martedì 19 settembre 2017

"Ho visto partire il tuo treno" di Elsa de' Giorgi


"Certo un consuntivo su Calvino sarà difficile per me quanto per quei critici che con imbarazzata frettolosità lo hanno collocato tra i classici. La sua opera sembra sortita, per molti di essi, dalla naturalezza di uno scrittore sapiente, destinato a esserlo senza l'assillo di una propria storia umana; e non so quanto questo gli sarebbe piaciuto."


Copertina della prima edizione

Sono due anni che mi sono appassionata a questa vicenda, da quando nell'estate del 2015 ne venni a conoscenza.
Chissà perché ci esaltiamo per vicende poco interessanti, di poco conto, quando ci sarebbero vite che meriterebbero di essere raccontate e conosciute, che si incastrano così facilmente fra i momenti epici della storia italiana, come quella della de' Giorgi e Calvino : un'unione che fu molto più che d'amore.
Quando ho saputo della ripubblicazione del libro, ho fatto molto prima ad ordinarlo che a stupirmi dalla felicità. Cercavo in questo quella profonda relazione, come di quelle nascoste, che non si possono dire per non scomodare troppo l'immagine dei protagonisti; vi ho trovato invece spunti fondamentali di una parte della nostro passato, non sempre citato, che si è perso fra gli stretti grovigli di riservatezza e pudore.


In un articolo ho già raccontato chi fosse Elsa de' Giorgi (1914-1997), questa bellissima donna che alternava cinema, teatro e scrittura con sapiente agilità e acutezza; donna mondana della dolce vita romana, intesse uno stretto rapporto con un giovane Italo Calvino (1923-1985), dal 1955 al 1958.
Nel 1992 pubblicò per l'editore Leonardo "Ho visto partire il tuo treno", in seguito scomparso dagli scaffali, è stato ripubblicato nel giugno di quest'anno per conto della Feltrinelli.
Il titolo riprende una frase estrapolata da una lettera inviatale da Calvino, la quale riesce a delineare con schiettezza il loro rapporto, caratterizzato da incontri fuggevoli fra Torino e Roma, negli alberghi, nelle riunioni a casa Einaudi.
Opera memorialistica, la de' Giorgi intreccia al racconto suo con lo scrittore, la società, la politica di una Italia uscita dal difficile dopoguerra, ancora instabile e incapace di reagire.
Il suo testo si ricollega con un filo invisibile a quel mancato raggiungimento di quegli ideali ed aspirazioni di una classe di giovani poeti e scrittori, già preannunciato nel libro di Natalia Ginzsburg "Lessico Famigliare".

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, diversamente da quel che sta avvenendo oggi, Roma accentrava la vita culturale dell'intera nazione. Rizzoli, Mondadori, Einaudi gareggiavano per spartirsi il territorio capitolino per far sorgere le loro grandi librerie; non solo, convegni letterari, mostre, corsi fotografici, cantieri cinematografici, salotti eleganti, Roma era ambita e desiderata da tutti e pigra e bellissima accoglieva anche i più restii intellettuali piemontesi.
Sullo scenario culturale, casa Einaudi ne vantava i migliori anche se era innegabile il vuoto lasciato da Pavese e insieme "il malessere di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile."
In questo clima di euforia e insoddisfazione Elsa de' Giorgi e Italo Calvino si conobbero nel 1955.
Lei sposata al nobile conte, famoso gallerista Sandrino Contini Bonacossi (1914-1975), aveva esordito nella scrittura con il romanzo partigiano "I Coetanei", lui in quel momento con "Il Visconte Dimezzato".
Complice la fuga del Bonacossi per questioni economiche, i due legarono le loro vite nell'amore e nella scrittura. Un vincolo non facile a causa delle intemperanze di Calvino e della razionalità dell'amata.
Ma nei turbinii di un sentimento predestinato a concludersi, l'opera spiazza il lettore attraverso la maestria narrativa e poetica con la quale l'autrice rievoca l'ambiente culturale orbitante alla sua corte.
Fuoriescono i ritratti di Carlo Levi (1902-1975) a cui è dedicato il libro; disegnatore, scrittore al quale si chiedeva sempre di tagliare il superfluo nei romanzi e lui vendicativo ne aumentava di cento. Il fascismo combattuto con tenacia, diverso da quello combattuto in Occidente, perché era quello dei diseredati, del rimorso. Le liti fra Aldo Palazzeschi (1885-1974) e Eugenio Montale (1896-1981) per Bassani e quelle brusche in stretto dialetto siciliano tra Elio Vittorini (1908-1966) e Renato Guttuso (1911-1987). Le figure sensibili e malinconiche dei fratelli de Chirico, la malattia e i problemi finanziari che gravavano sulle deboli spalle del triste Carlo Emilio Gadda (1893-1973).
E ancora il ricordo del romanesco ampio e lapidario unito ad un corpo "libero" di Anna Magnani (1908-1973), l'umile e beffarda, di cui ancora oggi ne risentiamo, a distanza di anni, quell'urlo straziante in "Roma Città Aperta" che smorza ogni parola aggiuntiva.
C'è la presenza, la più profonda di tutte, perchè simbolica di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), uomo che viveva quello che scriveva con fervore religioso. Il "Cristo degli anni Settanta" votato fatalmente al martirio, cercava nelle strade, quelle inospitali di Trastevere i suoi ragazzi e un contatto più vicino alla verità.

"Pier Paolo nella sua più scandalosa coerenza salire sulla croce, farsi trafiggere non solo dai pneumatici della sua macchina veloce a schiacciargli il cuore ma nel vituperio sbavante degli scribi e farisei del nostro tempo."

Naturalmente il motivo dell'opera è Calvino, benché come espresso dalla contessa-scrittrice, il Calvino da lei cambiato, maturato dall'amore, nell'amore nell'arco di quei tre anni.
 È il Calvino più felice, quello del "Barone Rampante", delle "Fiabe italiane", dove Viola e Raggio di Sole vengono plasmate sulle fattezze di Elsa, mai connotata con l'epiteto di Musa.
Si ribalta quindi la formula, quasi matematica, della donna/musa e dell'uomo/artista. Qui  è la donna/Elsa a spiegare all'uomo/Calvino i fondamenti della filosofia, l'importanza dei silenzi fra una battuta ed un'altra, una maggior apertura culturale equivalente a quella umana.
Un Calvino poco noto si trova nelle lettere. Se si potessero consultare si scoprirebbe un capace illustratore, che usando la solita ironia, leggerezza, riproduceva nel disegno dettagli di conversazioni e canzoni addirittura da lui create.


In uno dei passi più belli, forse il più bello, ci viene raccontato un Calvino affascinato dal mito di Psiche per quanto questo ponga l'attenzione simbolica non alle vie primarie del castello incantato, alla bella principessa, al bacio, ma allo struggimento, al dolore di ritrovare l'amato/a, a "combattere l'assenza, la distanza"; ciò, ci dice, è l'amore.
In queste riflessioni sfocia il Calvino più umano, spoglio da etichette e classificazioni, dalla rigidità dell'intellettuale che i critici hanno voluto vedere; come se un componimento nascesse unicamente nel suo creatore dal genio fulmineo.
Invece si presenta nell'infanzia un Italo circondato da fiori e piante dei suoi genitori scienziati, odiare il linguaggio botanico; da giovane uomo cercare la solitudine e al tempo stesso il contatto con il genere umano.

"Non meraviglia dunque se quel salire sugli alberi di Cosimo per mescolarsi alla natura, matrigna e conforto, aspirasse a una fraternità con essa che elevasse quella tra gli uomini; e proprio questi l'abbiano convinto più tardi che non da essi si dipartiva il filo sottile del mistero; ma forse dai calcoli infinitesimali, coincidenze verosimili, codificabili nell'astrazione di numeri, sillabe, iterazioni, parziali minimi puzzle testimonianti, nella loro complessità microscopica, la semplicità di applicarsi con alacre pazienza a una catena di montaggio della conoscenza."

Un percorso di fatica che non esimia l'intellettuale da dubbi, incertezze, inciampi, incomprensioni con altri liberi pensatori e il decadimento di quel sogno iniziale.
La rivoluzione d'Ungheria nel 1956 che pose fine al mito dell' URSS e si imbatté come un uragano nel partito della sinistra italiana (di cui faceva parte Calvino), segnò la definitiva fuga dal gruppo politico, dei suoi principi e in seguito dalla relazione con l'amata.¹

"Il dramma di Calvino (ma perché di Calvino se è di tanti altri, di quasi tutti i suoi coetanei) è stato quello di evitare il dramma. Da anni Calvino fuggiva da sé. Si era illuso che il rimorso, la sua sconfitta intellettuale, non lo raggiungesse perché lui avrebbe cambiato metodi, paesi, approcci con la realtà; non se ne sarebbe lasciato più deludere, le avrebbe chiesto meno e più a seconda dei punti di vista che il diverso Calvino si sarebbe imposto per sfuggire il dramma; ma questo l'ha ghermito proprio quando, forse stanco di fuggire, stava trovando la forza di affrontarlo ammettendo una più totale sconfitta."

La testimonianza di Elsa de' Giorgi è una fonte preziosa di fatti letterari che si fondono con quelli storici, narrati mediante una scrittura sensibile ed erudita; di memorie da non lasciar disperdere insieme a carte o oggetti che non si usano più.
Perché non si ha bisogno di questi ricordi per comprendere questo o quello scrittore : i libri si leggono al di là di quel che può essere la biografia di un autore.
Eppure ogni volta che ci apprestiamo ad una nuova lettura, ci ricordano di pórci davanti ad essa con umiltà, poiché nonostante la morte fisica del narratore, quest'ultimo continua a vivere, persino nei punti della propria prosa.

"Non tutti - come diceva per Karain il suo inutilmente amato Conrad - possono meritare l'augurio di una morte in combattimento, una morte alla luce del sole; perché egli, Karain, aveva conosciuto rimorso e potenza e nessun uomo può chiedere di più alla vita."




M.P.




¹ Pur profondo l'amore che provava per la de' Giorgi, Calvino non avrebbe potuto affrontare un ritorno del Bonacossi, "il cavaliere inesistente".
² Romanzo di Joseph Conrad.





Libro :

"Ho visto partire il tuo treno", E. de' Giorgi, Feltrinelli

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