giovedì 29 dicembre 2016

Tutto il bello che c'è stato





Siamo alla fine dell'anno...Eppure sembra solo ieri il giorno in cui ho scritto l'ultimo post del 2015, ma come dice un vecchio adagio di nonne e zie, arrivati ad una determinata età, tutto sembra andare più velocemente...
Ma a parte ragioni personali, questo è stato per Appuntario un anno soddisfacente. Non parlo di partecipazioni o adesioni di nuovi lettori o maggiori visualizzazioni del blog (benché ci siano stati), ma di nuove e più storie che hanno arricchito il sito.
Per questo ho deciso di concludere la fine dell'anno con un resoconto, soggettivo, di tutto quello che ho trovato di bello in un anno che sta entrando già nel passato.
A cominciare dalle escursioni, tanto desiderate e finalmente avverate, nella splendida, seppur decadente, Reggia di Caserta, arrivando ad un altro monumento italiano, benché questo naturale, del giardino di Ninfa, nei pressi di Latina. Lo splendore della ricchezza è ancora nei miei occhi, ricordando i tesori di inestimabile valore storico nel Museo Napoleonico di Roma.
Non può nemmeno mancare fra i bilanci positivi, la mia sortita alla manifestazione letteraria romana di Più Libri Più Liberi, vissuta tra emozione e timidezza.
Le care, amate, figure femminili della storia hanno avuto anch'esse un giusto spazio e fra quelle in cui è stato più forte il piacere di informarmi e raccontarle, presenziano con maggiore spessore l'inglese Elizabeth Ratcliff, cameriera-artista che nel XVI secolo si distinse nel Galles per la creazione di opere realizzate con pezzetti di vetro, pietre e madreperle. Niente conosceremo di Van Gogh e dei suoi dipinti, senza l'instancabile lotta per la loro sopravvivenza dovuta alla cognata, Johanna Bonger, e meritano di essere citate anche le pittrici Jeanne Hébuterne, moglie di Amedeo Modigliani e May Nieriker, sorella della scrittrice Louisa May Alcott, la cui fama è andata purtroppo persa nel corso dei secoli.
Ma voglio anche riportare, come molti blogger stanno facendo, le migliori letture intraprese nel corso dell'anno, rivelatrici di nuovi autori e spunti tematici :
"I Buddenbrook" di Thomas Mann, pubblicato nel 1901, la saga famigliare per eccellenza e la rappresentazione più riuscita di un dramma borghese di fine Ottocento. Metterei sicuramente questo testo come migliore lettura, sia per l'intensità del libro, della trama, dei suoi personaggi e per la narrazione che sembra procedere in motivi musicali decadenti e ripetuti.

"E venne finalmente il giorno in cui tutti i libri che potevo comprare furono allineati sugli scaffali, e fu possibile camminare per il negozio senza inciampare in scale a pioli e barattoli di pittura. Shakespeare and Company aperse dunque i battenti : era il 19 novembre 1919."("Shakespeare and Company", Sylvia Beach)

Scritto nel 1952, "Shakespeare and Company", più che un'autobiografia, è un memoriale di fatti e personaggi che contribuirono alla nascita e allo sviluppo della libreria più famosa di Parigi. In esso la sua realizzatrice e autrice, Sylvia Beach, ripercorre il suo sogno : una cultura più libera e moderna per un mondo migliore. Fra Fitzgerald, Hemingway e Joyce, ogni appassionato lettore può perdersi fra le sue pagine ricche di storia e letteratura.
Un libro che mi ha stupito per la sua complessità, di cui mai avrei creduto, è stato "Aspettando Godot", pubblicato nel 1952 a Parigi da Samuel Beckett. Forse tra le più famose opere originali del Novecento,   è diventata simpaticamente allegoria dell'attesa vana e utopistica della vita ma anche riflesso non troppo surreale dell'esistenza dell'uomo moderno.
Quest'anno ha visto come non mai numerosi anniversari letterari, come il bicentenario della nascita della scrittrice inglese Charlotte Brontë. Per l'occasione ho riletto il suo romanzo più celebre, se non il migliore, "Jane Eyre". Publicato nel 1847, in pieno periodo vittoriano, riproduce meglio di qualsiasi altra opera del periodo, il paradossale e vetusto mondo inglese, all'interno di particolare storia d'amore tra un aristocratico e una donna di ceto inferiore.
Un inno alla vita e alla bellezza si ritrovano nella figura di Kitty Garstin, bella e vivace protagonista dello stupendo romanzo di William Somerset Maugham "Il Velo Dipinto". Una lettura commuovente, che tutti i lettori dovrebbero intraprendere, perchè la felicità può trovarsi anche dopo aver superato strade polverose e fatiche.

"Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano dal caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono. Fra tutte, la cosa più ricca di bellezza è una vita bella. E' questa l'opera d'arte più perfetta."


Bottino Natalizio

Una lettura del tutto estranea alle altre è stato il complesso dramma di Anton Pavloviĉ Ĉechov, "Il Giardino dei Ciliegi", composto nel 1903. Ambientato in una provincia russa del XX secolo, la trama si sviluppa in una alternanza sociale tra caste e poteri diversi e raffronto tra il vecchio e il nuovo mondo
"Lessico Famigliare", gioiello-capolavoro di Natalia Ginzsburg, mi ha invece trasportata con i suoi suoni ed immagini nell'Italia del Ventennio fascista, con i fatti e personaggi del'epoca. Una saga famigliare privata che ci riporta anche alla nostra storia, con la delicatezza e l'eleganza stilistica della sua autrice.
Per i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare, ho proposto il suo testo più conosciuto, non il più osannato ma sicuramente quello meno capito, "Romeo e Giulietta". La sua estrema popolarità, nell'apparenza della sua trama semplice, nel suo ricco lirismo, nell'amore giovanile che divampa fra le pagine, essa racchiude un mondo, che è quello del teatro e della vita. Insomma dietro la storia d'amore dei due giovani si nascondono tutti gli ideali e i pensieri di quel movimento elisabettiano in fase di tramonto.
L'ultima parte dell'anno è stata dedicata alle biografie e a due personaggi femminili diversissimi. "La Donna che amò Hitler" di Angela Lambert, è il racconto preciso e dettagliato della vita dell'amante e poi moglie di Adolf Hitler, Eva Braun. Una figura che probabilmente fu un nulla rispetto a tutto l'orrore che accadde, ma che delinea assai bene quella vuotezza ed esasperazione del genere umano promulgati ed alimentati in quegli anni bui.
Un posto speciale occupa inoltre l'autobiografia della scrittrice di gialli per eccellenza Agatha Christie, con "La Mia Vita". Ricordi, mode, passioni, conflitti, sguardi e riflessioni di un mondo lontano. Descrizioni fiabesche di città come Aleppo, Mosul, Bagdad, Esfahan, oggi martoriate dalla guerra e dalla politica. Un libro che è molto più di una semplice autobiografia.
Non avrei mai conosciuto la saga dei Cazalet senza il consiglio di Cristina del blog Athenae Noctua. Da quel momento mi sono innamorata di questa numerosa famiglia inglese alto-borghese, le cui esistenze si dipanano nell'arco di dieci anni, nei cinque volumi della scrittrice Elizabeth Jane Howard, dagli ultimi anni degli anni trenta del Novecento fino alla sua prima metà. Terza pubblicazione è "Confusione" un romanzo che ho trovato il migliore per la ricchezza di temi nuovi e suoi personaggi alle prese questa volta con drammi più grandi di loro e della stessa guerra.


Con quest'ultimo intervento saluto tutti gli amici blogger e i lettori, augurando un bellissimo anno nuovo e come scrivo ogni anno, di coltivare sempre la bellezza e le passioni.



M.P.

mercoledì 21 dicembre 2016

"Un Natale tutto per Sé" AA.VV.


"Il Canto di Natale", illustrazione di R. Innocenti

Il Natale ha un legame tutto particolare con la storia dell'uomo. Per chi creda o no alla sua festa religiosa, è indubbio che da esso vengano tramandati racconti, leggende o più semplicemente tradizioni di passati e terre lontane. 
Ogni Natale ha le sue storie e ricordi tutti diversi.
Se penso al Natale, in campo letterario, mi ritorna in mente la battuta iniziale di "Piccole Donne", pronunciata da una sconsolata Amy March : <Natale non sembrerà nemmeno Natale senza regali>.
E in questo momento è una frase che mi risuona sempre con dolcezza.
Charles Dickens (1812-1870), "l'uomo che inventò il moderno Natale", fu tra i primi a pubblicare serie di racconti o romanzi natalizi, allo scopo di commuovere ed educare il pubblico vittoriano, che dopo un grande sacrificio arriva una grande serenità, che dopo una buona azione, tutto si veda con occhi diversi. 
I motivi, oggi, suonano moralmente falsi, eppure questo genere è entrato di diritto nell'alta letteratura.
I seguenti poeti o scrittori emularono l'esempio del maestro inglese, descrivendo nelle loro opere la magia e l'atmosfera del periodo natalizio.
Le moderne case editrici, oggi, gareggiano sotto le feste per far uscire storie inedite di autori più o meno conosciuti, e si comprende che questo percorso dall'Ottocento, non si sia mai arrestato.

Il mese scorso anche la casa editrice Croce ha pubblicato un libro di piccoli racconti incentrati sul Natale. Il titolo "Un Natale tutto per Sé", rivendica l'esclusiva scelta di lavori tutti intrapresi da mano femminile.
Dieci racconti : cinque ad opera di scrittrici italiane, di egual numero per le scrittrici internazionali; diversi tutti per culture e impianto storico.
Nei primi quattro racconti italiani, di radice moralistica, ho apprezzato l'irruzione di protagoniste femminili moderne, meno vaghe e stereotipate, che rientravano però dentro al proprio ruolo domestico nel finale, giusto per non disturbare ulteriormente l'immagine di donna pacata e dolce quale era nell'Italia post-unitaria, nelle storie di Cordelia, pseudonimo della scrittrice Virginia Tedéschi-Trèves¹ (1855-1916), con "Da un Natale all'altro" (1886), ad Haydée, pseudonimo di Ida Finzi (1867-1946) "Racconto di Natale" (1908) e Maria Messina (1887-1944), con "Storiella di Natale" (1921), ambientato nella Prima Guerra Mondiale, dove se gli uomini al fronte facevano il loro dovere per la patria, anche le donne dovevano dimostrarsi pazienti e buone in patria.
Mentre in un "Natale a Napoli" (1905), la Matilde Serao (1856-1927), dedica ai suoi lettori un pratico bozzetto di consigli sui regali, alla maniera umoristico-francese.
Nel "Vecchio Moisé"(1930), la Sardegna di Grazia Deledda (1871-1926), ritorna con il suo folklore, i suoi miti e notti buie, in una novella anch'essa famigliare ed umoristica.
Nella seconda parte una Elizabeth Gaskell (1810-1865), sottotono ("Temporale e Raggi di Sole Natalizi", 1848), una Katherine Mansfield (1888-1923) ("Una Lieta Vigilia di Natale", 1899), ancora troppo acerba per essere apprezzata e una Emilia Pardo Bazán (1851-1921), desueta e sentimentale ("La Tentazione di Suor Maria", 1887), unita ad un piccolo stralcio di Natale romano di Colette (1873-1954), con "L'Inverno a Roma" (1917), deludono il piacere della lettura e vengono purtroppo a noia. 



L'unica degna di questa raccolta sembra essere Louisa May Alcott (1832-1888), con "Un Natale in Campagna" (1881). Gioiello della scrittrice americana, nel racconto riemergono i temi a lei cari : l'amore devoto e incondizionato, la bellezza di una vita semplice, pratica e a contatto con la natura, opposta a quella frivola e mondana e la propensione ai lavori domestici che non è da intendersi come ad un ritorno alla donna schiava del proprio ruolo, bensì a quell'immagine di "ape industriosa" (come non ricordare "Piccole Donne"?), capace di tenere attivo corpo a mente, contro ogni dispiacere del genere umano.
Attraverso le parole di zia Plumy (parente stretta di Marmee), la Alcott ribadisce il suo modello di scrittura e la vita, vera, a cui ispirarsi per scrivere.
Magistrale è infine la rievocazione di un piccolo squarcio di mondo ottocentesco, in così poche righe che esiliano per qualche momento il lettore.

Pur ammirando la cura con cui è stata seguita e corredata questa raccolta (molte case editrici dovrebbero imparare a porre ai vari libri buone introduzioni e note bio e bibliografiche, oltre a realizzare belle copertine), e una professionalità che si evince nei minimi dettagli, il progetto dell'immagine femminile (che poteva essere un buon motivo vincente), andava, a mio parere, maggiormente esteso e caratterizzato. La scelta delle storie poteva essere più oculata, magari in una ricerca più matura ed espressiva, pur stimando il coraggio della casa editrice di far uscire dal dimenticatoio autrici poco note e rivalutarle nel ruolo avuto in campo letterario.
Quello di "Un Natale tutto per Sé" è una lettura natalizia da prendere a cuor leggero.


Buon Natale 2016 da Appuntario!



M.P.



¹ Moglie del noto editore Giuseppe Trèves.




Libro :

"Un Natale tutto per Sé", AA.VV., Edizioni Croce.

giovedì 15 dicembre 2016

La mia Giornata a Più Libri Più Liberi 2016



Molti appassionati lettori hanno invidiato quest'anno la bella fiera letteraria del Salone del Libro di Torino, chiusasi a maggio con forti polemiche ma pure con numerose presenze ed esaltante riuscita.
Arrivare a Torino non è un viaggio per tutte le tasche, ma Roma, da ben quindici edizioni, vanta l'unica fiera al mondo dedicata all'editoria indipendente. Un successo andato via via in crescendo fino a diventare uno dei più grandi appuntamenti letterari, forte della partecipazione di piccole e medie case editrici, unite a letture, dibattiti, incontri con gli autori, presentazioni di libri e casi editoriali o di attualità.
Un nuovo modo di promuovere la lettura più semplicemente e arrivando più direttamente al lettore, senza vanesie articolarità e alla portata di tutte le età.


"Più Libri Più Liberi 2016" si è svolto quest'anno dal sette all'undici dicembre, approfittando del lungo ponte dell'Immacolata, come sempre nel Palazzo dei Congressi, a pochi passi dalla bianca e luminosa Piazza Marconi e davanti alla splendida immagine del "Colosseo Quadrato".
Ritagliatami uno spazio nella giornata di giovedì, ho potuto debuttare alla mia prima importante fiera del libro.
Oltre quattrocento stand posizionati su due livelli hanno portato, me povera novellina, imbarazzata e confusa in un paese dei balocchi. Camminando lungo la fiera, pochi minuti dopo l'entrata, già si poteva pregustare il piacere di vedere lunghi bancali di libri, molti ancora da riposizionare e dietro giovani a parlottare sull'organizzazione della giornata.
Ho apprezzato in modo particolare l'ampia opportunità a scelta fra i diversi generi : non solo case editrici oggi in voga come la Sellerio, l'Iperborea o la NN Editore, ma case storiche o nuove di cinema, filosofia, politica, religione, perfino sui percorsi in montagna e finalmente tante sezioni dedicate all'infanzia, fiabe, miti, disegni da colorare, tutto per unire il gioco alla conoscenza e avvicinare il bambino più restio, come da anni fa la Topipittori.
Un interculturalità che si manifesta anche guardando i visi delle tante persone accorse : giovani, bambini, anziani, stranieri; intenti a fugaci letture prima di comprare il desiderato libro, scambi di opinioni con responsabili o amici, corse per poter farsi autografare un romanzo, camion di catering che arrivavano e poi telecamere, addetti alle informazioni, radio collegate, ragazzi che offrivano riviste e una sala stampa sempre in movimento. Lo scenario sembrava simile a quei dipinti brulicanti di Hieronymus Bosch; certamente non inquietante.
Ho trovato persone gentili e competenti in vari stand, tra i quali l'"Orma Editore", la "Add Editore" e la "Minimum Fax", altre mi hanno un po' deluso.
Un incontro a cui non potevo mancare era il "Premio Alghero Donna 2016 di Letteratura e Giornalismo", dedicato agli ottant'anni dalla morte della scrittrice sarda e premio Nobel Grazia Deledda.
Premi andati per i lavori svolti dall'attrice e conduttrice Barbara de Rossi e alla giornalista e scrittrice Concita de Gregorio che ha discusso sull'evoluzione della donna e sul suo libro-indagine "Cosa Pensano le Ragazze".



La manifestazione si è animata ulteriormente a metà mattinata e con essa i visitatori e addetti, grazie anche ad un personaggio.
Non sono un amante dei fumetti, eppure mi sono emozionata ad aver vicino Zerocalcare allo stand della Bao.





Proprio qui, mi ricordo di aver visto una delle scene più commuoventi : un ragazzo timido e con le mani tremanti, in attesa di un autografo dal fumettista.
Tra gli appunti negativi, devo scrivere dell'area ristoro che non ha nulla di riguardante sui libri, ma che ha trovato il grande disappunto del mio ragazzo (il quale non ha nessuna familiarità con la lettura). Un posto angusto, con pochi tavoli, troppo pochi per far accomodare tante persone e uno spazio (riservato a chi prendeva qualche primo piatto), praticamente vuoto ma inottenibile.
Abbiamo mangiato in piedi, poco male, tuttavia stretti come sardine.
Ma anche l'allestimento degli stand non seguiva un percorso lineare, tanto da passare più volte dove si era già ripassati.
Il prezzo dei libri (eterno dibattito fra lettori e blogger), pur favoriti dallo sconto del venti per cento, rimanevano per alcuni inaccessibili.
La mattinata ha poi lasciato il posto al pomeriggio e mal mi sono accomiatata da questo posto, sperando però di ritornarci il prossimo anno, con più consapevolezza.
Non so quanto di vero e buono ci sia in un evento come questo (una prima e breve esperienza non può dire molto), ma conosco la difficoltà di fare cultura in una città come Roma, di quanti ostacoli si trovino e di quante rinunce alla fine si presentino. Vivo da anni nell'ambiguità di trovarmi nella Capitale del più grande patrimonio culturale del mondo e insieme della più depredata. Perché quando si realizza un progetto non è per un perdurare negli anni, ma un bene da sfruttare per pochi. Auspico per la mia città una cultura più libera e non provata, almeno questa, dalla corruzione.






M.P.



Le foto sono di Alessandro Tommasi.

venerdì 9 dicembre 2016

"Confusione" di Elizabeth Jane Howard


"Per anni e anni la fine della guerra era stato qualcosa da attendere con ansia, un tempo a venire in cui tutto sarebbe stato migliore e sarebbero accadute meraviglie."

"London Piccadilly", Maurice W. Greiffenhagen

Ho questo libro da settembre ma mi ero ripromessa di leggerlo nel mese di dicembre, per unire a questo clima di magia, l'emozione di aver letto uno dei libri più belli. Volevo insomma chiudere l'anno con l'ultimo romanzo della fortunata saga dei Cazalet che pochi mesi prima avevo iniziato.
In dicembre e in questo romanzo avevo riposto le mie buone aspettative.
Pubblicato nel 1993 in Inghilterra dalla scrittrice dalla vita mondana e travagliata Elizabeth Jane Howard (1923-2014), "Confusione", terzo capitolo della saga dei Cazalet, ci riporta alla famiglia alto-borghese, imprenditrice di legname, le cui vite private dei componenti si dipanano nell'arco di dieci anni, in cinque volumi.
Il periodo apparentemente stabile e felice degli "Anni della Leggerezza" è stato superato dall'arrivo di una più crudele guerra, trascinata nell'angoscia de "Il Tempo dell'Attesa".
In questo capitolo dopo una insofferente immobilità fisica e mentale, gli uomini e le donne della famiglia si ritrovano ad affrontare drammi più grandi di loro e della stessa guerra.


Le vicende ripartono un anno dopo l'attacco alla base navale di Pearl Harbor, dal marzo 1942 fino a concludersi nel luglio 1945.
Ad Home Place, nel Sussex, le vite della famiglia dei Cazalet sembrano andare con la solita lentezza verso una assuefazione alla guerra : non c'è più tempo per sperare né illudersi.
Ma l'ambiente privato non è più il centro delle loro esistenze. I protagonisti della seconda e terza generazione si ritrovano fuori e divisi, ognuno in situazioni più o meno complicate, in balia di nuove emozioni dove c'è chi si sente intrappolato in doppie realtà, chi non riesce a vivere la propria relazione allo scoperto e chi si abbandona senza pudori in altre ed altre ancora, ricavandone solo un'amara lezione.
Gli eventi del secondo conflitto diventano meri fatti ordinari, a cui nessuno presta attenzione perché questa volta sono l'amore e la vita ad addossarsi ai lori destini in modo così straordinario.
Come sempre il romanzo segue con particolarità gli episodi delle tre protagoniste principali, Louise, Polly e Clary; questa volta giovani donne alle prese con i loro turbamenti amorosi, nuove strade da percorrere e coraggio da sfoderare.
L'opera si chiude con al fine della guerra e la resa della Germania : tutto è finito eppure quel mondo ormai è cambiato.

"<<Dici che è per via della guerra?>> suggerì Polly.
<<Come facciamo noi a saperlo? Non abbiamo nemmeno una vaga idea di come sia la vita senza la guerra!>>"

E. J. Howard


Fra i tre romanzi della saga famigliare, ho trovato in "Confusione" il migliore, per la ricchezza di nuovi temi che cominciano ad affacciarsi e i primi accenni ad una società che andava facendosi moderna.
La Howard continua la sua analisi nell'ambiente femminile e nella sua evoluzione, attraverso la disparità dei sessi che durante la guerra dava alle donne minori possibilità di scelta pofessionali e di realizzarsi in modo indipendente.
Ma anche nel matrimonio, l'unico scenario ammesso per una donna, la scrittrice inglese ne rivela le sue ambiguità, i compromessi, la tacita sottomissione del ruolo femminile, superando il connubio tutto vittoriano di "sposa fedele e madre amorevole" e presentando quindi nella figura di Louise, una donna più realistica, meno stereotipata, che non è mai stata amata, mai ha amato, fino a scoprire l'amore troppo tardi. La verità universalmente riconosciuta della Austen trova anche qui la sua conferma.
Un'altra figura femminile inconsueta è nel personaggio di Zoë. Non moglie né vedova, Zoë cede con passione e fragilità, ad un rapporto clandestino, contro le convenzioni, uno scandalo famigliare e l'immagine di novella Penelope in attesa del ritorno del marito dalla guerra. Mi ha rammentato l'abbandono alla passione (meno poetica), della bella Marthe (moglie di un soldato al fronte), fra le braccia del giovane quindicenne de "Il Diavolo in Corpo" di Raymond Radiguet.
Oltre a questo il libro introduce già tematiche politiche come lo scontro, non ancora imminente ma vicino, tra due visioni opposte, come il socialismo e il conservatorismo. Il vecchio mondo con i suoi privilegi sta tramontando, mentre gli ideali di una società giusta e uguale per tutti sta albeggiando.
In "Confusione" si trovano momenti di poesia che ho amato molto come l'attesa di Zoe per il ritorno dell'amante in spedizione oltreoceano e il finale che ho sempre aspettato.
I passi storici non sono dominanti ma catturano l'attenzione del lettore per l'importanza : lo sbarco in Normandia, la liberazione della Francia e il suicidio di Hitler.
Ma se questo non vi bastasse a spronarvi a leggere questo capolavoro letterario, sappiate che "Confusione" riesce a scavare come poche altre opere, nel comunissimo e particolare senso umano, dell'amore e delle sue perdite e delusioni.



M.P.





Libro :

"Confusione", Elizabeth J. Howard, Fazi Editore 2016

giovedì 1 dicembre 2016

"Nessuno scrive al Colonnello" di Gabriel G. Márquez


"Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni - da quando era finita l'ultima guerra civile - il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano."


Targa all'Hotel des Trois Collège


Se di Márquez si ama l'irrealtà, i ritratti di alcuni personaggi, la magia, le passioni più o meno lecite, bisognerebbe non mancare di leggere "Nessuno scrive al Colonnello", proprio per la mancanza di questi elementi.
Credo che il magnetismo di questo autore risieda nella sua imprevedibilità : quando diventiamo consci di aver assorbito definitivamente la sua narrativa, i suoi tempi e spazi, ecco che con un libro di ben poche pagine, il nostro castello di nozioni viene smantellato che ci possa piacere o no.
Pubblicato interamente nel 1961, è un romanzo di solitudine, amaro, uno di quelli che portano il lettore a camminare, insieme al protagonista, su quel filo estremo che è la sopravvivenza umana e la sua vana ostinazione.
Dal ritorno di un suo viaggio a Parigi, mia sorella mi disse di aver visto una targa all'entrata del prestigioso Hotel des Trois Collège commemorante  lo scrittore colombiano che proprio li aveva scritto "Nessuno scrive al Colonnello" nel 1957.

Impiegato nel giornale di Bogotà "El espectador", chiuso sotto la dittatura di Rojas Pinilla (1900-1975), Gabriel García Márquez (1927-2014), fu costretto ad emigrare in Europa e in seguito nella capitale francese dove trascorse un periodo infelice a causa delle ristrettezze economiche e di un mancato salario. Certamente fu l'esperienza più dura e triste e questi sentimenti si riflettono nell'opera.

In un villaggio tropicale (che potrebbe sembrare benissimo lo stesso della "Mala Ora"), quindici anni dopo il patto di Neerlandia, un colonnello ex veterano della guerra dei Mille Giorni, sotto il comando di Aureliano Buendía, aspetta da anni la sua meritata pensione
Ogni venerdì, al momento della lancia della posta, si reca ala porto con la speranza di ricevere la famigerata lettera che potrebbe dargli la possibilità di uscire dalle sue disperate condizioni economiche, eppure come ogni venerdì l'impiegato risponde di non aver nulla per lui..
Il colonnello vive in una casa malsana, con una moglie malata d'asma e prigioniero di una vita di fame e di stenti. Unico conforto un gallo da combattimento, ereditato dall'amato figlio ucciso per aver distribuito riviste clandestine.
Il colonnello e la moglie si tolgono il cibo dalla bocca per alimentare il gallo, possibile futura fonte di reddito, ma colpiti ancor più duramente dal passare dei giorni senza cibo e l'arrivo di dicembre, decidono di vendere l'animale all'uomo più ricco e corrotto del paese, per poi ripensarci ancora una volta : "l'illusione non si mangia, ma alimenta".

"Still Life" (1913), Diego Rivera
In questa lettura ho trovato una prosa più equilibrata e asciutta, diversa da tutte le altre opere dello scrittore. Non c'è il suo "realismo magico", non ci sono leggende da ascoltare né situazioni irreali.
C'è solo un profondo malessere sociale e quindi politico, di una comunità che non ha più bocca né per mangiare né per esprimersi.
Nel villaggio si ripetono quotidianamente le stesse azioni, padre Angel sorveglia l'ingresso al cinematografo, don Sabas sfrutta l'ingenuità dei suoi paesani per arricchirsi, mentre per le strade si aggirano poliziotti sospettosi tra violenti acquazzoni.
Ma sono tutti personaggi di contorno che servono a mettere maggiormente in rilievo la tragica figura del colonnello, uomo pacato dalla incrollabile fede e risolutezza, ultimo detentore di ideali di giustizia e libertà, la cui attesa della pensione e il gallo diventano il simbolo di un possibile riscatto che fin dalle prime pagine del libro sappiamo che mai si realizzerà.
Di "Nessuno scrive al Colonnello" Márquez disse che quest'opera rappresentava il suo lavoro più soddisfacente; "Cent'Anni di Solitudine" non sarebbe mai stato scritto senza il primo e non si stenta a crederlo : da quella potente realtà ne stava nascendo una fiaba.



M.P.




Libro :

"Nessuno scrive la Colonnello", G. G. Márquez , Oscar Mondadori 1994

giovedì 24 novembre 2016

"Novembre" di Gustave Flaubert


"Amo l'autunno, triste stagione che si addice ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo serba ancora al crepuscolo il color rosso che indora l'erba appassita, è dolce guardare spegnersi ciò che prima brillava in noi."


"A Wooded Pathin Autumn", H. Anderson Brendekilde


Opera essenzialmente autobiografica, "Novembre" di Gustave Flaubert (1821-1888), è un brevissimo racconto scritto nel 1841 e pubblicato postumo in Francia solo nel 1910.
In tutta la sua vita Flaubert si vergognò enormemente dell'opera, per la semplicità e maggiormente per il suo eccessivo romanticismo. Tuttavia questa segnò il primo importante componimento dell'autore : l'ultimo richiamo alle sue memorie giovanili e ad uno stile ancora denso di lirismo e riflessione.


Ambientato nella Parigi di Luigi Filippo (1830-1848), un giovane collegiale di buona borghesia, vive la sua adolescenza e giovinezza tra sogni, romanticherie e soprattutto di desideri carnali e d'amore.
Addentratosi in un sobborgo, conosce la prostituta Marie, con la quale si abbandona per due giorni.
Non sarà solo appagamento del corpo; insieme scopriranno che le loro vite non differiscono poi di tanto, essendo cresciuti nell'illusione e nella mancanza d'amore.
Non si rivedranno mai più.

Diviso in tre parti, nella prima seguiamo i pensieri volitivi e adoranti del giovane, in un mese votato alla malinconia e al ricordo. Nella seconda parte, la più bella e godibile dell'intero racconto, la bella Marie racconta quel che è stata la sua storia, da fanciulla avida d'amore e sensualità fino alla trasformazione di ricca cortigiana. Le sue manchevolezze, il suo folle inseguimento verso dorate visioni e la sua caduta più degradante ritorneranno nelle fattezze di un'altra donna, Emma Bovary.
Marie corrotta nel corpo, nei suoi sogni e nel suo cuore si sente ancora vergine perché mai ha amato davvero. Ne esce una figura provocante e contemporaneamente innocente.
Nella parte finale l'autore usa il cliché del ritrovamento del manoscritto per continuare a narrare le ultime vicende del giovane.
Al momento della stesura, Flaubert ripercorse due fatti principali della sua vita : agli anni tristi e solitari al Collège Royal di Rouen e all'incontro con Eulalie Foucaud.
Gustave Flaubert ebbe sempre un ossessione particolare : le donne.
Ossessione particolare che si ripercuoteva naturalmente nei suoi scritti; l'amata Elisa Schlesinger (1810-1888), fu ritratta meravigliosamente nel personaggio di Madame Arnoux nell'"Educazione Sentimentale", in questo Eulalie conosciuta a Marsiglia nel 1840, prende il personaggio di Marie.
"Novembre" è un libro denso di autobiografismo, d'aspirazioni e bramosie tipiche della gioventù, ma anche il complesso passaggio dello scrittore dal romanticismo al realismo e quindi alla definitiva età matura.
Un ricordo che si consuma nel breve attimo di una stagione, per non ritornare mai più.



M.P.





Libro :

"Novembre", G. Flaubert, Bit Edizioni 1995

sabato 12 novembre 2016

"Da un Mondo che non c'è Più" di Israel J. Singer


"In casa nostra tutto era considerato un peccato. Dire che il mio insegnante, Reb Mayer, era pazzo era peccato. Acchiappare le mosche a Shabbat era peccato. Disegnare era peccato. Anche correre era peccato perché non si confaceva agli ebrei ma solo ai gentili. Qualsiasi cosa uno facesse o non facesse, c'erano buone probabilità che fosse peccato. Non fare completamente niente era peccato. «Perché perdi tempo?» mi diceva mio padre ogni volta che mi beccava a guardare fuori dalla finestra. «Un ebreo non deve mai restare indolente. Deve sempre studiare.»"


"La Boutique gouache sur Papier" (1911), Marc Chagall

Ci sono civiltà lontane nella storia le cui credenze, superstizioni e culture oggi non conosciamo più nulla : sono state spazzate via dalle guerre o da qualche evento tragico o più semplicemente dal progredire umano.
I fratelli Singer sono i testimoni più rappresentativi di quel popolo ebraico che si era stanziato in Polonia e altre regioni limitrofe, così ricco di motivi folkloristici e sacrali, e mirabili narratori del filone yiddish¹.
Isaac Bashevis Singer (1904-1991), vinse addirittura il Premio Nobel per la letteratura nel 1978, la sorella Esther (1891-1954), scrisse notevoli opere sulla condizione delle donne di origine ashkenazita, ma il primato di cantore spetta, a mio dire, a Israel Joshua Singer.
Proprio come Joseph Roth, Israel Singer fu il partecipe spettatore di un mondo in declino.

Israel Joshua Singer (1893-1944), figlio di un rabbino della provincia di Varsavia, imbevuto fin dall'infanzia di dottrine ebraiche, arrivò tardi alla scrittura. Adombrato poi dalla figura del fratello minore, è stato nel lungo Novecento sconosciuto ai più, come tutti gli autori non sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Oggi la sua narrativa è stata rivalutata e i suoi romanzi come "I Fratelli Ashkenazi" e "La Famiglia Karnowski", celebrati degnamente come opere di rara e unica bellezza.
Scritto nel 1933 e pubblicato postumo nel 1946 "Da un Mondo che non c'è Più" è il primo volume di quell'autobiografia voluta e mai portata a termine dal suo autore.
Un memoriale dall'infanzia sino alla prima adolescenza, della famiglia ma soprattutto un ritratto collettivo di una comunità rurale e remota, nell'impero zarista del XX secolo.


L'opera si apre con l'incoronazione a zar di tutte le Russie di Nicola II (1894). Israel Joshua allora ha appena un anno, figlio di Pinchas Mendl Singer, rabbino dello shtetl² di Leoncin, provincia polacco-galiziana nei pressi della Vistola, uomo devoto a Dio e alla Torah ma credulone e poco pratico e di Basheva Zylberman, donna colta, intellettuale e più assennata del marito.
Israel cresce in un ambiente osservante e domestico, tra ore passate allo cheder (scuola primaria ebraica), lunghe preghiere in sinagoga e sere passate a studiare la Torah.
Il suo è un clan chiuso, culturalmente di livello basso e votato completamente a rigide regole religiose che governano i suoi abitanti.
Israel rifugge da questo mondo di precetti, credenze popolari e divieti, correndo fino allo sfinimento con i suoi amici, ascoltando i pettegolezzi degli adulti, mangiando con colpevole piacere e ridendo alle goffaggini di eminenti personaggi. Il suo corpo come i suoi pensieri maturano un senso di sofferenza e ribellione ed aspirazione verso una vita più libera e moderna.

"Ma tutte le punizioni non sporcavano la gioia delle giornate soleggiate nel frutteto e delle buie e tenere serate, quando il cielo era pieno di milioni di stelle e mi sentivo al corrente di tutti i misteri della vita e dell'esistenza."



La sua grandezza tuttavia non risiede nella vita del giovane protagonista, bensì nelle altre vite di Leoncin. La provincia ebraica pur immobile nel suo status è fermente di drammi.
Un romanzo corale di voci e odori che scaturiscono dalla storia di una società patriarcale, dove gli uomini siedono studiando le "dolci preghiere", per poi rivoltarsi nella rabbia, nell'invidia, nell'avidità e perversioni, chiedendo infine aiuto al Cielo e nell'arrivo di un Messia che non arriverà mai.
Le donne chiuse nei loro angoli di casa a cucinare, tenere in piedi la famiglia e servire : negli occhi il rancore della loro solitudine, nelle guance il rossore mentre parlano di rapporti coniugali.
Quando una persona di ammala non si chiamano dottori ma santoni, si crede nel malocchio e leggende lontane nel tempo.
Un villaggio quello di Leoncin dove il progresso non è stato ancora conquistato, ma già ne viene pronosticato il futuro avvento e il declino di quel vecchio mondo.
Ho dovuto più volte interrompere la lettura per cercare il significato di molti dei termini ebraici di cui non ero a conoscenza, eppure il testo si è rivelato scorrevole e le sue vicende racchiudono le memorie di un tempo che fu.
Questo è quel mondo raccontato da Israel Joshua Singer che sarebbe stato infine annientato dalla furia nazista.



M.P.



¹In origine dialetto alto-tedesco, scritto in caratteri ebraici.
² Villaggio ebraico dell'Europa Orientale.




Libro :

"Da un Mondo che non c'è Più", I. J. Singer, Newton Compton.


venerdì 4 novembre 2016

"La Mia Vita" di Agatha Christie


"Tra me e quella ragazzina solenne con i boccoli biondo-chiaro non c'è nessuna differenza. La dimora in cui risiede lo spirito cresce sviluppando istinti e propensioni, emozioni, e capacità intellettive, ma io, la vera Agatha, sono sempre la stessa."



De "La Mia Vita" di Agatha Christie ne avevo già parlato in un post di luglio come consiglio di lettura durante l'estate. Ho adempiuto al mio stesso consiglio, seppur non durante la bella stagione, ma in quella più emozionale e colorata.
Conosco la Christie. Non esagero quando scrivo che mia sorella dovrebbe risultare tra i pochi italiani a possedere una sterminata collezione dei suoi libri, tra polizieschi, drammi teatrali, sentimentali e d'epoca. Approfittavo delle sue letture mentre si faceva viva in me l'immagine di una scrittrice geniale, brillante; una mente fine ed acuta.
Non esagero nemmeno scrivendo che non leggo nessun altro giallo al di fuori dei suoi. I gialli moderni hanno sempre dei risvolti riguardanti la mafia, lo Stato, intrighi internazionali; io credo molto di più "nella natura umana" : nei rapporti personali, negli odi covati, nelle gelosie ataviche.


Al momento della stesura Agatha Christie (1890-1976), era tra le più popolari scrittrici mondiali.
I suoi libri venivano venduti dalle regioni più lontane e fredde oltreoceano fino all'Estremo Oriente, riprodotti nei vari teatri, cinema, e la sua persona di dama inglese stimata nei circoli letterari come nei mondani.
Scritta tra il 1950 e il 1965, "La Mia Vita" (pubblicata postuma nel 1977), è il suo romanzo di ricordi e memorie che abbraccia il lungo Novecento, dalla fine dell'età vittoriana, l'inizio dell'epoca eduardiana, le due guerre mondiali, fino alla sicura e accomodante vita negli anni '50-'60.
La sua non è la semplice storia di una scrittrice famosa, ma il resoconto di epoche, mode, passioni, conflitti, sguardi e riflessioni di un mondo lontano, in continuo cambiamento, le cui rievocazioni giungono all'atto finale di una matura consapevolezza di aver vissuto una vita piena e soddisfatta.

Una giovane Christie

Nata nella medio-alta borghesia anglo-americana, nella riviera turistica di Torquay; Agatha cresce in un clima di generoso benessere, secondo gli usi e convenzioni dell'età post-vittoriana.
Tra banchetti mondani, numerose tate, filastrocche da imparare, una creatività e immaginazione fervida fin da piccola.
I capitoli sull'infanzia prendono buona parte del libro : "una delle cose più belle che possono capitare a una persona è un'infanzia felice. La mia lo è stata molto."
Un ambiente di sogni, fate, libri, cene con regine, dove ancora la scrittura non contava nulla.
La morte del padre oberato di affanni, quindi il ridimensionamento economico, una giovinezza libera, nei bagni al mare, visite, balli e lunghi flirts. L'incontro con Archibald Christie (1889-1962), ufficiale dell'aeronautica e il lavoro in un dispensatorio durante la Grande Guerra e il giro del mondo nel 1923 per opera del British Museum.
Armeggiando tra farmaci e veleni le si era presentata l'idea di creare dei romanzi polizieschi, passione che non tarderà a diventare una vera e propria professione.
La dolorosa morte della madre accompagna il divorzio imposto dal marito; una seconda primavera le apre un nuovo matrimonio e nuove visioni e colori dall'Oriente che si arrestano solo con l'avvento del secondo conflitto.

Non bisogna immaginarsi la Christie come una vecchia dama, seduta in un angolo vintage a scrivere.
Era una donna moderna : cavalcava all'amazzone, surfava sulle onde australiane, guidava l'automobile (allora una rarità per una donna), ballava il tango, viaggiava sull'Orient-Express, facendo spola fra Occidente e Oriente, passeggiando nel deserto alle prime luci dell'alba e poi occupandosi di scavi archeologici in città perdute.
Le sue opere rivivono nella lunga vita ripercorrendo aneddoti, fatti storici e privati con modestia e sincerità, spoglie di vanesie elucubrazioni e attraverso i suoi personaggi più celebri, da Hercule Poirot a Miss Marple, dal signor Quin a Tommy e Tuppence.
In questo che ritengo tra i più bei testamenti letterari del Novecento, ricorre nel lungo flusso di pensieri e ricordi, l'amore.

Agatha Christie in Egitto

L'amore per il Medio Oriente. Mi sono commossa per le suggestive descrizioni di città fiabesche con le loro torri alte e tramonti rosati, popolazioni e culture diverse, scenari netti e chiari di Aleppo, Mosul, Bagdad, Esfahan (detta la metà del mondo); oggi mondi persi per sempre, le cui bellezze nessuno più scriverà.
Io che di quei paesi mi sento così ignorante, vi ho lasciato le lacrime fra quelle pagine.

"Quanto ho amato quella parte di mondo.
L'amo ancora e l'amerò per sempre."

L'amore per la vita. Qui si ritrova la Christie delle sue opere : il senso della continuità della vita a dispetto di tutto, dei nostri affanni, delle nostre delusioni come della morte.

"Mi piace vivere. E' capitato anche a me di essere in balìa di una profonda disperazione, di un'infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria."

Una vita che seppur resa straordinaria dalla sua autrice, essa magnifica il suo vero fondamento, la gratitudine.



M.P.





Libro :

"La Mia Vita", A. Christie, Oscar Mondadori, 2007

venerdì 21 ottobre 2016

May Nieriker, "la Alcott che incantò Parigi"


"Una fanciulla piena di sogni elevati. Slanciata, regale, alta." ("Our Madonna", Louisa May Alcott)

"May Alcott Nieriker" (1877) Rose Peckham


Per Louisa May Alcott (1832-1888), ho una devozione spassionata. A lei devo il mio amore per la lettura ed avermi addentrata verso la letteratura classica ed il gusto ottocentesco.
Ma qui non voglio parlare di lei, bensì di sua sorella May, il cui talento artistico non rimase, in realtà, chiuso fra le pagine di "Piccole Donne", ma arrivò oltreoceano.
Nella seconda metà dell'Ottocento, la più giovane delle sorelle Alcott, mise in mostra le sue doti, venendo apprezzata e riconosciuta da quelli che in seguito divennero i più grandi pittori. Un successo adombrato solo dalla onnipresente figura della sorella scrittrice.
Louisa May Alcott mise la figura di May in Amy March. Un personaggio le cui "maniere altezzose" hanno reso antipatico ai più. Eppure bisognerebbe ricordarsi che insieme a Jo e  Nan Harding ("Piccoli Uomini" "I Ragazzi di Jo"), Amy diventa nella saga famigliare, il simbolo delle donne che possono realizzarsi pienamente nella vita, e soltanto con l'aiuto di se stesse.

Abigail May Alcott nacque nel 1840 ad Orchard House, nel Massachusetts. Figlia del filosofo trascendentale Amos Bronson (1799-1888), non ebbe una fornita educazione, seguendo più che altro i liberi pensieri e vagabondaggi dell'eccentrico padre.
Aveva occhi azzurri, capelli biondissimi e l'amore per l'arte. Fin da piccola soleva trascorrere le giornate disegnando e dipingendo quadri affascinanti che poi andavano a decorare con fierezza le pareti di Orchard House. Il suo non era diletto, ma puro talento, tanto da essere soprannominata in famiglia "the little Raffaello".
La propensione all'arte circondava anche la sua immagine : pur non essendo propriamente bella, possedeva un aspetto classico per gli standard dell'epoca. Graziosa, gaia, intelligente, creativa, era a detta di tutti "una delle creature più belle del mondo".
Amava la vita, la bellezza, le persone e la natura, qualità che ben si accordavano alla sua persona elegante e perfezionista.
Dopo i primi rudimentali studi artistici in varie scuole, nel 1859 si iscrisse alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, dove studiò insieme al futuro pittore William Morris Hunt (1824-1879).
Nel 1868, al momento della pubblicazione di "Piccole Donne", di cui fu l'illustratrice, Louisa con i proventi sostenne i suoi studi, portandola nel 1870 in tour all'estero.
Nell'America puritana del XIX secolo le donne non avevano possibilità di ampliare le loro conoscenze artistiche come nella vecchia Europa, sebbene in quest'ultima veniva negato loro di recarsi nelle accademie a dipingere nudi dal vivo per questioni morali.
La pittrice Berthe Morisot, nelle prime mostre degli Impressionisti, fu ogniqualvolta tacciata come "poca di buono".
May compì tre viaggi all'estero con la sorella, l'ultimo da sola.
In Europa affinò e maturò il suo talento studiando scultura, disegno, pittura nelle accademie inglesi, come alle rovine romane e nei sobborghi parigini.
Si innamorò di Turner, dei suoi cieli mutevoli, delle atmosfere velate, diventando un'ottima copista, tanto da essere considerata la migliore del suo tempo.
Ma è a Parigi che visse il suo periodo d'oro. Parigi era veramente la città dell'arte e degli artisti a tal punto che "i nuovi arrivati avevano l'impressione che la città fosse un unico atelier", come lei stessa scriveva. Qui entrò in contatto con figure eminenti che sarebbero diventate famosi : divenne infatti amica e confidente di Mary Cassatt (1844-1926). Le legava entrambe la provenienza.
Nel 1877 la sua "Natura Morta" fu esposta al Salon di Parigi, entrando così nella storia come la prima donna americana negli annali della mostra. May informò la famiglia della consacrazione con la frase : "Chi avrebbe mai immaginato tale fortuna?"


"Natura Morta" (1877)
In seguito a ciò, la giovane pittrice conobbe fama nei circoli come in altre mostre, in Francia e varie parti del mondo. La sua ostinazione era stata ricompensata e univa a questa anche la sua ribellione a restare in Europa per continuare la sua professione, lontana dalla famiglia.
La sua maestria si rivelava soprattutto negli acquarelli e nelle nature morte.
I suoi dipinti accarezzavano punte di romanticismo con ispirazioni alla Turner, arrivando ai colori scuri e forti del realismo¹. Il suo tocco era delicato quanto espressivo.
Ma non visse solo d'arte. Nel 1876 incontrò a Londra l'imprenditore e violinista svizzero Ernest Nieriker, con il quale nonostante la differenza di età, si sposò l'anno successivo, ritirandosi nel sobborgo di Meudon.

"Westmister Abbay" (1879)

"Baby Owl"

"Orchard House"

Fu un unione felice : insieme ricrearono quel clima di eleganza e bellezza che li caratterizzava.
May continuò a dipingere anche da sposata. Il capolavoro "La Négresse" ne da la prova.
Dipinto nel 1879 e anch'esso esposto al Salon, ritrae una giovane afro-americana dal petto scoperto.
L'artista si è voluta rifare al movimento dell'Orientalismo, allora molto in voga grazie alle conquiste francesi in Africa nel XVIII secolo. La figura della donna è dettagliata e realistica, senza alcuna velatura erotica, ma comunicativa attraverso la posa e gli occhi.
Una concausa ulteriore delle poche testimonianze su May, è dovuta purtroppo alla sua morte prematura. Infatti ella morì di febbre puerperale, nello stesso anno del suo capolavoro e sei settimane dopo aver dato alla luce la sua creatura, Louisa May².
Si potrebbe aprire un capitolo su quante donne nella storia abbiano perso la vita e le più belle aspirazioni, morendo semplicemente di parto. Erano secoli quelli in cui il coraggio del sesso femminile si misurava anche nel vivere.
Diversamente dalle sorelle, May Nieriker, la donna che entusiasmò Parigi per un breve periodo, riposa oggi nella città che la rese famosa, la cui fermezza e valore meritano di essere conosciuti.


"Floral Panel" (1879), nella camera di Louisa ad Orchard House




M.P.




¹ Ringrazio Cristian di Artesporando per avermelo confermato.
² Detta "Lulu" (1879-1975), dopo la morte della madre venne accudita con amore dalla zia Louisa, in seguito tornò a vivere in Svizzera. Nel 1903 si sposò con Emil Rasim, resiedendo in Germania fino alla sua morte.

venerdì 14 ottobre 2016

"Bagheria" di Dacia Maraini


"Il nome Bagheria pare venga da Ba Bel Gherib che in arabo significa porta del vento. [...] ma è nata, nel suo splendore architettonico, come villeggiatura di campagna dei signori palermitani del Settecento e ha conservato quell'aria da giardino d'estate circondata da limoni e ulivi, sospesa in alto sopra le colline, rinfrescata da venti salsi che vengono dalle parti del Capo Zafferano."

Villa Valguarnera

Ci sono ricordi che per qualche motivo lasciamo volutamente fuggire dalla nostra memoria, ma la vita è imprevedibile, e capita che questi riaffiorino molto più tardi, attirandoci con una malia perversa, soprattutto se ci parlano delle nostre radici.
Questo è il tema della scrittrice Dacia Maraini nel suo libro "Bagheria" (1993), piccolo memoriale sulla sua vita trascorsa nella terra d'origine, l'entroterra siciliano.
Di Dacia Maraini questo è il terzo romanzo che leggo, a confermare il suo talento di narratrice, come di generosa dispensatrice di sensazioni, immagini e figure, femminili in particolare.
Quanto ho amato la libera e vagabonda Chiara d'Assisi e come ho sofferto per le vicende della silenziosa e attiva Marianna Ucrìa; eppure anche Bagheria è una donna, bellissima nei primi fasti, "sporcata" poi dagli uomini mentre rivive le glorie di un passato duro a morire.
Non sembrerà vero ma la Maraini appartiene, per ramo materno, alla più nobile delle famiglie siciliane, gli Alliata di Salaparuta, che già nel Settecento ebbero importanti ruoli alla corte del Regno di Napoli.
La madre, la pittrice Topazia Alliata aveva sposato contro il volere dei genitori, l'etnologo Fosco Maraini. Tra il 1938 e il 1947 la famiglia risiedette in Giappone, dove nel 1943 al 1946 fu confinata in un campo di concentramento per essersi rifiutata di firmare l'adesione alla Repubblica di Salò.
E proprio dopo la liberazione, rientrati in un'Italia povera e devastata dalla guerra, vennero accolti dai nonni materni di Dacia, nella splendida villa di proprietà, la Valguarnera¹ a Bagheria.

"Case e tetti di Bagheria", Renato Guttuso

Fra continui flash-back e reminiscenze, la scrittrice rievoca il suo periodo di iniziazione alla vita : dalle amate figure genitoriali, simbolo di quella cultura finalmente libera e moderna, contro i nobili parenti chiusi in un immobilismo atavico e gretto, non privo a volte di vergogne.
L'allontanamento dell'adorato padre, doloroso e silenzioso, all'incontro con la sessualità, offerta ma non voluta, non sono che un aprirsi e negarsi alla terra arida e selvaggia di Bagheria.
Non quella mitizzata dai Fenici e dai Greci, ai tempi di Polibio, dal profumo del mare e dei limoni, bensì quella delle speculazioni edilizie, a quelle case addossate le une alle altre che hanno distrutto interi "polmoni verdi" nelle zone vantaggiose intorno alla Valguarnera negli anni cinquanta.
"Bagheria è una città mafiosa, lo sanno tutti." La Maraini ripercorre, senza remore, la mascolina e primitiva crudeltà "del coltello e del fucile" "delle violenze, intimidazioni, soprusi, prepotenze, abusi, feriti, morti" operate dai maggiorenti del paese, favoriti da silenzio e corruzione.
Un ambiente colpevole di non aver favorito l'emancipazione femminile e ha continuato anzi lo sfruttamento delle donne con maltrattamenti, stupri, all'interno dei nuclei familiari all'apparenza dabbene.
Il corpo delle donne è un oggetto "preso" dal sesso maschile, dove la volontà delle proprietarie nulla conta "un corpo munito di utero deve nascondersi e negarsi [...] ogni abbandono è una rovina."
Ma la penna ritorna infine alla Valguarnera, con un adagio monotono sui mobili settecenteschi impolverati, fontane dormienti, stanze depredate, nei calici colmi di té freddo; odori, suoni e visioni di un lontano ancien régime, imposto dagli uomini e subìto dalle donne dagli abiti troppo ricchi e troppo pesanti e desideri sacrificati.
Dacia Maraini porterà scorci di questi piccoli scenari in molte delle sue opere.
Una scrittura che serve da catarsi ad un mondo a lungo asserragliato in memorie oscure.

"E' lei, Marianna, a grandezza naturale, chiusa in un vestito rigido [...] che tiene fra le dita un foglietto in cui è scritto una parte sconosciuta e persa del mio passato bagariota."



M.P.



¹ Sito ufficiale della Villa a Bagheria.




Libro :

"Bagheria", D. Maraini, KK edizioni.

giovedì 6 ottobre 2016

"Dalla Parte delle Bambine" di Elena Gianini Belotti


"Questo libro ha avuto la fortuna di essere stato molto regalato : da una figlia a sua madre, da una madre a sua figlia, da una donna ad un amico, da un uomo ad una donna, da un giovane alla sua ragazza e viceversa, da amici e amiche ad innumerevoli madri e padri di bambine. Ognuno dei donatori ha affidato al libro un'intenzione, un augurio, una sollecitazione : leggilo e capirai il mio passato; leggilo e riconoscerai la tua storia; leggilo e non ripeterai la mia storia; leggilo e potrai cambiare il tuo destino; leggilo e il destino della tua bambina sarà diverso dai nostri."


"Girl with Baloon" (2004), Banksy


Quando ero bambina e passavo le estati dai nonni in Abruzzo, mi ricordo che passavo i pomeriggi davanti alla libreria di una delle cugine più grandi. Lei frequentava le Magistrali e i suoi testi erano per lo più saggi di psicologia e pedagogia. Prendevo un volume alla volta e mi mettevo a leggere sull'educazione dei bambini, la loro vita come poteva cambiare a seconda di un gesto negato od offerto da un adulto.
La prima volta, invece che lessi il nome di Elena Gianini Belotti fu in una introduzione ad un libro della scrittrice americana Louisa May Alcott (1832-1888), e il collegamento non aveva nulla di strano : la Alcott nei suoi romanzi non proponeva modelli di ragazze esemplari, ma possibili varianti a quelle della propria generazione. Ma chi è la Belotti?


Negli ultimi fatti di cronaca sugli abusi alle donne e allo sfruttamento della loro immagine, il suo nome è rimbalzato da una parte all'altra tra giornalisti e scrittori.
Elena Gianini Belotti è una luminosa e riconosciuta pedagogista italiana. Nata e vissuta a Roma, insegnante montessoriana, ha diretto dal 1960 al 1980 il Centro Nascita Montessori, unico nel suo genere in Italia, dove si preparano le future madri al proprio ruolo.
Prolifica scrittrice, nel 1973, in un periodo di continue rivendicazioni femminili, pubblicò il saggio-indagine "Dalle Parte delle Bambine".
Fu uno strepitoso successo di vendite e durevole nel tempo che solo l'illusorio raggiungimento di una certa indipendenza femminile ha riposto in un angolo.

La Belotti poneva grande attenzione sull'infanzia e alla tradizionale differenza di carattere tra maschi e femmine che non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che i bambini subiscono nei primi anni di vita e questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile.
Diviso in quattro capitoli, il libro si sviluppa dalle aspettative genitoriali dopo il concepimento fino all'entrata del bambino nella società e nelle istituzioni scolastiche.
Pur essendo un testo per alcuni versi superato, resistono ancor oggi certi pregiudizi "profondamente radicati nel costume : sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un'utilità sociale" al momento dell'attesa di un figlio : i periodi di luna, i chicchi di grano, maschio se sono dispari pari femmina, ventri appuntiti o piatti, gravidanza faticosa nascerà una bambina, più rilassata nascerà maschio; tutto è volto ad esprimere emozioni positive per il maschio, negative per la femmina, a ricordare, ancora prima di venire al mondo, la supremazia maschile.
Nel secondo capitolo si analizzano i primi condizionamenti da parte degli adulti, si mette in luce, in particolare, la normale "giustificazione" che si da all'irruenza dei maschi mentre si reprime la vivacità femminile, non capendo che la vivacità è l'inizio di una fervida creatività. Così le bambine hanno già in mente le predisposizioni "giuste" da prendere e falsi modelli in cui immedesimarsi.
Non è raro che siano proprio quest'ultime a doversi conquistare fin da piccoline l'affetto e l'accettazione dal mondo adulto, attraverso la bellezza, la civetteria, dove i bambini maschi nulla hanno da ottenere perché basta l'essere appartenenti al sesso dominante.

"A Little Girl Reading" (1900), J. Gudmundsen

Questo non cambierà nella crescita e nel mondo del lavoro dove una donna dovrà impiegare maggiori energie per arrivare ad un risultato laddove un uomo potrà sacrificarsi con meno dispendio di fatica.
L'intelligenza e il valore intellettuale non vengono quasi mai menzionate per il sesso femminile, non rappresentano le prime qualità a cui si pensa.
L'"invidia del pene" tanto conclamata da Sigmund Freud non è che il rimpianto della sua insubordinazione.
Se nel caso di "Gioco, giocattoli e letteratura infantile" non esiste più come nel passato una netta differenza tra giochi maschili e femminili, non è altrettanto vero nell'ambito delle immagini e della pubblicità.
Non è da molto il ritiro dello spot di una nota marca di pannolini, ritenuto discriminante per le bambine, a cui si attribuivano solo ruoli passivi.
Un ambiente che potrebbe contribuire ad un miglioramento dell'infanzia femminile è la letteratura. 
Pochi giorni fa c'è stata la sentenza di un tribunale che ha risarcito una minorenne incappata nel giro della prostituzione, con trenta libri di autrici simbolo dell'indipendenza femminile.
Nell'ultimo capitolo viene affrontato il compito delle scuole sull'educazione e sullo sviluppo delle loro persone in base alle individualità, nature e sentimenti, non alla caratterizzazione del sesso, al fine di realizzare i propri bisogni ed assicurare aspettative di vita migliori per ogni singolo per raggiungere una possibile, armoniosa convivenza tra le future donne e i futuri uomini.

"Nessuno può dire quante energie, quante qualità vadano distrutte nel processo di immissione forzata dei bambini d'ambo i sessi negli schemi maschile-femminile così come sono dalla nostra cultura, nessuno ci saprà mai dire che cosa avrebbe potuto diventare una bambina se non avesse trovato sul cammino del suo sviluppo tanti insormontabili ostacoli posti lì esclusivamente a causa del suo sesso."



M.P.



Libro :

"Dalla Parte delle Bambine", E. G. Belotti, Feltrinelli 1983


sabato 1 ottobre 2016

Odilon Redon e l'invisibile manifesto


"Principe dei sogni misteriosi, paesaggista delle acque sotterranee e dei deserti sconvolti dalla lava."
(Joris-Karl Huysmans "Controcorrente" su Odilon Redon)


"Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann"



Quando ho da cercare informazioni su un'epoca o un personaggio storico, mi rivolgo, prima che alla rete, a quella che io chiamo con affetto "la mia eredità", ovvero la mia enciclopedia. Non potrei mai privarmi di essa per nulla al mondo, perché fin dall'infanzia mi ha cullata con le sue storie.Un mese fa mi capitò, mentre sfogliavo un volume, di trovarmi davanti, per caso, una foto di un dipinto a cui sono rimasta colpita per l'intensità e vivacità di cromie e movimenti quasi danzanti in uno sfondo fantastico. Pochi secondi incantata per poi ritornare alla realtà scorgendo il nome del suo autore, un artista francese di fine Ottocento, poco conosciuto dai coevi ma amatissimo e fonte d'ispirazione per tutte le future generazioni di artisti.

Nel 1890 un pittore francese decise che fosse arrivato il momento di abbandonare definitivamente il nero, per votarsi finalmente ad un ventaglio di colori e luci.
La Francia si preparava allora a vivere gli ultimi splendori di fin de siècle.
L'anno prima Parigi aveva festeggiato l'Esposizione Universale con la costruzione della Torre Eiffel e non ultimo il centenario della Rivoluzione. L'arte francese stava dando al mondo il suo periodo di
-ismi e un incisore e litografo maturo di Bordeaux si stava avvicinando ad una nuova forma artistica.
Jean-Bertrnad Redon (1840-1916), meglio conosciuto come Odilon Redon fu un pittore diverso dalla sua epoca; appassionato di scienze naturali, imbevuto di musica e poesia e da una infanzia difficile caratterizzata dall'epilessia.
Il momento del suo approdo al pastello, alla pittura a olio coincise con la nascita del secondogenito Arï, dopo la morte del primo figlio Jean (1886).
Eppure non al colore ma l'invenzione di una nuova iconografia basata sul bizzarro, chimerico e romantico si deve a Redon. Le sue composizioni non sono rivolte al mondo esteriore, a quello che possiamo vedere, bensì ad un ambito interiore, intangibile e invisibile. I suoi temi si intrecciano nei miti classici ed orientali, dalla cui tecnica scaturisce l'irrazionale e il mistero, un'esplosione nell'immaginario ed indeterminato, nei nostri pensieri e nel nostro inconscio, ben cinque anni prima della nascita della psicanalisi.
Il sogno, il fantastico si fondono con l'interpretazione del soggetto che talvolta non è che un pretesto per esprimere un sentimento : tristezza, disperazione, malinconia, vedranno in Odilon Redon un precoce visionario delle inquietudini e paure del primo Novecento, anticipando il Simbolismo e dando motivo di ammirazione ai Surrealisti.
Non è un caso che il protagonista insofferente di "Controcorrente", Des Essintes venga turbamente attratto dalle sue opere.

"Gli Occhi Chiusi"

In una delle prime opere acquistate dallo Stato francese "Gli Occhi Chiusi", realizzato nel 1890, appare un volto evanescente e indefinibile, dai capelli lunghi ma senza ombra di decorazioni, la bocca muta e le palpebre chiuse. Sembra stia sognare o forse e colto in un attimo di introspezione su uno sfondo calmo e sereno mentre tutto il corpo scompare nella nebbia. Eppure questo vago sogno potrebbe assomigliare anche ad una morte vicina. Verosimilmente è anche il ritratto della moglie dell'artista la creola Camille Antoniette Falte (1852-1923), sposata a Parigi nel 1888.
Legati alla mitologia greca sono i seguenti due quadri. "Il Ciclope" (1895-1900), dove un mostro con un solo occhio, che solo dal titolo riusciremo a capire che si tratta proprio del ciclope Polifemo, si affaccia da una montagna mentre guarda con il suo occhio vigile l'oggetto del suo amore, Galatea la bella ninfa marina, dormire serenamente nel bosco.

"Il Ciclope"

Ma il Polifemo qui raffigurato non è la crudele creatura omerica né il mostro geloso che uccise il rivale in amore, il pastore Aci, per possedere la ninfa. E' invece un essere gentile, dallo sguardo benevolo, come si evince anche dai toni caldi usati da Redon, che sembra si stia accertando del riposo pacifico dell'amata che è giusto abbozzata insieme al paesaggio circostante. Il tutto sempre ricreato in uno spazio di mistero e d'indefinito.
In uno scenario che da più l'idea di un sogno che di un panorama greco ("Orfeo" 1903), riconosciamo, attraverso il soggetto esposto, la testa del poeta e cantore Orfeo distesa sulla sua lira, trasportata verso un mondo fantastico.
Orfeo dopo aver perduto la moglie Euridice, fu ucciso nel delirio di un baccanale dalle Menadi e fatto a pezzi; la testa venne gettata dalle invasate nel fiume Ebro dove continuò a cantare (simbolo dell'immortalità dell'arte), arrivando fino alle spiagge dell'isola di Lesbo.
Il volto del poeta non ha quasi nulla della morte e anzi sembra stia pensando o in uno stato di beatitudine rivelata anche dai colori tenui e sfumati del dipinto.
Di grande bellezza e impatto visivo è invece l'"Ofelia tra i Fiori" (1905-1908). In questo capolavoro Redon ritrasse il personaggio femminile di Ofelia, la dolce fanciulla amata dal principe Amleto nell' omonima tragedia di Shakespeare.

"Ofelia tra i Fiori"


La giovane è rappresentata nel suo atto conclusivo, poco prima di suicidarsi. Ha sopra il capo una ghirlanda di fiori, il corpo sommerso dalle acque, mentre guarda rapita una cascata di fiori sopraggiungere insieme ad una folata di blu.
L'artista francese fornisce una versione nuova di Ofelia, non folle e debole, al contrario, cosciente e in lotta con se stessa. Una lotta interiore che proviene dalla ribellione alla classe maschile e a tutte le circostanze di un mondo in rovina; ritroviamo in lei un personaggio positivo e finalmente in armonia e in pace con la natura e la sua anima.

"Le sue vesti si allagarono e per un poco
La sostennero come una sirena, e lei
Cantava brani di vecchie melodie
Come una inconsapevole del proprio rischio
O come una creatura nativa cresciuta
In quell'elemento." ("Amleto" IV. 7)


Di simile composizione è "Il Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann" del 1910. Anche qui una giovane fanciulla, ma questa contemporanea al pittore, si trova seduta, appoggiata allo schienale della sedia, i capelli neri sciolti, il vestito poco delineato e lo sguardo inafferrabile. Davanti a lei una esplosione di fiori non definiti e dai colori prettamente blu e viola.
A captare l'attenzione dello spettatore è il corpo rilassato di Violette (una posa non certo aggraziata per una signorina), e gli occhi persi verso un pensiero astratto, interiore e terribilmente moderno. Un dipinto da cui traspare tanta intensità e riflessione.

"Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann"

L'apice e la sintesi della carriera artistica di Odilon Redon si trovano in una delle sue più importanti ed ultime opere. Nel 1908 il ricco collezionista d'arte Gustave Fayet (1865-1925), comprò come residenza personale l'abbazia di Fontfroide (XI secolo), ad una decina di chilometri da Narbona; amico di Redon, chiese al pittore di decorargli la sala che doveva fungere da biblioteca.
Il pittore realizzò due pannelli, uno di fronte all'altro : nel 1910 fu portato a compimento il primo "Il Giorno", dove sotto un cielo luminoso, ricco di fiori, spunta dalla foresta il dio Apollo che con il suo carro è pronto per portare in alto il Sole; tutto in gioco di colore e movimento volti a trasmettere un senso di onirico.

"Il Giorno"

L'anno seguente portò a termine anche il secondo pannello "La Notte" con un ritorno al nero ma meno inquietante e più dolce. In bosco dai colori prettamente nero/blu, prendono forma esseri bizzarri, persone alate, donne velate, fiori, occhi chiusi e i componenti della famiglia Fayet e l'amata moglie Camille vaganti in un mondo di sogni e allucinazioni.

"La Notte"

Il carattere oscuro e surreale dei dipinti andava ad accordarsi bene con le tematiche della libreria di Fayet che presentavano per lo più testi trattanti occultismo ed esoterismo.
Quasi come a indurre al silenzio e alla meditazione, Odilon Redon concluse il lavoro con un terzo pannello, posto sopra la porta all'uscita dalla libreria : un angelo.



"Far vivere umanamente degli esseri inverosimili secondo le leggi del verosimile mettendo per quanto è possibile, la logica del visibile al servizio dell'invisibile." Odilon Redon



M.P.