lunedì 27 giugno 2016

"Lessico Famigliare", Natalia Ginzsburg.


"... mi riproponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro : ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito."

"Bambina che Gioca su un Tappeto Rosso" (1912), Felice Casorati

Ho in mente una figuretta di donna, di mezza età, rientrare trafelata nella propria casa, allegra ma muta dopo il matrimonio dell'amatissima figlia. Si siede sul divano, le gambe accavallate e la mente altrove. Sta pensando di certo al matrimonio della figlia e forse questo le ha rammentato il suo, il primo, e si saranno confusi insieme, e il pensiero sarà andato oltre, in un passato lontano.
Chissà se sarà stato veramente così il momento della stesura di "Lessico Famigliare", gioiello-capolavoro della scrittrice Natalia Ginzsburg (1916-1991), per molti anni nota traduttrice e saggista, per poi affermarsi in letteratura proprio con questo libro negli anni dei contrasti tra socialisti e democratici e del boom economico italiano.
Donna impegnata nella politica, nell'attivismo sociale, amica di intellettuali,  la Ginzsburg arriverà a vincere il Premio Strega nel 1963.

"Lessico Famigliare" non è come ci si aspetterebbe un'autobiografia, ma un memoriale che copre un periodo che va dagli anni del Ventennio fascista ai primi anni '50.
E' una storia famigliare, quella dell'autrice, i Levi, dove viene raccontato il proprio mondo intimo e riservato, fatto di comportamenti, abitudini, aspetti quotidiani della famiglia dominata dalla figura del padre Giuseppe, famoso scienziato, irascibile e dalle continue quanto immotivate sfuriate, in contrasto con il gaio ottimismo della madre Lidia e dalle vite avventurose dei suoi quattro fratelli.
A caratterizzarne l'impianto narrativo, la Ginzsburg usa la rievocazione delle comunicazioni linguistiche che intercorrevano nel proprio gruppo; fatte principalmente di termini derivanti dal dialetto veneto.
Pur nella sua ricchezza di particolari e aneddoti, la scrittrice non parla mai di se stessa, se non in alcuni episodi come il matrimonio con Leone Giunzsburg (1909-1944), letterato e antifascista, il confino in Abruzzo e la morte del marito, torturato nel carcere di Regina Coeli a Roma.
Eppure nell'opera non c'è spazio per il dolore, nonostante i duri anni del fascismo, le privazioni, gli amici scomparsi, tutto è descritto con la delicatezza della sua scrittura e l'umorismo dei numerosi personaggi che affollavano la sua vita.
Un andirivieni di figure simbolo di quegli anni, venute per rimanere, alcune per scomparire, memorie redivive attraverso i libri erotici di Pitigrilli, i dipinti di Casorati, la generosità incondizionata dell'industriale Olivetti, la vivacità dell'intellettuale Felice Balbo, ma anche persone comuni, famiglie, donne coraggiose e solitarie, delineate con lo scopo di far emergere la bellezza delle loro anime.

Natalia Ginzsburg

Un'anima atea però che trova un posto importante all'interno dell'opera è quella dello scrittore Cesare Pavese (1908-1950), con i suoi malumori, scontrosità e disamore per la vita, la Ginzsburg ne mostra la visione di un uomo lungimirante.
Gran parte è dedicata inoltre alle passioni della scrittrice : la politica, il lavoro alla casa editrice Einaudi, mentre una certa malinconia traspare al concretizzarsi di quella disillusione proveniente dal mancato raggiungimento di quegli ideali e aspirazioni di una classe di giovani poeti ed intellettuali incapaci di seguire la vera poesia e le vere parole, preferendo abbandonare tutto al silenzio. E poi ancora si ritorna alla famiglia nelle ultime battute finali, per fissare un momento passato a cui però ci si può ancora aggrappare.

Mi ci sono ritrovata in "Lessico Famigliare", un po' perché adoro le storie famigliari, poiché mi danno il senso della continuità e perché pur essendo nata nella capitale, fin da piccola assorbivo il dialetto abruzzese dei parenti e ancora il riproporsi di quei termini mi riporta a numerosi ricordi.
Il poter dare un suono e non solo un'immagine al nostro passato è una originalità che chissà quale altro autore se ne sia servito, in un'epoca come la nostra dove il dialetto viene visto come poca signorilità e dove perfino il Premio Strega ne ha limitato l'uso quest'anno.
Ci si chiede sempre quale sia l'importanza di queste opere-memorialistiche, mi viene in mente un altro libro best-seller nella seconda metà degli anni '70 del secolo scorso "Vestivamo alla Marinara" di Susanna Agnelli, e sulla realtà storica delle stesse. Io ho imparato molto più da queste che dai testi perbenisti della mia adolescenza.
Non so il motivo per il quale la Ginzsburg abbia scritto il libro, ma ad ognuno di noi, è data la possibilità di dare voce a chi abbiamo amato tanto o stimato e questo non solo come esempio per le generazioni nuove. Serbare i loro ricordi aiutano noi a vivere ancora.




M.P.





Libro :

"Lessico Famigliare", N. Ginzsburg, Einaudi 2014.

lunedì 20 giugno 2016

"Eccoci Qui", Dorothy Parker.


Mi sono accorta negli ultimi tempi, di aver letto, senza volere, molti romanzi incentrati nei celebri anni '20-'30. Forse che la mia età dell'oro si sia spostata negli anni ruggenti, non lo so dire, ma quest'ultima scoperta letteraria mi ha addentrato ancor più in profondità, in quell'epoca di grande fertilità culturale.
In particolare nell'America del primo dopoguerra era sorta una generazione nuova di scrittori, spinta dalla ribellione agli orrori della Grande Guerra e agli standard ormai obsoleti del romanzo canonico.
Non è un caso che in un periodo di business e insieme di euforia e liberazioni culturali e sociali, nacquero figure come Fitzgerald, Pound, Hemingway, Faulkner, Steinbeck, con i loro libri dalle grandi tirature e in seguito alcuni anche premi Nobel, e poi un po' fuori dal coro una donna che dominò la New York con suo personale e i suoi scritti, Dorothy Parker.


Una strana figura la Parker (1893-1967), donna brillante e intelligente, da una infanzia infelice ma da una carriera strabiliante : dal 1914 alla rivista Vanity Fair, due anni a Vogue, presenza stabile al The New Yorker", a sceneggiatrice a Hollywood ("E' Nata una Stella").
 "Giano bifronte", all'esterno si affermò per lo spirito sarcastico, la battuta tagliente pronta a ironizzare su personaggi e fatti che riportava nei giornali, dall'alto del suo talento dettava stili e mode. Nel suo epitaffio fece scrivere "Scusate se faccio la polvere."
All'interno un'esistenza all'ombra di depressioni, farmaci e tentativi di suicidio. Dorothy Parker nei suoi brevi racconti, narrava i vizi, il cinismo e la falsa moralità della nuova borghesia americana.

"Eccoci Qui" è una raccolta di dieci storie scelte dalla casa editrice tra i suoi componimenti. Dieci vicende personali di uomini e donne della buona borghesia, dalle zone periferiche alle grandi città, la scrittrice analizza relazioni coniugali, pregiudizi, apparenze.
Come nella "Composizione in Bianco e Nero", dove una donna ricca ad una festa elegante, desiderosa di conoscere un cantante famoso spiritual di colore, inciampa in battute e pantomima che svelano in realtà il suo totale razzismo, appena celato sotto una leziosa vanità.
Il maschilismo più bieco si nasconde invece nel bel viso pulito di "Mr Durant", direttore di una fabbrica di gomma, soddisfa il suo ego con una relazione adulterina, per poi togliersi l'impaccio di una gravidanza indesiderata come si toglie la polvere dal bavero della giacca.
"Una Bella Bionda", il suo capolavoro per la complessità e alcuni cenni autobiografici, racconta di Hezel Morse, "bella donna alta e formosa" che passa la sua esistenza unicamente nell'accompagnare uomini ricchi in serate piacevoli ed allegre. Eppure la consuetudine dei giorni e delle notti si trasforma in depressione e tentativo di suicidio, per ricominciare ancora una volta come sempre.

"Sognava giorni in cui non avrebbe mai più dovuto infilarsi le scarpine strette, e non avrebbe mai più dovuto ridere e ascoltare e meravigliarsi, ed essere una di buona compagnia. Mai più."

Il matrimonio è messo sotto la lente in "Che Peccato" ed "Eccoci Qui", dove nell'apparenza di una bella casa si insinuano fra coniugi, incomprensioni, incomunicabilità e litigi; l'uomo e la donna non si riconoscono più come un'unione, ma due elementi ben distinti.
Divertente il racconto da cui prende il titolo la raccolta, in cui due sposini in luna di miele, bisticciano per inezie; lei tra gelosie inesistenti e cappellini nuovi, lui ansioso per la fretta di consumare finalmente il matrimonio. Quella che ho preferito, "Cavallina", una buona e diligente infermiera viene schernita da una coppia di coniugi dove lavora, per il suo volto assomigliante a un cavallo.
Soltanto a fine racconto si scoprirà tutta l'arroganza dei due e il passato infelice della donna.

Dorothy Parker
Ho trovato molte similitudini con la scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard, nell'analizzare piccoli scorci famigliari, ma lo stile della Parker si esprime con un sorriso beffardo con cui prende in giro i suoi personaggi, prototipi di uomini d'affari, operai, donne di classe o attrici.
La donna non è la maschietta dell'"età del jazz" né le flapper con lunghi vestiti dritti, bensì una figura femminile svuotata, superficiale, sottomessa o complessa.
I temi della Parker non si trovano nei grandi mutamenti dell'America, ma all'interno delle proprie case.
E in fondo a quella patina dorata che aleggiava in quegli anni così folli, la scrittrice americana con il suo umorismo ne misurava tutta la malinconia del mondo umano.





M.P.




Ebook :

"Eccoci Qui", D. Parker, Astoria Edizioni 2013

lunedì 13 giugno 2016

Atmosfere marine dal secolo XX.


Ho sempre avuto con il mare un rapporto ambiguo. Starei ore e ore a guardarne la sua enorme distesa d'acqua mentre si perde all'orizzonte, le sue onde violente che si abbattono sugli scogli o una leggera brezza che le muove giusto un poco. Ma soffro terribilmente dovermene stare sdraiata sulla battigia a prendere il sole. In quella mollezza mi annoio e il mare perde tutto il mio interesse, così preferisco ammirarlo un poco lontano e nei momenti più solitari.
 Ma in vista dell'arrivo della stagione estiva, vorrei gratificarvi con le immagini di alcuni dipinti che hanno come sfondo il mare e darvi il senso della grande influenza che esso ebbe non solo nell'arte, ma anche nel simboleggiare un momento della storia, della cultura o di una vita privata.


"Terrazza sul Mare di Sainte-Andresse", Claude Monet

E' il 1867 quando il pittore impressionista francese Claude Monet (1840-1926), nel suo soggiorno estivo a Sainte-Andresse, nell'Alta Normandia, ritrae un braccio di mare del Canale della Manica, da una finestra della casa di una parente. "Terrazza sul Mare di Sainte-Andresse" si tratta di una composizione straordinaria per l'epoca con la veduta dall'alto e che verrà esposta alla quarta mostra impressionista.
Il dipinto è posto su tre livelli : quello della terrazza, dove tra gladioli e nasturzi dai colori vivaci, riposano un uomo e una donna, più in là sul parapetto altre due figure intente in una conversazione. Due bandiere sventolano, mentre in un mare scuro e mosso, trenta barche di diversa grandezza viaggiano alla volta dell'Inghilterra; sopra una striscia di cielo in parte serena e in parte nuvolosa.
Monet dà allo spettatore l'immagine di una fresca e pigra giornata di mare, eppure vuole raccontare anche altro.
Le imbarcazioni che si vedono in lontananza sono confusamente raffigurate in antiche e moderne, dai velieri, alle barche a vela alle navi a vapore. Il pittore è riuscito a rappresentare in una piccola porzione di mare, la storia dell'industria navale.
E' questo un periodo di grande costruzioni, fortificazioni, sotto quell'ideale di movimento e crescita finanziaria voluta dall'impero di Napoleone III (1852-1870), nel 1859 la Francia promosse la costruzione del celebre Canale di Suez. L'inarrestabile progresso che stava invadendo e trasformando la capitale francese rientrerà prepotentemente in quello della lunga saga famigliare, storica, politica e sociale dei "Rougon-Macquart" (1871-93).


Forse nessun altro pittore ha così amato e dipinto il mare con tanta particolarità e nitidezza di Joaquín Sorolla (1863-1923), spagnolo post-impressionista.
Di ritorno dal successo ottenuto negli Stati Uniti, Sorolla realizza nel 1909 uno dei suoi quadri più belli ed estatici della carriera. L'ambientazione è come sempre la sua Valencia, nella spiaggia di Cbanyal, dove ritrae in una elegante passeggiata di inizio sera, la moglie Clotilde e la figlia Maria ne "La Passeggiata sulla Spiaggia".
Le donne sono in riva la mare, a grandezza naturale, mentre passeggiano solenni. Sono entrambe alla moda, vestite di chiffon bianco : Maria, la prima, ha il volto scoperto, in mano un grazioso cappellino ornato di fiori, dietro Clotilde. Ha il cappello in testa e un velo verde le copre il viso, nella mano sinistra un parasole posato verso terra. La brezza marina agita e gonfia le loro vesti leggere, alle spalle un mare lievemente increspato.
Sorolla elimina l'orizzonte creando un'atmosfera di grande vitalità, colore, dove la luce del Mediterraneo piomba sulle due donne accentuandone il bianco.
Ma il rapimento dello spettatore è rivolto allo spettacolo dell'eleganza, della posa e dell'abbigliamento delle protagoniste.
L'autore pone l'attenzione alle classi aristocratiche e borghesi che cominciavano a scoprire la Spagna come luogo di bellezza e turismo, sotto la restaurazione borbonica, raggiungendo il culmine negli anni 20-30, radicata anche da quella spinta ideologica e profonda del saggista José Ortega y Gasset (1883-1955).

"La Passeggiata sulla Spiaggia", Joaquín Sorolla


In un momento idilliaco, quasi di un tempo che non potrà più tornare, il pittore livornese Vittorio Maria Corcos (1859-1933), nella sua "In Lettura al Mare" (1910), ambienta un pomeriggio di lettura e svago nei pressi della località balneare, allora in voga, di Castiglioncello in Toscana.
A pochi istanti dall'incombere del tramonto, tre figure prendono la scena del quadro : il ragazzo posto all'estrema sinistra, è disteso su un parapetto con decori liberty. E' completamente assorto nella lettura del suo libro, inconsapevole di quel che accade intorno a lui, mentre il ragazzo a destra si trova seduto col busto reclinato in avanti; guarda lontano, perso in pensieri a noi sconosciuti.
Vera protagonista è invece la donna, la bella Ada, figliastra del pittore, troneggia sulla sua sedia con mani incrociate, lo sguardo fiero e determinato, forse è stata interrotta nella lettura, come dimostra il libro aperto sul grembo. Il morbido abito ne fascia il corpo esaltandone la figura sensuale e florida propria della sua giovinezza. Accanto a lei un mobile antico con alcuni libri pronti per essere letti o discussi. Dietro alle figure si staglia un mare appena mosso dalla brezza del vento contro un cielo nuvoloso.

"In Lettura al Mare", V. Maria Corcos
Risulta un dipinto di grande eleganza e raffinatezza dovuto anche alla particolarità del bianco dei vestiti dei giovani, colore dominante negli armadi dell'epoca. Ma il motivo di Corcos non sta nel descrivere l' interessante giornata di una classe borghese in vacanza, bensì dare uno spaccato di vita nella Belle Époque di inizio Novecento. Non è un caso che usi la città di Castiglioncello, in un epoca dove il grande turismo stava muovendo il nostro paese e non solo quello. Nell'era giolittiana (1903-19140), l'Italia si avviava verso una fase di sviluppo economico attraverso il protezionismo, la nascita di industrie di notevoli dimensioni che si collegavano a quel clima di apparente benessere e serenità che imperversava in Europa. Pascoli e D'Annunzio erano le letture delle donne e degli uomini del bel mondo frivolo e decadente. Ma l'opera non ha nulla di limpido e trasparente se si notano il cielo adombrato da nuvole e il volto del ragazzo seduto, riflessivo e in attesa di qualcosa.
Corcos rappresentò l'ultima istantanea di un mondo che stava finendo.


Il mare è qui lontano, lontano per noi e per la protagonista. Si sta svegliando da un sonno profondo, dal suo volto sembra confusa, come se non si accorgesse cosa sta succedendo. Si vedono colonne, forse una terrazza, uva e una barca con due vele di diverso colore andare anch'essa lontano.
Impossibile non riconoscere il mito di Arianna e l'isola di Nasso.
Edward Southall (1861-1944), pittore inglese legato al movimento dei "Arts and Craft" realizza il dipinto "Arianna a Nasso" nel 1925, prendendo spunto dalla mitologia greca.
Arianna che ha aiutato l'eroe Teseo ad uscire dal labirinto attraverso l'espediente del filo, è stata da poco abbandonata da sola sull'isola di Nasso, la maggiore e la più fertile delle Cicladi, riconoscibile dall'uva, dal vaso di frutta posato per terra. In mare Teseo sta ritornando dal padre Egeo, dimentico della promessa fattagli di issare vele bianche per il rimpatrio.

"Arianna a Nasso", E. Southall
 La composizione di stile classico attrae per i molti colori nitidi; Arianna ha la fisionomia delle muse preraffaellite e i toni della sua veste richiamano tutta l'opera. Il mare azzurrissimo, senza onde, presenta leggere linee al movimento della nave.
Emergono dal dipinto quegli ideali di Southall che caratterizzavano il suo movimento inglese, mosso a rivalutare l'artigianato e l'opera nei confronti dell'industrializzazione e della produzione in serie che avevano determinato l'abbassamento dei costi, ma anche il generale scadimento del gusto.*


E' difficile trovare in tutto il panorama artistico del Novecento un pittore che ha saputo portare la fantasia e l'immaginazione ai livelli di una trasfigurazione poetica, a meno che questo sia Alberto Savinio (1891-1952).
Fratello del più famoso Giorgio de Chirico (1888-1978), fu iniltre poeta e pianista, unico italiano a seguire il movimento surrealista.

"Il Sogno di Achille", A. Savinio

 "Il Sogno di Achille" è tra le opere che preferisco e che più mi avvicinano alla sua arte giocosa mutevole. Alberto Savinio propone nel 1929 in chiave pittorica, una delle pagine più belle ma anche dimenticate dell'Iliade : l'apparizione di Patroclo in sogno ad Achille. Un commuovente e dolce
incontro del giovane Patroclo, morto per mano del troiano Ettore, che consola e sprona l'amico/amante a riprendere il cammnino del suo destino.
L'artista raffigura il Pelide nel momento in cui è vinto dal sonno, sdraiato sulla spaiggia, all'ombra di un palmeto, la spada posata sulla riva.
Achille abbraccia gli arbusti, forse è in uno stato meditativo; la parte irrazionale ha la meglio sul suo essere guerriero : non è un'eroe che Savinio presenta nel suo abbandono, ma l'uomo.
La lunga distesa di mare è sgombra di navi, mossa dal vento, anch'essa inquieta. Nel cielo fosco appaiono delle forme appuntite simili ad un arcobaleno.
Tutta l'opera mostra una grazia poetica che ferma un momento preciso tra illusione e realtà. Una profonda inquietudine molto vicina ai duri anni del fascismo in Italia.

 Se la notte d'estate cede un poco
su la riva del mare sorgeranno
- nati in silenzio come i suoi colori -
uomini nudi e leggeri che vanno.
Ma come il vento muove il mare, muovono
anche, gridando, gli uomini le barche.

Sorge sull'ultimo sudore il sole.
 Sandro Penna (1906-1977)


"Arriva la Notte", G. Abercrombie

 Nella selezione di ambienti marini da poter mostrare in questo post, avevo pensato inizialmente di porvi uno di Edward Hopper, il grande pittore americano del Novecento, visto che ne fece molti, ma oggi si fa un gran parlare di questo artista (giustamente), eppure non volevo scomodarlo ulteriormente. Ho quindi preferito una donna. Una pittrice anche lei americana, meno conosciuta ma dalle opere di una suggestione infinita e cariche di enigmi.
Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale si affaccia la figura di Gertrude Abercrombie (1909-1977), appartente al movimento del Realismo magico, una donna dal grande umorismo, si faceva spesso fotografare con cappelli da strega e nei suoi dipinti riccorrono spesso gatti e manici di scopa. Benché dietro quello sfacciato umorismo, la Abercrombie nascondeva una esistenza dolorosa e sofferta.
Nell'opera "Arriva la Notte", datata 1948, la pittrice raffigura se stessa in un paesaggio onirico.
Una luna piena è bassa all'orizzonte, in un mare che è solamente una copiosa pennallata di blu, appaiono una balena quasi sorridente e un faro poco distante.
La protagonista con un morbido abito corallo è ferma sulla riva davanti ad una conchiglia, ha gli occhi chiusi. Niente pare turbare questo sogno tranquillo a parte una cosa.
Una strana maschera, proprio nella parte posteriore della testa della donna che riprende la forma dell'isola su cui  c'è il faro.
La sua presenza suggerisce una struggente lotta personale con la propria identità.


 Una timida striscia blu si confonde tra la spiaggia e il cielo. Questo è il mare raffigurato da Jack Vettriano (1951), nel suo capolavoro pittorico "Il Maggiordomo Cantante" realizzato nel 1992.
Al secolo Jack Hoggan, questo eccentrico pittore scozzese di origine italiana, autodidatta, si è affermato nel panorama artistico mondiale divenendone una stella emergente. Vettriano è il pittore vivente con i più incassi. Un "re Mida" i cui lavori raggiungono cifre esorbitanti. Spesso la sua arte è stata definita volgare, scomoda e vicina all'iperrealismo, eppure "Il Maggiordomo Cantante" è stata la sua consacrazione. Per i suoi meriti fu onorato dalla regina Elisabetta II con l'Ordine dell'Impero Britannico.

"Il Maggiordomo Cantante", J. Vettriano

In una spiaggia dorata, quella di Fife in Scozia, una coppia in abito elegante è sorpresa in un ballo sensuale. Accanto alle due figure una cameriera e un maggiordomo, anche loro vestiti di tutto punto reggono con non poca fatica degli ombrelli, mentre il vento ne agita i vestiti. Sembra che la coppia sia arrivata in questo posto e per caso si sia messa a danzare senza un motivo. Il titolo del dipinto deriva molto verosimilmente dal fatto che il maggiordomo intoni un motivetto per la coppia; sopra di loro un cielo fosco e minaccioso. La composizione affascinante ed enigmatica insieme, cattura per i colori nitidi e il movimento.
In seguito venduta per 744.000 sterline, è l'opera più riprodotta in Gran Bretagna.






M.P.




* "Arts and Craft" da Artesplorando.

lunedì 6 giugno 2016

"Romeo e Giulietta" di William Shakespeare.


"L'amore è un fumo fatto col vapore dei sospiri; purificato, è un fuoco che esplode negli occhi degli amanti."



"Romeo e Giulietta"  di William Shakespeare (1564-1616), non era una delle letture previste quest'anno, visto che la prima lettura risale già ai tempi della mia prima giovinezza; la seconda è nata come una sfida personale, ispiratami da un post del blog "La Leggivendola", su una serie "di romanzi d'amore che in realtà non sono romanzi d'amore", che includeva tra gli altri, proprio la storia degli sfortunati amanti di Verona.
Poteva l'opera di Shakespeare essere riassunta solamente come la vicenda di una lunga scia di morti, provocata da un banale amore?
Io non ci credevo. La recensione stessa è stata molto più faticosa delle altre, proprio per la quantità di materiali, motivi, riflessioni, che volevo apporvi senza troppe prolissità.
Ma cosa spinge, a detta di tutti la più grande celebrazione dell'amore romantico nella letteratura occidentale, ad essere così amata, odiata, giudicata e soprattutto non capita?
La sua estrema popolarità. Nell'apparenza della sua trama semplice, nel suo ricco lirismo, nell'amore giovanile che divampa fra le pagine, essa racchiude un mondo, che è quello del teatro e della vita.


"Romeo e Giulietta", Ford Madox Brown

Scritta tra il 1595-1596, "Romeo e Giulietta" è considerata la prima tragedia dell'illustre cittadino di Stratford-up-Avon. Le fonti a cui si ispirò per l'opera, risalgono ai primordi; già Dante Alighieri nel sesto canto del Purgatorio (v. 106), allude all'amore dei due giovani, arrivando alla IX novella del Bandello, che Shakespeare sicuramente aveva letto o ascoltato nella cerchia aristocratica del duca di Southampton*, come pure aveva appreso le storie e le bellezze delle città italiane, tra le cui Verona, apparsa in altri lavori.
Al momento della sua stesura, l'Inghilterra viveva gli ultimi anni del periodo elisabettiano (1558-1603), nel 1588 aveva sconfitto l'Invincibile Armata spagnola, rappresentava una potenza protestante, con un impero coloniale a cui seguì una fioritura culturale nel campo della letteratura in particolare.
Ma questa floridezza rispecchiava tutt'altro l'instabilità politica dell'epoca : la regina Elisabetta non aveva nominato un successore e le molte insurrezioni e capovolgimenti sociali erano in atto e si profilavano all'orizzonte. In più lo stato si trovava e ne andava fiero, della sua posizione ancor medioevale, guardando  con occhi non benevoli all'ormai declino del Rinascimento italiano**.
Shakespeare come qualsiasi inglese subiva questo clima e i suoi contrasti e nella sua prima tragedia ne riportò le faide, i rancori, gli egoismi nefasti e vi pose in mezzo l'unica cosa necessaria, un amore.
Un amore corrisposto si, diversamente dalle altre opere del drammaturgo dove di amore ne esiste ben poco (Amleto ama forse Ofelia? Otello Desdemona? Bastiano ama Porzia?), eppure di impossibile realizzazione felice, perché contrastato dalle rispettive famiglie dei due giovani che però non sanno.
E' stata criticata all'opera il poco spessore tragico dei protagonisti.
All'inizio della vicenda Romeo prefigura un Werther, ambisce alla morte fin dal principio, diventandone più conscio solo all'incontro con la sua Giulietta. Mentre la quest'ultima, forse la più cara a Shakespeare tra i  personaggi femminili, per la sua intraprendenza, libertà. Non è un'eroina, una musa, una santa o regina, ma una donna innamorata e sensuale, e le fa pronunciare la dichiarazione più nobile della letteratura :

"Eppure desidero la cosa che possiedo.
La mia generosità è smisurata come il mare,
Il mio amore altrettanto profondo. Quanto più
Do a te, tanto più possiedo, entrambi
Essendo infiniti." (Atto II, scena 2)

1940 a Broadway, Laurence Oliver e Vivien Leigh in "Romeo and Juliet".

La tragicità non sta nei protagonisti, bensì nella concatenazione degli eventi, quell'inspiegabile dualismo tra fato e avventatezza.
Qui sta insieme la pecca e la grandezza del suo autore, il non aver dato la supremazia né all'uno né all'altra, perché la vita e il teatro non sono la combinazione perfetta tra i due?
La morte è qui preponderante, tuttavia si nota come essa scelga la giovinezza, il momento migliore della vita; non è un caso in Shakespeare, in questo clima di guerre e insicurezze, sia la gioventù a patire le conseguenze. E Mercuzio è l'emblema. Potrebbe essere il vero protagonista, con la sua spavalderia, le battute oscene, la sua negazione dell'amore, prende tutta la scena, attenua il lirismo di Giulietta, e con la sua morte ci si avvia alla tragedia, profetizzata dalle sue parole "La peste a tutt'e due le famiglie" (Atto III, scena 1). E l'opera riprende il giusto corso.
L'amore è il tema più discusso : per alcuni non vi è traccia, per altri ne sono invece convinti, ognuno ha il proprio pensiero, ma è indubbio la rivoluzione che lo scrittore apportò alla letteratura inglese.
L'amore prima di lui era visto nella sua forma cortese, platonica o erotica; Shakespeare lo avvicina alla sua forma più reale ed umana.
Romeo e Giulietta seguono la loro maturazione amorosa, quasi psicologica (per la profondità psicologica bisognerà aspettare il 1678 con la pubblicazione della "Principessa di Clèves" di Madame de La Fayette).
Pur non avendo la complessità delle tragedie successive, "Romeo e Giulietta" ha ancora un'altra ragione per essere ancora così discussa, la modernità. Quel mondo raccontato da Shakespeare, se riflettiamo, non è poi così lontano da noi.



M.P.




* Henry Wriothesley III (1573-1624), protettore di William Shakespeare.
** Il Rinascimento arriverà in Inghilterra un secolo dopo.



Libro :

"Romeo e Giulietta", Feltrinelli.