domenica 17 gennaio 2010

IL DADO E' TRATTO


Chi non conosce questa celebre frase?Chi in un attimo di esaltazione,novello Giulio Cesare,non ha mai pronunciato questa locuzione?

Secondo la leggenda dopo le numerose vittorie riportate dal generale Gaio Giulio Cesare,l'altro triumviro Pompeo Magno si alleò agli artistocratici del Senato,che ingiunsero a Cesare di lasciare il comando delle legioni.

Cesare non obbedì e nel 49 a.C. passo con 5000 uomini il Rubicone,il fiume che separava la sua provincia dall'Italia,pronunciando la famosa frase"Iacta alea est".

Orbene,questa battuta è stata sempre tradotta con "il dado è tratto" come ci è stato riportato anche dal biografo latino Svetonio.

In verità,molto probabilmente,come tramandano altre fonti,questa frase dovrebbe essere tradotta con "Si getti il dado".Infatti era questa la frase che i romani pronunciavano quando giocavano " a dadi".Questo gioco antichissimo,diffuso in Grecia,in Etruria e a Roma si svolgeva con tre dadi,più tardi con due che dopo essere agitati entro un bossolo,venivano lasciati cadere sopra una tavola.

Si può dire quindi che questa fu probabilmente la battuta che il generale romano espresse passando il Rubicone,indicando insomma l'inizio della partita.
Bibliografia:
"I Grandi Generali di Roma Antica" di Andrea Frediani,Newton Compton Editori
"Libreria Treccani"

lunedì 4 gennaio 2010

SE NON HANNO PANE...



No,ancora quella frase...sembra che non si possa parlare di Maria Antonietta senza citare quella frase.Pochi giorni fà in una trasmissione televisiva si faceva riferimento a questa battuta detta dalla regina francese e personalmente credo non sia così.


Ormai questo personaggio ha avuto finalmente una sua rivalutazione storica lontana dai libelli a lei coevi ma questa frase pare sia rimasta appioppata a lei senza lasciarla.


Secondo la leggenda Antonietta durante la "guerra della farina" espresse la frase"Se non hanno pane,che mangino brioches".


In verità questa battuta fu inizialmente attribuita alla regina di Francia Maria Teresa(1638-1683) moglie del re Luigi XIV e via via affibbiata ad altre principesse francesi.


Inoltre dalla lettera scritta alla madre dopo quel giorno (Maria Teresa d'Austria 1717-1780) viene fuori:"E' indubbio che vedendo la gente che ci tratta così bene nonostante le proprie disgrazie,siamo più che mai tenuti a impegnarci seriamente per la sua felicità.."


Maria Antonietta infatti non avrebbe potuto pronunciare questa frase,dai suoi contemporanei era conosciuta come dolce e gentile e fin troppo buona e poi era pur sempre nata principessa!















La Parigi di Zola nell"Assommoir"





 

 Ho appena finito di leggere uno dei migliori libri di Emile Zola:"L'Assommoir".


Questo lungo romanzo è il settimo del famoso "Ciclo dei Rougon-Macquart",scritto nel 1877 in piena epoca repubblicana.


Ambientato nel 1850 due anni prima dell'avvento al trono di Napoleone III e la nascita del Secondo Impero,Zola prendendo spunto dalla vita della classe operaia francese affronta il tema del deperimento prima materiale e poi morale della sociètà corrotta dai vizi e portata allo sfacelo da quella droga che in questo romanzo è l'alcool.E' lo stesso Zola che ce lo riporta:Quello che ho voluto dipingere è il fatale decadimento d'una famiglia operaia nell'ambiente appestato dei nostri sobborghi.Al fondo dell'ubriachezza e della poltroneria,troviamo l'allentamento dei legami familiari,gli orrori della promocuità,il progressivo oblio d'ogni onesto sentimento,quindi,come scioglimento,la vergogna e la morte.
Quello che ci presenta l'autore è il piccolo mondo del quartiere della Goutte d'Or a est sulla collina di Montmatre,un tipico quartiere popolare parigino esistente tutt'oggi.Fin dal primo capitolo,attraverso gli occhi della protagonista Gervaise vediamo nelle prime ore del mattino una sfilata di uomini operai che andavano al lavoro,con i loro arnesi sulla shiena e il loro pane sotto braccio.Ma poco dopo li ritroviamo davanti alle botteghe dei vinaioli già guadagnati a un giorno di poltroneria,schiarendosi la gola a forza di bicchierini.
Ed eccolo alla fine l'inferno,il luogo di perdizione di ogni buon uomo,di ogni buon marito,di ogni buon padre:l'assommoir.


Così infatti si chiamavano le bettole nei sobborghi di Parigi dove gli uomini annegavano nell'alcool,bevendo non solo i loro soldi ma le famiglie intere portando poi rincasando le conseguenze del loro stato.


Ma tutta Goutte d'Or sembra avere un veleno che piano piano si propaga nei caseggiati più miseri,nelle stanze più buie,nei buchi più lerci accompagnandosi alla violenza ,all'intolleranza,uccidendo i più saldi principi.


E da attento scrutatore il romanziere francese ci parla di questi uomini che diventano bestie ingiurando la propria famiglia arrivando addirittura ad uccidere mogli e figlie a degradarsi sempre di più,a non riconoscere il bene dal male,fino ad arrivare alla totale distruzione di sè.


Bambini che crescono troppo in fretta,come la piccola Lalie che muore nel suo letto dopo aver rassettato e pulito la camera o come Nanà che viene corrotta dalla sua stessa vita,dal malessere del suo quartiere e dalla scuola anch'essa viziosa;e le donne che sono le figure più rappresentative in questo romanzo,portano da sole il compito ingrato di tirare avanti la baracca,di lavorare,di aspettare i propri mariti all'uscita del lavoro per non far dilapidare i poghi soldi della paga nelle bettole.
Non a caso in quel periodo non solo i romanzieri ma anche artisti allontanandosi da figure religiose o dame si concantravano sempre di più nelle operaie:stiratrici,lavandaie,fioriste,ballerine,complice la corrente realistica francese che vuole rappresentare nel modo più vero le classi subalterne della socirtà arrivando ai personaggi più umili.
Intorno a queste figure poi si stagliano quei personaggi "sempreverdi",quelli che non muoiono mai che sono il buon operaio(Goujet) che lavora e rimane integro nella sua onesta e il parassita(Lantier,l'uomo che riescea vivere nonostante tutto e anzi si aggrappa alla miseria degli altri per sopravvivere e rimanerne comunque pulito almeno nell'aspetto.
Tutta quell'esistenza la ritroviamo nelle ultime pagine del libro dove la folla con passo svelto esce dal lavoro per ritornare a casa,altri rifugiandosi nelle botteghe o nelle balere,ma l'orrore arriva a tarda notte quando l'alcool avvelena le strade,le vie,ogni angolo,rendendo invivibile ogni spazio.
E allora che ci rendiamo conto che tutta quella vita scorre inesorabile,senza un motivo,senza una speranza di un avvenire migliore,tutto si distrugge arrivando a come unica consolazione la morte.
Gervaise quindi muore,intorno a lei una nuova era,grandi palazzi infatti stanno nascendo,quelli del Secondo Impero che a nulla possono però servire alla vita degli operai.
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