giovedì 5 maggio 2016

"Il Giardino dei Ciliegi" di Ĉechov


"E' l'alba, tra poco spunta il sole. E' già maggio, i ciliegi sono in fiore, ma il giardino è freddo, coperto di brina."

"Blossom Time" (1900), Charles Edward Georges


La lettura di questo testo è stato molto dipeso da un'altra lettura. Dopo i "Buddenbrook" (1901) di Thomas Mann, mi era rimasto a cuore il tema della casa o dei beni che da un proprietario decaduto passavano ad un altro in ascesa. Come nella Mengstrasse della famiglia tedesca, il tema ricorre anche nell'opera teatrale di Ĉechov, "Il Giardino dei Ciliegi", che mi sono prontamente procurata pur non avendo affabilità con la letteratura russa.
Questa alternanza sociale tra caste e poteri diversi diventa il motore dell'intera vicenda, raffronto tra il vecchio e il nuovo mondo.
Ultimo lavoro del poeta e drammaturgo ucraino Anton Pavloviĉ Ĉechov (1860-1904), fu composto nel 1903 e portato in scena un anno dopo, nel "Teatro dell'Arte" di Mosca.
Scritto come una commedia in quattro atti, esso in realtà venne rappresentato come un dramma. Sei mesi dopo il suo autore morì di tubercolosi, malattia che si era trascinato nel corso degli anni.

In una antica dimora della provincia russa del XX secolo, la bella e sentimentale aristocratica Liubov Andrieievna Ranievskaia, torna dalla Francia, dove ha avuto una tempestosa relazione con un uomo, nella sua casa natia. Ma la casa, a causa dei debiti protratti dalla famiglia, è messa all'asta insieme al suo celebre e stupendo giardino dei ciliegi.
Lopachin, mercante del posto, offre alla donna la possibilità di tenersi la proprietà non vendendola, per saldare il debito, ma di abbattere gli alberi per lottizzare il terreno, creandone un luogo di villeggiatura.
Liubov attaccata ai ricordi e ai principi della sua antica posizione, rifiuta. Si assiste quindi ad una serie di discorsi e banchetti futili che non servono a dare una soluzione al caso, a cui non si impegnano né il pigro fratello Gaiev, né la figlia adottiva Varja, persa in un amore non dichiarato, né la piccola figlia Ania, innamorata e pronta per un nuovo futuro.
Con astuzia Lopachin che da tempo bramava la residenza, riesce ad acquistarla all'asta.
Così mentre l'antica famiglia parte, il mercante non nasconde l'orgoglio di essere riuscito ad avere la proprietà nella quale i suoi genitori furono servi.
Nella casa vuota rimane solo il vecchio servitore Firs, malato e dimenticato da tutti, ultimo relitto del passato. Fuori si odono i primi colpi di scure che abbatteranno i ciliegi.

Il dramma non avvince né per la sua vicenda, né tanto meno per i personaggi; tutto è vuoto e superficiale. Lo svolgimento della trama che ci si era presupposto, manca alla aspettative e la soluzione, pur nella sua semplicità non viene volutamente trovata.
Alla base dell'opera c'è un fatto storico che l'autore mette in luce : l'abolizione della servitù della gleba in Russia.


Ĉechov con la moglie Ol'ga Knipper
Nella seconda metà dell'Ottocento il progresso economico della chiusa e agraria società russa, stentava a decollare a causa del sistema feudale su cui era improntato. Nel 1816 lo zar Alessandro II (1855-81), abolì la servitù della gleba, portando così alla decadenza il ceto aristocratico (che trovava sostentamento proprio in quel servizio), e vide l'ascesa della nuova classe borghese.
Una situazione che Ĉechov capiva benissimo, visto che i suoi nonni era stati servi della gleba.
Lopachin rappresenta proprio la baldanzosa borghesia resa libera, di contro la vana Liubov riassume tutta la vanità e futilità culturale di quel mondo retrogrado.
Eppure lo scrittore ucraino non giustifica né l'uno né l'altra.
Ĉechov cominciò a scrivere in un momento in cui, dopo l'assassinio di Alessandro II, il ceto intellettuale subì un periodo di letargo culturale, la sua arte era un atto d'accusa contro la società del suo tempo.
La sua prosa asciutta, la staticità del suo teatro sembrano alludere all'estraneità e all'incomunicabilità dell'uomo moderno, l'attesa di un qualcosa di imminente, l'incapacità di agire nelle avversità della vita, troveranno sfogo nel teatro beckettiano.
Lo stesso giardino dei ciliegi diviene emblema del decadimento di una classe sociale, peraltro molto di più : dell'ineluttabile e indefinibile incomprensione che minano i rapporti del mondo umano.

"Io non ci ho pensato...Gioventù scriteriata! La vita è passata, e io è come se non l'ho vissuta."



M.P.






Libro :

"Il Giardino dei Ciliegi", A. P. Ĉechov, Bur Rizzoli 2013

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