mercoledì 27 maggio 2015

" Il Deserto dei Tartari ",D.Buzzati

" [...] il tempo è fuggito tanto velocemente che l'animo non è riuscito a invecchiare.E per quanto l'orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande,Drogo si ostina nella illusione che l'importante sia ancora da cominciare.Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta,non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato,non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso,una ricchezza inesauribile che non si rischiava a sperare. "




Mio padre mi diceva che a suo tempo,Dino Buzzati si leggeva nelle scuole italiane.E l'ha ribadito con un sorriso che trapelava le liete ore passate nella lettura de " Il Deserto dei Tartari ".Perché questo sia cambiato,non lo sa.
Poiché chiunque abbia letto " Il Deserto dei Tartari " si è riconosciuto nella parabola del tenete Giovanni Drogo,con le sue illusioni e speranze riposte nella Fortezza Bastiani,con la fuga di quel tempo che ci sembra infinito...eppure esso corre così velocemente che quando ce ne accorgiamo,non si è più capaci di fermarlo.
Dino Buzzati ha saputo rappresentare in questo breve romanzo tutta l'esistenza umana.


Nell'imminente entrata in guerra dell'Italia,nella Seconda Guerra Mondiale,il giornalista scrittore* Dino Buzzati ( 1906-1972) ,pubblica nel 1940,quello che sarà il suo più grande capolavoro letterario," Il Deserto dei Tartari ".
Scaturito dalla " monotona routine redazionale notturna ",Buzzati traspone il mondo del giornalismo in un mondo militare fantastico.
Già un altro romanziere si era occupato del mondo giornalistico,ed era Guy de Maupassant ( 1850-1893 ) con il suo " Bel-Ami ".
Ma se Maupassant ce ne parla attraverso l'"arrivismo sociale",Buzzati ci mostra un altro aspetto,quello dell'attesa.

In un luogo non precisato,al tenente Giovanni Drogo viene affidata di difendere la Fortezza Bastiani,
uno storico avamposto nel bel mezzo del deserto.
Drogo affascinato dai misteri della Fortezza,rimane anni e anni nell'attesa della leggendaria invasione dei Tartari dal deserto.Dopo più di trent'anni di vita militare,di solitudine,illusioni ed esclusione dalla società,la guerra arriva,ma per il protagonista è troppo tardi.

Dino Buzzati

Il romanzo capolavoro-emblema del tema della fuga del tempo,segue due andamenti diversi : la prima parte piuttosto lenta e ricca di scene di vita militare,la seconda più veloce e incentrata maggiormente sulla figura di Drogo,nella vana attesa di un momento importante;quel momento preciso in cui lui ha incentrato l'intera vita,abbandonando la vita,quella vera,pur riconoscendosi in un mondo egoistico,ripetitivo e nell'incomunicabilità dei rapporti interpersonali;nell'amicizia come nelle relazioni sentimentali.
Anche l'ineluttabilità del destino gioca a volte un brutto scherzo,ma non è detto che non si possa comunque finire da eroi.
Questo è quello che ci ha insegnato l'autore e il suo personaggio.

" Facendosi forza,Giovanni raddrizza un po' il busto,si assesta con una mano il colletto dell'uniforme,dà ancora uno sguardo fuori della finestra,una brevissima occhiata,per l'ultima sua porzione di stelle.Poi nel buio,benché nessuno lo veda,sorride. "

M.P.


*Dino Buzzati non fu solo giornalista e scrittore ma anche artista.Per saperne di più leggete il curioso articolo di Athenae Noctua



Libro :
" Il Deserto dei Tartari ",D.Buzzati,Oscar Mondadori,2014


giovedì 21 maggio 2015

" L'Esecuzione di Lady Jane Grey ",di Paul Delaroche,il drammatico epilogo della regina dei nove giorni


" Davanti a Dio e davanti a voi,buoni cristiani,io ora lavo le mani nell'innocenza.Vi prego di fare in fretta quello che dovete fare. "




Quella di Jane Grey,è una storia minore rispetto ai grandi eventi che cambiarono l'Inghilterra nel XVI secolo,ed addirittura completamente dimenticata dalla storia,se non fosse per quel grande dipinto che risiede oggi alla " National Gallery " di Londra;opera di Paul Delaroche.
I fatti si snodano in una delle epoche più affascinanti e allo stesso tempo più incerte : l'epoca dei Tudor,un periodo in cui non era per niente facile vivere,nemmeno per un re.
Dopo lo Scisma d'Occidente,Enrico VIII Tudor ( 1491-1547 ) deteneva pieni poteri temporali e spirituali,e la sua figura imponente e virile incuteva paura presso i sudditi,e dove non arrivava la sua figura,arrivava la mannaia.Si,perché nelle lotte di successione non ci si faceva scrupolo di eliminare eventuali pretendenti.

E Jane nacque in questo tempo,nel 1537,figlia di Henry Grey,marchese di Dorset e Frances Brandon,
a sua volta figlia della bellissima Mary Tudor,sorella di Enrico VIII.
Come bisnipote del re,godeva del titolo di lady e quindi di principessa reale.
Poco si sa di Jane,tranne che fosse di aspetto esile e di fede protestante.Colta,Lady Jane Grey si distingueva dalle cugine Maria ed Elisabetta* per le sue capacità di intelletto e  una acuta profondità di analisi."Quando il suo precettore andò a trovarla,all'età di dodici o tredici anni,la trovò nella sua camera,intenta a leggere il Fedone di Platone in greco."**
Ma la sua natura di donna non le impedì di essere una pedina per le ambizioni di molti.
Fatta sposare a Guilford Dudley ( 1536-1554 ),figlio di John duca di Northumberland,consigliere nel breve regno di Edoardo VI ( 1537-1553 ),attraverso questi,e aggirando le regole di successione volute da Enrico VIII,fu proclamata regina d'Inghilterra il nove luglio 1553 a soli sedici anni.
Un regno che durò non più di nove giorni,visto che la legittima erede,Maria,rivendicò i suoi diritti con una sommossa popolare,deponendo la giovane regina,imprigionandola nella Torre di Londra per otto mesi.
Il dodici febbraio 1554,lady Jane Grey fu giustiziata per alto tradimento.

Questo è quel che fu.
A trecento anni dall'evento,il pittore francese Paul Delaroche ( 1797-1856 ),riprese il fatto,mostrando l'ultimo atto della sua triste vicenda.
Delaroche,pittore e ritrattista neoclassico,divenne celebre per aver trattato per la prima volta tematiche che riguardavano fatti storici minori.Nelle sue opere ancora di stile convenzionale ed accademico,si scoprono i principi di quel che sarà poi la concezione romantica.
Esposto al Salone di Parigi nel 1834,il dipinto,fece persino ingelosire il pittore Jean-Auguste Ingres.
Anche la data aveva un suo perché : quattro anni prima c'era stata la Rivoluzione di Luglio,che portò
l'abdicazione del re Carlo X ( 1829-1830 ) e l'ascesa al trono di Luigi Filippo I re dei Francesi.
Carlo X era il fratello del re  Luigi XVI e cognato della regina Maria Antonietta,i sovrani ghigliottinati;i francesi quando videro l'opera non ebbero difficoltà a trovare delle associazioni storiche.



Nonostante sia un evento minore della storia inglese,Delaroche lo fa apparire importante grazie alle notevoli dimensioni.E fece di più.Attingendo alle fonti storiche della sua epoca,scelse di realizzare il momento che precede l'esecuzione.
Altri pittori crearono scene di decapitazioni,ma nessuno prima di Delaroche cercò di mostrarci tutta la
commozione e la tragicità di una esecuzione.
Quello che noi vediamo è come probabilmente si svolse.
In primo piano,vediamo lady Jane Grey,una giovinetta vestita di bianco ( in realtà doveva essere nero,ma il bianco servì al pittore per avvalorarne l'innocenza ), con il volto misto di terrore e incredulità,gli occhi bendati,le mani che tremanti vanno alla ricerca del ceppo,sotto cui è stata posta la paglia per assorbire il sangue.
Accanto a lei John Fecknman,decano della chiesa di St.Paul,affidatogli dalla regina Maria,che l'aiuta a piegarsi,consegnandola al suo destino;a destra il boia con la mannaia,aspetta senza premura,sullo sfondo due dame che piangono e si struggono.
Delaroche ambienta la scena in una delle stanze della Torre,anche se storicamente Jane fu giustiziata alla Tower Hill.
Il pittore ha arricchito la sua opera di dettagli particolari che aiutano ad apportare tutto il dramma : le rifiniture della parete,il drappo nera in basso a destra,i bei costumi,la luce che cade sulla giovinetta.
Ma quel che da un senso di stupore e pietà a tutti noi spettatori,sono quelle mani che vagano nel vuoto,cercando l'appoggio fatale,il corpo insicuro che va verso la morte.
Ed è quello di una giovinetta.

M.P.



*Le future regine
** " Maria la Sanguinaria ",C.Erickson,Mondadori



Fonti :
" Maria la Sanguinaria ",C.Erickson,Mondadori


giovedì 7 maggio 2015

" Roma ", Emile Zola

" Sotto il cielo d'un azzurro intenso,Roma si stendeva all'infinito,imporporata e dorata dal sole obliquo.
Lontano lontano,gli alberi del Gianicolo chiudevano l'orizzonte con la loro cinta verde,di un verde limpido di smeraldo;mentre a sinistra la cupola di San Pietro,scolorita dalla luce troppo viva,aveva il pallore azzurro di uno zaffiro.Poi veniva la città bassa,la città rossiccia,come cotta da secoli,da estati ardenti,la città così pacata allo sguardo,così bella grazie alla vita intensa del passato,un ammasso confuso,senza limiti,di tetti,torri,cupole e campanili. "



E' stato un mese molto pesante quello di Aprile : tra lavoro e impegni,mi hanno tenuta lontana dal blog e dai libri per giunta.Un mese iniziato con un tamponamento sul Raccordo Anulare,che ha avuto come conseguenza,per fortuna,solo un brutto spavento,e finito con una influenza che si è così affezionata che proprio non vuol sentire di lasciarmi...
Riprendendo in mano il blog,mi accingo,finalmente,a scrivere la recensione della mia ultima lettura : "Roma"

Il trentuno Ottobre 1894,lo scrittore francese Emile Zola ( 1840-1902 ),si recò per la prima volta a Roma.
Il suo non era un viaggio di piacere o di cultura,ma lavorativo.
Infatti Zola stava per scrivere un romanzo in cui il palcoscenico e vero protagonista insieme era la neo capitale del Regno Italico.
Ma quel che doveva essere un impegno privato,si rivelò una serie inaspettata di banchetti,ricevimenti,feste in suo onore,lui che era una delle personalità letterarie più riconosciute : con Zola sembrava entrasse la Verità in carne ed ossa.
Ancora non era lo Zola del " J'accuse ",eppure un grande analizzatore della società attraverso il suo ciclo dei "Rougon-Macquart ".
Lo scrittore ebbe modo di conoscere buona parte dell'aristocrazia romana,del clero,i regnanti e molti intellettuali.
La figura di spicco che voleva incontrare,il Papa Leone XIII,venne però oculatamente negato,visto il celebre,
pericoloso ateismo che ammantava lo scrittore.
Il soggiorno durò ben cinque settimane e quel che conseguì fu "Roma",secondo volume del ciclo delle "Trois Villes",dopo "Lourdes" e prima di "Paris",pubblicato nel 1895.

Ambientato in epoca contemporanea,narra le vicissitudini del giovane abate francese Pierre  Froment
arrivato a Roma per difendere il suo saggio " La Roma Nuova ",condannato all'Indice dei Libri Proibiti per teorie sovversive.
Nel testo,l'abate argomenta di un possibile ritorno della Chiesa al cristianesimo primitivo,abbandonando radicalmente il potere temporale,riabbracciando la povertà e i fondamenti dei primi secoli.
Ottenendo una una udienza dal Papa Leone XIII,dopo continui rinvii e minacce,Froment accortosi delle lotte di potere interne alla Chiesa e della illusoria bellezza di Roma,vittima di una mistificazione,torna a Parigi,nella sua nuova,crudele consapevolezza.

La Cappella Sistina dove Froment sosta per ammirare il capolavoro.



L'intreccio non è altro un contorno di un'opera che è un trattato storico,filosofico e guida turistica : copiose dissertazioni sul Risorgimento,sulle dottrine della Chiesa e sui paesaggi e fatti dell'antica Roma, appaiono al lettore inutili al fine della lettura ed espresse con troppo altezzosità.
Viene meno anche la capacità di descrivere pienamente Roma stessa,puntando tutto sull'aspetto esteriore,i tecnicismi della città e mai sulle emozioni e commozioni che uno squarcio su Roma può regalare ad un visitatore.
Mancanze che possono sembrare nulle per uno scrittore francese,ma deludenti per un romano o amante della Città Eterna,dove D'Annunzio era invece riuscito nella sua opera più famosa.
Nonostante la lettura lunga e non sempre accativante," Roma " offre molti spunti interessanti,ove Zola come un esperto chirurgo analizza vari ceti sociali : l'aristocrazia romana,divisa allora in nera e bianca*,con la sua decadenza,la sua superficialità,attaccata e ferma al suo passato glorioso,con i suoi soldi sperperati nel sogno di una Roma grandiosa;mirabili le descrizioni delle passeggiate in carrozza sul Corso,gli incontri al Pincio,le domeniche trascorse nelle trattorie dei Castelli Romani,rappresentati nell'impossibile storia d'amore di due giovani,Dario e Benedetta,vittime della società.
Il clero,non immune dagli intrighi,veleni e odio,mostrano una Chiesa quanto mai lontana dalle sue origini e dal popolo,corrotta e incapacere di allontanarsi dal potere,i cui complicati meccanismi intrinsechi rivelano per Zola una prossima fine.
Rispetto al ciclo dei " Rougon-Macquart ",dove la spinta naturalistica è fortissima,in questo,che è tra gli ultimi romanzi,si nota maggiormente il tono lirico-sentimentale dell'autore,che caratterizzava,invece,la sua prima formazione.
Accenni prettamente zoliani si ritrovano nelle bellissime pagine in cui vengono sintentizzati fatti come lo scandalo della Banca Romana e la febbre speculativa che aveva invaso Roma in quell'epoca,per cui la si voleva far diventare una nuova Parigi o Berlino servendosi non dei risparmi nazionali,ma con il credito e i denari provenienti dall'estero,e che ebbero come conseguenza la decandenza del patriziato più antico e la demolizione di ville storiche ( come la Villa Ludovisi ).

Un romanzo che sarebbe stato imponente se Zola si fosse accorto di aver messo troppa carne sul fuoco.



* Pro papato e pro monarchia



Libro :
" Roma ",E.Zola,Edizioni Bordeaux,2012
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