giovedì 13 aprile 2017

"Il Palazzo della Solitudine" di Soraya Esfandiari Bakhtiary


"Imperatrice. La parola fa sognare. Si immaginano candelabri scintillanti sorretti da lacchè, alla francese, grandi feste da ballo, un abito vaporoso che sfiora la superficie dorata di un pavimento di legno prezioso al suono di un valzer viennese, gioielli che esaltano lo splendore di un collo o di uno sguardo, bagni nel latte d'asina in una vasca a forma di cigno, il chiaro di luna profumato di gelsomino, un cavallo bianco che trotta  dolcemente nella nebbia leggera dell'alba, ondate di riso e di felicità...
E invece no, la mia vita d'imperatrice non è stata un sogno."


Soraya Esfandiari Bakhtiary


Lo scorso anno, leggendo la bella recensione che Cristina di Athenae Noctua scrisse dopo aver letto "Il Tramonto Birmano" , autobiografia dell'ex principessa birmana Inge Sargent, mi ha riportato alla mente un'altra autobiografia, di un'altra principessa che lessi tempo fa : quella di Soraya Esfandiari Bakhtiary.
Soraya (1932-2001), fu la seconda moglie dello scià dell'Iran Mohammed Reza Pahlavi (1919-1980), e visse gli ultimi splendori di una nazione ricca di cultura e storia vastissima, ma destinata, o predestinata al crollo, compreso quello del suo passato.
Dell'Iran conoscevo le remote glorie di Ciro il Grande, come conosco le crudeli vicende di oggi; ben poco della dinastia dei Pahlavi (1925-1979), ultima casa regnante della millenaria monarchia del paese, dove Soraya entrò a farne parte nel 1951, per poi essere ripudiata e allontanata.
Soraya fu una principessa disincantata.
Le principesse delle fiabe, dopo aver superato faticose prove, arrivano alla fine dei loro giorni felici e contente. Le principesse, nella realtà, ci hanno insegnato, non trovano tutte queste beatitudini.
Eppure fin da piccoli amiamo leggere ed ascoltare storie di civiltà perdute, mitici regni, di re e principesse e continuiamo ad amarle in seguito, da lontano.


Soraya pubblicò la sua autobiografia, "Il Palazzo della Solitudine", nel 1991, quando ormai la Repubblica Islamica dell'Iran aveva da tempo preso il posto della monarchia, con il colpo di stato del 1979 : non più palazzi dorati, il trono del pavone, né feste né maggiordomi o dame ossequiose, né i fasti di un tempo.
I drammatici fatti del Medio Oriente si erano inaspriti con la guerra del Golfo, e Soraya era solamente una ex sovrana a cui era stato lasciato il titolo di principessa e molti benefici.
Il libro di memorie va dalla sua nascita sino agli ultimi anni ottanta e con maggiori riferimenti personali e storici dal 1951 al 1958, quando lasciato l'Iran cominciò la sua errabonda vita.
Se durante la permanenza nel paese da imperatrice, la narrazione appare nitida e ben strutturata, in seguito viene lasciato tutto al lungo flusso casuale di ricordi, impressioni un po' sbiadite, nell'alternanza di stagioni, viaggi, incontri, profumi e mondanità di una vita intensa ma solitaria.

Soraya era figlia di un importante membro del clan dei Bakhtiary, famiglia nomade persiana di grandi ricchezze, venutasi, poi, a scontrare con i poteri degli scià, dovette ridimensionare le sue fortune.
Bella, di una bellezza hollywoodiana, colta e abbastanza docile secondo le regole persiane, bilanciava le sue origini antiche con quelle occidentali della madre tedesca.
Aspirante attrice, venne notata appena sedicenne in una fotografia, dallo scià regnante Mohammed Reza che volle sposarla il dodici febbraio 1951.
Il loro fu un matrimonio d'amore ma non immune dagli intrighi e pericoli, dove le donne della cerchia reale pur non avendo diritto a comparire nella scena politica, godevano di molta influenza.
L'Iran, che aveva abbandonato nel 1935 il nome di Persia per privilegiare le origini indoeuropee, era un paese devastato dalla miseria e dalle gravi condizioni economiche, i cui giacimenti petroliferi erano sotto il controllo inglese.
La prima ardua prova fu il momento dell'ascesa di Mohammed Mosadeq (1882-1967), a primo ministro. Questi nazionalizzando il petrolio e quindi estromettendo la compagnia inglese, limitò di fatto i poteri del sovrano, portandolo a fuggire in esilio a Roma.
Nel libro Soraya minimizza l'intervento americano sulla deposizione di Mosadeq, rafforzando il maggior aiuto interno.
Seguirono anni di apparente stabilità, grazie ai finanziamenti esteri, dove l'imperatrice dedicò tutta se stessa alla costruzione di orfanotrofi, ospedali, lotte per migliorare la condizione dei bambini e delle donne, violando tabù e costrizioni religiose.

"Ho lottato molto per l'emancipazione della donna iraniana e ho cercato di offrirle tutte le opportunità nell'ambito della sua vita affettiva perché non dovesse più subire il dominio dell'uomo che troppo a lungo l'aveva umiliata al ruolo di fattrice dei suoi figli per garantirsi una discendenza."


Improntando l'Iran verso l'apertura con l'Occidente, fu portata a viaggiare per il mondo dove incontrò grandi nomi della politica e dello spettacolo, da Eisenhower alla regina d'Inghilterra, da Gary Cooper al giovane senatore americano John Fitzgerald Kennedy.
Eppure la soffocante e maliziosa gentilezza persiana non le risparmiò nel 1958 il ripudio per non aver dato, in sette anni, un discendente maschile allo Stato.


"Voglio sfuggire ai fotografi che mi braccano e mi spiano giorno e notte per immortalare la lacrima destinata a suscitare la curiosità morbosa dei lettori dei rotocalchi e a permettere un'ennesima variazione sul tema "Soraya,la principessa dagli occhi tristi", Insieme a Soraya tutto l'Iran piange...
No, sono io che piango il mio Iran."



Rifuggiatasi nell'ambiente cinematografico romano, tra cene e feste della società più in vista, riuscì a realizzare il desiderio di partecipare come attrice nel film di De Laurentiis "I Tre Volti", insieme ad Alberto Sordi nel 1965, dove interpretò se stessa.
Rinascendo una seconda volta, durante le riprese conobbe il regista Franco Indovina al quale si unì in una relazione spezzata alla morte di lui nel 1972.
Il libro pur non rappresentando un capolavoro della letteratura è entrato nello scaffale dove ripongo quelli a me più cari, sia per la rarità ( è uscito fuori catalogo), sia per alcuni punti che mi hanno colpito e che rendono questo testo degno di essere letto non solo da appassionati di stirpi reali.
In primis quello di una donna andata coscientemente  sposa ad un sovrano e una nazione non certo facili, in seguito allontanata per quello che la sua natura di donna non ha saputo dare.
Se ci sembrano lontani gli anni di una Caterina d'Aragona o di una Soraya, certo ci sbagliamo, visto che l'educazione di genere paritaria e l'indipendenza femminile sono oggi delle realtà non ancora conquistate.
Il leitmotiv commuovente  e non banale dell'opera è la ricerca costante e ostinata dell'autrice verso un lieto finale. Perché dopo tante traversie e dolori sopportati, quel che rimane nelle nostre memorie è la bellezza e l'amore di cui abbiamo goduto. 

"Sulle tombe dei re galoppano le gazzelle.
Su quella del poeta fiorisce la margherita.

Come essere tristi, quando nel cuore si ha un galoppo di gazelle... e una margherita?
Come essere tristi, se esistono il passato e l'avvenire?"

Un ultimo sguardo è rivolto all'Iran, a tutto quello che qui si è perso dopo anni anni di conflitti, guerre interne e ingordigia e atrocità occidentali.
Dove sono le immortali vestigia dei persiani? E la magnificenza dei loro banchetti o sale ricoperte di oro? E i profondi inchini delle belle dame?
Tutto molto lontano.




M.P.





Libro :

"Il Palazzo della Solitudine", Soraya E. Bakhtiary, Arnoldo Mondadori Editore 1992


venerdì 7 aprile 2017

"Di là dal fiume e tra gli alberi" di Ernest Hemingway


"Il colonnello alzò gli occhi a guardare i giochi di luce sul soffitto. Erano riflessi, in parte, dal canale.
Facevano movimenti strani ma costanti, mutevoli, com'è mutevole la corrente di un corso d'acqua dolce, che resta lì, continuando a mutare sotto i movimenti del sole."


"Blu Venice" (1875), Edouard Manet

Già dopo la lettura di "Addio alle Armi", avevo in mente di leggere questo testo, di cui mi affascinava l'ambientazione tutta italiana e il tema del ricordo che negli ultimi anni della vita di Hemingway aveva preso il sopravvento su tante quotidianità a lui care.
Mi sono invero scontrata con un testo ricco di accenni autobiografici e a tratti enigmatico e poco comprensibile : il lettore si trova escluso dai dialoghi che il protagonista allaccia con i personaggi minori, di cui non conosciamo nulla e di cui nulla riusciamo a comprendere dei loro codici e gestualità simboliche.
Per questo ho cercato di informarmi il più possibile, e in ciò mi è venuta in soccorso anche mia sorella, di cui sono debitrice di alcuni utili ragguagli.
Non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di non aver capito il libro e di conseguenza l'essere rimasta emozionalmente tiepida a lettura ultimata.


Ernest Hemingway (1899-1961), non fece mai mistero dell'ammirazione che provava per l'Italia e in particolare per il Veneto che conosceva bene per aver partecipato al primo conflitto mondiale nei reparti sanitari nella regione ed essersi ferito gravemente in una azione di guerra a Fossalta.
Nel 1945 insieme alla quarta moglie Mary, ritornò in quei luoghi per dare a quel viaggio un valore catartico.
Qui conobbe la bella baronessina Adriana Ivancich¹ (1930-1983), veneziana di famiglia di origine dalmata, con la quale intrecciò una relazione breve ma significativa, da cui scaturì nel 1950 la pubblicazione di "Di là dal fiume e tra gli alberi", scritto dieci anni dopo un lungo silenzio seguito a "Per Chi suona la Campana".
Più che la storia di un amore impossibile, "Di là dal fiume e tra gli alberi" rappresentò per lo scrittore un modo per imprimere per sempre sulla carta l'ultimo raffronto col passato, il ricordo di ultime illusione di una bella stagione, di visi e oggetti da cui si congedò.

Un colonnello americano di stanza a Trieste, Richard Cantwell, cinquantenne pluridecorato, abbruttito da due guerre mondiali e dalla malinconia, viene invitato ad una battuta di caccia alle anatre nella laguna ghiacciata di Caorle.
Risalendo il Tagliamento arriva a Venezia; qui rivede i luoghi e le persone che ha lasciato anni prima, quando era giovane e in guerra.
Qui rincontra anche la bella e vitale Renata, la giovane nobile veneziana innamorata di lui, ma al cui amore egli è impossibilitato a ricambiare, vista la grave malattia cardiaca di cui soffre e sente la morte alla calcagna.
La Venezia descritta da Hemingway è quella che segue i protagonisti nei loro ultimi incontri tra cene all' "Harry's Bar" e mattine all' "Hotel Gritti", dove Cantwell ricorda in dialoghi e monologhi la guerra, nelle sue scene più dure e crudeli e dove il suo "corpo lento" ritrova per un attimo lo spirito vivace, fra la dolcezza delle parole e del morbido corpo di Renata.
Al momento della separazione definitiva, Richard da addio a Venezia e Renata, e dopo la battuta di caccia, ritornerà per l'ultima volta nel passato.

"No, no, attraversiamo il fiume e riposiamoci all'ombra degli alberi."



Hemingway e Adriana

Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
Richard Cantwell è l'uomo diventato maturo in Frederic Henry (protagonista di "Addio alle Armi), ma mentre quest'ultimo subisce le conseguenze di morti violente e improvvise, nel primo c'è un'attesa della morte consapevole e addirittura quasi programmata.
Ma "Di là dal fiume e tra gli alberi" è anche un elogio all'Italia, ai suoi artisti, da Giotto a Mantegna, ai suoi poeti, da Dante a D'Annunzio, che lo scrittore americano conosceva bene come il suo "Notturno", a Venezia con le sue gondole sui canali.
Quel che rende meno godibile la lettura è la traduzione non eccelsa della Pivano², la quale alterando le  frasi, dà significati metaforici dove, invece, la penna e il cuore di Hemigway sono più schietti e onesti.
Le conversazioni tra Cantwell e i camerieri del "Gritti" o dell' "Harry's Bar", oscure al lettore, sono forse le stesse che lo scrittore ha intrattenuto con essi o  messaggi per essere riconosciuto, non ultimo da Adriana.
Ma andando oltre lo pseudo-memoriale, quel che Hemingway racconta è la storia di un uomo consapevole e pronto a lasciare il mondo con le sue bellezze, non rimpiangendo nulla.


M.P.



¹ Il romanzo in Italia uscì solamente nel 1965 e questo per volere di Hemingway che voleva preservare dallo scandalo la baronessina.

² A tale proposito ho trovato questo.




Libro :

"Di là dal fiume e tra gli alberi", E. Hemingway, Oscar Mondadori


giovedì 30 marzo 2017

Il mondo delle saghe famigliari




Le saghe famigliari sono un genere letterario in ambedue modi o apprezzato, fino all'appassionato collezionismo, o detestato : in quest'ultimo caso, il lettore non si attarderà mai più a leggerne altri ancora.
Possono avere cicli lunghi o brevi, ma ciò che da a noia sono le lungaggini o gli sfondi storici troppo dettagliati o la moltitudine di personaggi di cui a volte non riusciamo a ricordarne il nome e il ruolo.
Ma chi ne rimane colpito sa che non sta impiegando il suo tempo, solamente, in una piacevole lettura.
Perché dietro una grande vicenda famigliare, con i suoi intrecci, personaggi, drammi, che sia ispirata da una cronaca remota o inventata, c'è la nostra storia.
Cambiamenti sociali, politici, il cammino delle donne verso l'indipendenza, l'alternanza al potere dei vari ceti, guerre, tradizioni e culture cadute in disuso, e ancora più in alto la nostra umanità, con le sue passioni e crudeltà, sempre le stesse, anche in mondo che va comunque avanti, progredisce, e quello che abbiamo conquistato è tanto e ancora poco.
Una saga famigliare può ricordarci che nel passato ci sono stati uomini e donne che avrebbero potuto vivere queste vite descritte.

Le saghe famigliari nella letteratura sono moltissime, quindi sarebbe stato impossibile citarle tutte; ho dovuto eseguire una selezione seguendo unicamente quelle che ho letto o quelle che vorrei leggere in futuro.


Se dovessi accostare a Shakespeare una figura femminile, questa sarebbe Emily Brontë (1818-1848). Come lo scrittore di Stratford irruppe nel modo di far letteratura, anche la seconda delle sorelle Brontë scrisse un capolavoro letterario unico ed isolato nella tradizione inglese.
La ragazza dai lunghi capelli spettinati dai venti della brughiera che voleva celare la sua identità ai posteri, scrisse una saga famigliare che nell'era vittoriana non venne capita, o non volle essere capita.
Nel suo romanzo non c'era la buona borghesia inglese, l'amore consueto fra due individui né il mondo ottocentesco con il suo perbenismo, ma tutta la passione, la crudeltà dell'animo umano, che agli occhi della società contemporanea risultò quasi offensiva e greve.

Emily Brontë

Pubblicato un anno prima della sua morte, nel 1847, "Cime Tempestose" racchiude la storia di due famiglie nell'ambiente solitario e misterioso della brughiera dello Yorkshire : gli Earnshaw che vivono in una fattoria sul colle e i Linton in una ricca dimora nella valle. I  due nuclei famigliari intrecciano motivi di odio, gelosia, matrimoni, vendette, in complesse vicende personali nell'arco di quarantacinque anni. Heathcliff personaggio chiave e catalizzatore del libro, domina sulle due famiglie con il suo animo oscuro; ma più che lui sembra la natura dell'inevitabilità e la forza autodistruttiva della passione ad agire sui personaggi, salvo poi purificarsi con l'ultima generazione.

"Indugiai là attorno, sotto il benevolo cielo;osservai le falene palpitanti in mezzo all'erica e alle campanule; ascoltai la brezza lieve frusciare tra l'erba, come un sospiro; e mi domandai chi mai potesse immaginare irrequieto il sonno di coloro che riposavano sotto la terra silenziosa." ("Cime Tempestose")


Quando si pensa ad una classica storia famigliare inglese, molti sembrano indicare la "Saga dei Forsyte"; serie di romanzi celeberrimi, ma che oggi, più che essere letti, rimangono fra la polvere e le ragnatele negli scaffali dimenticati delle varie biblioteche. Anche il suo autore, John Galsworthy (1867-1933), avrebbe potuto fare la stessa fine della sua creazione, se, non avesse vinto nel 1932 il Premio Nobel per la Letteratura.
Ma la "saga dei Forsyte" sembra ancora affascinare generazioni di uomini e donne, inconsapevoli che l'ispirazione di almeno la metà degli sceneggiati di costume, siano dovuti ad esso.
John Galsworthy pubblicò il romanzo (una trilogia), fra il 1906 e il 1921, in epoca edoardiana dunque, eppure lo sfondo è tutto vittoriano.
Il libro narra la nascita e il declino dei Forsyte, famiglia dell'alta borghesia londinese del XX secolo, attraverso tre generazioni, il cui personaggio principale Soames Forsyte racchiude tutti i valori e le convenzioni del tipico uomo vittoriano : il denaro, l'interesse e il "senso di proprietà", motori propulsivi del trionfo di un mondo borghese diviso tra apparenza e degenerazione, tra reazionarismo e progresso. Il miglior ritratto di un'epoca in agonia.


La popolarità delle saghe famigliari è stata riscoperta, oggi, anche dal grande successo della famosa "Saga dei Cazalet" della scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014).
Proveniente da una ricca famiglia londinese e dopo una tumultuosa vita, Elizabeth Jane Howard si diede alla scrittura, pubblicando nella seconda metà del Novecento la sua più famosa opera "The Cazalet Chronicle", un'affresco limpido e dettagliato sulle sorti di una simbolica famiglia borghese in Inghilterra, dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fino agli inizi degli anni Cinquanta.
Pur avendo un preciso sfondo storico, non è il macrocosmo ad interessare la scrittrice inglese, bensì il microcosmo fatto di piccole intimità che caratterizzano i personaggi della famiglia.

Prendendo spunti da dati autobiografici, la Howard inizia una lunga analisi (nei cinque volumi che compongono la saga), dei fattori sociali ed umani che cambiarono un'Inghilterra appena uscita dall'ingombrante età vittoriana, oltre a fornire un'evoluzione del ruolo femminile attraverso i punti determinanti nella vita delle donne, quali l'amore e il matrimonio, mettendone a nudo tutte le ambiguità e le maschere.


Le saghe famigliari non raccontano solamente le vicende di un'epoca o di una nazione, possono descrivere, e perché no, anche denunciare i malesseri di una società che sono gli stessi in ogni tempo.
Questo è il caso del "Ciclo dei Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero" dello scrittore e critico parigino Émile Zola (1840-1902).
Congiungendo le leggi dell'ereditarietà a quelle del determinismo, Zola compose questa grande opera (che doveva rifarsi alla "Comédie Humaine" di Balzac), in venti lunghi volumi pubblicati dal 1871 al 1893, dove due famiglie di umili origini, imparentate fra loro, i Rougon e i Macquart subiscono i risvolti storici che vanno dall'ascesa la trono di Napoleone III alla sua deposizione con la disfatta di Sedan nel 1870. Sono personaggi di cui molti entrati nella popolarità, tutti dipendenti da tare ereditarie e smodate ambizioni nella capitale della Belle Epoque, rinnovata urbanisticamente dal barone Haussmann, e al contempo corrotta e perversa nelle sfere alte della società come nelle basse.
Proprio come un Giovenale, lo scrittore francese incrimina il passato per contestare tutti gli orrori e le ingiustizie della Terza Repubblica.
Sono ritratti magnifici di un profondo studio della vita privata : dalla prostituzione in "Nana", alla nascita dei grandi centri commerciali de "Il Paradiso delle Signore", alla condizione dei minatori in "Germinal".


Una delle più commuoventi letture di questo inizio d'anno, è stata la saga famigliare narrata nei "I Doni della Vita" della sfortunata scrittrice Irène Némirovsky.
Considerata una "sorta di antefatto" all'opera più celebre "Suite Francese", il romanzo fu pubblicato postumo solamente nel 1947. Scritto negli anni bui di una Francia occupata dal Nazismo e con il costante pericolo di essere catturata, questo presenta la storia di una famiglia provinciale francese nell'arco di anni che vanno dal 1900 al 1940.
Gli Hardelot , imprenditori cartari, vedono all'inizio crollare il proprio solido mondo, reazionario e borghese, da un amore che il giovane Pierre Hardelot prova per la povera Agnes e poi arrendersi prima alla modernità e all'euforia di una società più libera e aperta e di seguito piegarsi agli orrori di un secondo conflitto.
L'odio per la guerra e l'amore per la Francia sono il fulcro di questo libro ancora così ricco di speranza e bellezza, forse le ultime.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?" ("I Doni della Vita")



La saga famigliare per eccellenza, quella a cui tutti i più grandi scrittori si sono ispirati e che a distanza di un secolo continua ad affascinare sempre, è quella dei "Buddenbrook, decadenza di una famiglia" dell'autore tedesco Thomas Mann (1875-1955).
Pubblicata nel 1901, essa rappresenta una svolta nella letteratura mondiale, per la ricchezza narrativa, delle mirabili descrizioni e per l'indagine psicologica con cui Mann ritrae il crollo del mondo borghese, della sua ricchezze, del suo finto eroismo. Questo attraverso la grande epopea della famiglia Buddenbrook di Lubecca, commercianti di granaglie che vedono raggiungere l'acume della loro prosperità, per poi guardarne il lento tramonto materiale e fisico.
Personaggi di grande levatura dove l'autore delinea per ognuno debolezze e ostinazioni, contrasti tra apparenze e passioni di una famiglia votata al suo disfacimento, a cui è impossibile entrare nell'era moderna.

Thomas Mann

Di tutt'altro stile narrativo e tematico, ma di uguale valore letterario è "La Famiglia Karnowski" dello scrittore polacco in in lingua yiddish Israel Joshua Singer (1893-1944), pubblicata nel 1943, un anno prima della sua improvvisa dipartita,negli Stati Uniti e nel pieno conflitto della Seconda Guerra Mondiale.
Il lungo romanzo copre un'arco di tempo che va dagli inizi del XX secolo fino alla sua prima metà, unendo dati autobiografici ad eventi storici, dove il punto focale non si trova più nel tratto psicologico ma nel lato umano e spirituale.
I Karnowski, famiglia di commercianti ebrei della provincia galiziana, si trasferiscono nella moderna Berlino, dove riescono a farsi strada negli affari diventando rinomati e ricercati.
Ma all'avvento del Nuovo Ordine (il Nazismo), perdono tutti i beni accumulati. Partono per l'America in cerca di una possibile vita migliore, ma l'ambiente  comunque non è esente da contraddizioni e pregiudizi. Con un magnifico spostamento dalla tradizionale letteratura americana a quella moderna americana, Singer mostra "l'esistenza umana con tutto il dolore e la dolcezza che essa possa contenere", con le mirabili figure di David, Georg e Jegor ricche di enorme significato simbolico che è un peccato non conoscere.

"Gli uomini eruditi saranno sempre odiati per le loro idee e la loro saggezza. Socrate fu costretto a bere la cicuta. Rabbi Akiva fu martirizzato. Eppure ciò che ci è rimasto non è la plebaglia, ma gli insegnamenti di Socrate e Rabbi Akiva. Perché non si può annientare lo spirito, come non si può annientare la Divinità..."


L'amore per la propria nazione e la volontà di descriverne la storia e il patrimonio di tradizioni e culture, è quello che lega "La Melodia di Vienna" e "Cent'Anni di Solitudine".
"La Melodia di Vienna" fu pubblicato nel 1944, in America, dal quasi sconosciuto scrittore ceco Ernst Lothar Müller (1890-1974), molto attivo nella scena viennese e amico dello scrittore e drammaturgo Stefan Zweig.



Müller ripercorre la storia e la vita della Vienna del 1888 al 1945, seguendone le vicende della ricca famiglia borghese degli Alt, costruttori di pianoforti, su cui in passato geni come Mozart e Beethoven hanno suonato. La Vienna del grande impero austro-ungarico, delle follie mondane della Belle Epoque, dei grandi nomi da Hayden a Freud, gli ultimi anni del regno di Francesco Giuseppe, rivive nei matrimoni, morti e nascite della famiglia, resistendo alla violenza del regime nazista con il rispolvero dell'antico "risveglio" austriaco e di valori quali la libertà di pensiero.

Un viaggio lungo cento anni è quello narrato dal Premio Nobel per la Letteratura Gabriel García Márquez in "Cent'Anni di Solitudine", interpretazione metaforica della storia della sua terra natia, la Colombia, più e più volte descritta nelle opere.
Pubblicato nel 1967 il capolavoro che diede un riconoscimento mondiale al suo autore, inizia in una indefinibile età dell'oro, nell'universo primitivo e surreale del villaggio di Macondo nel XIX secolo, dove la famiglia dei Buendia, composta da bel ventiquattro esistenze, assistono al crescente progresso del loro mondo, privato e sociale. Coniugando eventi storici a fatti miti e leggende locali, ove il magico ha una grande funzione simbolica; Márquez compone una delle saghe famigliari più belle e potenti della letteratura.


Un romanzo che vi invito a leggere, poco conosciuto è vero, ma che ho enormemente amato come pochi è "Una Vita Diversa" (2002), della scrittrice irlandese Catherine Dunne (1954).
Sempre attenta alla tematiche femminili, la Dunne ricostruisce con maestria l'Irlanda tra il 1886 e il 1906, quella divisa tra pro Gran Bretagna e quella libera, dove tra tumulti e scontri si affacciano le vite di due nuclei famigliari, due diversi ceti sociali. Quella benestante delle sorelle Hannah, May ed Eleanor e le sorelle meno abbienti Mary e Cecilia, in lotta tutte e cinque per la propria indipendenza, in un'epoca di difficile realizzazione per una donna. Solo il personaggio di Eleanor riuscirà dopo aver infranto regole e convenzioni, a costruirsi finalmente "una vita diversa".


Un grande affresco nella Sicilia del Settecento è quella riportata dalla scrittrice italiana Dacia Maraini (1936), nel romanzo "La Lunga vita di Marianna Ucrìa" edito nel 1990 e vincitore del Premio Campiello.


Ispirata da una vera cronaca famigliare, Marianna Ucrìa è la storia di una nobile palermitana sordomuta, il cui destino la porta a vivere una condizione diversa da quella di tante altre nobili fanciulle dell'epoca. Nell'ambiente chiuso e bigotto della sua cerchia famigliare, Marianna riesce ad istruirsi, amare i libri, e le nuove filosofie che stanno entrando nella vecchia Palermo : un ancien régime imposto dagli uomini e subìto dalle donne dagli abiti troppo ricchi e troppo pesanti e desideri sacrificati. Il lettore la segue attraverso il matrimonio, le nascite dei figli e dei nipoti, esplorando il ruolo di moglie, madre in ultimo donna, capace di slegarsi dalle convenzioni ma non raggiungendo la piena libertà.



Caso letterario in Italia nel 1958 fu la pubblicazione de "Il Gattopardo", fortemente voluto dallo scrittore Giorgio Bassani. Il successo dell'opera culminò l'anno dopo con la vincita del prestigioso Premio Strega; l'autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), di nobile famiglia palermitana, scrisse questa saga famigliare poco prima di morire, ispirandosi alle proprie vicende famigliari.
Ambientato in Sicilia, all'epoca dello sbarco dei Mille e del trapassato regime, il libro si incentra sulla figura del principe Fabrizio Salina, un aristocratico illuminato e sulla sua famiglia alle prese con la rassegnazione della fine della loro autorità e prestigio.
Amara visione della realtà politica e sociale della Sicilia ottocentesca  e del primo Novecento e del fine di un sogno a lungo vagheggiato, Tomasi di Lampedusa affronta il fatale decadimento degli uomini e dell'ordine delle cose.


Altra saga famigliare che vinse il Premio Strega nel 1963 fu "Lessico Famigliare" gioiello-capolavoro della scrittrice Natalia Ginsburg (1916-1991), scritto negli anni della rinascita economica italiana.
Più che un'autobiografia, "Lessico Famigliare" è un memoriale sulle vicende personali e storiche della sua autrice che vanno dagli anni del Ventennio fascista fino ai primi anni Cinquanta.
I Levi, famiglia della Ginsburg, vengono ricordati mediante il proprio mondo intimo e riservato, fatto di comportamenti, abitudini, aspetti puramente quotidiani, caratterizzati secondo una originale rievocazione di comunicazioni linguistiche intercorrenti nel nucleo famigliare, da cui deriva il titolo del libro. Figure di scrittori intellettuali, artisti ed eventi si avvicendano senza ordine cronologico, dove nonostante i duri anni del fascismo, le privazioni e il dolore della perdita del marito, tutto è raccontato con delicatezza ed eleganza. Forse ancora più di memoriale "Lessico Famigliare" è un'occasione riuscita di fissare per sempre nella scrittura ricordi ed espressioni di un mondo caro e lontano.

"... mi riproponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro : ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito."









M.P.

venerdì 17 marzo 2017

"Ragione e Sentimento" di Jane Austen



"La Soirée", Vittorio Reggianini

Jane Austen possiede un grande privilegio di cui oggi, ben pochi scrittori  classici possono vantarsi : il diritto alla posteriorità.
La scrittrice inglese è fra i più amati e letti autori nel mondo; in Inghilterra, nelle vendite, viene subito dopo Shakespeare e Agatha Christie e detiene all'interno della letteratura inglese, un posto intoccabile.
Merito, questo, di aver fatto del microcosmo il macrocosmo; di aver preso il carattere delle persone più vicine a lei (una bella debuttante, un pastore, una anziana aristocratica), e trasportarlo nei suoi personaggi, le cui personalissime vicende diventavano importanti quanto le gesta di Napoleone.
Anche per questo le sue protagoniste vengono chiamate "eroine", e forse a torto.
Perché le donne ritratte dalla Austen non sono né fin troppo vergognose come la Pamela del Richardson né fin troppo audaci come la Moll Flanders di De Foe : sono donne analizzate con tutta la loro semplicità di essere virtuose e di sbagliare al contempo.
Nonostante tutta la grandezza riconosciuta, la Austen rimane ancora imprigionata nella cosiddetta etichetta di "letteratura femminile"; eppure scrittori coevi, come Walter Scott (1771-1832), e quelli che poi seguirono, come Virginia Woolf (1882-1941), furono lei debitori e depositari di uno stile e un modo di narrare inconfondibili.


Jane Austen (1775-1817), pubblica il suo primo romanzo completo, "Ragione e Sentimento" nel 1811, anno rilevante in Inghilterra per l'entrata nel periodo Regency (1811-1820), con l'ascesa al trono del principe reggente Giorgio IV e che porta la nazione ad una nuova fioritura cultura  e non ultimo mondana.
Le guerre napoleoniche che infuriavano in Europa, non attecchiscono minimamente sul libro, che lascia invece spazio alla convenzionale e (in apparenza), poco rumorosa vita nella provincia inglese, dove compaiono le Dashwood, Elinor e Marianne, sorelle dai caratteri opposti, come opposti sono i loro modi di approcciarsi alla vita e all'amore : la prima seguendone la parte razionale, la seconda accogliendo quella emozionale.

Elinor e Marianne appartenenti alla buona borghesia di provincia, figlie di secondo letto e quindi meno abbienti del fratello-primogenito, si trasferiscono alla morte del padre nel Sussex, insieme alla madre e ad una terza sorella. L'ambiente bucolico che vi trovano, non è certamente privo di feste, gite e balli di stagione e la loro spensieratezza giovanile, tra intricate vicende, false aspettative e verità malcelate, si imbatte nell'aspetto più importante nella vita di una donna del tempo, l'amore e il matrimonio, ma che al tempo stesso diventa qui, un'occasione di maturazione e di una presa di coscienza della vita più realistica.
A dare sfondo e complessità alla storia, presenzia la società inglese di fine Settecento, con le sue vuote conversazioni, maniere affettate, parvenze cordiali.

Non sono una fervente austeniana, quindi sorvolerò su quei temi principali, quali l'equilibrio fra ragione e sentimento, punto focale del libro, e la critica al romanticismo, lasciandoli a chi, certamente, ne sa meglio di me.
Voglio invece scrivere quel che più ho apprezzato del romanzo. Innanzitutto l'ironia con cui la Austen deride bonariamente il ceto alto borghese, consacrato al culto di se stesso, del denaro e da rapporti sociali il cui unico fine è il mero interesse. Motivo più grave per la scrittrice, è la totale mancanza di cultura ed educazione.

"[...] non si vedeva traccia di povertà, se non nella conversazione; ma lì la carenza era considerevole.
John Dashwood non aveva molto da dire, per suo conto, che valesse la pena di ascoltare, e sua moglie ancora meno. Ma questo non era poi tanto grave, dato che era più o meno così anche per tutti gli altri visitatori che dovevano tutti fare i conti con qualche deficienza che impediva loro di essere simpatici...Mancanza di assennatezza, naturale o acquisita, mancanza di eleganza, mancanza di spirito...O mancanza di carattere."


"Ragione e Sentimento" (1995), Ang Lee

Willoughby, ma gli stessi Ferrars e Brandon sono uomini oziosi, privi di una forte personalità : ben poco hanno rischiato nella loro vita precedente.
Elinor e Marianne pur diverse nell'animo, sono donne colte, amano leggere, citare i loro autori preferiti, rispondere alle provocazioni altrui o non rispondere per decenza davanti all'idiozia e sono sempre attive nelle occupazioni quotidiane (quella attività industriosa tanto cara a Louisa May Alcott).
Seppur l'amore e il matrimonio determini ancora le vite di questi personaggi femminili, almeno queste hanno l'indipendenza dei sentimenti, la capacità di amare (un uomo o una sorella), per completo disinteresse; cosa non da poco se si pensi alle stesse Pamela o Moll Flanders.
Rispetto ad "Orgoglio e Pregiudizio" (1813), ho trovato in "Ragione e Sentimento" un'affinità di emozioni che ha superato le individualità del capolavoro per il mondo corale di quest'ultimo.
Il finale da commedia shakespeariana coronato da un amore e un altro dal reciproco rispetto, rappresenta il meglio della letteratura e getta le basi per uno studio più accurato dei personaggi, divisi tra esigenze psicologiche e morali, punto cardine, in seguito, del romanzo in pieno Ottocento.





M.P.






Libro :

"Ragione e Sentimento", J. Austen, Newton Compton Editori

venerdì 10 marzo 2017

"La Famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer


"I Karnowski della grande Polonia erano noti per essere testardi e provocatori, eppure erano considerati anche saggi, studiosi dalla fine intelligenza. La loro genialità era evidente nell'alta fronte da studiosi e nei profondi e inquieti occhi scuri."





Quando ho preso in mano il libro, non mi ero resa conto dell'importanza che questo potesse avere.
Con tanta ingenuità mi ero buttata nel testo, certa del piacere che avrei ricavato, anche grazie alla felice lettura dello scorso anno che mi aveva introdotto nel mondo lontano e surreale di Singer.
La narrazione era corposa ma scorrevole, i personaggi mi ricordavano quelli incontrati in "Da un Mondo che non c'è Più", autobiografia dello scrittore, e tutto quello che avevo appreso in quest'ultimo, ritornava come un suono familiare, nel nuovo.
Mi sbagliavo.
Arrivata a metà romanzo, ho chiuso il libro per un'attimo. Non perché non lo trovassi di mio gusto; perché soltanto allora ho capito di avere davanti ai miei occhi non una buona opera, bensì una delle più belle espressioni narrative del nostro Novecento.
C'è la biblica sofferenza di un popolo ebraico in cerca di una terra promessa, c'è la saga famigliare di tre generazioni in conflitto tra loro...No, non può bastare.
Singer ci mostra il cammino lungo ed impervio della nostra esistenza umana, con tutto il dolore e la dolcezza che essa possa contenere.


Israel Joshua Singer (1893-1944), scrittore polacco di lingua yiddish, pubblicò "La Famiglia Karnowski" nel 1943, un anno prima della sua morte. Singer scrisse il romanzo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, durante le persecuzioni degli ebrei, di cui sapeva delle intimidazioni e delle torture, ma non degli orrori; lui che era in salvo e libero oltreoceano.
L'opera, invece, non si addentra in questi temi, arrestandosi prima dell'imminente catastrofe; eppure la cupa atmosfera di alcune delle sue pagine ambientate nella) Berlino nazista, ricreano memorabilmente il disorientamento di un mondo in preda alla follia.
Quella della famiglia Karnowski è una saga famigliare diversa da quelle tipiche inglesi, provviste di intricati intrecci e diversa dal tratto psicologico manniano; il suo punto focale viene indirizzato più sulla spiritualità, il difficile compromesso tra passato e futuro e l'accettazione di entrambi, per una possibile rinascita interiore.

Il lungo arco temporale che abbraccia il libro dagli inizi del XX secolo fino alla sua prima metà, comincia nello shtetl di una provincia galiziana, dove  David Karnowski patriarca della famiglia, commerciante di legname, rinnega i principi di una filosofia ebraica ottusa e retrograda.
Malvoluto dalla comunità, David espatria in Germania, attratto da una Berlino elegante e aperta ad un tipo cultura illuminista e protesa verso il progresso. Qui riesce a farsi largo negli affari, ottenendo importanti incarichi sia dal mondo ebraico sia da quello tedesco, attenendosi al suo motto "ebreo in casa tua e un uomo di mondo fuori."
Le pur rinnovate idee di David vengono però a scontrarsi con la libertà e l'indipendenza del figlio Georg, nato nella città di quegli anni prosperosi di inizio Novecento e quindi desideroso di seguire le sue inclinazioni.
Diventa un ginecologo di fama internazionale, attirando tutta la buona società e le donne tedesche affascinate dalla sua bella persona. Sposa una di esse, Teresa, dolce e mite infermiera goy della clinica dove lavora ed conforma la sua vita ad una visione più scientifica che emozionale.
Ma con l'avvento del Nuovo Ordine (il Nazismo e l'ascesa di Hitler), Georg Karnowski perde il proprio lavoro, le ricchezze, secondo le nuove regole restrittive per gli ebrei e il primo a subire questo scontro di civiltà è il figlio Jegor, timido e impacciato giovanotto, che dopo aver subito una grave umiliazione a scuola, in cui si è dovuto spogliare completamente per dimostrare a tutti la sua inferiore razza; sente crescere nel suo animo la rabbia e il disgusto per le proprie origini e un'anomalo fanatismo per la violenza e l'aggressività del Nuovo Ordine.
Georg accortosi della trasformazione del figlio e delle minacce sempre più pressanti sul suo capo, decide con tutta la famiglia di rifugiarsi negli Stati Uniti.
Il libro potrebbe concludersi qui, con lo scampato pericolo dei Karnowski, ma l'America che essi trovano è un ambiente non privo di pregiudizi e contraddizioni.
Jegor soffocato dalle angosce non ancora sopite nel nuovo mondo, fugge di casa.
Dopo un'esistenza errabonda alla ricerca del nulla, Jegor ritornerà sui suoi passi; finalmente guarito, questa volta per sempre.

Singer oggi figura immeritatamente nell'elenco dei tanti scrittori dimenticati e scomparsi insieme a tutto ciò che la furia nazista portò via con sé. Il suo nome non compare nemmeno nella mia vecchia enciclopedia, quando meriterebbe per lo stile e il poderoso processo narrativo, l'appellativo di maestro quanto Balzac o Tolstoj.
Nel romanzo Singer unisce i temi della letteratura ebraica alla più moderna americana.
C'è l'essere ebreo con la sua religione, l'intellettualità e il mondo occidentale con i suoi principi di libertà e democrazia : entrambi gli elementi si fondono, in una sorte di comunione, volta ad esaltare la Cultura come scambio di conoscenze e saperi fra i popoli.

"Gli uomini eruditi saranno sempre odiati per le loro idee e la loro saggezza. Socrate fu costretto a bere la cicuta. Rabbi Akiva fu martirizzato. Eppure ciò che ci è rimasto non è la plebaglia, ma gli insegnamenti di Socrate e Rabbi Akiva. Perché non si può annientare lo spirito, come non si può annientare la Divinità..."

A ciò viene contrapposto la visione del Nuovo Ordine (come lo scrittore chiama il Nazismo), mostrandone tutta la sua vuotezza mediante una sottile ironia : il continuo sbattere di tacchi degli uomini con gli stivali, le fanfare e le bevute nelle riunioni, "l'omino arcigno con la bocca spalancata e gli occhi vacui da pazzo" (Hitler), il preside della scuola di Jegor che usa nei suoi discorsi i trucchi di un cabarettista per insegnare agli allievi. Ne esce una beffarda descrizione della politica e della società nazista.

"Sunday Stroll", Otto Dix

I personaggi maschili predominano la scena, ma nel romanzo si fa strada anche la bella figura della dottoressa Elsa Landau, prima fidanzata di Georg.
Intelligente più di un uomo, tenace e brillante, sacrifica l'amore per i suoi ideali; affamata di giustizia e di rivalsa femminile, non viene piegata nel coraggio nemmeno dalle sevizie dei nazisti e la sua voce continuerà ad innalzarsi ferocemente, tra la folla, nelle piazze  e nelle strade di New York.
Pur avendo minori pagine rispetto agli altri protagonisti, quella di Jegor risulta la parte più simbolica e profonda.
Leggendola mi sono chiesta come avessero reagito, i lettori del tempo, all'originalità del personaggio di Singer  : un uomo ebreo che andando contro il suo sangue, si mette dalla parte dei nazisti e sogna di emularli.
Una licenza che ben pochi scrittori avrebbero potuto permettersi in quegli anni.
Lo stesso episodio della dimostrazione pseudo-scientifica nell'istituto scolastico è un capolavoro di parole e immagini, dove coinvolgono le derisioni degli studenti, l'approvazione silenziosa degli insegnanti, la serietà filosofica del preside, l'afflizione di Jegor; è sicuramente il passo culminante dell'intero romanzo.
Ma la complessa figura di Jegor serve ancora a rappresentare il perpetuo e inarrestabile conflitto generazionale che oppone, in qualsiasi contesto storico, padri e figli.
Perché l'accettazione delle proprie origini e la consapevolezza della propria identità, può avvenire solo a riconoscimento delle nostre qualità umane, del bene e dell'amore, malgrado tutte le paure del mondo.




M.P.









Libro :

"La Famiglia Karmowski", I. J. Singer, Newton Compton

sabato 4 marzo 2017

Thomas Edwin Mostyn, la bellezza dei giardini inglesi di inizio Novecento

"Silver and Gold"

La primavera è una stagione puramente soggettiva.
Ognuno di noi la sente diversamente, a seconda del tempo, delle proprie emozioni, dal colore vivace di un fiore o dal verde sempre più vivo che cresce nelle poche zone naturali di una città come Roma.
A volte la idealizziamo anche, caricandola di aspettative oltre ogni dire; ma non è forse più confortante, per il nostro animo, svegliarci con un sole appena caldo e guardare fuori per rendersi conto che tutto è più nitido e acceso?
Così paiono i bei dipinti di un pittore vittoriano, poco conosciuto ai nostri giorni, ma di cui, sicuramente, vorremmo perderci nei suoi quadri, qualora esistesse una magia; e questo per via dei suoi panorami incantati e romantici, quasi fermi in un istante irripetibile e onirico.


Thomas Edwin Mostyn (1864-1930), nacque a Liverpool, figlio d'arte. La sua vita fu caratterizzata dai molti spostamenti che compì su e giù per la Gran Bretagna.
Studiò alla Manchester Academy of Fine Arts, dove divenne membro nel 1891 e dove vinse un premio per un disegno dal vero.
Le sue prime opere presentarono inizialmente scene religiose, ritratti, soggetti della middle-class e solo nei primi anni del XX secolo la sua arte si formalizzò nei paesaggi e in particolare negli eclettici e romantici giardini inglesi.
Il romanticismo aveva invaso il suo spirito nella letteratura, nell'arte come nella natura : i giardini vittoriani, modello unico in Europa, erano improntati secondo il gusto dell'esotico e del pittoresco; avvicinavano l'uomo con la forza della loro bellezza idilliaca.
Mostyn divenne un paesaggista molto apprezzato e nel 1904 si trasferì a Londra.
Ebbe incarichi e onorificenze (partecipò al Salon di Parigi) e nel 1914 il suo "Garden of Enchantment" fu utilizzato come palcoscenico per un'opera teatrale e teatrali erano i suoi dipinti con case circondate da verdi lussureggianti e fiori colorati.

"A Parisian Garden"
"Garden of Enchantment" 

Dopo la prima guerra mondiale viaggiò nel Devon e la sua pittura divenne più sublime, raffinata.
Andando contro il "materialismo vittoriano" esaltato dall'industrializzazione e dal progresso, Mostyn lasciò alle sue spalle il realismo, ritornanado a produrre luoghi ameni, lontani dalla quotidianeità urbana, paesaggi incantati dove la natura poteva trovare il suo sfogo.
Offrendo luminosi e vivaci pigmenti sulla tela con una spatola, il pittore inglese ricreava un'orgia di stimoli visivi, volti ad ampliare l'immaginazione, acuendo l'illusione e il sogno in cui il romanticismo era la nota dominante.

"A Magical Morning"

"Garden Terrace"

"The Graden of Romance"


"Sunshine"
"The Enchanted Pool"

Ed ecco che appaiono alberi frastagliati, laghi specchiati, mari in lontananza, rigogliose pianti e fiori paradisiaci che avviluppano rovine o scale. Si vedono a volte figure umane, ritratte alla maniera impressionista comunicanti tutta la dolcezza malinconica del momento.
Thomas Edwin Mostyn cercò in vita come in pittura, di rincorrere quella comunione di arte e vita che altri artisti, prima e dopo di lui, tentarono di inseguire.




M.P.

giovedì 23 febbraio 2017

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti di Virginia Woolf


"La signora Dalloway disse che avrebbe pensato lei a comperare i guanti.
Quando uscì in strada, il Big Ben stava battendo i suoi colpi. Erano le undici e a quell'ora intatta era fresca come offerta a dei bambini su una spiaggia. Ma c'era un che di solenne nel ritmo deciso dei ripetuti rintocchi; un che di eccitante nel fruscio delle ruote e nello scalpiccio dei passi."



"Davanti alla Vetrina" (1928), Herbert Ploberger

Si, confesso che in passato ho cercato di intraprendere la lettura dei suoi testi, ma poi, come sempre, finivo per bloccarmi dopo un centinaio di pagine, allora abbandonavo del tutto il romanzo, riponendolo nella parte più dimenticata dello scaffale.
Tutto era iniziato con "Una Stanza tutta per Sé", un'analisi di commuovente modernità sulla letteratura femminile e sulla libertà e i diritti delle donne e di seguito scelsi "La Crociera", e fu proprio qui che cominciarono i dissapori con la Woolf; non tanto per quel "flusso di coscienza" che qua e là appariva, bensì per quei passi riferiti alle interiorità del personaggio, che mi rimanevano totalmente oscuri.
Così non lessi più nulla di lei : era per me difficile incontrarmi con la sua narrazione psicologica.
Poi prendendo questo libro, consigliatomi da mia sorella, ho avuto modo, almeno per ora, di superare alcune rimostranze.


"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti, è una raccolta edita dalla casa editrice Newton Compton, pubblicata nel 2014, in cui sono contenuti brevi opere di Virginia Woolf (1882-1941), scritti fra il 1922 e il 1925 per varie riviste.
La comunione fra i racconti è rappresentata dalla presenza di Clarissa Dalloway, signora del bel mondo inglese, sempre alle prese con regali ricevimenti e fautrice di presentazioni e matrimoni.
Quello di Clarissa Dalloway è un personaggio già apparso defilato nel primo romanzo dell'autrice "La Crociera" (1915), ma che troverà largo spazio e notorietà nel capolavoro "La Signora Dalloway" (1925).
Questa raccolta presenta tredici racconti, tutti ambientati nell'alta società del primo dopoguerra, dove uomini e donne diventano, loro malgrado, protagonisti in cui si scoprono insicurezze, solitudini e la relatività di quei valori dominanti fino allo scoppio del primo conflitto mondiale.

"La Signora Dalloway in Bond Street" è una delle prime opere in cui la Woolf si servì del flusso di coscienza : Clarissa Dalloway, moglie di un deputato della Camera dei Lords, esce dalla sua casa a Westminster, per comperare un paio di guanti francesi, bianchi, mezzo pollice sopra il gomito con bottoni in madreperla.
Il lettore segue la lunga passeggiata della donna fino al negozio di Bond Street, scandita dai rintocchi del Big Ben. Questa incontra un amico, pensa ad un altro scomparso, osserva le persone in strada, mentre la sua mente comincia ad affollarsi di ricordi, pensieri, impressioni sulla vita, sulla morte, sull'annoiata e distaccata società inglese, quasi irreale e immune dalle miserie del mondo. La sequela di riflessioni non si arresta nemmeno al momento dell'acquisto.
È un racconto che pur nelle sue brevi dodici pagine, racchiude una originalità stilistica che mi ha sorpresa nella mia ignoranza sulla scrittrice.
Il fulcro della trama non è nella passeggiata né nell'acquisto dell'articolo, ma nel processo mentale della protagonista.
Nel "L'Abito Nuovo" Mabel Waring, donna della media borghesia, di natura insoddisfatta e insicura, viene invitata alla vivace festa organizzata a casa della signora Dalloway.
Per l'occasione Mabel ha realizzato un abito giallo, vecchio stile, che al momento di essere indossato, prova su di sé solamente un grande senso di inadeguatezza. Alla festa, Mabel nel suo vestito giallo, vecchio stile, evita i convitati, continua a guardarsi allo specchio e nella sua testa sente sempre più vicini i commenti maligni delle donne e degli uomini avviluppati nei loro abiti all'ultima moda.
Ma il vestito giallo diventa il simbolo della sua insicurezza e insoddisfazione, ereditata da un non facile passato, un modesto matrimonio e un profondo malessere che la vede esclusa dall'alta società :

"Siamo come mosche che annaspano verso l'orlo del piattino..."



Nella "Presentazione", il racconto più ammirevole per la profondità delle tematiche, una giovane donna, Lily Everit, bella, intelligente e sensibile, viene introdotta al suo debutto in società dalla signora Dalloway.
Lily è reduce da un brillante saggio su cui è stata onorificata dal suo professore; ama Shelley, la natura, ma queste qualità mal si accordano con la superficiale comunità e sulle antiquate convenzioni del ruolo femminile.
Insicura alla sua prima festa, viene, secondo l'etichetta, presentata dalla Dalloway, ad un giovanotto appena uscito da Oxford, Bob Brinsley.
Dal primo piano di Lily si passa al secondo della padrona di casa, la cui presentazione dei giovani, le rammenta il suo dolce incontro con il marito. Con un ritorno alla giovane, scopriamo invece che il suo punto di vista è diverso.
Durante la placida conversazione, Lily sente crescere una certa fiducia nell'uomo, che viene definitivamente distrutta quand'egli, nell'eloquio, uccide una mosca spezzandole le ali. Il gesto crudele viene interpretato dalla giovane come il pericoloso predominio dell'universo maschile e del progresso di una civiltà che non lascia spazio agli affetti o alla pietà, al conforto.

"[...] no, non ci sono rifugi, né farfalle, in questo mondo, e questa civiltà, queste chiese, parlamenti e palazzi, questa civiltà [...]"


Tuttavia la lettura dei racconti, mi ha lasciato, purtroppo, dei passi il cui significato non sono riuscita ad afferrare; forse bisognerebbe acquisire una ulteriore conoscenza della Woolf, attraverso più e più letture, ma quelle indefinibili pause sembrano essere il frutto del suo doloroso passato e di quella definitiva liberazione dagli inutili schemi del mondo vittoriano.
Non è facile capire Virginia Woolf, per quanto esse sia estremamente moderna : i suoi personaggi non emergono attraverso le azioni, bensì con le proprie riflessioni, estraniandosi dal presente, dal momento. La realtà è quella vissuta nei loro dubbi, subbugli interiori, solitudini che li portano in contrasto con la società e i rapporti interpersonali vuoti e piatti, perché vi è presente una sorta di incomunicabilità che diventerà emblema del futuro teatro beckettiano.


M.P.






Libro :

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti, Newton Compton, 2014

sabato 11 febbraio 2017

"I Doni della Vita" di Irène Némirovsky


"Si attendeva la guerra come l'uomo attende la morte. Sa di non poterle sfuggire; implora solo una proroga. «D'accordo, verrai, ma aspetta un po', aspetta che abbia costruito questa casa, piantato quest'albero, fatto sposare mio figlio, aspetta che non abbia più voglia di vivere».
Alla guerra non si chiedeva altro. Ancora qualche mese di tranquillità, ancora un anno, ancora una dolce e spensierata stagione..."


Irène Némirovsky

In questo ultimo periodo ho messo momentaneamente in attesa alcuni libri, a favore di due caldamente consigliati da mia sorella.
La seconda cosa positiva di condividere con una persona l'amore per i libri (la prima, che avevo già scritto, è quella di parlarne ogni giorno, con scambi di opinione), è quella di possedere non una, bensì due librerie distinte (assieme alla costante paura dei miei genitori di doversi vedere un giorno sfollati, per far posto ai libri).
Di Irène Némirovsky (1903-1942), avevo letto solo un racconto, "Il Ballo" (1930), che pur addentrandomi nel suo distaccato stile narrativo, mi aveva lasciato la curiosità di leggere altro.
Se si pensa alla Nèmirovsky, la mente corre subito al suo capolavoro "Suite Francese", da cui pochi anni fa, fu tratto anche un film di successo.
Ma mia sorella mi ha invitata subito alla lettura de "I Doni della Vita", sicuramente il romanzo più felice dell'autrice, meno conosciuto certo, ma che può considerarsi una sorta di "antefatto" all'opera più celebre.


Scritto fra il 1941 e il 1942, pochi mesi prima dell'arresto, "I Doni della Vita" fu pubblicato postumo solamente nel 1947.
Tragica la vita della Némirovsky : figlia di immigrati ucraini di origine ebraica, negli anni più bui del Nazismo, lottava per vedersi pubblicare i suoi lavori con ogni sforzo possibile, nonostante il divieto imposto ad una Francia occupata e abbruttita. Eppure la Némirovsky aveva reciso il suo passato, dimenticato le sue origini. Più che europea si sentiva francese, nella lingua come nella vita e nella letteratura. Nel 1939 si era anche convertita al cattolicesimo e nella vitalità e nella leggerezza francese, aveva riposto le proprie aspettative e la sua salvezza.
"I Doni della Vita" rispecchiano questo ultimo, fugace, momento di speranza.

Le vicende ripercorrono i primi anni del XX secolo francese. A Saint-Elme, piccolo villaggio del Nord della Francia, reazionario e immutato da secoli di convenzionali consuetudini borghesi: dominano la scena l'antica famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari con il loro retaggio di denaro e matrimoni combinati, dove la sopravvivenza famigliare ha la meglio su sentimenti e affetti.
A sconvolgere l'assopito e ciarliero mondo di Saint-Elme sarà l'amore, scoppiato tra i fuochi d'artificio di un ultimo tranquillo autunno, fra il giovane Hardelot, Pierre, con la meno abbiente Agnes. La loro unione passerà incolume sugli orrori della Grande Guerra, su piccoli drammi coniugali, capovolgimenti sociali e sull'evocato terrore di una seconda guerra ancora più devastante e immane. Soltanto dopo mesi di lunga lontananza, i due, dopo che ognuno avrà adempito al proprio ruolo, ritorneranno insieme, come se avessero aspettato proprio l'età matura per cogliere a mani aperte, il significato del loro profondo amore.

Più che una saga famigliare, "I Doni della Vita" sono una saga di sentimenti e di trasformazioni sociali, sulla scia degli eventi che sconvolsero la provincia francese dal 1900 al 1940.
I personaggi sono appena abbozzati, come nella miglior letteratura francese, e i protagonisti sono in realtà i ruoli che essi rappresentano :  dal vecchio Hardelot, simbolo degli antichi privilegi della borghesia ottocentesca, alle nuove generazioni, dalle esistenze vissute con più passioni ed ardori, trasportate dal ritmo frenetico delle emozioni del momento.
La guerra e la Francia sono il fulcro del romanzo, come lo sono stati per la stessa scrittrice.
Ammiro sempre i diversi punti di vista o i diversi modi di raccontare la guerra da vari romanzieri e non ultimo la Némirovsky.

I. Némirovsky

Questa ne carpisce più il lato più psicologico : le angosce per quello che si perde o per quello che non potrà più essere. Essa trascina con sé certezze consolidate, fortune, imperi, e dopo il suo passaggio, del vecchio mondo, nel bene come nel male, non ne rimane più nulla.
C'è una sorta di orgoglio francese nella resistenza e nel coraggio di Pierre, Agnes e degli abitanti : un ultimo vessillo di speranza, a cui la Némirovsky doveva sembrare molto più di un miraggio, qualcosa di concreto a cui aggrapparsi, per potersi rialzare ancora un'altra volta.
Di questo libro ho apprezzato soprattutto le mirabili descrizioni, dei cieli, delle notti stellate sotto i fuochi d'artificio o le bombe e della natura, bella e indifferente davanti alle sofferenze umane.
La scrittura è tagliente e crudele, concisa nei dettagli, morbida nelle emozioni, non facile da amare.
"I Doni della Vita" si conclude con "l'armistizio di Compiègne", dove inizierà poi "Suite Francese".
Seppur non esista nessuna connessione fra le due opere, i motivi intrapresi nel primo avranno poi un seguito nell'ultimo romanzo, con la stessa cadenza, la stessa scrittura, forse un po' più malinconica e grave. Soltanto leggendo "I Doni della Vita" si potrà capire questa fase discendente.
Al momento della sua stesura, la Némirovsky già stava preparando la grande impresa che sarebbe stato il suo capolavoro, quando la salvezza del mondo era possibile e i suoi doni più belli ancora da cogliere.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?"


M.P.





Libro :

"I Doni della Vita", I. Némirovsky, Newton Compton Editori.