore venne ricevuto con tutti gli onori del suo grado Adolf Hitler, il quale rimase soddisfatto del suo soggiorno romano e della stanza dove poté ammirare alcuni busti degli imperatori romani. Per l'occasione nel Cortile d'Onore venne issata la bandiera del regime nazista.
Dall'epoca repubblicana la sala viene usata per la stampa dopo gli incontri tra politici e presidente.
L'assenza è quella riguardante Napoleone Bonaparte (1769-1821) che al momento della cattività di Papa Pio VII (1800-1823) era atteso a Roma, ma di fatto non arrivò mai.
Fra gli appartamenti allestiti per la sua figura, è presente la cosiddetta Sala della Musica, stanza che doveva servigli come camera da letto. Rispetto a tutte le altre molto pompose, quella di Napoleone seguiva i canoni neoclassici in un ambiente pulito e lineare. Fa la sua mostra un forte piano e sul soffitto un ritratto di Giulio Cesare mentre detta i "Commentari"; ma il volto del generale è in realtà quello di Napoleone stesso. Da questa sala avrebbe potuto avere una visione completa di Roma.

Sala della Musica

Si procede infine verso le sale maggiormente lussuose e scenografiche del Quirinale: la Sala degli Specchi, oggi utilizzata nelle udienze del Capo di Stato e nei giuramenti della Corte Costituzionale, in passato sala da ballo creata per volere della regina su ispirazione delle regge settecentesche. Le luci dei grandi lampadari di Murano si riflettono sui grandi specchi che si ripetono nelle pareti in stile rococò e intagli dorati. Tutto è volto a stupire e incantare.

Sala degli Specchi


Soffitto con fanciulle danzanti

Di seguito quindi il Salone delle Feste conosciuto attualmente per i grandi pranzi, cerimonie e il giuramento del nuovo governo. Nel periodo papale avveniva qui il Concistoro mentre in epoca monarchica usato anch'esso per i grandi balli indetti dalla regina Margherita.

"Ai balli Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito e con abiti sfarzosi, e piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito.
Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali.
E in questo modo si diffuse in Europa,oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita."¹


Salone delle Feste



Alla fine dell'Ottocento venne creato un palco per contenere un'orchestrina che doveva allietare i pranzi ufficiali della famiglia Savoia e dei loro ospiti di riguardo.
Va ricordato in ultimo che gran parte degli arredi del Quirinale sono stati depredati da collezioni di altre regge mentre altri mobili riconoscibili per lo stile un po' teatrale e disarmonico, rispecchiano il gusto della casata sabauda.
Oltre ai tesori racchiusi nelle sue stanze, il Quirinale vanta anche una collezione pregiata di 38.000 pezzi di porcellana provenienti da tutta Europa: la più numerosa riguardante la casa di Richard Ginori, altri dalle fabbriche viennesi, tedesche, parigine, inglesi, alcuni risalenti all'epoca di Luigi XV.



I giardini che aprono le loro porte ogni due giugno, si estendono su una superficie di circa quattro ettari, il cui primo impianto fu dovuto come si è già scritto al cardinale d'Este. È costituito da alte siepi, fontane e diviso in giardino all'italiana, francese e inglese (questo esclusivamente aperto il giorno della festa della Repubblica). Al suo interno è presente l'elegante edificio della Coffe House costruito nella prima metà del Settecento dal Fuga e che da allora funge per ricevimenti intimi per amici e politici.



Fontana delle Bagnanti trasportata dalla Reggia di Caserta

Coffe House

Gran parte dei giardini vennero però distrutti nel 1874 per far posto alle scuderie di cui i Savoia (non molto appassionati di cultura come lo erano invece della caccia) ricavarono spazi per collocarvi cavalli e carrozze che nel corso degli anni si trasformarono sempre più in simili automobili.

Carrozza degli Sposi




Con un ritorno al palazzo negli appartamenti stanziati al piano terra, vengono ultimate le visite con la Sala delle Udienze di Vittorio Emanuele II, ove avvenne l'ultimo storico, ultimo incontro nel 1875 fra Vittorio Emanuele II (1820-1878) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), rappresentato dal pittore e patriota Gerolamo Induno e la Sala del Re  dove sono invece esposti due ritratti, della regina Margherita (e il suo abito da ballo) e della regina Elena di Montenegro (1871-1952) moglie di Vittorio Emanuele III.







Di seguito con la Sala del Mappamondo e La Sala dei Presidenti si entra nell'archivio storico del Quirinale; da alcuni documenti attinenti allo Statuto Albertino fino al referendum del 1946, la carrellata delle foto degli ultimi presidenti fino alla Costituzione del 1948.






L'ultima pagina della Costituzione con le firme




La visita è molto lunga, si protrae per quasi due ore e mezza in cui si è guidati da un tirocinante di storia dell'arte (nel mio caso), e seguiti costantemente dal personale della sicurezza.
Avrei preferito una guida che conoscesse più la storia che l'arte affiché raccontasse qualche aneddoto, o stile di vita che si conduceva nelle varie epoche del palazzo; eppure, nonostante tutto, la bellezza e la grandiosità di tale monumento e il privilegio, che entrando senti immancabilmente, ripaga di tutto. Non è la fiaba che ti rimane negli occhi ma essere essere stata partecipe, in qualche modo, di vari pezzi di storia che di lì sono passati.






M.P.






¹ "La Regina Margherita", Romano Bracalini, Fabbri Editori



Le foto di A. Tommasi sono private.

venerdì 3 novembre 2017

"Dell'Amore e di altri Demoni" di Gabriel G. Màrquez


Quando la guardiana gli aprì la cella di Sierva María, Delaura sentì che il cuore gli scoppiava nel petto e che faticava a reggersi in piedi. Solo per sondare il suo amore di quel mattino domandò alla ragazzina se aveva visto l'eclissi. In effetti, l'aveva vista dalla terrazza. Non capì perché lui portasse una toppa sull'occhio se lei aveva guardato il sole senza protezione e stava bene. Gli raccontò che le monache l'avevano osservata in ginocchio e che il convento si era paralizzato finché i galli non avevano cominciato a cantare. Ma a lei non era sembrato nulla dell'altro mondo. Quel che ho visto è quel che si vede ogni notte disse.


©Appuntario

Chi ha letto "Romeo e Giulietta" di Shakespeare e non è rimasto ingannato dai luoghi comuni del sentimentalismo di un'opera ancora non molto compresa, può capire che la loro vicenda, un sentimento puro in un'epoca di degrado storico, è la storia più vecchia del mondo, proprio come questa raccontata da Màrquez
Dopo "Cent'Anni di Solitudine" e "L'Amore ai Tempi del Colera", "Dell'Amore e di altri Demoni" è il romanzo più intenso fra quelli letti dello scrittore colombiano, crudele e più provocatorio.
Pubblicato nel 1994, Gabriel García Màrquez (1927-2014) si ispirò  ad un'antica leggenda raccontatagli nell'infanzia e ad un fatto di cronaca di cui fu testimone.
Quaranta cinque anni prima, a Cartagena des Indias sulla costa settentrionale colombiana, Màrquez lavorava allora come reporter per un giornale del luogo, quando, per redigere un possibile articolo, venne incaricato di recarsi ad un ex convento dove si stava operando per la traslazione di alcune vecchie tombe di personaggi illustri o meno. Da una di queste, inaspettatamente, ne uscì un minuto corpo di duecento anni prima, logorato dal tempo ma che teneva ancora ben attaccata alla radice una folta chioma rossa dalla lunghezza smisurata. Da questo inverosimile episodio ne scaturì il libro.

Lo sfondo ha un ruolo rilevante quanto la trama stessa. Màrquez ci mostra una Cartegena des Indias durante il periodo coloniale spagnolo, con il suo importante porto da cui ricava il commercio degli schiavi neri e dove vige ancora l'Inquisizione. Una terra primordiale, esotica e caotica dove il sacro e il profano si confondono e si rincorrono in oscure negromanzie e grossolane solennità religiose nel mezzo di un mondo in decadenza e squallore, con i cani uccisi nelle strade per paura della rabbia, i palazzi dei nobili dove nulla delle antiche vestigia è rimasto e perfino nei più alti ambienti ecclesiastici tutto è rovina e macerie.
Una giovane dalla folta chioma rossa, Sierva María, figlia del marchese di Casalduero, allevata distante e distrattamente dai genitori, viene morsa da un cane ipoteticamente rabbioso e pur non dimostrandone alcun sintomo, è creduta malata dalla rabbia. Portata in un convento di suore clausura su consiglio del vecchio vescovo don Toribio, queste la credono posseduta dal demonio e non le risparmiano intimidazioni e soprusi incolpando di ogni minima irrilevanza la sua nefasta presenza.
Per esorcizzare la piccola dai demoni viene chiamato un giovane prete colto, l'unico a capirne in realtà l'innocenza e mancanza di affetti. Cayetano Delaura conquista la confidenze, le sofferenze e la bontà di Sierva María; tentando nel gesto estremo di salvarla, non riesce ad evitare la comparsa fra di loro del demone più forte e salvifico, l'amore.

"Señora Harris", Diego Rivera

La cornice settecentesca è un mirabile ricamo narrativo volto a marcare più nettamente il mondo esterno di Cartegena, la cui povera realtà richiama sentimenti aridi, ottusità, orrori, anacronismi con quello che invece sentono i giovani protagonisti. Pagine modellate dal loro crescente amore, innocente e libero dalle meschinità della società, dell'epoca; senza speranza e quindi vissuto con maggior forza.
Màrquez qui non ricorre agli usuali leitmotiv: le inondazioni, i combattimenti fra galli, circostanze bizzarre; c'è più realismo e meno magia, come nell'eclissi di sole che spaventa anche i più saggi della città, mentre nello sguardo di Sierva María appare tutto nella sua spontanea normalità.
Delaura, colpito dal raggio di sole, è costretto a portare una benda assecondando indiscutibili suggerimenti; guarisce alla rivelazione dell'amore.
La cecità, quale è invece il pregiudizio e l'ignoranza, mostrano quanto questa vicenda sia moderna in ogni tempo o spazio, ritrovabile nel più piccolo punto del mondo come nel più grande impero.
Ma non per questo vana. L'amore, infine, ne trascende ogni temporalità o geografia e non ultima anche la morte.

Lo guardò senza diffidenza e gli domandò perché non aveva la toppa sull'occhio. 
«Non ne ho più bisogno» disse lui, riconfortato «Adesso chiudo gli occhi e vedo una chioma  come fiume di oro.»


M.P.





Libro:

"Dell'Amore e di Altri Demoni", G.G.Màrquez, KK Edizioni