mercoledì 30 dicembre 2015

Un anno di Appuntario




L'anno volge al suo termine.
Un anno passato velocemente, senza che me ne accorgessi e con non troppe gioie o scossoni. Dal punto di vista personale, un anno di stallo, spero per un prossimo di svolta e serenità quanto basta per rasserenare il mio spirito e la mia persona ancora in cerca di stabilità.
Dal punto di vista del blog, un anno semi-produttivo : ho letto poco e scritto non quanto avrei voluto, ma ho dato al blog una caratterizzazione ben più precisa, aumentando i post riguardanti la storia e
l' arte e unendo le due materie in percorsi che mi hanno entusiasmato e divertito nelle ricerche.
Anche le recensioni letterarie sono diventate molto più corpose, dettagliate ed apprezzate.
Ho trovato interesse e passione nella letteratura che credevo ostica, quella americana e ora volgo a quella tedesca attraverso il romanzo "I Buddenbrook" di Thomas Mann, che fin dalle prime pagine mi sta affascinando per la grandezza di narrativa e temi.
Ho potuto visitare luoghi come il "Castello Caetani" di Sermoneta e musei, quello di Spoleto , o mostre romane come quella di James Tissot.
Soddisfazioni sono state le ancor più consolidate amicizie virtuali con blogger di cui ho stima, rispetto e di cui cerco di cogliere e recepire la bravura, oltre ai consigli; e le nuove ancora da conoscere meglio.
C'è in ballo il progetto nuovo e serio di "Are you art?", la prima rivista sull'arte fatta da blogger; che mi impegna nella scrittura o selezione di testi sulla bellezza e molteplicità dell'arte. Una rivista all'avanguardia e dagli svariati argomenti.
Quali saranno le prossime avventure non so, ma confido in un lavoro altresì buono almeno.

Per me, sono ancora quella ragazza di quasi un anno fa con i suoi desideri irrealizzati e con le sue passioni sempre accanto a se, per spirito di conservazione in un mondo che fa fatica ad andare avanti.
Per questo auguro ancora una volta, a chi leggerà queste poche righe di realizzare se possibile i propri sogni ma soprattutto di coltivare le proprie passioni e l'ebbrezza spensierata per la bellezza.

" Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo. " Virginia Woolf






A tutte le Valeria Solesin.



M.P.

mercoledì 23 dicembre 2015

"La Casa Sfitta" di Dickens, Collins, Gaskell, Procter


"[...] Avevo visto tutto questo durante la mia prima visita, e avevo fatto notare a Trottle che al cartello nero con i termini dell'affitto era caduto da un pezzo, che il resto era diventato illeggibile, e che perfino la pietra degli scalini d'ingresso era spaccata. Ciononostante, sedetti a fare colazione in quella mattina del cinque novembre, fissando la casa attraverso i miei occhiali, come se non l'avessi mai vista prima."

"November Moonlight", John Grimshaw

Cosa succederebbe se alcuni dei più grandi scrittori si riunissero sotto le festività natalizie per scrivere ognuno un racconto?
Oggi accade che alcuni scrittori del momento vengano chiamati da una casa editrice per pubblicare una raccolta di racconti incentrata sul tema del Natale, ma nell'anno 1858 una tale pubblicazione divenne un clamoroso successo di pubblico; non soltanto per l'originalità e bellezza delle novelle, ma soprattutto per la celebrità dei suoi autori.
Il sette dicembre di quell'anno, uscirono come supplemento per il periodico settimanale inglese "Household Words", gestito dal romanziere Charles Dickens ( 1812-1870 ), quattro racconti di quattro dei più conosciuti esponenti letterari dell'epoca vittoriana : Elizabeth Gaskell ( 1810-1865 ), Wilkie Collins ( 1824-1889 ), Adelaide Anne Procter ( 1825-1864 ) e Dickens stesso.
La popolarità dell'opera suscitò gran fervore nella grigia Londra di metà Ottocento, soprattutto nella cosiddetta middle-class, visto che questa sapeva unire il genere mistery, allora molto in voga, all' happy ending  che ci si doveva aspettare da una pubblicazione natalizia.
L'idea di una collaborazione letteraria balenò nella mente del già apprezzato Dickens ( "Il Circolo Pickwick" 1836-37, "Le Avventure di Oliver Twist" 1837-38 ), insieme al suo protetto Collins, maestro del genere poliziesco e del sensational novel ( "La Donna in Bianco" 1859 ), l'opera doveva risultare di grande ambizioni : essi crearono l'ambientazione e la cornice di una storia che doveva essere formata ed ampliata dalle penne della Gaskell ( "Cranford" 1853, "Nord e Sud" 1855 ), e della Procter, giovanissima poetessa molto apprezzata dalla regina.

Una anziana signora zitella della vecchia aristocrazia inglese, Sophonisba, trascorre qualche mese nella capitale inglese per dare più brio e vivacità alla sua monotona vita secondo i consigli del suo medico. Acquista per questo una casa comoda e accogliente che come unico inconveniente presenta il fatto di essere adiacente ad una casa sfitta, malmessa e fatiscente da anni che cozza esteticamente con la graziosa strada. Sophonisba rimane turbata da quello scheletro di casa e insieme attratta, tutt'al più quando crede di vederne da un buco della persiana un occhio nascosto.
Incuriosita dalla vicenda, le viene in soccorso un suo antico spasimante Jabez Jarber che si presta come investigatore. Di buona voglia indaga anche il maggiordomo di Sophonisba, Trottle, iniziando con Jarber una vera sfida su chi riuscirà a scoprirne il segreto di tanto abbandono.
Jarber attraverso ricerche e consultazioni arriva a svelare alcuni dei precedenti inquilini che vi abitarono : iniziano qui i racconti.



Il Matrimonio di Manchester. La casa originariamente apparteneva ad una ricca famiglia di Manchester, gli Openshaw. Di mano della Gaskell, questo racconto ci mostra la difficile storia della signora Openshaw, Alice, orfana di padre e madre che tra mille tormenti, dalla morte del marito alla malattia della figlia, riuscirà a condurre finalmente una esistenza tranquilla e serena accanto ad un uomo che la protegge. Forse il più bello e completo dei racconti, colpisce soprattutto per la profondità del personaggio femminile insieme ad una analisi introspettiva e psicologica e il sempre presente studio dell'ambiente provinciale inglese.
Ingresso in Società. In seguito la casa venne occupata da un direttore di circo. Questo aveva tra i suoi dipendenti un nano, conosciuto col soprannome di Chops, che dopo una vittoria ad una lotteria, sentendosi inadeguato al suo stile di vita, tenta la scalata sociale entrando nell' élite londinese. Deluso dalla tanta corruzione e dall'ipocrisia degli alti ceti, ritorna nel suo circo affermando quanto la società sia ben peggiore di un circo.

"Quando ero fuori dalla Società, ero pagato poco per essere guardato. Quando sono entrato in Società, ho pagato caro per essere guardato."

Non è difficile in quest'ultimo racconto riconoscere la firma di Charles Dickens, da sempre acuto esaminatore della società contemporanea mediante la focalizzazione sulla povertà e sulle discriminazioni sociali, qui presentate con l'aggiunta del grottesco e del surreale, rendono la complessa genialità dell'autore evidente e confermata.
Nella terza "fonte" Tre Sere nella Casa, Adelaide Procter da forma ad un lungo poema dove la protagonista Bertha dopo aver dato la sua vita per la cura e le attenzioni al fratello, trascurando la sua giovinezza, si vede sostituita da una giovane moglie. Alla morte di quest'ultimo deve subire anche il dolore di vedere la cognata sposare l'uomo che ha sempre amato.
Uno struggimento ritmico che evidenzia il fervente cattolicesimo simbolico della poetessa.
Nel risolutivo racconto Il Rapporto di Trottle, troviamo il fido e audace maggiordomo di Sophonisba, scoprire ciò che veramente si nasconde nella casa sfitta, lasciando il lettore sopraffatto dalla sorpresa, ma non sorpreso dalla firma che porta l'autore della narrazione : Wilkie Collins. Collins si distingueva nel suo stile con storie di mistero, melodrammatiche, con elementi di suspense e composte con minuzioso realismo e dagli intrecci complessi, comunque non molto evidenti qui, data la brevità del racconto.
Nel conclusivo capitolo, scritto a quattro mani dalla coppia Dickens-Collins ( ma con più tracce del primo ), l'anziana Sophonisba dal cuore e dalla mente rischiarati dalla gioia, trova il giusto finale di questi misteriosi avvenimenti.

La collaborazione, dato il successo, si ripeté l'anno dopo, questa volta in una nuova rivista "All the Year Round" con il titolo "La Casa dei Fantasmi".
Il carattere filantropico ed edificante dell'opera rimane il vero motivo della sua nascita, come era insito nella letteratura vittoriana.
Il finale pecca sicuramente di mielosità e di una vena fin troppo sentimentale e patetica, ma per il giorno di Natale è una colpa che si può ben facilmente dimenticare.

Buon Natale!


M.P.




Libro :

"La Casa Sfitta", Dickens, Gaskell, Collins, Procter, editore Jo March 2013



giovedì 10 dicembre 2015

"Il Cappello di Rembrandt" di Malamud


"Viene un momento nella vita di un uomo in cui per andare dove deve - se non vi sono porte o finestre - passa attraverso un muro. "





Entrando tempo fa in una libreria nel centro di Roma, avevo adocchiato un libro dal titolo accattivante, che mi evocava nella mia immaginazione un qualcosa di artistico ed umoristico insieme, scritto da un romanziere di cui non avevo mai sentito parlare, e la curiosità è stata più forte di qualsiasi dubbio o incertezza. Se si può dire è stato un incontro al buio quello con Bernard Malamud.
La casa editrice romana Minimum Fax ne sta rispolverando alcuni dei suoi più grandi capolavori, presentando una particolare campagna pubblicitaria proprio per quest'ultimo affascinante libro di racconti.
Bernard Malamud ( 1914-1986 ), appartiene a quella fortunata generazione di scrittori americani di origine ebrea, quali Philip Roth ( 1933 ), Saul Bellow ( 1915-2005 ), Paul Auster ( 1947 ), ed altri che tanto hanno dato alla letteratura moderna del secolo scorso e soltanto l'accostamento a questi mostri sacri hanno reso Malamud meno conosciuto rispetto ai suoi alti colleghi; una misconoscenza che ancor oggi purtroppo permane.
Eppure in vita ebbe un'esistenza serena, gratificata da enormi successi e premi quali il "Premio Pulitzer" nel 1964 per il romanzo "L'Uomo di Kiev" e ben due "National Book Award", oltre ad essere un professore amato ed apprezzato.
Il suo genio letterario si manifestava appieno e concentrato, nella creazione di brevi esposizioni; la stessa scrittrice Flannery O' Connor ( 1925-1964 ) diceva : "Ho scoperto un autore di racconti che è il migliore in assoluto, migliore anche di me."
Nel 1973 uscì la raccolta "Il Cappello di Rembrandt", quando il nome dello scrittore era già celebre.
Si trattavano di racconti ambientati nella sua New York, nel borderline tra il reale e l'irreale, dove confluivano le diverse culture ebraiche ed americane.

Otto storie si susseguono in questa raccolta dove i protagonisti, figure delle più svariate tipologie, si scontrano in situazioni irreali, a volte magiche, dove ne rimangono sopraffatti inevitabilmente.
Tutti con le loro piccole esistenze di solitudine, mancanza di amore, di rivalsa, cercano ed aspirano "all'impossibile".
Come l'insegnante Albert Gans de la "Corona d'Argento" che cerca in tutti i modi di salvare la vita al proprio padre malato, fino ad arrivare a chiedere aiuto ad un rabbino dai magici poteri : tutto si vanifica quando si scopre l'odio e la rabbia represse dell'insegnante nei confronti del padre, o del pensionato dalla vita monotona di "A Riposo" tenta delle avance ad una giovane donna dai modi facili per finire poi beffato davanti alla cruda realtà della vecchiaia, o nel racconto che da il titolo all'opera, dove lo scultore Rubin, non ancora inserito nel mondo dell'arte, si sente affibbiare il nome del pittore Rembrandt per via di un cappello simile a quelli appartenuti al pittore olandese.
Anche lo stesso Rubin scopre tutto l'abisso tra lui e il maestro del Secolo d'Oro.
Nella conclusiva "Cavallo Parlante", il cavallo Abramowitz, capace di comunicare e pensare, sfugge alla sottomissione del padrone per tentare una rinascita verso una libertà interiore e fisica.

Bernard Malamud


Storie magnifiche dove si insinua lo humor, l'ironia e il mistero che lasciano lo stesso lettore sopraffatto ed incredulo a fine lettura, perché il confine tra sogno e realtà non è mai ben delineato nella vita quotidiana.
La bizzarria e l'irrealtà che pervadono le pagine richiamano quelle kafkiane che non offrono spunti d'evasione ma di riflessioni.
Le storie di Malamud non hanno nulla degli sconvolgimenti letterari dei romanzi di ampio respiro, semmai rappresentano sorprendentemente semplici spaccati scenari della società contemporanea americana con particolare riferimento al mondo della piccola borghesia ebraica.
Risentendo dell'influsso del romanzo americano ( Anderson ed Hemingway ), e della narrativa yiddish, Bernard Malamud ci accompagna verso una possibile comprensione ed accettazione dei tanti ed inspiegabili fenomeni della vita.


"Erano strani sogni - se sogni erano; lui non è certo di cosa siano o da dove vengano - pensieri nascosti, forse, di libertà, o qualche sorta d'autoderisione."




M.P.



Ebook :

"Il Cappello di Rembrandt", B. Malamud, Minimum Fax 2015

giovedì 3 dicembre 2015

La morte di Sardanapalo


"Ho pensato di aver creato il mio regno come un paradiso.
E ogni luna, un'epoca di nuovi piaceri.
Ho preso le grida delle folle per amore, il respiro degli amici per verità, le labbra di donna come mia ricompensa, in modo che sia, mia Mirra :
Baciami. Ora lascia che prendano il mio regno e la mia vita. Possono averli entrambi, ma mai te*."
( "Sardanapalus", Lord Byron )

"La Morte di Sardanapalo", E. Delacroix ( 1827 )



Questa potrebbe iniziare con <C'era una volta in un paese lontano un re> e non sarebbe sbagliato.
I Greci avevano in effetti una visione non del tutto reale dell'Oriente : le leggende e i  miti si fondevano con la storia e da questi nascevano dei racconti tramandati oralmente che cercavano di spiegare i costumi, le leggi, la cultura e il pensiero filosofico di un popolo.
In particolare scrittori antichi come Erodoto e Diodoro favoleggiavano su un ricco e potente re assiro che nell'imminente detronizzazione si era dato fuoco con tutti i suoi averi. Questo per loro era Sardanapalo.

Sardanapalo sarebbe stato l'ultimo della serie di trenta re di Assiria, grande condottiero e valoroso combattente, uomo di cultura dedito ai piaceri più smodati quali la gola e la lussuria. Ricco oltre ogni dire, viveva una vita effeminata, vestito con abiti femminili scintillanti e attorniato da una corte festante di concubine, schiavi ed eunuchi, ricolmo di tesori e beni rari nel suo splendido palazzo a Ninive, appartato e seguito da una numerosa guardia del corpo.
Di Ninive fece la sua residenza reale.
Posta sulla riva sinistra del Tigri a nord della Mesopotamia, nei pressi della moderna Mossul ( Iraq ), fu una città sfarzosa e imponente, la più famosa delle capitali dell'Assiria e abbellita dal re che ingrandì il proprio regno con la conquista di Babilonia, della Persia, Siria ed Egitto; fece scolpire sulle pareti del palazzo scene delle sue famose cacce e vi raccolse una grande biblioteca con opere di scrittori sumeri, babilonesi e assiri**.
Sardanapalo invitava la sua gente, come l'iscrizione che egli stesso aveva apportato alla sua tomba, di dedicarsi alle spensieratezze della vita.
Ma quell'età dell'oro finì presto. A seguito di numerose ribellioni da parte dei Persiani, Arabi e Babilonesi, Sardanapalo si vide sconfitto e senza più possibilità di speranza e assediato, si ritirò in una camera, dove all'interno di una catasta assieme alle sue donne, schiavi, cavalli, cani, eunuchi ed averi, si fece bruciare appiccando il fuoco alla legna. Il re che aveva goduto di ogni bene, portava via così la sua vita e tutto ciò di cui beneficiato.

A Parigi, nel Salon del 1827, il pittore francese Eugène Delacroix ( 1798-1863 ), espose un grande dipinto di quattro metri per cinque, intitolato "La Morte di Sardanapalo".
Delacroix che prediligeva temi letterari ed esotici, trovò nella figura del mitico re gaudente Sardanapalo il soggetto romantico perfetto per la sua opera ispirandosi alla tragedia di Lord Byron ( 1788-1824 ), allora molto conosciuto e in voga.
Il dipinto suscitò enorme scalpore nella Francia della Restaurazione. Il re Carlo X ( 1824-1830 ), non vide di buon occhio l'opera, guardandola con aria contrariata visto il tema di un re deposto; il pensiero correva lontano agli anni della Rivoluzione, periodo non certo dimenticato dal sovrano, fratello del ghigliottinato re Luigi XVI.
Ma le critiche si muovevano anche per quella crudeltà e passionalità che traspariva dal dipinto, oltre a far nascere una querelle artistica tra i romantici capeggiati da Delacroix e i neoclassici di Ingres, avendo esposto anch'egli nello stesso Salon l'accademico "L'Apoteosi di Omero".

In una atmosfera decadente e orietaleggiante viene rappresentato il despota asiatico nell'ultimo atto finale. Isolato dal resto della scena e in penombra, Sardanapalo dalla barba intrecciata e con indosso una veste bianca e corona sul capo, assiste disinteressato alla carneficina che si compie sotto di lui; il suo sguardo è assente o lontano in altri pensieri, è già sulla catasta pronto per essere arso con tutte le sue concubine, schiavi, eunuchi, cavalli, cani e tesori, mentre questi vengono prima uccisi dai soldati.
L'elemento femminile è caratterizzante. Vicino al re si trova la sua concubina preferita Mirra, nuda fino alla cintola : sta chiedendo pietà al suo signore.
Quasi al centro del dipinto, una donna nuda con dei gioielli si contorce davanti al pugnale che le farà perdere la vita. Intorno tutta confusione e violenza, a sinistra si nota un cavallo dai ricchi finimenti e ai piedi della catasta si intravede la testa in oro di un elefante. In alto a sinistra una donna porta il veleno per Sardanapalo.
La scena viene sviluppata in diagonale attraverso la luce irrompe su alcuni personaggi e il manto rosso che cattura l'attenzione. La pennellata tumultuosa e accesissima, i colori dominanti sono il nero, il rosso e l'ocra che accentuano ancor di più quei concetti di eros e thánatos cari al Romanticismo.
L'opera stessa ne divenne il manifesto.

Nella figura di Sardanapalo va sicuramente ricercata l'immagine più veritiera del re d'Assiria Assurbanipal, il cui personaggio si ritrova in molti monumenti e bassorilievi ritrovati nel corso degli scavi nel XIX secolo.

Volevo concludere il post ancora con Sardanapalo attraverso la storia e la rappresentazione di Delacroix, ma più leggo su di lui e su Ninive e più mi viene da riflettere su quella terra che è il Medio Oriente così ricca di meraviglie, di storie e antiche civiltà, sfruttata e sottomessa dal mondo intero e ora flagellata e martoriata da quello che noi oggi chiamiamo Isis.
Difficilmente da quella terra risorgeranno il vetusto e splendido palazzo reale o i resti grandiosi della sua città.
Per ora da quella terra si leva solo un disperato pianto.




* Traduzione di Valentina Piccarozzi.
** Sono conservate oggi al British Museum.




M.P.



giovedì 26 novembre 2015

"Cronaca di una Morte Annunciata" di Márquez


"Soprattutto, non gli parve mai giustificato che la vita si servisse di tante casualità proibite alla letteratura, perché si compisse senza ostacoli una morte tanto annunciata."

"Seascape : Sunset", Martin J. Heade


A pochi mesi prima dell'assegnazione del Premio Nobel per la letteratura 1982 Gabriel García Márquez ( 1927-2014 ), pubblicò il romanzo "Cronaca di una Morte Annunciata".
Questo scaturiva dopo un periodo di ripensamenti da che nel 1976 aveva abbandonato la letteratura per protesta contro il regime cileno di Pinochet, dittatore responsabile di crimini contro l'umanità e di repressione violenta contro ogni forma di libertà o pensiero.
"Cronaca di una Morte Annunciata" fu ispirata da un fatto realmente accaduto nei pressi di Sucre nel 1951, arrivato alle orecchie dello scrittore attraverso i racconti dei suoi familiari.
Márquez ne ampliò l'esposizione, diversificandola in vari punti, aggiungendo un po' tutte le tematiche a lui care che lo avevano reso celebre in tutto il mondo.


I due fratelli gemelli Pedro e Pablo Vicario hanno deciso di uccidere a sangue freddo Santiago Nasar, giovane dongiovanni ambizioso e benestante, macchiatosi della colpa di aver ipoteticamente sedotto la lor bella sorella Angela poco prima delle nozze con possidente Bayardo San Román, e quindi ritornata nella casa paterna disonorata.
Tutto il villaggio conosce la fine prossima di Santiago, eppure nessuno cercherà di parlare alla vittima o di evitare la morte annunciata.



Il breve romanzo non vanta di essere un giallo-poliziesco, ma una pseudo ricostruzione giornalistica, dove il Narratore cerca, mediante testimonianze, indagini e confidenze dei protagonisti o collaterali, di spiegare i motivi di una morte così banale e che poteva essere risolta senza spargimento di sangue.
Il Narratore fornisce orari e dettagli fino ad un quadro completo e ineluttabile dei fatti.
Nella narrazione, Márquez si sofferma sui temi dell'onore che ancor rappresentava un valore primitivo a cui aggrapparsi e che avrebbe caratterizzato l'esistenza intera di una persona.
In questo breve e creativo romanzo la religione si unisce alla superstizione nei racconti delle vite degli abitanti e il fato diventa la spiegazione e il motore dell'intera vicenda.
Seppur una responsabilità collettiva esiste nell'indifferenza e nel lassismo degli abitanti, la fatalità ha la meglio questa volta su cose e persone.





M.P.




Libro:
"Cronaca di una Morte Annunciata", G. G. Márquez, Oscar Mondadori 1985



venerdì 20 novembre 2015

"Tropico del Capricorno" di Henry Miller


"Per mille anni saranno forse tutti dementi, lavoratori e poeti, e tutto ricadrà in rovina come è già successo innumerevoli volte. Altri mille anni o cinquemila, o diecimila, e proprio dove sto io adesso a guardare la scena, un bambino aprirà un libro in una lingua mai sentita sinora, su questa vita che adesso scorre, una vita che l'autore del libro non ha mai provato, una vita do forma e di ritmo dedotti, col principio e la fine e il bambino chiudendo il libro penserà fra sé che grande razza gli americani, che vita meravigliosa un tempo su questo continente, che adesso abita lui. Ma nessuna razza a venire, tranne forse la razza dei poeti ciechi, riuscirà a immaginare il caos brulicante di cui era composto ciò che sarà la storia futura."

"La Dormeuse", T. de Lempicka


Capita a volte di non vedere l'ora di finire un libro, ma non per quanto ci sia piaciuto, né per l'esatto contrario.
Quella di "Tropico del Capricorno" è stata una lettura difficile, incomprensibile, di rivelazione, a tappe noioso, fantasioso, dal linguaggio fin troppo franco ma al tempo stesso insito di infantilismo. Di verità, libertà ma anche trasgressione e ribellione. La confusione.
Una confusione che interrompe la lettura, disturbando gli occhi e la mente. Ma la confusione, come dice l'autore, "non è soltanto una parola inventata per indicare un ordine che non si capisce?"

Henry Valentine Miller ( 1891-1980 ), fu uno scrittore americano dalla vita e dai rapporti amorosi disordinati; vissuto come un esiliato, visto dal mondo come un grande scrittore, o qualcosa di meno, o come una "Cassandra", sempre in rifiuto delle norme e delle convenzioni della società.
"Tropico del Capricorno" fu scritto nel 1939, nella villa Seurat di Parigi; l'opera più importante e rilevante di Miller, seguito di quel "Tropico del Cancro".
Una letteratura nordamericana già svecchiata dagli insegnamenti di Hemingway e Faulkner, più d'avanguardia, attenendosi al modello di David Lawrence, con motivi surrealisti e dadaisti. Se si volesse accostare il romanzo ad una opera artistica, questa sarebbe "La Fontana" di Marcel Duchamp ( 1888- 1968 ) : dissacrante.


Ambientato nella New York dei primi anni venti, è un romanzo semiautobiografico, dove il narratore, lo stesso Miller, racconta delle sue prime esperienze lavorative nella immaginaria compagnia telegrafica Cosmodemonic Telegraph Company come direttore del personale.
Esperienze lavorative unite a quelle erotiche, particolareggiate e descritte usando un linguaggio gergale e spontaneo.
Tutto in una New York diversa da quella mitizzata dai ruggenti anni '20 sfavillante e cosmopolita; qui nuda, "senza pace, rifugio o intimità", una New York di derelitti, arabi, ebrei, delinquenti, italiani, prostitute, tedeschi, operai e dirigenti come vuoti, disadattati, prodotti esclusivi di quel meccanismo americano logoro e incessante.
Una strana catarsi porta il protagonista verso il mondo della scrittura, verso la libertà di potersi riconoscere secondo il proprio essere e inclinazioni, allo scoperto dei sentimenti. Ne esce fuori fra tante donne appena abbozzate, anche l'immagine di un ideale di donna a lungo vagheggiata ed amata. Per il resto sono ricordi di infanzia e adolescenza, ritratti di parenti ed amici, di vite sordide negli squallidi sobborghi di Brooklyn e riflessioni, elucubrazioni surrealiste poco chiare e contraddittorie, seguendo un flusso di coscienza complicato ed inutile ai fini narrativi.

Henry Miller


Pubblicato nel 1939 in Francia, anno della Seconda Guerra Mondiale, l'uscita tuttavia venne vietata e bandita in America per ben ventidue anni con l'accusa di oscenità e amoralità.
Soltanto nel 1961 vide la luce nel continente, dove una sentenza del Dipartimento di Giustizia sollevò autore e libro dall'accusa. In realtà lo scandalo non era rappresentato dalle numerose scene di amplessi, quanto nella sferzante demolizione sociale, politica ed economica degli Stati Uniti.
Un "J'accuse" che avrebbe minato quella figura di nazione moderna, pudica e libera, proprio alle soglie della guerra, anche perché nel precedente libro Miller aveva di contro esaltato la vitalità, la giovinezza europea.
Una America smascherata dalle sue suppellettili ed abbellimenti, metropoli che aveva fallito nella convivenza fra le diverse culture e nelle promesse mai rispettate. Una visione che tanto piacque a George Orwell ( 1903-1950 ).

"L'America pacifista e cannibalesca. Dal di fuori sembra un bel'alveare, con tutte le api che si scavalcano in una frenesia di lavoro; ma di dentro è un macello, e ciascuno uccide il suo prossimo e gli succhia il midollo delle ossa [...] Tutto il continente è addormentato e in quel sonno si svolge un grandioso incubo."

Il sesso è un'altra tematica che prende buona parte del romanzo, visto come parte integrante nell'esistenza umana e perciò descritto anch'esso nella sua più cruda realtà.
"Tropico del Capricorno" è un romanzo da leggere a piccole dosi, o da non leggere se si è portati per letture edificanti; la letteratura di Miller segna quel conflitto tra idealismo e materialismo, isolamento e solitudine, e dell'ancor lontano sogno americano.

"Lasciami marcire nello splendore mentre il sole ti scoppia nell'utero, credo tutte le tue bugie, implicitamente. Ti prendo come personificazione del male, come distruttrice dell'anima, come Maharami della notte. Inchioda il tuo utero al mio muro, sì che posso ricordarti. Dobbiamo andare. Domani, domani..."






M.P.



Libro:
"Tropico del Capricorno", H. Miller, Oscar Mondadori 2007

giovedì 12 novembre 2015

James Tissot, "la prima grande mostra in Italia"




Ognisanti è stata la giornata ideale per uscire un po' dalla solita routine quotidiana e dedicarsi una volta tanto alla bellezza. L'ambientazione e la meta formavano uno splendido connubio.
Tralasciando l'instancabile traffico romano, Roma era una cornice perfetta con il suo sole ancora caldo, gli alberi tinti dai colori dell'autunno,una beltà vetusta mai stanca di essere guardata.
Cornice perfetta ripeto, per visitare la prima grande mostra in Italia di un artista rivalutato da poco e ancora non molto conosciuto : James Tissot.
Prodotta e organizzata nel classico edificio del Chiostro del Bramante, curata dallo storico dell'arte, il francese Cyrille Sciama, sono esposte ben ottanta opere, provenienti da musei internazionali quali la Tate Gallery di Londra, il Petit Palais e il Museo d'Orsay di Parigi; per raccontare l'intero percorso stilistico del pittore.

James Tissot ( 1836-1902 ), nacque a Nantes, in Francia, figlio di un mercante di stoffe; studiò alla Scuola di Belle Arti di Parigi dove ebbe tra i suoi maestri Ingres. Nel 1859 partecipò al suo primo Salon, qui riscosse uno sbalorditivo successo; dandy raffinato diventò uno degli artisti più amati ed apprezzati dall'alta borghesia, per i suoi ritratti, dipinti storici e sulla società mondana.
Nel 1873 fuggì a Londra, dopo aver partecipato alla Comune di Parigi, entrando nell'elite vittoriana.
Rimarrà nella capitale inglese fino al 1882, anno della morte della sua amante e musa Kathleen Newton, rientrando poi a Parigi e morendo improvvisamente a Chenecey-Buillon.
Francese di nascita ma inglese d'adozione, si deve a questa particolarità tutta l'arte di Tissot, influenzata dagli ambienti parigini della Belle Epoque e delle realtà londinesi dell'epoca vittoriana.
Di stile realistico, ma vicino all'Impressionismo e al Preraffaellismo, Tissot fu celebre illustratore del suo tempo attraverso il suo talento di colorista, il suo interesse per la moda e il fascino femminile volto ad esaltarlo e la profondità psicologica e d enigmatica dei volti dei protagonisti dei suoi dipinti, vaghi e misteriosi, ove si evince talvolta un tocco di derisione e di sfrontatezza.

Il polo museale è suddiviso in più sezioni, per descrivere i punti fondamentali della sua pittura. Dagli inizi con "L'Autoritratto" ( 1865 ), a vari dipinti storici come "Il Tentativo di Ratto" ( 1865 ), al particolare "Incontro tra Margherita e Faust" ( 1859 ), esposto al Salon nello stesso anno, diede all'artista francese i primi riconoscimenti nel panorama artistico e le prime commissioni.

"Autoritratto"

Nella terza sezione ci si addentra in un Tissot già famoso, ricco e rappresentante indiscusso del bel mondo parigino tra cui "Le Due Sorelle", e il dipinto di grande capacità ritrattistica "Ritratto di Mademoiselle L.L." ( 1864 ). Una bella donna sta seduta ammaliante nel suo appartamento privato, a sinistra si può notare uno scorcio del letto, a destra dei libri disposti su un tavolo. Grande attenzione viene rivolta all'abito.

"Ritratto di Mademoiselle L.L."

Nella quarta sezione arriviamo al suo soggiorno londinese : tra i temi di questo periodo vi è la società vittoriana, non vista attraverso i suoi schemi ben precisi di etichetta e moralità, ma le sue sbavature, i suoi falsi pudori, le debolezze. Da "Il Principe Imperiale e la Madre" ( 1874 ), dove in un giardino autunnale vengono ritratti, nella loro solitudine, l'ex imperatrice dei Francesi Eugenia di Montijo e il figlio Eugenio Bonaparte, in esilio inglese dopo la disfatta di Sedan, a "Mrs Lloyd" ( 1876 ), "La Figlia del Capitano" ( 1873 ), gioco di maliziosi sguardi, "L'Arsenale di Portsmuth" ( 1876 ), a uno dei suoi capolavori più famosi "La Galleria dell'HMS Calcutta" ( 1866 ), dove un marinaio tenta un approccio non proprio rispettabile, con due donne eleganti. Anche qui l'attenzione e tutta rivolta agli spumosi abiti. "La Viaggiatrice", rappresenta le prime donne che viaggiavano da sole.

 "L'Arsenale di Portsmuth"

"La Galleria dell'HMS Calcutta"


Segue un cambio di stile e di vita in Tissot con l'incontro nel 1876 della futura musa Kathleen Newton. Kathleen Newton ( 1854-1882 ), irlandese di nascita, aveva divorziato dal marito ufficiale dell'esercito inglese, e per questo scandalo esclusa dalla società. I dipinti rivelano tutto l'amore e la dolcezza provati per la donna : "Signora con Ombrello" ( 1878-1880 ), omaggio alla sua bellezza con elementi che riportano alla cultura giapponese, "Sulla Riva del Mare" ( 1880 ), "La Lettura nel Parco" ( 1881 ). Nel suo giardino Kathleen intenta a leggere, viene sorpresa malvolentieri dal pittore, che riesce a cogliere il suo volto contrariato per l'interruzione della lettura. " La Colazione sull'Erba" tema importante nell'arte impressionista, per Tissot è un banchetto festoso con l'amata al centro che invita anche lo spettatore a parteciparvi. Sarà uno dei degli ultimi ritratti di Kathleen; malata di tisi, morirà suicida.

"Signora con Ombrello"

"La Lettura nel Parco" 

" La Colazione sull'Erba"

Ultima opera del periodo londinese "La Figlia del Guerriero" ( 1879 ), derisione dell'alto ceto britannico mediante la figura del vecchio contro lo sguardo vago e sognante della fanciulla.
Dopo la morte della Newton, James Tissot, ritornando in Francia cambiato nell'animo dal dolore, si converte al cattolicesimo, da qui una serie di opere incentrate sulla parabola del "figliol prodigo", di gusto moderno e biografico.
L'ultima tappa è rivolta ai suoi capolavori più conosciuti e celebrativi del mondo dei teatri, delle feste e della vita francese.
In un ambiente magnificamente ricreato con luci soffuse, rossi drappeggi e grandi lampadari a goccia, si possono ammirare "Mogli d'Artisti" ( 1883-85 ), "Le Donne sui Cocchi" ( 1885 ), "Troppo Presto" ( 1873), gaffe di una famiglia arrivata in anticipo ad una festa, rispetto all'orario previsto e il quadro emblema della mostra "La Più Bella di Parigi", della serie "Donna a Parigi", ove una ragazza dal vestito molto scollato, viene ammirata e corteggiata dai molti uomini eleganti presenti alla festa, simbolo dell'effimera bellezza e del durevole desiderio maschile.

"Mogli d'Artisti" 

"Troppo Presto" 


La mostra accoglie il visitatore in ambienti perfettamente armoniosi e in linea con le tematiche del pittore. Vi si scoprono approfondimenti specifici sulla vita, opere ( con l'aiuto delle audioguide ), sul periodo storico e sulla moda. Infatti sono stati ricreati in scala, gli stessi abiti delle muse di Tissot, oltre a poter toccare con mano tessuti in seta, mussola, taffettà, popeline. Nulla è lasciato al caso.
Il Chiostro del Bramante apporta quella professionalità di realizzare una mostra-capolavoro simile a quelle di successo in Europa, ma con la qualità del saper far bene italiano.
E James Tissot che in passato era stato criticato per l'eccessivo realismo e per non aver mai fatto parte di nessun gruppo o corrente, torna qui capito, riscoperto quale degno testimone di una affascinante epoca passata.

Foto : Appuntario




M.P.





"James Tissot", Chiostro del Bramante, Via Arco della Pace 5

Orari : Tutti i giorni 10.00 - 20.00 , Sabato e Domenica 10.00 - 21.00
Prezzo intero : 13 euro
Dal 26 Settembre 2015 al 21 Febbraio 2016

venerdì 6 novembre 2015

"Lettera di Una Sconosciuta" di S. Zweig


"A volte la vista mi si oscura, forse non riuscirò nemmeno a finire questa lettera... Ma voglio raccogliere le forze per parlarti una volta, solo questa volta, amore mio, tu che non mi hai mai conosciuta."



Garzanti



Questo è il mio terzo incontro con lo scrittore austriaco Stefan Zweig, e se da due indizi scaturisce una coincidenza, questo ultimo per me ha confermato l'incredibile grandezza di un autore che se nel passato ha conosciuto uno strepitoso successo, oggi rimane ancora oscurato dalla fama di altri suoi colleghi dalle più feconde pagine; eppure le novelle di Zweig sono gioielli narrativi e stilistici piccoli, ma preziosi quanto le perle.


Negli anni '20 del Novecento Stefan Zweig ( 1881-1942 ), era lo scrittore del momento. I suoi romanzi brevi vendevano milioni di copie, esaurendosi in pochi giorni e diventando successi anche nelle trasposizioni teatrali e cinematografiche; il suo attivismo per una promozione culturale e l'impegno pacifista in Europa, facevano di lui un uomo degno della più grande stima e rispetto.
Viveva in quel periodo a Salisburgo, in una villa su Kapuzinerberger, e nel 1920 si era sposato con Friederike Maria von Winternitz.
"Lettera di Una Sconosciuta", fu pubblicato proprio nel 1922, con un incredibile seguito di lettori che sancì la sua definitiva consacrazione.

Ambientato nella Belle Epoque viennese, il famoso romanziere R., rientrando nella sua bella casa nel giorno del suo quarantunesimo compleanno, dopo una gita in montagna, trova nella corrispondenza una lunga lettera, mancante del nome del mittente e firmata : "A te, che non mi hai mai conosciuta."
La lettera è la breve storia di una donna, che non rivelando mai il suo nome, racconta del suo amore e della sua genesi per lo scrittore.
Una intima e penetrante rievocazione che parte da una bambina, la Sconosciuta, chiusa nel suo piccolo mondo, timida e riservata, che si innamora ostinatamente e follemente di R, allora romanziere emergente; ma anno dopo anno il suo amore cresce giorno dopo giorno, nutrito nel buio, cambiando, come può cambiare il passaggio di una bambina che si scopre donna.
Per due volte la Sconosciuta incontra l'amato, passando con lui una notte d'amore e per due volte lo scrittore non la riconosce. Di lei altro non rimarrà che una "visione incorporea e appassionata, come l'eco di una musica lontana."
S. Zweig

In questo breve romanzo, stupisce quanto Zweig sia riuscito a narrare e scandagliare nell'intimo e nella psiche dell'universo femminile, attraverso la storia di un amore assoluto, non corrisposto.
La dolcezza, la sottomissione di una donna che pone l'amato al centro della sua vita, facendone il suo unico scopo, svelano le conoscenze psicologiche che il romanziere aveva appreso dalle teorie sulla natura umana dall'amico Sigmund Freud ( 1856-1939 ), e in particolare della cosiddetta "nevrosi".
Una figura, quella della Sconosciuta, lontana da quell'immagine indipendente e libera che noi oggi abbiamo, eppure intrinseca di debolezze, miserie e amore, impossibile da giudicare.
Lo stesso amore cullato dalla protagonista è descritto con cristallina progressione; da un amore tenero ed adolescenziale, verso una passione adulta, sensuale e profonda.
Il protagonista maschile R., viene colto invece attraverso la sua indifferenza, il suo modo di vivere superficiale ed egoistico, privo di sentimenti e ricordi, come l'umanità intera che correndo verso il domani, scorda il suo passato, inghiottendo con esso l'unica cosa che può salvarla da un destino ineluttabile, la memoria.


"Mi prese allora una furia improvvisa. Mi alzai in piedi, ti fissai a lungo. Poi dissi < Anche l'uomo che amavo è sempre in viaggio>  Ti guardai dritto negli occhi <Adesso, adesso mi riconoscerà! >
Tremavo, tutto in me urgeva, ma tu sorridesti e dicesti per consolarmi : < Torniamo sempre però>  < Si risposi io, < Tornate ma a quel punto avete dimenticato>"




M.P.





Libro :
"Lettera di Una Sconosciuta", S. Zweig, Garzanti 2014

venerdì 30 ottobre 2015

Quella volta che Bertha Benz guidò l'automobile : il viaggio di una pioniera


L'invenzione dell'automobile fu tra le scoperte tecnologiche più importanti della fine del XIX secolo, per gli enormi vantaggi e cambiamenti che avrebbe apportato nella cultura della società moderna.
Numerosi ingegneri tedeschi, inglesi, italiani, cercarono di realizzare un prototipo di carrozza, mediante l'uso di un motore a scoppio.
Ma se la creazione dell'automobile si deve al genere maschile, è altrettanto giusto dire che la persona che rese celebre tale invenzione, che compì il primo viaggio su lunga distanza e cercò di migliorarne le sue funzionalità, fu una donna. Non ci credete?
Leggete la storia di quel che fu Bertha Benz.



Tra il 1871 e gli inizi del XX secolo, la Germania, o meglio dire l'Impero Tedesco, conobbe un rapido sviluppo industriale, commerciale e finanziario. Le teorie espansionistiche del cancelliere Bismarck, l'avvicendamento di tre imperatori, portarono ad un possente dinamismo capitalistico; in questa epoca crebbe il sogno di Karl e Bertha Benz.
Da una società di costruzioni in ferro a inventore dell'automobile, la vita dell'ingegnere tedesco Karl Benz ( 1844-1924 ), non fu semplice e proficua senza l'aiuto della moglie Bertha.
Nata Ringer nel 1849, proveniva da una ricca famiglia del sud-ovest della città tedesca di Pforzheim; la buona posizione dei genitori procurò un ottimo livello di istruzione per l'energica e volitiva Bertha, che conobbe il giovanissimo Karl nel 1870.
Per dare sostegno finanziario al sogno del futuro marito, Bertha investì parte della sua dote, essendo nubile, visto che nella società patriarcale dell'impero, le donne sposate perdevano il potere giuridico di agire come un investitore.
Il due luglio 1872 convolarono a nozze.
Nel 1885, dopo diversi tentativi falliti, Karl Benz riuscì a creare la prima carrozza senza cavalli, con motore a scoppio, con tre ruote, una davanti e due dietro, e accensione elettronica, che poteva raggiungere una velocità massima di 25 km orari ( il brevetto fu ricevuto un anno dopo ).
Ma l'incredibile invenzione non ebbe il successo sperato : gli acquirenti non si facevano vedere, guardinghi e sospettosi davanti a questa nuova diavoleria meccanica, e la macchina stessa presentava delle imperfezioni, in quanto si perdeva facilmente il suo controllo, oltre ad una forte concorrenza.
L'automobile sembrava dover restare solo un soddisfacimento personale per il povero Benz, che si rinchiuse così nella sua fabbrica. Tuttavia, Bertha fu l'unica a capire l'importanza che una grande campagna pubblicitaria avrebbe potuto ovviare tali complicazioni.

Bertha Benz

Decisa, determinata, frustrata dalla pigrizia del marito, ideò con astuzia il suo piano.
Alle prime luci dell'alba, di un inizio agosto del 1888, Bertha Benz con i suoi suoi due figli maggiori, prese una delle auto del marito, recentemente completata, la Benz Patent-Motorwagen 3, ed intraprese quel che fu il promo viaggio su lunga distanza. Da Mannheim a Pforzheim, nella residenza della madre,senza il consenso delle autorità né del marito, a cui lasciò solamente una lettera che lo informava del viaggio.
Il viaggio, che per l'epoca doveva rappresentare una impresa titanica, non si rivelò in effetti più facile del previsto; in più punti la strada si era rivelata rocciosa, sterrata, non proprio agevole per i tre; Bertha aveva dovuto fermarsi per aggiungere di volta in volta l'acqua, usare un lungo spillone per pulire il tubo del carburante, o come quando riparò l'accensione con la sua giarrettiera, e nelle salite più ardue, spinsero manualmente la vettura.
Finché dovette fermarsi, essendo a corto di carburante,davanti ad una farmacia locale, dove comprò la ligroina, un solvente che fungeva da benzina; inaugurando così la prima stazione di servizio.
Ma il fatto singolare e divertente fu durante il percorso, ove incontrarono alcune persone che rimasero  terrorizzate e sconcertate alla vista di una carrozza mobile senza cavalli, guidata soprattutto da una donna; le voci cominciarono a rincorresi.
Bertha arrivò a Pforzheim dopo il tramonto : avevano percorso 104 km ad una velocità di 25 km orari, in un momento in cui nessun'altra aveva proceduto più di qualche decina di piedi.
Inviò un telegramma a Karl, per assicurargli di essere sana e salva, ma la notizia dell'accaduto aveva già raggiunto la stampa, grazie alle testimonianze oculari dei residenti delle città e dei villaggi dove i protagonisti erano passati.
L'impresa, seppur non priva di rischi, era andata a buon fine; Bertha era riuscita a scandalizzare e impressionare il mondo intero, scatenando una valanga di pubblicità.
Il viaggio per il ritorno fu pertanto un trionfo; molte più persone volevano essere presenti a quella che sarebbe diventata una giornata storica, tutti volevano vedere da vicino la donna che aveva guidato la prima automobile.
Karl e Bertha cominciarono a ricevere quasi immediatamente i primi ordini. Nel giro di un decennio la società Benz&Cie era diventata la più grande azienda automobilistica del mondo, con un personale di quattrocento addetti e un fatturato di seicento veicoli.
Con l'esperienza della moglie, Karl raggiunse a perfezionare tecnologicamente le sue vetture, grazie a lei inventò il cambio e le pasticche per i freni.
Di Bertha si diceva che fosse la vera esperta in meccanica e che avesse molte più conoscenze del marito.
Nel 1926 la Benz&Cie si associò ad un'altra società per formare la nuova Daimler-Benz ( oggi Mercedes-Benz ), continuando l'inarrestabile successo verso una superiore intelligenza meccanica e nuovi primati nelle vendite.
Kar Benz morì nel 1929, la moglie vent'anni dopo, nel 1944, all'età di novantacinque anni.
Il suo viaggio del 1888, rimane immortalato nei libri, nelle pellicole e nella "Bertha Benz Memorial Route", il celebre percorso diventato nel 2008, una strada turistica ancora agibile.

 Benz Patent-Motorwagen 3


Bertha Benz  ha rappresentato in epoca estremamente incentrata sull'universo maschile, quanto una donna munita di una buona istruzione e tanta caparbietà, potesse riuscire ad imporsi non solo nei campi da sempre a lei consoni dalla storia,come l'arte e la letteratura, bensì in quelli più tecnici e scientifici e perfino a superare per intelligenza la controparte maschile.
Questo è quello che fu Bertha Benz.





M.P.

sabato 24 ottobre 2015

"Il Caso Singolare di Benjamin Button" di Francis S. Fitzgerald


"In un primo momento, il caso Button fece molto scalpore a Baltimora. Non si possono calcolare, tuttavia,i danni sociali che quella disavventura avrebbe procurato ai Button e ai loro parenti, perché lo scoppio della guerra civile volse altrove l'attenzione della cittadinanza."

"Il Curioso Caso di Benjamin Button" ( 2008 ), D. Fincher


"Questo racconto fu ispirato da un'osservazione di Mark Twain : cioè che era un peccato che la parte migliore della nostra vita venisse all'inizio e la parte peggiore alla fine. Io ho tentato di dimostrare la sua tesi, facendo un esperimento con un uomo inserito in un ambiente perfettamente normale."
Francis S. Fitzgerald


"Il Singolare Caso di Benjamin Button" uscì dapprima su una rivista, "Collier's" nel 1922 e in seguito inglobato in una serie di racconti intitolati "I Racconti dell'Età del Jazz", per la "Scriber's" nello stesso anno.
Nel 1922, Francis Scott Fitzgerald ( 1896-1940 ), era già un affermato scrittore, dopo l'uscita di "Di Qua dal Paradiso" e "Belli e Dannati", uomo mondano, ricco e sposato con la bellissima Zelda Sayre.
Nella sua vita, Fitzgerald, scrisse molti racconti, più che altro per sopperire al costante bisogno di denaro che il suo stile dispendioso richiedeva, trascurando di continuo i suoi migliori romanzi, per testi poco degni del suo talento.
I racconti del '22 furono invece i migliori e in particolare, ancora oggi riscuote largo successo il sopra citato, per la sua incredibile trama.
L'ispirazione gli venne proprio da una affermazione ironica sulla vita, dello scrittore americano Mark Twain ( 1835-1910 ), e ripresa ultimamente dall'attore e regista Woody Allen.


Nel 1860 in America, prima della guerra di secessione, nella città di Baltimora, la famiglia di industriali emergenti, i Button, accolgono nella loro casa il loro primogenito.
Ma il figlio, a lungo desiderato, non si rivela un delizioso neonato, ma inspiegabilmente, un vecchio di settant'anni, dai capelli radi e bianchi e una lunga barba color fumo, curvo e dagli occhi acquosi.
Dopo una momentanea rabbia per il misterioso scherzo, i Button accettano il figlio, che chiamano Benjamin, cercando di ringiovanirlo con il taglio della barba e la tintura per i capelli.
Beanjamin vive così disdegnando il latte, i giocattoli e preferendo trascorrere le giornate fumando sigari, addormentandosi all'asilo, chiacchierando più col nonno che con i bambini.
All'università di Harvard, viene anche espulso e umiliato dagli studenti per la sua vecchiaia.
Ma col passare degli anni, invece di andare avanti, Benjamin ringiovanisce con suo grande stupore.
A vent'anni ( me ne dimostra cinquanta ), si innamora follemente della bellissima e giovanissima Hildegarde Moncrief, figlia di un generale. Si amano e si sposano poco dopo.
E Benjamin ringiovanisce sempre di più, prendendo le redini dell'azienda di famiglia ne aumenta il capitale, partecipa alla guerra ispano-americana del 1898, ricevendo una medaglia, fa vita mondana, andando a balli e feste, corteggiando le più belle fanciulle e presto invidiato da tanti giovanotti.
Nel 1910, all'apparente età di vent'anni, lascia l'azienda al figlio Roscoe, e si riscrive all'università di Harvad, dove diventa il ragazzo più celebre dell'istituto.
Ma la giovinezza non per questo si ferma : piano piano si riduce ad un bambino di dieci anni per passare ad un neonato che non ha più memoria, fino al buio completo.

F. S. Fitzgerald


Con humor e sottigliezza narrativa, Fitzgerald ha creato in questa sorta di esperimento creativo, un racconto di grande immaginazione espressiva.Nondimeno l' autore fu tra gli scrittori più fantasiosi e lungimiranti della sua epoca.
Nel 2008, per la regia di David Fincher, uscì il film omonimo, liberamente ispirato al racconto, vincitore di numerosi premi, che aveva per protagonista l'eclettico Brad Pitt, nella parte di Benjamin Button.








"Il passato...La dura carica alla testa dei suoi uomini su per fianco del colle San Juan; i primi anni del suo matrimonio, quando restava al lavoro fino a tardi nel crepuscolo estivo della città febbrile per la giovane Hildegarde, che egli amava, i giorni precedenti a questo periodo, nei quali se ne stava seduto a fumare accanitamente fino a sera tardi nella vecchia e tetra casa Button, in Monroe Street, insieme col nonno...
Tutte queste cose erano svanite come sogni inconsistenti della sua mente, quasi che non fossero mai state."



M.P.


Libro :

"Il Caso Singolare di Benjamin Button", F. S. Fitzgerald, Oscar Mondadori 

lunedì 19 ottobre 2015

"Madeleine Férat" di Emile Zola


"Verso la fine di settembre, fra le quattro e le cinque, il sole, tramontando, rende adorabile quel luogo recondito. I due giovani, soli sul sentiero, si fermarono istintivamente davanti a quell'angolo di terra di un verde quasi nero, appena dorato dai primi rossori dell'autunno."


Immagine : "Elliot Edizioni"


Sono di difficile reperibilità i libri di Emile Zola, che a parte i capolavori, i più rimangono stagnanti nel dimenticatoio.
Ed è una morte lenta e inesorabile quella dei testi dimenticati. Di qualsiasi autore meritevole.
Non potevo perdere la pubblicazione di un romanzo poco conosciuto in Italia ( o per nulla ), del mio scrittore preferito, recuperato dalla "Elliot Edizioni"; tradotto e curato dal drammaturgo romano Riccardo Reim.*
"Madeleine Férat" è una sorta di opera da laboratorio, uscita solo tredici mesi dopo il grande successo di "Thérèse Raquin", il primo romanzo che fece entrare nel panorama letterario un giovanissimo ventottenne Emile Zola ( 1840- 1902 ).


Scritto nel 1868, "Madeleine Férat", uscì come romanzo d'appendice** nella rivista "Evénement", sospeso dopo alcune puntate dai rimbrotti dei lettori, scandalizzati dal tema scabroso. Successivamente fu pubblicato, non raggiungendo mai un numero sufficiente di copie da renderlo celebre. Anche in Italia ebbe una scarsissima fortuna.
Molti critici rivedevano nel romanzo una copia un po' sfumata della "Raquin", e in effetti la prima risente ancora delle incertezze e delle mancanze  tipiche di una scrittura immatura, con troppe coincidenze e rivelazioni repentine; lo fanno diventare quasi un romanzo popolare di enfatica drammaticità.

Ambientato in Francia, tra la capitale e la campagna, Madeleine Férat, figlia di un borghese caduto poi in disgrazia, accetta di sposare un aristocratico di Vétuil. Si amano, ma entrambi provengono da un doloroso passato, che riaffacciandosi di volta in volta, rischia di minare il loro rapporto :  Guillaume, dalla mancanza di affetto e amore nella sua infanzia, che lo ha reso un uomo vile, Madeleine dalla colpa di essersi data, giovanissima, tra le braccia di un primo uomo.
E proprio quest'ultimo uomo, Jacques, amico d'infanzia di Guillaume, compare di continuo nelle loro vite, producendo nella protagonista una forte vergogna e al tempo stesso una "frenesia carnale", memore di quel primitivo incontro.
Chiusi ed isolati dal resto del mondo, incapaci più di amarsi e tormentati da sofferenze e dolori e oscure litanie pronunciate dalla vecchia balia di Guillaume, Geneviève, i due giungono ad un tragico epilogo, quanto folle.
"Printemps (Jeanne de Marsy)" (1881), E. Manet

Come in "Thérèse Raquin", Emile Zola psicanalizza il progressivo disfacimento dell'amore, dai primi desideri ed ardori alla sua completa distruzione. Ma mentre i protagonisti del primo, si rendono colpevoli di un delitto atroce, Madeleine e Guillaume, di sentimenti onesti, portano sulle spalle la colpa di turbamenti psicologici innati.
Negli anni del positivismo, si affermarono le teorie scientifiche di Michelet e del dottor Prosper Lucas ( 1805-1885 ), tra cui quella dell' "impregnation", secondo cui una donna appartenga fatalmente e per tutta la vita, all'uomo che l'ha posseduta per primo, in quanto conserverebbe in forma indelebile l'impronta spermatica dell'uomo ( oggi teoria quanto mai assurda e priva di ogni fondamento ).
Il triangolo del romanzo poggia le basi su questa soluzione.
Forte è la presenza della religione ( Zola era un ateo più che convinto ), che in un ritorno alle origini, prende le sembianze della superstizione, attraverso l'immagine della lugubre Geneviève.
Nonostante alcune parti noiose, protagonisti deprimenti e una visione dei rapporti ben lontana dalla nostra, "Madeleine Férat", arricchisce e conclude l'apprendistato letterario dello scrittore francese, ed il suo finale è degno di un capitolo dell'"Assommoir".


"Entrambi cercavano più la quiete che l'amore. Sembrava che il destino l'avesse spinti una verso l'altro perché potessero scambievolmente asciugarsi il sangue delle loro ferite."




M.P.


*Il miglior curatore e traduttore dei testi di Zola.
** Prima ancora fu un'opera per il teatro.


Libro :
"Madeleine Férat", E.Zola, Edizioni Elliot, 2014

mercoledì 14 ottobre 2015

"La Riunione di Famiglia", l'eterno capolavoro di Frédéric Bazille


"E' questo il genere di cose che voglio dipingere, scene fugaci di vita ordinaria..."


"La Riunione di Famiglia" ( 1867 ), F.Bazille



Riprendo la rubrica "Appunti d'Arte" con un quadro di cui volevo scrivere già da molto tempo, dopo averne visto uno speciale, che mi ha lasciato di stucco non tanto per il comune tema pittorico della rappresentazione familiare, quanto per i misteriosi sguardi dei suoi protagonisti, immobili ed intensi.
Il dipinto in questione è "La Riunione di Famiglia" di Frédéric Bazille, giovane pittore tra i primi ad entrare nel gruppo degli Impressionisti, e che solo una morte prematura non l'ha reso famoso come Monet o Renoir.


Era un tipo timido e raffinato Frédéric Bazille, diffidente e non facile alle amicizie, molto legato alla sua famiglia.
Era nato nel 1841, figlio di un ricco proprietario terriero e produttore di vini, nonché autorevole cittadino di Montpellier; sua madre proveniva da una famiglia di ricchi banchieri; il giovane Bazille divideva il suo tempo a Parigi, tra gli studi di medicina e l'atelier di Charles Gleyre ( 1806-1874 ), dove aveva conosciuto Claude Monet ( 1840-1926 ), Pierre-Auguste Renoir ( 1841-1919 ) e Alfred Sisley ( 1839-1899 ).
Amava lo stile pittorico dei suoi compagni e andava spesso con loro a dipingere nella foresta di Fontainebleau, en-plein-air, come nell'uso che stava nascendo e con una tecnica e visione completamente diversa dalla precedente arte.
Era ben accetto Bazille, per la sua generosità con cui aiutava i suoi amici e con cui per un certo periodo coabitò insieme.
Nel 1867, Parigi si preparava per accogliere l'Exposition Universelle, che doveva promuovere la città al rango di capitale d'Europa.
In quell'estate, ricca di scintillii e di vita, Bazille si rifugiò nella sua casa natia a Méric, vicino Montpellier.
Méric si presentava come una grande dimora,con dodici ettari di terreno, giardino all'inglese : un tipo di paesaggio mediterraneo con grandi alberi secolari.
Oggi è un parco pubblico che conserva tutta l'autenticità e il fascino del XIX secolo.
Bazille stava lavorando ad un quadro, ispirandosi al "Concerto nei Giardini delle Tuileries" di Manet e "Donne in Giardino" di Monet; sarebbe stato il suo più celebre capolavoro.



Sulla terrazza della villa, il giovane pittore, riunì dieci dei suoi parenti più stretti, ritraendoli all'ombra di un grande albero; sullo sfondo, l'assolata ed estesa natura meridionale.
All'estrema sinistra si intravede Bazille stesso, riconoscibile per l'altezza, in primo piano i genitori, Gaston e Camille Bazille e alcuni zii e cugini, mentre all'estrema destra il fratello del pittore con la moglie.
Tutti sono ritratti vestiti elegantemente : gli uomini con il cappello e la giacca nera,le donne in abiti chiari e morbidi; in gruppi che evidentemente dovevano apparire spontanei, informali.
Un dipinto per certi versi strano ed inquietante, dove i personaggi siedono rigidamente, come manichini, guardando davanti a sé lo spettatore, bloccati nelle loro pose in atteggiamenti stereotipati e segnati da una espressione intensa e fissa.
In primo piano,apparentemente abbandonati a terra, sulla ghiaia, si trovano un cappello femminile, un parasole chiuso e un bouquet quasi disfatto, senza alcun significato.
La luce del sud che filtra attraverso il fogliame, risalta il celeste del cielo, l'ombra del grande albero e i vestiti chiari. Il gioco di luce e ombre e i colori  luminosi richiamano quelli di Monet, quantunque la pennellata rigorosa e il disegno rigido sono ancora ben lontani dall'Impressionismo vero e proprio.
"La Riunione di Famiglia" fu accettata ed esposta al Salon del 1868, con gioia inaspettata di Bazille.
Solo due anni dopo, allo scoppio della guerra franco-prussiana, Frédéric Bazille, pervaso da quella "febbre della guerra", si arruolò nel reggimento dei zuavi. Voleva "morire sul campo di battaglia al galoppo", morì invece in una azione di guerra a Beaune-la-Rolande.



Dopo la morte di Bazille, il quadro passò in eredità alla sua famiglia, dove nel 1905 il fratello Marc lo donò allo Stato. Dal 1986, il misterioso quadro, si trova stabilmente al Museo d'Orsay.




M.P.



Fonti :

"Impressionisti. Biografia di un Gruppo", Sue Roe, Editore Laterza

venerdì 9 ottobre 2015

"Milioni di Milioni" di Malvaldi


"Milioni di milioni furono i fiocchi che caddero nel corso di quella sera e della notte sul territorio del comune di Montesodi Marittimo. Tutti diversi l'uno dall'altro, i fiocchi, e tutti ugualmente entusiasti di perdere la propria identità per andare a fondersi in un unico, inesorabile e compatto tappeto bianco."


Immagine : Sellerio Editore


Da quando ho conosciuto Marco Malvaldi ( 1974 ), con "Odore di Chiuso" , è diventato quasi un obbligo per me, alternare i classici della letteratura, con la lettura dei divertenti gialli dello scrittore pisano.
Questa è stata la volta di "Milioni di Milioni", pubblicato nel 2012 dalla Sellerio Editore.


Nella caratteristica e poco accessibile Montesodi Marittimo, ridente cittadina toscana, si trovano per una ricerca scientifica, il genetista Piergiorgio Pazzi e la filologa Margherita Castelli, inviati dall'Università, per scoprire le cause di quel che è "il paese più forte d'Europa", data la solida salute e la robustezza impressionante dei suoi abitanti. Ad accoglierli ottocentododici persone, tra cui il sindaco Armando Benvenuti, appassionato di caccia e la moglie Viola, perfetta padrona di casa.
Ma una notte, dove si abbatte copiosa una tempesta di neve che isola l'intero paese, la vecchia maestra, Annamaria Zerbi Palla, viene ritrovata morta, accasciata sulla sua poltrona di casa.
Piergiorgio Pazzi, in quanto ospite dell'anziana signora, viene presto accusato di omicidio e per l'impraticabilità delle strade, a causa della neve, è da escludere completamente un assassino venuto da fuori.
Il genetista riuscirà a scagionarsi e a scoprire l'assassino dell'intricata vicenda, grazie anche "all'intuito" della Castelli.

Come in "Odore di Chiuso", anche qui ci si trova davanti una gaudente e vivace cittadina immaginaria della provincia toscana, con personaggi dalla spiccata caratterizzazione guascona e popolare, eppure legata alle tradizioni e costumi del territorio.
Mediante il "giallo-humor" malvaldiano, si dipana una storia attraverso problematiche familiari,rancori, infedeltà e vendette, tutte nascoste sotto quella finta cortesia e rispettabilità che coinvolgono un po' tutti gli abitanti, e l'omicidio ne svelerà i segreti.
Risulta un racconto creativo e accattivante dal punto di vista del tòpos letterario del luogo chiuso ed isolato e le continue reminiscenze letterarie da Orazio a Proust a Borges, ma mancante di quello ritmo incalzante e geniale del precedente libro.



M.P.


Libro :

"Milioni di Milioni", M.Malvaldi, Sellerio Editore, 2012

giovedì 1 ottobre 2015

Marilyn e la lettura


"Non sono più quella di ieri, non so come sarò domani ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri." Marilyn Monroe


A più di mezzo secolo dalla sua scomparsa, l'immagine di Marilyn Monroe ( 1926-1962 ), è ancora quella tra le più amate, sfruttate, mitizzate, dalla televisione, dalla pubblicità, così come nella rete e nei social.
Non è raro imbattersi in una sua foto : lei nei vari set fotografici o dei suoi film, sulle spiagge, riviste, dipinta "alla Warhol", mentre sta leggendo libri, molti libri.
Negli ultimi anni, la sua figura è andata via via verso una completa rivalutazione, dei suoi film, del suo talento recitativo, dei suoi continui sforzi per perfezionarsi, della sua persona insieme fragile e sensuale, malinconica e desiderosa, unita a quella bellezza che come diceva Pasolini "aveva umilmente addosso".
E si è scoperto quanto Marilyn Monroe amasse infinitamente leggere. Che non era una donna dalla scarsa intelligenza, facile preda dell'universo maschile, ma una donna inaspettatamente colta, una lettrice acuta dalla grande sensibilità.
Forse per ovviare a quella mancanza di studi che contraddistinse e amareggiò tutta la sua vita, Marilyn leggeva con impegno, imparava da quel che aveva letto e rifletteva. Davanti a quei libri, seduta beatamente sulla poltrona o distesa come una ninfa sui prati, non era più la sirena del cinema americano, ma solo una ragazza come tutte le altre, con la mente altrove
Come prima di diventare una celebre attrice, trascorreva le giornate immersa nella sua enciclopedia di casa, Marilyn si applicava nella lettura spinta da quell'umile bisogno di conoscere per conoscere se stessi.
Quando poteva scriveva frasi, poesie, lettere e pensieri, su fogli sparsi, menù, fazzoletti di carta, ovunque si trovasse.



Nel 1956 aveva anche sposato il celebre scrittore statunitense Arthur Miller ( 1915-2005 ), autore dell'opera "Morte di un Commesso Viaggiatore"; matrimonio durato solo cinque anni, cinque anni di indifferenza e incomprensione.
Alla sua morte, avvenuta il quattro agosto 1962, nell' ultima casa in California, fu trovata una immensa libreria, di quasi quattrocento libri, di diverse tipologie, ad avvallare le diverse passioni dell'attrice; molti corredati di appunti e sottolineature.
La lunga lista comprendeva i classici della letteratura come "Madame Bovary" di Flaubert, "Delitto e Castigo" di Dostoevskij, "Addio alle Armi" di Hemingway, "Le Avventure di Huckleberry Finn" di Twain, "Sulla Strada" di Kerouac, il "De Rerum Natura" di Lucrezio, "Nana" di Zola, " Il Rosso e il Nero" di Stendhal, "Morte a Venezia" di Mann, "La Caduta" di Camus, "Ulisse" di Joyce, che aveva scoperto a ventisei anni, e ancora Aristotele, Marx, Eistein, Shakespeare, Maugham, Steinbeck, Sherwood Anderson. Intere sezioni dedicate alla psicologia con Freud, alla politica, al teatro ( Wilde ), alla poesia ( adorava Whitman  e Rilke ), filosofia, arte ( Renoir ) e cucina.
Ne esce fuori una personalità eclettica e fortemente intellettuale, inaspettata, che contrasta con quei ruoli stereotipati e monotoni che il cinema le imponeva, nascondendo i suoi pensieri mai espressi.
Molti di questi vennero infine catalogati e venduti nel 1999 all'asta Christie's di New York, che fu la più importante di fine millennio, dove oltre ai libri, vennero venduti abiti e ricordi dell'attrice.
Il sito LibraryThing ne mostra ancora oggi alcuni volumi della lunga lista.


E noi, che amiamo leggere, ci piace ricordarla anche così,con un libro in mano, lo sguardo vago da miope, il viso assorto, la bellezza immutata.

Nel 1963 Pier Paolo Pasolini e lo scrittore Giovannino Guareschi, realizzarono un film-documentario "La Rabbia", dove esprimevano attraverso immagini e poesia, riflessioni e malesseri della società contemporanea. Una parte fu dedicata alla parabola esistenziale di Marilyn Monroe, come simbolo della morte della bellezza.

"Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza,
e tu, povera sorellina minore,
quella che corre dietro ai fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
e si mette addosso le loro sciarpette,
tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,
tu sorellina più piccola,
quella bellezza l'avevi addosso, umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non hai mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d'oro.
Il mondo te l'ha insegnata e
così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d'oro.
Il mondo te l'ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad esser bambina,
sciocca come l'antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere,
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
Te la portavi sempre dietro,
come un sorriso tra le lacrime,
impudica per passività, indecente per obbedienza.
L'obbedienza richiede molte lacrime inghiottite,
il darsi agli altri, troppi allegri sguardi
che chiedono la loro pietà.

Sparì come una bianca ombra d'oro.
La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro,
posseduta dal mondo presente,
divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: È possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?
Ora sei tu, la prima, tu la sorella più piccola,
quella che non conta nulla,
poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte."





M.P.