giovedì 23 febbraio 2017

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti di Virginia Woolf


"La signora Dalloway disse che avrebbe pensato lei a comperare i guanti.
Quando uscì in strada, il Big Ben stava battendo i suoi colpi. Erano le undici e a quell'ora intatta era fresca come offerta a dei bambini su una spiaggia. Ma c'era un che di solenne nel ritmo deciso dei ripetuti rintocchi; un che di eccitante nel fruscio delle ruote e nello scalpiccio dei passi."



"Davanti alla Vetrina" (1928), Herbert Ploberger

Si, confesso che in passato ho cercato di intraprendere la lettura dei suoi testi, ma poi, come sempre, finivo per bloccarmi dopo un centinaio di pagine, allora abbandonavo del tutto il romanzo, riponendolo nella parte più dimenticata dello scaffale.
Tutto era iniziato con "Una Stanza tutta per Sé", un'analisi di commuovente modernità sulla letteratura femminile e sulla libertà e i diritti delle donne e di seguito scelsi "La Crociera", e fu proprio qui che cominciarono i dissapori con la Woolf; non tanto per quel "flusso di coscienza" che qua e là appariva, bensì per quei passi riferiti alle interiorità del personaggio, che mi rimanevano totalmente oscuri.
Così non lessi più nulla di lei : era per me difficile incontrarmi con la sua narrazione psicologica.
Poi prendendo questo libro, consigliatomi da mia sorella, ho avuto modo, almeno per ora, di superare alcune rimostranze.


"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti, è una raccolta edita dalla casa editrice Newton Compton, pubblicata nel 2014, in cui sono contenuti brevi opere di Virginia Woolf (1882-1941), scritti fra il 1922 e il 1925 per varie riviste.
La comunione fra i racconti è rappresentata dalla presenza di Clarissa Dalloway, signora del bel mondo inglese, sempre alle prese con regali ricevimenti e fautrice di presentazioni e matrimoni.
Quello di Clarissa Dalloway è un personaggio già apparso defilato nel primo romanzo dell'autrice "La Crociera" (1915), ma che troverà largo spazio e notorietà nel capolavoro "La Signora Dalloway" (1925).
Questa raccolta presenta tredici racconti, tutti ambientati nell'alta società del primo dopoguerra, dove uomini e donne diventano, loro malgrado, protagonisti in cui si scoprono insicurezze, solitudini e la relatività di quei valori dominanti fino allo scoppio del primo conflitto mondiale.

"La Signora Dalloway in Bond Street" è una delle prime opere in cui la Woolf si servì del flusso di coscienza : Clarissa Dalloway, moglie di un deputato della Camera dei Lords, esce dalla sua casa a Westminster, per comperare un paio di guanti francesi, bianchi, mezzo pollice sopra il gomito con bottoni in madreperla.
Il lettore segue la lunga passeggiata della donna fino al negozio di Bond Street, scandita dai rintocchi del Big Ben. Questa incontra un amico, pensa ad un altro scomparso, osserva le persone in strada, mentre la sua mente comincia ad affollarsi di ricordi, pensieri, impressioni sulla vita, sulla morte, sull'annoiata e distaccata società inglese, quasi irreale e immune dalle miserie del mondo. La sequela di riflessioni non si arresta nemmeno al momento dell'acquisto.
È un racconto che pur nelle sue brevi dodici pagine, racchiude una originalità stilistica che mi ha sorpresa nella mia ignoranza sulla scrittrice.
Il fulcro della trama non è nella passeggiata né nell'acquisto dell'articolo, ma nel processo mentale della protagonista.
Nel "L'Abito Nuovo" Mabel Waring, donna della media borghesia, di natura insoddisfatta e insicura, viene invitata alla vivace festa organizzata a casa della signora Dalloway.
Per l'occasione Mabel ha realizzato un abito giallo, vecchio stile, che al momento di essere indossato, prova su di sé solamente un grande senso di inadeguatezza. Alla festa, Mabel nel suo vestito giallo, vecchio stile, evita i convitati, continua a guardarsi allo specchio e nella sua testa sente sempre più vicini i commenti maligni delle donne e degli uomini avviluppati nei loro abiti all'ultima moda.
Ma il vestito giallo diventa il simbolo della sua insicurezza e insoddisfazione, ereditata da un non facile passato, un modesto matrimonio e un profondo malessere che la vede esclusa dall'alta società :

"Siamo come mosche che annaspano verso l'orlo del piattino..."



Nella "Presentazione", il racconto più ammirevole per la profondità delle tematiche, una giovane donna, Lily Everit, bella, intelligente e sensibile, viene introdotta al suo debutto in società dalla signora Dalloway.
Lily è reduce da un brillante saggio su cui è stata onorificata dal suo professore; ama Shelley, la natura, ma queste qualità mal si accordano con la superficiale comunità e sulle antiquate convenzioni del ruolo femminile.
Insicura alla sua prima festa, viene, secondo l'etichetta, presentata dalla Dalloway, ad un giovanotto appena uscito da Oxford, Bob Brinsley.
Dal primo piano di Lily si passa al secondo della padrona di casa, la cui presentazione dei giovani, le rammenta il suo dolce incontro con il marito. Con un ritorno alla giovane, scopriamo invece che il suo punto di vista è diverso.
Durante la placida conversazione, Lily sente crescere una certa fiducia nell'uomo, che viene definitivamente distrutta quand'egli, nell'eloquio, uccide una mosca spezzandole le ali. Il gesto crudele viene interpretato dalla giovane come il pericoloso predominio dell'universo maschile e del progresso di una civiltà che non lascia spazio agli affetti o alla pietà, al conforto.

"[...] no, non ci sono rifugi, né farfalle, in questo mondo, e questa civiltà, queste chiese, parlamenti e palazzi, questa civiltà [...]"


Tuttavia la lettura dei racconti, mi ha lasciato, purtroppo, dei passi il cui significato non sono riuscita ad afferrare; forse bisognerebbe acquisire una ulteriore conoscenza della Woolf, attraverso più e più letture, ma quelle indefinibili pause sembrano essere il frutto del suo doloroso passato e di quella definitiva liberazione dagli inutili schemi del mondo vittoriano.
Non è facile capire Virginia Woolf, per quanto esse sia estremamente moderna : i suoi personaggi non emergono attraverso le azioni, bensì con le proprie riflessioni, estraniandosi dal presente, dal momento. La realtà è quella vissuta nei loro dubbi, subbugli interiori, solitudini che li portano in contrasto con la società e i rapporti interpersonali vuoti e piatti, perché vi è presente una sorta di incomunicabilità che diventerà emblema del futuro teatro beckettiano.


M.P.






Libro :

"La Signora Dalloway in Bond Street" e altri racconti, Newton Compton, 2014

sabato 11 febbraio 2017

"I Doni della Vita" di Irène Némirovsky


"Si attendeva la guerra come l'uomo attende la morte. Sa di non poterle sfuggire; implora solo una proroga. «D'accordo, verrai, ma aspetta un po', aspetta che abbia costruito questa casa, piantato quest'albero, fatto sposare mio figlio, aspetta che non abbia più voglia di vivere».
Alla guerra non si chiedeva altro. Ancora qualche mese di tranquillità, ancora un anno, ancora una dolce e spensierata stagione..."


Irène Némirovsky

In questo ultimo periodo ho messo momentaneamente in attesa alcuni libri, a favore di due caldamente consigliati da mia sorella.
La seconda cosa positiva di condividere con una persona l'amore per i libri (la prima, che avevo già scritto, è quella di parlarne ogni giorno, con scambi di opinione), è quella di possedere non una, bensì due librerie distinte (assieme alla costante paura dei miei genitori di doversi vedere un giorno sfollati, per far posto ai libri).
Di Irène Némirovsky (1903-1942), avevo letto solo un racconto, "Il Ballo" (1930), che pur addentrandomi nel suo distaccato stile narrativo, mi aveva lasciato la curiosità di leggere altro.
Se si pensa alla Nèmirovsky, la mente corre subito al suo capolavoro "Suite Francese", da cui pochi anni fa, fu tratto anche un film di successo.
Ma mia sorella mi ha invitata subito alla lettura de "I Doni della Vita", sicuramente il romanzo più felice dell'autrice, meno conosciuto certo, ma che può considerarsi una sorta di "antefatto" all'opera più celebre.


Scritto fra il 1941 e il 1942, pochi mesi prima dell'arresto, "I Doni della Vita" fu pubblicato postumo solamente nel 1947.
Tragica la vita della Némirovsky : figlia di immigrati ucraini di origine ebraica, negli anni più bui del Nazismo, lottava per vedersi pubblicare i suoi lavori con ogni sforzo possibile, nonostante il divieto imposto ad una Francia occupata e abbruttita. Eppure la Némirovsky aveva reciso il suo passato, dimenticato le sue origini. Più che europea si sentiva francese, nella lingua come nella vita e nella letteratura. Nel 1939 si era anche convertita al cattolicesimo e nella vitalità e nella leggerezza francese, aveva riposto le proprie aspettative e la sua salvezza.
"I Doni della Vita" rispecchiano questo ultimo, fugace, momento di speranza.

Le vicende ripercorrono i primi anni del XX secolo francese. A Saint-Elme, piccolo villaggio del Nord della Francia, reazionario e immutato da secoli di convenzionali consuetudini borghesi: dominano la scena l'antica famiglia degli Hardelot, imprenditori cartari con il loro retaggio di denaro e matrimoni combinati, dove la sopravvivenza famigliare ha la meglio su sentimenti e affetti.
A sconvolgere l'assopito e ciarliero mondo di Saint-Elme sarà l'amore, scoppiato tra i fuochi d'artificio di un ultimo tranquillo autunno, fra il giovane Hardelot, Pierre, con la meno abbiente Agnes. La loro unione passerà incolume sugli orrori della Grande Guerra, su piccoli drammi coniugali, capovolgimenti sociali e sull'evocato terrore di una seconda guerra ancora più devastante e immane. Soltanto dopo mesi di lunga lontananza, i due, dopo che ognuno avrà adempito al proprio ruolo, ritorneranno insieme, come se avessero aspettato proprio l'età matura per cogliere a mani aperte, il significato del loro profondo amore.

Più che una saga famigliare, "I Doni della Vita" sono una saga di sentimenti e di trasformazioni sociali, sulla scia degli eventi che sconvolsero la provincia francese dal 1900 al 1940.
I personaggi sono appena abbozzati, come nella miglior letteratura francese, e i protagonisti sono in realtà i ruoli che essi rappresentano :  dal vecchio Hardelot, simbolo degli antichi privilegi della borghesia ottocentesca, alle nuove generazioni, dalle esistenze vissute con più passioni ed ardori, trasportate dal ritmo frenetico delle emozioni del momento.
La guerra e la Francia sono il fulcro del romanzo, come lo sono stati per la stessa scrittrice.
Ammiro sempre i diversi punti di vista o i diversi modi di raccontare la guerra da vari romanzieri e non ultimo la Némirovsky.

I. Némirovsky

Questa ne carpisce più il lato più psicologico : le angosce per quello che si perde o per quello che non potrà più essere. Essa trascina con sé certezze consolidate, fortune, imperi, e dopo il suo passaggio, del vecchio mondo, nel bene come nel male, non ne rimane più nulla.
C'è una sorta di orgoglio francese nella resistenza e nel coraggio di Pierre, Agnes e degli abitanti : un ultimo vessillo di speranza, a cui la Némirovsky doveva sembrare molto più di un miraggio, qualcosa di concreto a cui aggrapparsi, per potersi rialzare ancora un'altra volta.
Di questo libro ho apprezzato soprattutto le mirabili descrizioni, dei cieli, delle notti stellate sotto i fuochi d'artificio o le bombe e della natura, bella e indifferente davanti alle sofferenze umane.
La scrittura è tagliente e crudele, concisa nei dettagli, morbida nelle emozioni, non facile da amare.
"I Doni della Vita" si conclude con "l'armistizio di Compiègne", dove inizierà poi "Suite Francese".
Seppur non esista nessuna connessione fra le due opere, i motivi intrapresi nel primo avranno poi un seguito nell'ultimo romanzo, con la stessa cadenza, la stessa scrittura, forse un po' più malinconica e grave. Soltanto leggendo "I Doni della Vita" si potrà capire questa fase discendente.
Al momento della sua stesura, la Némirovsky già stava preparando la grande impresa che sarebbe stato il suo capolavoro, quando la salvezza del mondo era possibile e i suoi doni più belli ancora da cogliere.

"Nonostante le apparenze, questo è l'importante. La guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri : la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?"


M.P.





Libro :

"I Doni della Vita", I. Némirovsky, Newton Compton Editori.



giovedì 2 febbraio 2017

Edward Hopper al Complesso del Vittoriano


"Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere." Edward Hopper




Quando ho saputo che ci sarebbe stata a Roma la mostra di Edward Hopper, avevo già programmato di visitarla a Gennaio. Ma non sempre fare progetti a lungo termine, ahimè, aiuta.
Ho rischiato di non andarci, per via di questo brutto tempo e dei patetici blocchi del traffico domenicale (di domenica risiedo sempre fuori Roma), così mi sono ridotta all'ultima domenica del mese per passare una mattinata al museo.
Una splendida, fortunatamente, calda giornata, resa ancora più bella dalla presenza del Vittoriano, dei Fori Imperiali e del Colosseo.
La titubanza riguardava, invece, l'organizzazione della mostra al complesso del Vittoriano. Quella tanto celebrata del 2014 sui capolavori del Museo d'Orsay, mi ha lasciata delusa ed amareggiata per la completa disorganizzazione e poca cura.
Doppia fortuna perché per Hopper non è stato così.

Edward Hopper

Inaugurata il primo ottobre dello scorso anno, sotto la collaborazione del Whitney Museum of American Art di New York, l'esposizione offre un dettagliato e approfondito percorso pittorico sull'artista americano più conosciuto in Europa, Edward Hopper (1882-1967).
Maestro della pittura potentemente evocativa, Hopper ha indagato nei suoi soggetti (camere d'interni, paesaggi, personaggi inconsueti), spaccati della vita americana del tempo : quella provinciale anacronistica, non toccata dal progresso, e perciò carica di atmosfere solitarie, sorprendentemente inquiete ed estranianti, colpite, a volte, da una luce non sempre consolatrice. Sentimenti nascosti che quasi governano interi dipinti.
Un'affermazione che per il pittore sarebbe stata incontrastata durante tutto il primo Novecento, se, a sua volta, la stella di Jackson Pollock (1912-1956), non avrebbe brillato contemporaneamente.
Sessanta opere, dal 1902 al 1960, per comprendere la sua evoluzione da pittore innamorato dell'impressionismo alla completa adesione al realismo.

Il percorso museale inizia aprendo il sipario sulle prime opere del pittore, fra cui "Staircase 4 Rue de Lille" del 1906, anno del suo approdo nella capitale francese. Qui già cominciano ad intravedersi quelle tematiche che saranno poi ricorrenti in seguito, come i dipinti d'interni.
A Parigi Hopper visse un periodo di grande formazione, frequentando cafè, artisti e la vita mondana che la città aveva da offrire. Ammirò il gruppo degli Impressionisti e le opere del periodo conformano la sua passione, in particolare per Degas e Toulouse-Lautrec.
Al ritorno negli Stati Uniti, pur trattenendo, ancora, alcune ispirazioni francesi, la sua arte diventa più particolare come nei dipinti d'interni "Summer Interior" (1909), dove una donna, accasciata sul pavimento, mostra tutta la sua fragilità, la sua immensa solitudine. Forse ha avuto un rapporto da poco, e quindi sente la mancanza del partner. Una luce vivace entra dalla finestra e la donna tende il suo piede in quella direzione, quasi a cercare in quella luce una serenità insperata.

"Summer Interior"

Nel "New York Interior" del 1921 è rappresentata anche qui una camera. Al centro, possiamo spiare di spalle una donna, molto probabilmente una ballerina (omaggio a Degas), che sta cucendo con un ago e filo invisibili, il suo vestito. I colori scuri caricano il dipinto d'intensità.
Campeggia al centro di una parete il capolavoro del "Soir Bleu" (1914), vero fulcro della mostra. Dipinto non molto amato dai critici e per molto tempo arrotolato nello studio del pittore, viene raffigurato un locale, forse cinese, per via delle lanterne colorate o francese. All'estrema sinistra vi è un operaio assorto, al centro due uomini sono seduti al tavolo con un clown dalla sguardo assente, dietro di loro una coppia borghese. In piedi, dietro al parapetto una prostituta guarda la scena. Fra di loro non hanno niente in comune, i loro visi sono spaesati, l'attimo sembra congelato. Attendono chissà forse un gesto, una parola, un sentimento di uno da uno di loro.

"Soir Bleu"

Una sala è dedicata ai lavori in cui la luce sovrasta nei dipinti case, strade o paesaggi. È la nuova fase artistica di Hopper, quella degli scatti simil-fotografici, della vita americana con i suoi contrasti.
"A Two Lights" (1927), è il quadro celebrato della mostra, dove più su d'ogni altro si posano gli occhi dei tanti visitatori. A chi chiedeva a Hopper il motivo per cui non raffigurasse grattacieli, l'artista rispondeva : "Sono i fari i miei grattacieli."


"A Two Lights"

Si possono apprezzare anche i suoi disegni preparatori, vere opere d'arte non minori rispetto ai dipinti. Ve ne sono molti, ma quello che più mi ha catturato è "Study for Office at Night" (1940).
Qui Hopper mostra se stesso seduto alla sua scrivania, una donna, la moglie, sta guardando nella sua direzione. Quello dell'ufficio non era tra i temi più raffigurati nel mondo dell'arte ma egli riesce dare un taglio nuovo, cinematografico. Mi ha ricordato vecchi film americani.

"Study for Office at Night"

La menzione della moglie è un'occasione per presentare la donna e la musa che fu accanto alla sua vita fino alla fine dei suoi giorni. Jo Hopper (1883-1968), pittrice anche lei, sposò Edward Hopper nel 1924. Il loro fu un matrimonio travagliato, fatto di litigi, perfino nelle interviste. Lui riservato e schivo, lei vivace e loquace, si accompagnarono sempre insieme, nel bene e nel male.
A concludere la visita vengono mostrate le ultime opere, dove la maestria e lo stile raggiungono il suo acme, dove la solitudine e l'estraneità vanno facendosi più vibranti e visibili.
"South Carolina Morning" (1955), un campo lungo, una donna dai tratti afroamericani e dalle forme generose attende inquieta qualcuno o qualcosa, dietro di noi "Cape Cod Sunset" (1934), raffigura la casa in stile vittoriano che gli Hopper fecero costruire nella penisola a sud est di Boston. Imponente nella struttura, la casa da al dipinto un'atmosfera di inquietudine e insensatezza.
Davanti a noi "Second Story Sunlight" (1960), tipica composizione hopperiana con le due donne i cui occhi mai si incontreranno perché una è rivolta al presenta, l'altra al futuro.

"South Carolina Morning"

"Cape Cod Sunset"

"Second Story Sunlight"

L'ambiente è curato e pulito e a questo si aggiungono un'audioguida con spiegazioni artistiche, storiche e critiche oltre ad una sala disegno, dove ci si può cimentare nel riprodurre i capolavori del pittore, un tavolo touchscreen per osservare un quaderno di bozze, uno spazio dedicato alle influenze che Hopper ebbe sul cinema, in particolare Alfred Hitchcock, di cui prese i campi lunghi e quell'atmosfera di suspense e ambiguità.
Divertente è invece il poter entrare nel dipinto "Second Story Sunlight", grazie ad un effetto speciale che lascia veramente sorpresi come bambini. Tutto incorniciato da alte pareti con fotografie e citazioni.
Unici difetti sono il dover portare l'audioguida all'orecchio, forzando quindi il braccio (dopo qualche minuto e lungo il percorso se ne risente), e proprio quando i nostri occhi sono ormai abituati alle silenziose storie e non si vorrebbe più uscire, ecco che invece veniamo disillusi e si chiude il sipario definitivamente.
Consiglio a tutti di inoltrarsi in questa bella mostra, anche perché rimangono ancora una manciata di giorni (fino al dodici febbraio).
Ma quello che ho amato di Edward Hopper e mi ha ancora più addentrato nella sua pittura, è stato quel modo di raccontare l'America meno ordinaria, attraverso tutte le sfaccettature dell'animo, dando corpo ad ogni sentimento.




M.P.