venerdì 12 ottobre 2018

"La Casa in Collina" di Cesare Pavese


Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.



Cesare Pavese (1908-1950) è stato fra i più grandi (se non il più) influenti scrittori del nostro primo Novecento: autore di racconti, romanzi brevi, poesie, saggi, promotore ed iniziatore in Italia della letteratura americana, lavoratore instancabile ed insostituibile della casa editrice Einaudi.
Ha personificato, in tempi ancora lontani e prima di Pasolini e Calvino, il dramma dell'intellettuale.
L'immagine maggiormente intensa e icastica della sua figura si può ben ritrovarla nel ritratto poetico che ne fece Natalia Ginzburg in "Lessico Famigliare", in cui descrisse la sua "paura dell'imprevisto e dell'inconoscibile", tratti orrendi per "la lucidità del suo pensiero", o quello più pragmatico di Elsa De' Giorgi nell'opera memorialistica (passata purtroppo in sordina) "Ho Visto Partire il tuo Treno" dove lo scrittore piemontese si faceva portavoce di quella delusione culturale e ideologica "di una generazione che aveva creduto ingenuamente che bastasse debellare il fascismo ufficiale per ricostruire una società moralmente vivibile".
Tutto questo ricorre con mestizia e rappresentazione realistica in uno dei testi più belli di Cesare Pavese "La Casa in Collina".
Elaborato tra il 1947 e il 1948, venne pubblicato verso la fine di quest'ultimo insieme con "Il Carcere", sotto il titolo di "Prima che il Gallo Canti".
Romanzo breve "La Casa in Collina" è insieme un diario di guerra sul secondo conflitto, semi biografico; una disperata storia individuale che viene a scontrarsi, suo malgrado, con il caos apocalittico di una collettività e ne rimane anch'essa schiacciata.


Corrado, professore torinese, lascia la città piemontese divenuta troppo pericolosa a causa dei bombardamenti sempre continui. Viene a rifugiarsi quindi sulle colline di Asti, dove trascorre una lenta esistenza nell'apatia, nella solitudine, nell'ossessione di ricordi fuggevoli, di un passato che non può più ritornare, aggrappandosi all'illusione di una guerra a lui lontana e guardata con stoico distacco.
In un'osteria, fra queste colline, conosce un gruppo di sfollati, attivamente più impegnati nel conflitto, in cui passa spensierate ore rubate alla sua malinconia. Tra di loro ritrova Cate, una donna con cui ha avuto una sporadica relazione in giovinezza.
Questa ha un figlio, Dino, e Corrado comincia ad occupare parte delle sue giornate con il ragazzo, rivedendo in lui la sua antica giovanile avventatezza. E un pensiero si fa strada nella mente del professore, che il ragazzo (ne prova quasi il suo diminutivo) possa essere suo figlio.
Cerca un riscontro con Cate per un'accomodamento, questa però non si risolve di palesargli nessun tipo di verità.
Ma l'armistizio dell'otto settembre 1943 arriva a distoglierlo dai dubbi e dalla sua immobilità. Infatti dopo un primo clima di euforia, ove si rincorrono voci di pace, la guerra, invece, continua più crudele e sanguinosa fra le diverse frange di fascisti, partigiani e repubblichini in una lotta fratricida.
Tutti i residenti dell'osteria vengono arrestati dalla polizia per contrabbando di armi e deportati; tranne Dino nascosto al momento dell'irruzione.
Anche il professore, per la sua amicizia con quest'ultimi, viene ricercato ma riesce a trovare protezione in un convento di Chieri, dove si finge maestro di studenti e dove si vede raggiunto anche da Dino.
Il luogo circondato dalla polizia non risulta comunque sicuro e dopo la fuga improvvisa di Dino, Corrado si allontana dal convento per far ritorno nel paese natale, sulle colline delle Langhe.
Lungo la strada verso casa Corrado rischia la vita, vede i morti, la disperazione dei sopravvissuti, luoghi abbandonati, colline martoriate da costanti rappresaglie; capisce cos'è la guerra civile, l'inutilità del sangue umano sparso. Per la prima volta si sente partecipe di questo strazio senza senso e fine, turbato da ciò che non potrà più ritornare.

Come "La Bella Estate" e "Tra Donne Sole" anche "La Casa in Collina" si inserisce nell'ultimo fecondo periodo dello scrittore ma diversamente dai primi due, questo si differenzia per l'alto livello espressivo, quello in cui Pavese ha voluto mostrare la sua forza intellettuale, l'impegno civile dovuto ad una collettività.
Partendo dal momento storico scatenante della vicenda: l'armistizio dell'otto settembre 1943. Quest'atto con il quale il Regno d'Italia cessò le ostilità verso gli Alleati e iniziò di fatto la Resistenza italiana contro il nazifascismo, coincise con il periodo più cruento della Seconda Guerra Mondiale, ossia della tremenda guerra civile che imperversava nell'Italia divisa e ferita tra le fazioni partecipi.
Le storie interne raccontate sono piccoli frammenti di vita provvisoria che si incontrano e si escludono in poche pagine intessute di malinconia e precarietà umana.
La storia del professore Corrado che si sottrae inizialmente alla guerra, guardando al passato, riflette il dramma personale dello stesso scrittore.

"Cascina di Langa", Giovanni Rava

Amico di partigiani ed intellettuali attivi, Cesare Pavese non prese parte alla lotta armata né prestò la sua figura ad incarichi sovversivi e il rimpianto di questa mancanza, le morti dei suoi migliori amici, l'inevitabilità di una generazione che non era riuscita a sopravvivere alla guerra, né dimenticandola né cambiandone gli effetti, lo accompagneranno per il resto della sua vita, fino agli ultimi giorni.
Unico elemento catartico di tutta il romanzo breve, che ricorre con enfasi in sua gran parte è la collina. Amato luogo d'infanzia e di rifugio, viene contrapposto all'oscurità degradante della città, mentre le colline di Asti fungono da limbo, passaggio verso le care Langhe che assurgono alla metafora di passato ed evasione quasi mitologici.
Come in molti altri scritti, anche qui si innesca la polemica controversia sul fascismo, su un possibile, sottile legame che Pavese avrebbe avuto inizialmente con la dittatura; dato da alcuni pensieri liberati con la pubblicazione negli anni Novanta di taccuini personali e nella "Casa in Collina" da insolite riflessioni, forse difficili da trovare in un altro scrittore coevo.
Ma tralasciando diatribe mai risolte ed inutili, la sua, forse, non "esplicita" denuncia del fascismo potrebbe derivare da un orrore che egli ravvisava come più pericoloso del fascismo stesso: l'immobilità delle coscienze.
Perché il dramma di questa solitudine individuale ridestata da inquietudini religiose e impegno civile che riesce, nel momento più buio, a riconciliarsi con la pietà umana, è uno degli atti d'amore più commuoventi della scrittura di Cesare Pavese.
L'ultimo capitolo, che già da solo meriterebbe di essere letto per la potenza delle sue parole, offre una testimonianza diretta, un ammonimento severo rivolto a chi verrà dopo: che «ogni guerra è una guerra civile» e il peso di ciascuna morte, pur sconosciuta e lontana, grava su di noi.

Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso.



M.P.




Libro:

"La Casa in Collina", C. Pavese, Einaudi


2 commenti:

  1. Uno dei libri dell’amato Pavese che devo ancora leggere…. e questa bella recensione invoglia :-)

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