giovedì 2 febbraio 2017

Edward Hopper al Complesso del Vittoriano


"Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere." Edward Hopper




Quando ho saputo che ci sarebbe stata a Roma la mostra di Edward Hopper, avevo già programmato di visitarla a Gennaio. Ma non sempre fare progetti a lungo termine, ahimè, aiuta.
Ho rischiato di non andarci, per via di questo brutto tempo e dei patetici blocchi del traffico domenicale (di domenica risiedo sempre fuori Roma), così mi sono ridotta all'ultima domenica del mese per passare una mattinata al museo.
Una splendida, fortunatamente, calda giornata, resa ancora più bella dalla presenza del Vittoriano, dei Fori Imperiali e del Colosseo.
La titubanza riguardava, invece, l'organizzazione della mostra al complesso del Vittoriano. Quella tanto celebrata del 2014 sui capolavori del Museo d'Orsay, mi ha lasciata delusa ed amareggiata per la completa disorganizzazione e poca cura.
Doppia fortuna perché per Hopper non è stato così.

Edward Hopper

Inaugurata il primo ottobre dello scorso anno, sotto la collaborazione del Whitney Museum of American Art di New York, l'esposizione offre un dettagliato e approfondito percorso pittorico sull'artista americano più conosciuto in Europa, Edward Hopper (1882-1967).
Maestro della pittura potentemente evocativa, Hopper ha indagato nei suoi soggetti (camere d'interni, paesaggi, personaggi inconsueti), spaccati della vita americana del tempo : quella provinciale anacronistica, non toccata dal progresso, e perciò carica di atmosfere solitarie, sorprendentemente inquiete ed estranianti, colpite, a volte, da una luce non sempre consolatrice. Sentimenti nascosti che quasi governano interi dipinti.
Un'affermazione che per il pittore sarebbe stata incontrastata durante tutto il primo Novecento, se, a sua volta, la stella di Jackson Pollock (1912-1956), non avrebbe brillato contemporaneamente.
Sessanta opere, dal 1902 al 1960, per comprendere la sua evoluzione da pittore innamorato dell'impressionismo alla completa adesione al realismo.

Il percorso museale inizia aprendo il sipario sulle prime opere del pittore, fra cui "Staircase 4 Rue de Lille" del 1906, anno del suo approdo nella capitale francese. Qui già cominciano ad intravedersi quelle tematiche che saranno poi ricorrenti in seguito, come i dipinti d'interni.
A Parigi Hopper visse un periodo di grande formazione, frequentando cafè, artisti e la vita mondana che la città aveva da offrire. Ammirò il gruppo degli Impressionisti e le opere del periodo conformano la sua passione, in particolare per Degas e Toulouse-Lautrec.
Al ritorno negli Stati Uniti, pur trattenendo, ancora, alcune ispirazioni francesi, la sua arte diventa più particolare come nei dipinti d'interni "Summer Interior" (1909), dove una donna, accasciata sul pavimento, mostra tutta la sua fragilità, la sua immensa solitudine. Forse ha avuto un rapporto da poco, e quindi sente la mancanza del partner. Una luce vivace entra dalla finestra e la donna tende il suo piede in quella direzione, quasi a cercare in quella luce una serenità insperata.

"Summer Interior"

Nel "New York Interior" del 1921 è rappresentata anche qui una camera. Al centro, possiamo spiare di spalle una donna, molto probabilmente una ballerina (omaggio a Degas), che sta cucendo con un ago e filo invisibili, il suo vestito. I colori scuri caricano il dipinto d'intensità.
Campeggia al centro di una parete il capolavoro del "Soir Bleu" (1914), vero fulcro della mostra. Dipinto non molto amato dai critici e per molto tempo arrotolato nello studio del pittore, viene raffigurato un locale, forse cinese, per via delle lanterne colorate o francese. All'estrema sinistra vi è un operaio assorto, al centro due uomini sono seduti al tavolo con un clown dalla sguardo assente, dietro di loro una coppia borghese. In piedi, dietro al parapetto una prostituta guarda la scena. Fra di loro non hanno niente in comune, i loro visi sono spaesati, l'attimo sembra congelato. Attendono chissà forse un gesto, una parola, un sentimento di uno da uno di loro.

"Soir Bleu"

Una sala è dedicata ai lavori in cui la luce sovrasta nei dipinti case, strade o paesaggi. È la nuova fase artistica di Hopper, quella degli scatti simil-fotografici, della vita americana con i suoi contrasti.
"A Two Lights" (1927), è il quadro celebrato della mostra, dove più su d'ogni altro si posano gli occhi dei tanti visitatori. A chi chiedeva a Hopper il motivo per cui non raffigurasse grattacieli, l'artista rispondeva : "Sono i fari i miei grattacieli."


"A Two Lights"

Si possono apprezzare anche i suoi disegni preparatori, vere opere d'arte non minori rispetto ai dipinti. Ve ne sono molti, ma quello che più mi ha catturato è "Study for Office at Night" (1940).
Qui Hopper mostra se stesso seduto alla sua scrivania, una donna, la moglie, sta guardando nella sua direzione. Quello dell'ufficio non era tra i temi più raffigurati nel mondo dell'arte ma egli riesce dare un taglio nuovo, cinematografico. Mi ha ricordato vecchi film americani.

"Study for Office at Night"

La menzione della moglie è un'occasione per presentare la donna e la musa che fu accanto alla sua vita fino alla fine dei suoi giorni. Jo Hopper (1883-1968), pittrice anche lei, sposò Edward Hopper nel 1924. Il loro fu un matrimonio travagliato, fatto di litigi, perfino nelle interviste. Lui riservato e schivo, lei vivace e loquace, si accompagnarono sempre insieme, nel bene e nel male.
A concludere la visita vengono mostrate le ultime opere, dove la maestria e lo stile raggiungono il suo acme, dove la solitudine e l'estraneità vanno facendosi più vibranti e visibili.
"South Carolina Morning" (1955), un campo lungo, una donna dai tratti afroamericani e dalle forme generose attende inquieta qualcuno o qualcosa, dietro di noi "Cape Cod Sunset" (1934), raffigura la casa in stile vittoriano che gli Hopper fecero costruire nella penisola a sud est di Boston. Imponente nella struttura, la casa da al dipinto un'atmosfera di inquietudine e insensatezza.
Davanti a noi "Second Story Sunlight" (1960), tipica composizione hopperiana con le due donne i cui occhi mai si incontreranno perché una è rivolta al presenta, l'altra al futuro.

"South Carolina Morning"

"Cape Cod Sunset"

"Second Story Sunlight"

L'ambiente è curato e pulito e a questo si aggiungono un'audioguida con spiegazioni artistiche, storiche e critiche oltre ad una sala disegno, dove ci si può cimentare nel riprodurre i capolavori del pittore, un tavolo touchscreen per osservare un quaderno di bozze, uno spazio dedicato alle influenze che Hopper ebbe sul cinema, in particolare Alfred Hitchcock, di cui prese i campi lunghi e quell'atmosfera di suspense e ambiguità.
Divertente è invece il poter entrare nel dipinto "Second Story Sunlight", grazie ad un effetto speciale che lascia veramente sorpresi come bambini. Tutto incorniciato da alte pareti con fotografie e citazioni.
Unici difetti sono il dover portare l'audioguida all'orecchio, forzando quindi il braccio (dopo qualche minuto e lungo il percorso se ne risente), e proprio quando i nostri occhi sono ormai abituati alle silenziose storie e non si vorrebbe più uscire, ecco che invece veniamo disillusi e si chiude il sipario definitivamente.
Consiglio a tutti di inoltrarsi in questa bella mostra, anche perché rimangono ancora una manciata di giorni (fino al dodici febbraio).
Ma quello che ho amato di Edward Hopper e mi ha ancora più addentrato nella sua pittura, è stato quel modo di raccontare l'America meno ordinaria, attraverso tutte le sfaccettature dell'animo, dando corpo ad ogni sentimento.




M.P.





4 commenti:

  1. Questo artista è fantastico. Prediligo comunque i dipinti in cui compare quella luce netta, che scompone le cose fra buio e luce.
    "Soir bleu" attrae per quella figura di clown malinconico, è vero. C'è tutto un mondo in quello sguardo.

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    1. È incredibile quanto un pittore possa raccontare una storia in un dipinto o come dici tu, tutto un mondo. Di Hopper io preferisco più i dipinti d'interni.

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  2. Piacerebbe tanto anche a me ammirare le opere di Hopper dal vivo, anche se preferirei farlo nel loro contesto: non ho una particolare attrazione per gli Stati Uniti, ma un viaggio mirato sulle tracce di un artista come lui (o di alcuni scrittori) mi stuzzicherebbe... cercare i luoghi in cui nasce l'arte e immaginare di imbattermi in uno dei fari che l'artista ha dipinto sarebbe una prospettiva interessante.

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    1. Sarebbe un bel sogno, ma visto che, almeno per ora, economicamente non posso, mi accontento di seguirlo a pochi passi da casa...;-)

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