venerdì 7 aprile 2017

"Di là dal fiume e tra gli alberi" di Ernest Hemingway


"Il colonnello alzò gli occhi a guardare i giochi di luce sul soffitto. Erano riflessi, in parte, dal canale.
Facevano movimenti strani ma costanti, mutevoli, com'è mutevole la corrente di un corso d'acqua dolce, che resta lì, continuando a mutare sotto i movimenti del sole."


"Blu Venice" (1875), Edouard Manet

Già dopo la lettura di "Addio alle Armi", avevo in mente di leggere questo testo, di cui mi affascinava l'ambientazione tutta italiana e il tema del ricordo che negli ultimi anni della vita di Hemingway aveva preso il sopravvento su tante quotidianità a lui care.
Mi sono invero scontrata con un testo ricco di accenni autobiografici e a tratti enigmatico e poco comprensibile : il lettore si trova escluso dai dialoghi che il protagonista allaccia con i personaggi minori, di cui non conosciamo nulla e di cui nulla riusciamo a comprendere dei loro codici e gestualità simboliche.
Per questo ho cercato di informarmi il più possibile, e in ciò mi è venuta in soccorso anche mia sorella, di cui sono debitrice di alcuni utili ragguagli.
Non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di non aver capito il libro e di conseguenza l'essere rimasta emozionalmente tiepida a lettura ultimata.


Ernest Hemingway (1899-1961), non fece mai mistero dell'ammirazione che provava per l'Italia e in particolare per il Veneto che conosceva bene per aver partecipato al primo conflitto mondiale nei reparti sanitari nella regione ed essersi ferito gravemente in una azione di guerra a Fossalta.
Nel 1945 insieme alla quarta moglie Mary, ritornò in quei luoghi per dare a quel viaggio un valore catartico.
Qui conobbe la bella baronessina Adriana Ivancich¹ (1930-1983), veneziana di famiglia di origine dalmata, con la quale intrecciò una relazione breve ma significativa, da cui scaturì nel 1950 la pubblicazione di "Di là dal fiume e tra gli alberi", scritto dieci anni dopo un lungo silenzio seguito a "Per Chi suona la Campana".
Più che la storia di un amore impossibile, "Di là dal fiume e tra gli alberi" rappresentò per lo scrittore un modo per imprimere per sempre sulla carta l'ultimo raffronto col passato, il ricordo di ultime illusione di una bella stagione, di visi e oggetti da cui si congedò.

Un colonnello americano di stanza a Trieste, Richard Cantwell, cinquantenne pluridecorato, abbruttito da due guerre mondiali e dalla malinconia, viene invitato ad una battuta di caccia alle anatre nella laguna ghiacciata di Caorle.
Risalendo il Tagliamento arriva a Venezia; qui rivede i luoghi e le persone che ha lasciato anni prima, quando era giovane e in guerra.
Qui rincontra anche la bella e vitale Renata, la giovane nobile veneziana innamorata di lui, ma al cui amore egli è impossibilitato a ricambiare, vista la grave malattia cardiaca di cui soffre e sente la morte alla calcagna.
La Venezia descritta da Hemingway è quella che segue i protagonisti nei loro ultimi incontri tra cene all' "Harry's Bar" e mattine all' "Hotel Gritti", dove Cantwell ricorda in dialoghi e monologhi la guerra, nelle sue scene più dure e crudeli e dove il suo "corpo lento" ritrova per un attimo lo spirito vivace, fra la dolcezza delle parole e del morbido corpo di Renata.
Al momento della separazione definitiva, Richard da addio a Venezia e Renata, e dopo la battuta di caccia, ritornerà per l'ultima volta nel passato.

"No, no, attraversiamo il fiume e riposiamoci all'ombra degli alberi."



Hemingway e Adriana

Fra tutti i romanzi di Hemingway, questo è quello dove l'autore ha espresso tutto il suo mondo intimo e privato, la sua vena lirico-poetica, con passi di grande bellezza immaginativa, che prendono consistenza nelle rievocazioni e flashback di Cantwell-Hemingway, nello spazio circoscritto di una camera d'albergo a Venezia e in un tempo indefinibile che confonde passato e presente.
Richard Cantwell è l'uomo diventato maturo in Frederic Henry (protagonista di "Addio alle Armi), ma mentre quest'ultimo subisce le conseguenze di morti violente e improvvise, nel primo c'è un'attesa della morte consapevole e addirittura quasi programmata.
Ma "Di là dal fiume e tra gli alberi" è anche un elogio all'Italia, ai suoi artisti, da Giotto a Mantegna, ai suoi poeti, da Dante a D'Annunzio, che lo scrittore americano conosceva bene come il suo "Notturno", a Venezia con le sue gondole sui canali.
Quel che rende meno godibile la lettura è la traduzione non eccelsa della Pivano², la quale alterando le  frasi, dà significati metaforici dove, invece, la penna e il cuore di Hemigway sono più schietti e onesti.
Le conversazioni tra Cantwell e i camerieri del "Gritti" o dell' "Harry's Bar", oscure al lettore, sono forse le stesse che lo scrittore ha intrattenuto con essi o  messaggi per essere riconosciuto, non ultimo da Adriana.
Ma andando oltre lo pseudo-memoriale, quel che Hemingway racconta è la storia di un uomo consapevole e pronto a lasciare il mondo con le sue bellezze, non rimpiangendo nulla.


M.P.



¹ Il romanzo in Italia uscì solamente nel 1965 e questo per volere di Hemingway che voleva preservare dallo scandalo la baronessina.

² A tale proposito ho trovato questo.




Libro :

"Di là dal fiume e tra gli alberi", E. Hemingway, Oscar Mondadori


2 commenti:

  1. Non immaginavo così tanta imperizia da parte della Pivano! Adesso che intendo leggere Il vecchio e il mare, da lei tradotto, dovrei quindi aspettarmi delle brutte sorprese? Grazie per questo articolo, che aiuta a schiarire le idee.

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  2. Da quello che ho potuto capire, finchè era in vita Pavese, la Pivano chiese sempre il suo supporto e naturalmente dal momento in cui lui si suicidò, non potè fare molto affidamento su altri per quanto riguardava le successive opere di Hemingway.
    Anche nel "Vecchio e il Mare" ci sono degli errori, tra cui quello celebre dove la Pivano ha scambiato un particolare tipo di pesce con un delfino. Sicuramente Hemingway meriterebbe di essere "svecchiato".

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