lunedì 6 giugno 2016

"Romeo e Giulietta" di William Shakespeare.


"L'amore è un fumo fatto col vapore dei sospiri; purificato, è un fuoco che esplode negli occhi degli amanti."



"Romeo e Giulietta"  di William Shakespeare (1564-1616), non era una delle letture previste quest'anno, visto che la prima lettura risale già ai tempi della mia prima giovinezza; la seconda è nata come una sfida personale, ispiratami da un post del blog "La Leggivendola", su una serie "di romanzi d'amore che in realtà non sono romanzi d'amore", che includeva tra gli altri, proprio la storia degli sfortunati amanti di Verona.
Poteva l'opera di Shakespeare essere riassunta solamente come la vicenda di una lunga scia di morti, provocata da un banale amore?
Io non ci credevo. La recensione stessa è stata molto più faticosa delle altre, proprio per la quantità di materiali, motivi, riflessioni, che volevo apporvi senza troppe prolissità.
Ma cosa spinge, a detta di tutti la più grande celebrazione dell'amore romantico nella letteratura occidentale, ad essere così amata, odiata, giudicata e soprattutto non capita?
La sua estrema popolarità. Nell'apparenza della sua trama semplice, nel suo ricco lirismo, nell'amore giovanile che divampa fra le pagine, essa racchiude un mondo, che è quello del teatro e della vita.


"Romeo e Giulietta", Ford Madox Brown

Scritta tra il 1595-1596, "Romeo e Giulietta" è considerata la prima tragedia dell'illustre cittadino di Stratford-up-Avon. Le fonti a cui si ispirò per l'opera, risalgono ai primordi; già Dante Alighieri nel sesto canto del Purgatorio (v. 106), allude all'amore dei due giovani, arrivando alla IX novella del Bandello, che Shakespeare sicuramente aveva letto o ascoltato nella cerchia aristocratica del duca di Southampton*, come pure aveva appreso le storie e le bellezze delle città italiane, tra le cui Verona, apparsa in altri lavori.
Al momento della sua stesura, l'Inghilterra viveva gli ultimi anni del periodo elisabettiano (1558-1603), nel 1588 aveva sconfitto l'Invincibile Armata spagnola, rappresentava una potenza protestante, con un impero coloniale a cui seguì una fioritura culturale nel campo della letteratura in particolare.
Ma questa floridezza rispecchiava tutt'altro l'instabilità politica dell'epoca : la regina Elisabetta non aveva nominato un successore e le molte insurrezioni e capovolgimenti sociali erano in atto e si profilavano all'orizzonte. In più lo stato si trovava e ne andava fiero, della sua posizione ancor medioevale, guardando  con occhi non benevoli all'ormai declino del Rinascimento italiano**.
Shakespeare come qualsiasi inglese subiva questo clima e i suoi contrasti e nella sua prima tragedia ne riportò le faide, i rancori, gli egoismi nefasti e vi pose in mezzo l'unica cosa necessaria, un amore.
Un amore corrisposto si, diversamente dalle altre opere del drammaturgo dove di amore ne esiste ben poco (Amleto ama forse Ofelia? Otello Desdemona? Bastiano ama Porzia?), eppure di impossibile realizzazione felice, perché contrastato dalle rispettive famiglie dei due giovani che però non sanno.
E' stata criticata all'opera il poco spessore tragico dei protagonisti.
All'inizio della vicenda Romeo prefigura un Werther, ambisce alla morte fin dal principio, diventandone più conscio solo all'incontro con la sua Giulietta. Mentre la quest'ultima, forse la più cara a Shakespeare tra i  personaggi femminili, per la sua intraprendenza, libertà. Non è un'eroina, una musa, una santa o regina, ma una donna innamorata e sensuale, e le fa pronunciare la dichiarazione più nobile della letteratura :

"Eppure desidero la cosa che possiedo.
La mia generosità è smisurata come il mare,
Il mio amore altrettanto profondo. Quanto più
Do a te, tanto più possiedo, entrambi
Essendo infiniti." (Atto II, scena 2)

1940 a Broadway, Laurence Oliver e Vivien Leigh in "Romeo and Juliet".

La tragicità non sta nei protagonisti, bensì nella concatenazione degli eventi, quell'inspiegabile dualismo tra fato e avventatezza.
Qui sta insieme la pecca e la grandezza del suo autore, il non aver dato la supremazia né all'uno né all'altra, perché la vita e il teatro non sono la combinazione perfetta tra i due?
La morte è qui preponderante, tuttavia si nota come essa scelga la giovinezza, il momento migliore della vita; non è un caso in Shakespeare, in questo clima di guerre e insicurezze, sia la gioventù a patire le conseguenze. E Mercuzio è l'emblema. Potrebbe essere il vero protagonista, con la sua spavalderia, le battute oscene, la sua negazione dell'amore, prende tutta la scena, attenua il lirismo di Giulietta, e con la sua morte ci si avvia alla tragedia, profetizzata dalle sue parole "La peste a tutt'e due le famiglie" (Atto III, scena 1). E l'opera riprende il giusto corso.
L'amore è il tema più discusso : per alcuni non vi è traccia, per altri ne sono invece convinti, ognuno ha il proprio pensiero, ma è indubbio la rivoluzione che lo scrittore apportò alla letteratura inglese.
L'amore prima di lui era visto nella sua forma cortese, platonica o erotica; Shakespeare lo avvicina alla sua forma più reale ed umana.
Romeo e Giulietta seguono la loro maturazione amorosa, quasi psicologica (per la profondità psicologica bisognerà aspettare il 1678 con la pubblicazione della "Principessa di Clèves" di Madame de La Fayette).
Pur non avendo la complessità delle tragedie successive, "Romeo e Giulietta" ha ancora un'altra ragione per essere ancora così discussa, la modernità. Quel mondo raccontato da Shakespeare, se riflettiamo, non è poi così lontano da noi.



M.P.




* Henry Wriothesley III (1573-1624), protettore di William Shakespeare.
** Il Rinascimento arriverà in Inghilterra un secolo dopo.



Libro :

"Romeo e Giulietta", Feltrinelli.

5 commenti:

  1. Io sono fra coloro che, pur riconoscendo l'indubbio valore della tragedia e del suo autore, non riesce a vedervi un testo veramente simbolico né dell'arte tragica né del romanticismo. Una buona parte della mia indifferenza a questo dramma deriva dal bombardamento che noi Veronesi dobbiamo subire, dal prevalere del modello Shakespeare su ogni altra forma di espressione nella nostra città, il resto lo fa l'eccessivo successo del testo del Bardo, come dici tu. Sarà che Romeo mi è odioso, che non riesco a vedere poi questo grande amore nel suo improvviso dimenticarsi di Rosalina per correre dietro a Giulietta, sarà che perfino il gioco degli equivoci è eccessivo... però preferisco un altro Shakespeare, quello di Macbeth o di Amleto, perfino quello delle commedie e vedo molta più tragedia, molto più sentimento e molto più conflitto nella novella boccacciana di Lisabetta da Messina che nei due amanti di Verona...

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    1. Conosco benissimo il tuo pensiero su "Romeo Giulietta" ;-)
      Anche io preferisco i lavori più maturi di Shakespeare, ma con questo post ho voluto solo stemperare i commenti negativi e ridare all'opera i suoi connotati storici, in merito alla sua datazione in un periodo particolare per l'Inghilterra. Penso che la vita sia anche un susseguirsi di equivoci e sbagli, poi come ho scritto la pecca e grandezza dell'autore è stata non aver dato una precisa spiegazione al testo, ognuno vede quel che vuole vedere... "un così è se vi pare..."

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    2. Allargare lo sguardo al contesto è sicuramente importante anche per capirne e modificarne la ricezione, infatti hai ricostruito molto bene la vicenda. Forse una parte della mia ritrosia deriva dal fatto che la novella cui il dramma si ispira ha avuto origine e una prima rielaborazione proprio in Italia, ma ha dovuto arrivare d'importazione perché ne sentissimo parlare...?! Chissà... comunque coglierò l'occasione della #maratonashakespeariana per rispolverare il testo! :)

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  2. Fra le opere migliori di Shakespeare, ma non la sua migliore. Eppure è come scrivi, la più nota e amata.
    Anche se pare non esservi alcuna attinenza, mi riferisco all'aspetto concettuale della cosa: i romanzi della Austen sono adorati da schiere di lettrici che vedono sono l'aspetto esteriore delle sue narrazioni, la patina amoroso-romantica e si perdono tutta l'impalcatura filosofico-sociale degli stessi. Allo stesso modo "Romeo e Giulietta" è amato perché se ne vede solo l'aspetto amoroso-romantico e si perde tutto il senso di cui tu scrivi, lo sfondo sociale sul quale il drammaturgo ne tesse i fili, i riferimenti storico-letterari, e l'incombenza della Morte, di cui questa tragedia è il paradigma.

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  3. Questo è il destino dei romanzi ma anche poesie o dipinti che divenendo "popolari", perdono il loro originario significato, proprio come dici tu, non sbagli affatto!

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