lunedì 3 dicembre 2018

"I Fratelli Ashkenazi" di Israel Joshua Singer


"Scena di villaggio sulle nuvole con rabbino che protegge la comunità" (1950-1970), Jacob Vassover 

Dopo aver letto "Da un Mondo che non c'è più" e "La Famiglia Karnowski" ho accolto quest'altro libro di Singer con un largo sorriso eppure pensavo allo stesso tempo che mi sarei imbattuta in un romanzo minore dell'autore; che non avrebbe dato, come i primi due, quella "fascinazione" che ha fatto balzare Singer fra i miei scrittori più amati. Ma anche i libri ti sorprendono e arrivano a far crollare le tue certezze.
Come altri scrittori deceduti nell'arco del secondo conflitto (Zweig, Némirovsky per citarne alcuni), le cui vicende e voci sono state dimenticate per lunghi anni, anche Israel Joshua Singer (1893-1944), scrittore polacco in lingua yiddish¹, ha pagato la sua "accidentale" non sopravvivenza e la sua ha brillato postuma solo della luce riflessa del fratello Isaac Bashevis, premio Nobel 1978.
Israel Joshua Singer nell'ultimo decennio del XXI secolo è stato giustamente  ripreso, tradotto e rivalutato nella grande prosa del Novecento ma l'accostamento parallelo ad autori come Tolstoj, Dostoevskj e Flaubert è ancora, purtroppo, lontano.
Da tre anni a questa parte, invece, quest'autore mi ha coinvolta particolarmente per la sua scrittura fluida, per il ritratto del suo "dimenticato mondo", per i suoi personaggi apparentemente così lontani dalla nostra visione e  pure vividi, per il suo messaggio che pur concentrandosi sulla cultura ebraica fuoriesce, alla fine, per l'intera sorte umana.
Con "I Fratelli Ashkenazi" ho chiuso il cerchio dei suoi tre più conosciuti testi ed è anche per questo motivo che è stato difficile scrivere una recensione, quanto trascrivere sulla carta un caleidoscopio di immagini e sentimenti.
"I Fratelli Ashkenazi" risulta tra i primi scritti dell'autore e pubblicato nel 1936 negli Stati Uniti è stato per svariati anni tra i libri più letti.
Narrando l'immaginaria storia di due fratelli gemelli diversissimi fra loro che si contendono il potere industriale della crescente ricchezza della città di Łódź, in Polonia, Singer ha raccontato in sottofondo le vicende, realmente accadute, di quella popolazione ebraica che alla fine dell'Ottocento si era stanziata nelle regioni del grande impero zarista e di cui, prima ancora della Seconda Guerra Mondiale, vide scomparire una gran parte del loro patrimonio culturale.


Il libro si apre poco dopo la fine delle guerre napoleoniche, quando alcuni tessitori tedeschi si stabiliscono a Łódź.
La piccola comunità ebraica, pur essendo esclusa dalla società e sbeffeggiata, riesce ad insediarsi sul territorio, prima lavorando nelle aziende tessili tedesche e polacche, poi diventando loro stessi importanti imprenditori. Łódź da villaggio piccolo comincia a trasformarsi in una città multietnica ed economicamente vivace.
Uno di questi imprenditori ebrei, Reb Abraham Hirsh Ashkenazi è un devoto osservante delle proprie tradizioni e dividendo il pubblico dal privato, alterna con destrezza preghiere e affari. Dalla moglie ha avuto due figli gemelli eppure differenti nel corpo quanto nel temperamento.
Simcha Mayer, nato cinque minuti prima, è piccolo, smunto ma dotato di una intelligenza incredibile; Jacob Bunim, meno dotato intellettualmente ma robusto e di aspetto gradevole.
La storia si concentra principalmente sulla vita del primo che fin da piccolo si contraddistingue nella comunità polacca per i suoi talenti, la memoria prodigiosa e la risposta pronta.
Ma Simcha Mayer è innanzitutto un ragazzo dall'insaziabile fame di potere ed ambizione e il lettore lo segue nella sua scalata sociale, insospettabile quanto repentina.
Si sposa con la bella e dolce Dinah, ragazza ebrea di famiglia benestante, e con astuzia e sotterfugi, ottiene la fabbrica di telai a mano del suocero. Ma questo è solo l'inizio.
Con altrettanti inganni, compiacenze ed azioni meschine Simcha Mayer, che nel frattempo morto il padre si fa chiamare Max Ashkenazi, si  appropria della più grande fabbrica a vapore di Łódź e accumulando insieme palazzi, appartamenti e un patrimonio milionario, di fatto diventa il re dell'industria della città. Le pur enormi soddisfazioni non riescono però ad affievolire l'odio che prova verso il fratello, baciato sempre dalla buona sorte, perché laddove Max deve inseguire e lottare, per Jacob sembra tutto più semplice.
D'altronde la stessa Łódź, diventata per l'opulenza economica la seconda città della Polonia dopo Varsavia, è avvelenata dal risentimento che pone a scontrarsi operai e imprenditori, ebrei e gentili, polacchi contro russi, nobili contro nuovi ricchi, in un conflitto che ha più della guerra fratricida.
Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale e la seguente Rivoluzione Russa, Max Ashkenazi vede dapprima ridimensionare le sue ricchezze e poi perdere tutto ciò che aveva capitalizzato.
Rinchiuso in una prigione della nuova Unione Sovietica, vecchio e malato, solo ora comprende cosa è stata la sua vita, in cosa ha speso la sua esistenza: disprezzando amore e affetti e ammontando ricchezze ha costruito il suo mondo sulla sabbia e quindi un mondo destinato a non durare.
Salvato dal fratello e di ritorno a  Łódź (divenuta libera con l'indipendenza polacca), cercherà di rimediare al passato, compensando con l'amore che non ha mai dato. Inutilmente, perché nulla ora può arrestare l'imminente fine.

"I Fratelli Ashkenazi" è un imponente romanzo di oltre seicento pagine che ricorda più un'epopea alla "Guerra e Pace",e non differentemente da questo, è il suo impianto narrativo che si snoda tra vite immaginarie e fondatezza storica.
Se Tolstoj presenta una scrittura elegante, ricca di atmosfere e scenari magnifici, quella di Singer è più realistica, esente di orpelli stilistici; la narrazione emerge con più carattere e durezza.
L'autore polacco opera ad una rappresentazione del vecchio mondo di cui faceva parte, quello multiculturale e caotico del vasto impero russo: un coacervo di popolazioni, religioni, ceti sociali con le loro anticaglie, commerci, studi e terre promesse, racchiuse nel vano tentativo politico di "russificazione" .
La popolazione ebraica pur nel suo isolamento neutrale e la sua rapida ascesa nell'ambito commerciale, proprio per questi motivi, risentiva dell'invidia e dell'odio atavico dei primi, alimentato dal sistema russo attraverso i pogrom, e nella visione degli ebrei come il giustificato capro espiatorio del loro malgoverno.

Questo panoramico caos viene analizzato e sezionato in tre strati sociali, quali un primo mondo, dominato dagli "alti papaveri", politici, ministri, nobili; un sotto-mondo di imprenditori, agenti di commercio e nuovi arricchiti e un piccolo mondo retto da operai, poveri, accattoni, lenoni e sfruttatori.
Lungi dall'essere separati, ogni classe lotta per emergere, scalzando di volta in volta le altre e trova nel personaggio di Max Ashkenazi la sua perfetta simbologia.
Max Ashkenazi non è "l'uomo che si è fatto da sé", è un antieroe avido di potere quanto insoddisfazioni perché l'uno non esclude mai gli altri; un personaggio che a balzi ottiene la città intera, senza incappare negli intermezzi, nella fatica o sfortuna tipiche di una lunga scalata sociale, eppure con un solo passo vede sfuggirgli tutto e se stesso. La vita e la morte hanno la meglio sulla superficialità dei beni materiali.
Ma "I Fratelli Ashkenazi" è anche un romanzo corale ricco di tanti personaggi; finestre che si aprono sulla vicenda e sulla storia e su tutti incalza una forza invisibile più grande di ogni loro successo o fallimento (la fatalità) che schiaccia a caso e nel caos poveri e ricchi, mentre la città di Łódź, nuova Babilonia ingorda di abbondanza e crudeltà, alla fine ormai satura, implode nel vuoto del suo oro e del suo peccato.
Come nella "Famiglia Karnowski", si assiste ad un passaggio di generazioni, dove il vecchio pensiero si dirada per far posto a nuovi ideali e quindi attraversando la storia della Polonia, della Russia e sugli sconvolgimenti della Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa e la ribellione della classe operaia.
Non è il primo romanzo di Singer dove si annida la parola socialismo (che in gioventù aveva accolto e infine ripudiato) ma se da una parte il capitalismo viene condannato anche il primo subisce la stessa fine, quasi a significare che non sono i sistemi in sé cause di malcontenti e guerre bensì le fragilità e le debolezze dell'uomo.
E più di ogni altro evidente messaggio, Singer ha raccontato una parte delle vicissitudini del popolo ebraico senza romanticismo né edulcorazioni, illustrandone gli aspetti contraddittori, quanto folkloristici, come pure le sue perpetue sofferenze, dispiegando fatti ed avvenimenti che precederanno gli orrori dell'Olocausto.
Fra questi è doveroso ricordare il massacro di Leopoli avvenuto nel 1918, durante il conflitto polacco-ucraino che seguì la Prima Guerra Mondiale.
Nel giro di poco tempo, in un pogrom, perirono molti ebrei innocenti, bambini, donne, anziani e nella follia del saccheggio incendiarono sinagoghe, importanti testi religiosi ed oggetti sacri. Tutto fu messo a ferro e fuoco.
Da questo libro si erge dunque la dura lezione dello scrittore: quando si arriva ad annientare un popolo, un territorio, una civiltà che dovrebbe arricchire la nostra esistenza e conoscenze, quando si riesce a cancellare ciò dalla memoria, a far si che nulla di ciò che è stato rimanga per il futuro (come non pensare a ciò che sta accadendo ad Aleppo), questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

Così, con molta riluttanza, mi allontano da questi tre romanzi che mi hanno accompagnato negli ultimi anni, dal mondo di Israel Joshua Singer, con i suoi uomini chini a recitare le leggi del Talmud, la folta e lunga barba segno di maturità e saggezza, le kippah da non dimenticare prima di uscire, il kaddish da ricordare per le preghiere dei defunti; le donne strette nelle loro tradizioni e chiuse in cucina a preparare cibo rigorosamente kosher, la rabbia e le lamentele per i pochi soldi per onorare degnamente lo Shabbat; i bambini a studiare le sacre scritture nella fredda casa di un umile e sapiente rabbino, svogliati e desiderosi di più ampie libertà e dolci da mangiare; un mondo che finché le sue pagine verranno ancora stampate, non sarà del tutto dimenticato.

«Sabbia», si dicevano sussurrando, proteggendosi gli occhi con le mani. «Tutto ciò che abbiamo costruito era costruito sulla sabbia».



M.P.



Libro:

"I Fratelli Ashkenazi", I.J.Singer, Newton Compton Editori



2 commenti:

  1. Capito qui per caso, saltando di blog in blog in cerca di spunti per le prossime letture; ammetto di non conoscere questo autore, ma la storia che proponi mi incuriosisce parecchio per l'ambientazione dal taglio tutto particolare. Ti chiedo a questo punto, se puoi, per chi volesse approcciarsi a Singer quale dei tre titoli da te citati suggeriresti; intanto, grazie per aver proposto uno spunto di lettura così insolito.
    Sbirciando il blog, anzi, ne ho notati diversi.. passerò certamente di qui ancora ^_^.

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    1. Grazie per la fiducia Letizia! Bene, devo dire che negli ultimi anni la figura e le opere di questo grande autore sono state rivalutate, anche se non apprezzate e capite come dovrebbero... Comunque io sono partita dalla sua autobiografia "Da un Mondo che non c'è Più" e proprio con questo mi sono catapultata nel suo mondo; forse, nel caso, suggerirei "La Famiglia Karnowski", sicuramente il "più europeo" e vicino a noi, per un primo approccio.

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