sabato 1 ottobre 2016

Odilon Redon e l'invisibile manifesto


"Principe dei sogni misteriosi, paesaggista delle acque sotterranee e dei deserti sconvolti dalla lava."
(Joris-Karl Huysmans "Controcorrente" su Odilon Redon)


"Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann"



Quando ho da cercare informazioni su un'epoca o un personaggio storico, mi rivolgo, prima che alla rete, a quella che io chiamo con affetto "la mia eredità", ovvero la mia enciclopedia. Non potrei mai privarmi di essa per nulla al mondo, perché fin dall'infanzia mi ha cullata con le sue storie.Un mese fa mi capitò, mentre sfogliavo un volume, di trovarmi davanti, per caso, una foto di un dipinto a cui sono rimasta colpita per l'intensità e vivacità di cromie e movimenti quasi danzanti in uno sfondo fantastico. Pochi secondi incantata per poi ritornare alla realtà scorgendo il nome del suo autore, un artista francese di fine Ottocento, poco conosciuto dai coevi ma amatissimo e fonte d'ispirazione per tutte le future generazioni di artisti.

Nel 1890 un pittore francese decise che fosse arrivato il momento di abbandonare definitivamente il nero, per votarsi finalmente ad un ventaglio di colori e luci.
La Francia si preparava allora a vivere gli ultimi splendori di fin de siècle.
L'anno prima Parigi aveva festeggiato l'Esposizione Universale con la costruzione della Torre Eiffel e non ultimo il centenario della Rivoluzione. L'arte francese stava dando al mondo il suo periodo di
-ismi e un incisore e litografo maturo di Bordeaux si stava avvicinando ad una nuova forma artistica.
Jean-Bertrnad Redon (1840-1916), meglio conosciuto come Odilon Redon fu un pittore diverso dalla sua epoca; appassionato di scienze naturali, imbevuto di musica e poesia e da una infanzia difficile caratterizzata dall'epilessia.
Il momento del suo approdo al pastello, alla pittura a olio coincise con la nascita del secondogenito Arï, dopo la morte del primo figlio Jean (1886).
Eppure non al colore ma l'invenzione di una nuova iconografia basata sul bizzarro, chimerico e romantico si deve a Redon. Le sue composizioni non sono rivolte al mondo esteriore, a quello che possiamo vedere, bensì ad un ambito interiore, intangibile e invisibile. I suoi temi si intrecciano nei miti classici ed orientali, dalla cui tecnica scaturisce l'irrazionale e il mistero, un'esplosione nell'immaginario ed indeterminato, nei nostri pensieri e nel nostro inconscio, ben cinque anni prima della nascita della psicanalisi.
Il sogno, il fantastico si fondono con l'interpretazione del soggetto che talvolta non è che un pretesto per esprimere un sentimento : tristezza, disperazione, malinconia, vedranno in Odilon Redon un precoce visionario delle inquietudini e paure del primo Novecento, anticipando il Simbolismo e dando motivo di ammirazione ai Surrealisti.
Non è un caso che il protagonista insofferente di "Controcorrente", Des Essintes venga turbamente attratto dalle sue opere.

"Gli Occhi Chiusi"

In una delle prime opere acquistate dallo Stato francese "Gli Occhi Chiusi", realizzato nel 1890, appare un volto evanescente e indefinibile, dai capelli lunghi ma senza ombra di decorazioni, la bocca muta e le palpebre chiuse. Sembra stia sognare o forse e colto in un attimo di introspezione su uno sfondo calmo e sereno mentre tutto il corpo scompare nella nebbia. Eppure questo vago sogno potrebbe assomigliare anche ad una morte vicina. Verosimilmente è anche il ritratto della moglie dell'artista la creola Camille Antoniette Falte (1852-1923), sposata a Parigi nel 1888.
Legati alla mitologia greca sono i seguenti due quadri. "Il Ciclope" (1895-1900), dove un mostro con un solo occhio, che solo dal titolo riusciremo a capire che si tratta proprio del ciclope Polifemo, si affaccia da una montagna mentre guarda con il suo occhio vigile l'oggetto del suo amore, Galatea la bella ninfa marina, dormire serenamente nel bosco.

"Il Ciclope"

Ma il Polifemo qui raffigurato non è la crudele creatura omerica né il mostro geloso che uccise il rivale in amore, il pastore Aci, per possedere la ninfa. E' invece un essere gentile, dallo sguardo benevolo, come si evince anche dai toni caldi usati da Redon, che sembra si stia accertando del riposo pacifico dell'amata che è giusto abbozzata insieme al paesaggio circostante. Il tutto sempre ricreato in uno spazio di mistero e d'indefinito.
In uno scenario che da più l'idea di un sogno che di un panorama greco ("Orfeo" 1903), riconosciamo, attraverso il soggetto esposto, la testa del poeta e cantore Orfeo distesa sulla sua lira, trasportata verso un mondo fantastico.
Orfeo dopo aver perduto la moglie Euridice, fu ucciso nel delirio di un baccanale dalle Menadi e fatto a pezzi; la testa venne gettata dalle invasate nel fiume Ebro dove continuò a cantare (simbolo dell'immortalità dell'arte), arrivando fino alle spiagge dell'isola di Lesbo.
Il volto del poeta non ha quasi nulla della morte e anzi sembra stia pensando o in uno stato di beatitudine rivelata anche dai colori tenui e sfumati del dipinto.
Di grande bellezza e impatto visivo è invece l'"Ofelia tra i Fiori" (1905-1908). In questo capolavoro Redon ritrasse il personaggio femminile di Ofelia, la dolce fanciulla amata dal principe Amleto nell' omonima tragedia di Shakespeare.

"Ofelia tra i Fiori"


La giovane è rappresentata nel suo atto conclusivo, poco prima di suicidarsi. Ha sopra il capo una ghirlanda di fiori, il corpo sommerso dalle acque, mentre guarda rapita una cascata di fiori sopraggiungere insieme ad una folata di blu.
L'artista francese fornisce una versione nuova di Ofelia, non folle e debole, al contrario, cosciente e in lotta con se stessa. Una lotta interiore che proviene dalla ribellione alla classe maschile e a tutte le circostanze di un mondo in rovina; ritroviamo in lei un personaggio positivo e finalmente in armonia e in pace con la natura e la sua anima.

"Le sue vesti si allagarono e per un poco
La sostennero come una sirena, e lei
Cantava brani di vecchie melodie
Come una inconsapevole del proprio rischio
O come una creatura nativa cresciuta
In quell'elemento." ("Amleto" IV. 7)


Di simile composizione è "Il Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann" del 1910. Anche qui una giovane fanciulla, ma questa contemporanea al pittore, si trova seduta, appoggiata allo schienale della sedia, i capelli neri sciolti, il vestito poco delineato e lo sguardo inafferrabile. Davanti a lei una esplosione di fiori non definiti e dai colori prettamente blu e viola.
A captare l'attenzione dello spettatore è il corpo rilassato di Violette (una posa non certo aggraziata per una signorina), e gli occhi persi verso un pensiero astratto, interiore e terribilmente moderno. Un dipinto da cui traspare tanta intensità e riflessione.

"Ritratto di Mademoiselle Violette Heymann"

L'apice e la sintesi della carriera artistica di Odilon Redon si trovano in una delle sue più importanti ed ultime opere. Nel 1908 il ricco collezionista d'arte Gustave Fayet (1865-1925), comprò come residenza personale l'abbazia di Fontfroide (XI secolo), ad una decina di chilometri da Narbona; amico di Redon, chiese al pittore di decorargli la sala che doveva fungere da biblioteca.
Il pittore realizzò due pannelli, uno di fronte all'altro : nel 1910 fu portato a compimento il primo "Il Giorno", dove sotto un cielo luminoso, ricco di fiori, spunta dalla foresta il dio Apollo che con il suo carro è pronto per portare in alto il Sole; tutto in gioco di colore e movimento volti a trasmettere un senso di onirico.

"Il Giorno"

L'anno seguente portò a termine anche il secondo pannello "La Notte" con un ritorno al nero ma meno inquietante e più dolce. In bosco dai colori prettamente nero/blu, prendono forma esseri bizzarri, persone alate, donne velate, fiori, occhi chiusi e i componenti della famiglia Fayet e l'amata moglie Camille vaganti in un mondo di sogni e allucinazioni.

"La Notte"

Il carattere oscuro e surreale dei dipinti andava ad accordarsi bene con le tematiche della libreria di Fayet che presentavano per lo più testi trattanti occultismo ed esoterismo.
Quasi come a indurre al silenzio e alla meditazione, Odilon Redon concluse il lavoro con un terzo pannello, posto sopra la porta all'uscita dalla libreria : un angelo.



"Far vivere umanamente degli esseri inverosimili secondo le leggi del verosimile mettendo per quanto è possibile, la logica del visibile al servizio dell'invisibile." Odilon Redon



M.P.

4 commenti:

  1. Non so davvero come ringraziarti, un post meraviglioso su un artista di cui non conoscevo quasi nulla e che sicuramente ora guarderò con altri occhi.
    Ti auguro una felice domenica.
    Antonella

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    1. Grazie mille Antonella, anche io ho scoperto per "caso" questo artista così geniale!

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  2. Finalmente riesco a dare un nome all'autore del dipinto che troneggiava sulla copertina dell'edizione del Ciclope di Euripide che ho usato per la tesi. Quel dipinto mi sarebbe stato utile per il mio post su Galatea, peccato non averlo conosciuto prima, comunque meglio tardi che mai: grazie per queste preziose informazioni!

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  3. Ah mi dispiace! Anche a me capita di vedere un dipinto che mi affascina tanto e non riuscire a trovare il nome dell'artista...Ti viene una rabbia!
    Comunque grazie Cristina!

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